
Il
primo pensiero che mi è venuto in mente, quando ho preso in mano
questo libro, è che in un paese meno diviso del nostro un’opera
del genere non sarebbe stata necessaria. Definire il rapporto tra
Nord e Sud in termini di vittoria e sconfitta è il sintomo di un
disagio grave, di una ferita non sanata. Libri del genere nascono in
paesi nati non pacificamente, ma da un evento assai traumatico quale
fu il nostro cosiddetto “Risorgimento”. Per fortuna, l’Autore
ha meritevolmente evitato i due pericoli analoghi ma opposti che si
presentano puntualmente quando si viene a trattare l’ormai
incancrenita “questione meridionale”: da un lato, non ha chiamato
in causa la retorica patriottarda neo-risorgimentale “alla Ciampi”
che ha soltanto nascosto la polvere sotto il tappeto senza risolvere
nessun problema reale; dall’altro, ci ha giustamente risparmiato le
geremiadi dei neoborbonici, cantori illusi di un Regno delle Due
Sicilie ricco, felice e bene amministrato, che in realtà non è mai
esistito. Altrimenti non sarebbe crollato come un castello di carte
nel giro di sei mesi o poco più.
Consentitemi
di fare un passo indietro. Alla mia generazione hanno insegnato ad
accendersi di sacro furore patriottico davanti a quel che dichiarò
il primo ministro austriaco Metternich al Congresso di Vienna:
“L’Italia è solo un’espressione geografica”. Solo molti anni
dopo, grazie ai miei studi di scienze politiche e a mature
riflessioni, mi è stato chiaro che - fatta la tara per la volontà
di dominio dell’Impero austriaco sul Nord Italia - la frase non era
affatto offensiva, era una semplice presa d’atto della realtà. Uno
svedese, un norvegese, un finlandese o un danese si sono mai offesi
nel sentir definire la Scandinavia “una espressione geografica”?
Elementi di affinità tra le varie parti del nostro paese esistevano
senz’altro anche prima dell’Unità, si poteva parlare a giusto
titolo di “Italia” fin dai tempi di Dante e di Petrarca, ma i
regimi politici erano differenti, le economie erano differenti, le
strutture sociali erano differenti. La faglia Nord/Sud esiste
davvero, e non serve a niente né esorcizzarla a forza di discorsi né
invelenirla a forza di lamenti.
Che
il Sud sia stato conquistato e occupato manu
militari
è fuori di dubbio. Che le attese di un cambiamento sociale e di un
miglioramento delle condizioni di vita del popolo meridionale siano
state disattese e tradite già durante la conquista
garibaldino-piemontese, anche questo è fuori di dubbio. Che il Sud
sia stato adoperato fin dall’inizio dell’Unità come vacca da
mungere a forza di tasse, e soprattutto serbatoio di carne da cannone
per le velleitarie e disastrose ambizioni della cricca “liberale”
che giocava alla grande potenza, anche questo è un fatto. Il
“problema” del Sud è stato sistematicamente “risolto” con
l’emigrazione, sia verso altri paesi che verso il Nord, il che ha
comportato depressione economica, drenaggio dei talenti e
impoverimento
demografico. Che dal momento della conquista piemontese in poi il
Sud sia stato funzionale allo sviluppo del Nord, e per giunta
continuamente vituperato e rimproverato per la sua “arretratezza”,
anche questo è incontrovertibile, ed è il paradosso che Patruno ha
messo giustamente in luce. Ma questo non fa altro che confermare il
deterioramento di un rapporto già nato con il piede sbagliato.
E
tuttavia, prima di affrontare il libro nel merito, mi sia consentito
di puntualizzare due elementi che forse aiutano a chiarire la
questione. Il primo è che il Sud non ha mai conosciuto i liberi
comuni, ma solo la prepotenza di feudatari tanto oppressivi contro la
popolazione quanto incapaci di difenderla contro le incursioni
esterne, in particolare quelle provenienti dai paesi islamici. Il Sud
non ha mai avuto una classe dirigente, solo una classe
dominante. Di conseguenza è mancato - e in gran parte ancora
manca - il senso civico che nasce dall’essere cittadini e non
sudditi, dall’avere voce in capitolo nell’amministrazione della
propria città, dal sentirsi responsabili per le cose che non vanno e
non limitarsi al lamento. Senso civico che invece è ancora in gran
parte presente al Nord. Pensiamo ad esempio alla diversa reazione nei
confronti dell’ondata di furti che sta imperversando nel nostro
paese: al Sud si chiede l’intervento dello Stato, percepito però
come una entità remota, indifferente, dalle risorse perennemente
insufficienti e sempre dirottate a settentrione. Al Nord invece, e
non al Sud, si organizzano le ronde, i negozianti segnalano i
truffatori nelle chat di quartiere o degli ordini professionali. Al
Nord, e non al Sud, sono nate le società di mutuo soccorso e le
Misericordie, un modello fortunatamente imitato anche qui.
Il
secondo elemento, conseguente al primo, è che il Sud è stato sempre
terra da invadere, una terra che - brigantaggio a parte - non ha mai
opposto una significativa resistenza agli invasori, e anzi più di
una volta ha sconsideratamente aperto le braccia a chiunque lo
volesse occupare, fossero i bizantini gli arabi, i normanni, gli
svevi, gli angioini, i Borboni, gli austriaci o i sabaudi, gli
americani o i clandestini islamici. Tutti quanti hanno spadroneggiato
più che governare, di fronte a una società civile praticamente
inesistente, che peggio ancora si è sempre attesa la soluzione dei
problemi proprio da chi veniva a crearcene altri. Al Sud è mancata
una Pontida, una lega che si scrollasse di dosso dominatori dispotici
e arroganti, anche perché le nostre classi dominanti - dominanti,
insisto, non dirigenti! - si sono sempre mostrate disposte a
qualunque compromesso con gli invasori pur di mantenere il proprio
potere: Gattopardo docet.
È vero che anche il Nord ha conosciuto dominazioni straniere -
spagnoli e austriaci in
primis
- ma a fare da contrasto, a diventare egemone e ultimamente a
vincere,
c’era uno strato sociale che il Sud non ha avuto se non in misura
irrisoria: una borghesia produttiva ed economicamente indipendente.
Ci piaccia o meno, da noi al Sud è stato il feudalesimo ad
affermarsi.
Nei favoritismi, nell’inerzia burocratica, nello scarso senso
civico, nell’aspettarsi la soluzione dei problemi sempre
dall’intervento altrui.
E
allora, dove sarebbe la vittoria del Sud? Qui stanno l’utilità e
il valore del libro di Lino Patruno. La vittoria passa prima di tutto
dalla presa di coscienza di noi meridionali sui rapporti di forza e
sugli scopi che condizionano il rapporto squilibrato tra il
Settentrione e il Meridione. Non ci vuole un corso di scienze
politiche per capire che il sottosviluppo del Sud è funzionale allo
sviluppo del Nord. Ma è proprio questo il punto della riscossa: il
Sud non deve diventare
la brutta copia del Nord.
Il Sud possiede una storia propria, valori propri, e soprattutto un
modo diverso di vivere: quel che Patruno chiama “la lentezza”.
Bisogna
subito chiarire le idee: “Lentezza” non è sinonimo di apatia o
di pressapochismo. È l’opposto della nevrosi da accumulo, della
corsa affannosa dietro il profitto e il denaro, dell”efficienza”
e dello sgobbare a tutti i costi, tre patologie che finiscono per
isolare l’individuo e distruggono la sua personalità. Una volta
ebbi l’occasione di incontrare una mia amica che da qualche anno
era impiegata presso la segreteria del tribunale in una prospera
provincia veneta. Mi raccontò che proprio nella sua circoscrizione,
dove la gente si ammazza di lavoro durante la settimana e va a
ubriacarsi nel weekend, e dove il lavoro fagogita tutta l’esistenza
e non c'è posto per altri interessi - men che mai la cultura
- è una delle zone con il più alto tasso in assoluto di malattie
mentali e di esaurimenti nervosi in Italia. Non è questo il “modello
di sviluppo” che ci interessa.
“Lentezza”
è dunque capacità di appassionarsi a quello che si sta facendo ma
con un minimo di distacco e ironia, significa trovare tempo per
guardare in faccia gli altri e coltivare i rapporti umani, non
lasciarsi travolgere da ritmi insensatamente accelerati che alla fine
non conducono da nessuna parte. L’Autore cita opportunamente un
sociologo e filosofo che ho avuto la fortuna di avere come docente
all’Università di Bari, il professor Franco Cassano. Uno studioso
che come pochi altri ha saputo conciliare il rigore e
l’approfondimento della sua disciplina con l’attenzione a
ciascuno dei suoi studenti come persone. Lino Patruno cita una mole
impressionante di dati, chiama in causa gli autori più disparati
per dimostrare che la vita a misura d’uomo caratteristica del
“pensiero meridiano” (ottima definizione elaborata dal professor
Cassano) non solo è possibile ma anche necessaria, ultimamente più
produttiva di una spasmodica e inconcludente corsa al denaro e alla
carriera, che troppo spesso - aggiungo io - oggi si conclude solo col
licenziamento.
A
questo proposito, però, vorrei fare un’osservazione critica. Né
Patruno né uno solo degli autori citati propongono quello che ai
miei occhi è il sistema più pratico per reintrodurre concretamente,
almeno in parte, un ritmo di vita più “lento”: l’abolizione
dell’ora legale e il ritorno all’ora solare per tutto l’anno.
Non voglio dilungarmi in polemiche, anche se sono più che pronto ad
affrontarle, ma mi meraviglio che un provvedimento del genere non sia
mai stato preso in considerazione, anzi che si proponga
insensatamente il contrario. L’ora legale è l’ora dei padroni,
un’alterazione violenta dei nostri ritmi biologici che non rende
più lunga la giornata, se mai la rende più convulsa (“Come, sono
già le otto?”), ci toglie il riposo ed è funzionale solo allo
sfruttamento dei lavoratori. Ben lo sapevano gli operai della FIAT
che negli anni ‘20 scioperarono invano contro di essa (il
dimenticato “sciopero delle lancette”) solo per venire
abbandonati dai loro stessi sindacati.
Questa
però è una questione tutto sommato secondaria. L’interesse
dell’Autore si focalizza giustamente su tre categorie di
atteggiamenti, la ritornanza, la restanza e la resistenza, cui se ne
aggiunge un quarto: la decisione di alcuni - purtroppo pochi -
“nordici”, arrivati qui per scelta o più spesso per matrimonio o
per lavoro, di trasferirsi definitivamente al Sud perché vi hanno
trovato una qualità di vita migliore, e rapporti umani quasi assenti
al Nord.
Ci
sono due tipi di ritornanza, uno solo dei quali interessa l’Autore,
e non a torto. Ritornanza non è il ritorno sconsolato dei vinti, di
quelli sconfitti dal naufragio dei loro sogni oppure espulsi da un
costo della vita ormai proibitivo, specialmente per gli insegnanti e
gli impiegati, (due categorie alle quali il Nord attinge ampiamente
se non esclusivamente dai meridionali, data la cattiva divisione del
lavoro che caratterizza il nostro paese). La vera ritornanza è una
scelta. È la decisione di quei meridionali che hanno studiato al
Sud, sono andati a lavorare al Nord o all’estero, vi hanno maturato
competenze ed esperienze lavorative e decidono di ritrasferirsi nella
loro terra d’origine, aprendo attività artigianali, lavorando in
ricerche di avanguardia nelle Università - a proposito, lo sapevate
che l’Università della Calabria e quella di Napoli, per fare solo
due esempi, possiedono istituti di ricerca scientifica a livello
mondiale? -, rivitalizzando aziende agricole con procedimenti
innovativi e rispettosi dell’ambiente, e soprattutto creando lavoro
e occupazione in loco con le imprese da loro aperte.
Di
questi esempi Lino Patruno fa un lunghissimo elenco, con nomi,
cognomi, curricola, e sono storie affascinanti. Per questi uomini e
donne (molto numerose e coraggiose queste ultime, davvero l”anello
forte”) non è la nostalgia del paesello la spinta a ritornare, ma
gratitudine e fierezza verso le proprie radici, senso di appartenenza
e al tempo stesso di responsabilità, ricerca di un modo di vivere
più umano che non gli sfibranti e assurdi ritmi lasciati al Nord o
all’estero, e soprattutto voglia di contribuire, di infondere vita
nuova a un Meridione lasciato deliberatamente indietro, inconsapevole
della propria forza e dei propri meriti.
Altrettanto
dicasi per le altre categorie: la restanza e la resistenza. La
restanza è di coloro che scelgono di non partire, di non sentirsi
sconfitti o inferiori prima ancora di aver tentato a intraprendere
sul proprio territorio. E anche in questi casi sono citate storie di
impegno, di fatica, di successo nonostante le tre gravi tare del Sud:
una burocrazia pletorica, lenta e scarsamente efficiente, un fisco
assurdamente punitivo e soprattutto la presenza della malavita
organizzata (un tema a mio parere toccato troppo poco da Patruno,
anche se forse l’Autore ha giustamente voluto evitare le scontate
denunce di fenomeni già abbondantemente noti). Anche a questo
proposito vorrei fare un’osservazione decisamente controcorrente:
non la miseria crea la malavita, ma la malavita crea la miseria. Se
fosse vero il contrario, le regioni più malavitose e pericolose
d’Italia dovrebbero essere il mio Molise e la Basilicata, zone
storicamente poverissime ma che non hanno mai conosciuto la
criminalità mafiosa, mentre la malavita organizzata imperversa in
regioni di per sé potenzialmente molto ricche come la Sicilia, la
Campania e la Calabria.
E
dunque, il Sud ha vinto? Personalmente la mia risposta è no, non
ancora. Le iniziative descritte da Patruno sono molte e al di sopra
di ogni elogio, ma la strada da percorrere è ancora lunga, passa
soprattutto per un cambiamento di mentalità a livello politico: sarà
un’impresa da giganti passare da una classe puramente dominante a
una classe passabilmente dirigente. Però si sta silenziosamente
creando una nuova società civile, un ceto produttivo che può
cominciare a erodere la mentalità dello sconforto rassegnato, del
clientelismo amorale, della deleteria abitudine di aspettare che
qualcun altro venga a risolvere, miracolisticamente, i problemi al
posto nostro.
Questo
Meridione vincente, così ben descritto da Lino Patruno, combatte una
guerra silenziosa, perseverante, quotidiana tanto all'interno, contro
la sfiducia, l’arretratezza e l’apatia, quanto all’esterno,
contro il pregiudizio e la sufficienza con cui il Sud è stato troppo
a lungo considerato. Un libro come il suo è al tempo stesso una
rivendicazione culturale, un bilancio dei risultati già raggiunti e
un'indicazione per il futuro. Mi auguro, come ho scritto all’inizio,
che prima o poi libri del genere non siano più necessari, ma nel
frattempo c’è soltanto da desiderare che Il
Sud ha vinto
sia letto tanto al Sud, per farci riprendere coscienza della nostra
identità e delle nostre potenzialità, quanto soprattutto al Nord,
per contribuire a sfatare
almeno
qualche pregiudizio.
Giovanni
Romano