lunedì 1 giugno 2026

Erri De Luca, ovvero della schiena dritta

Non ho mai provato molta simpatia per Erri De Luca, ma di lui possiedo un solo libro, Impossibile, che mi destò rabbia e avversione quando lo lessi perché era una sfacciata apologia del terrorismo e una giustificazione a uccidere i "pentiti" (penso all'inferno che dovette passare Leonardo Marino).

Negli ultimi giorni, tuttavia, De Luca si è guadagnato da un lato l'odio e gli insulti della sinistra in cui ha sempre militato, e dall'altro l'apprezzamento di una parte della destra, almeno quella non pregiudizialmente contro Israele. Il motivo, com'è noto, sono le sue dichiarazioni, riportate dal Jerusalem Post in occasione della sua partecipazione al Congresso Internazionale degli scrittori in Israele, cui è intervenuto in videoconferenza:

«Sono vecchio – ha detto – e ho scritto molti libri, ma sono rimasto uno scrittore e un lettore. Le mie convinzioni politiche riguardano la mia coscienza di cittadino, ma non entrano mai nella mia scrittura». [Su questo avrei qualche dubbio, N.d.R].

Com’è noto, De Luca ha un passato di estrema sinistra in “Lotta Continua”. Di questo passato egli ha parlato, inevitabilmente collegandolo al presente. Lo scrittore napoletano ha raccontato (...) che le sue opinioni sulla situazione in Medio Oriente sono profondamente cambiate a un certo punto della sua vita: «La mia adesione alla causa palestinese è stata interrotta improvvisamente nel 1972, alle Olimpiadi di Monaco e con il massacro di Monaco. Il fatto che degli ebrei fossero stati assassinati in Germania mi ha completamente dissociato dalla causa palestinese da quel momento in poi».

E subito dopo è arrivato il colpo decisivo, la dichiarazione categorica che ha fatto di lui un uomo a schiena dritta in mezzo a un conformismo tanto piatto quanto vile (il 7 ottobre è stato ormai totalmente dimenticato):

A De Luca è stato poi chiesto del suo essersi definito sionista, e del prezzo pagato per questo. Ecco la risposta: «Non sono mai stato attaccato così tanto in Italia come ora, e sarò attaccato a lungo per queste convinzioni. Ma le mie convinzioni vengono prima dei miei interessi. Sono pronto a perdere tutto per le mie convinzioni».

Quando ho letto questa dichiarazione, confesso, ho tirato un sospiro di sollievo: finalmente uno che non si piega al politicamente corretto, uno che non guarda da una parte sola!

Tuttavia, proprio il suo esempio mi ha stimolato a una ulteriore riflessione: cosa significa, esattamente, essere a schiena dritta? E' una definizione che possiamo applicare in ogni e qualsiasi caso, quando qualcuno non rinuncia alle proprie idee nemmeno davanti all'opposizione del mondo intero?

Dirò cose molto ovvie, ma a me sembra che noi dobbiamo adoperare - e adoperiamo - l'espressione "a schiena dritta" solo quando entrano in gioco dei valori. In altre parole, non dobbiamo confondere la schiena dritta con l'arroganza e la protervia. Tutto dipende dalla causa per la quale non si è disposti ad accettare compromessi, né tantomeno offrire delle scuse. Nessuno, ad esempio, si azzarderebbe a definire Adolf Hitler un uomo a schiena dritta, anche se non vacillò mai mai dalle sue idee e non le rinnegò mai. Vanni Fucci, che nell'Inferno dantesco continua a insultare Dio, non è un uomo a schiena dritta ma soltanto un protervo. Entrambi, infatti, si oppongono apertamente al bene.

Viceversa, definiamo - non tutti - gente a schiena dritta coloro che non si inginocchiarono in segno di lutto per George Floyd, non per avversione alla sua persona ma per non piegarsi allo sfruttamento ideologico di quella morte, alla colpevolizzazione dell'uomo bianco in quanto tale. Oppure il ragazzino scozzese che non si è prostrato in moschea perché la prostrazione - gesto da schiavi - non è ammessa nel rapporto cristiano tra l'uomo e Dio, che invece è un rapporto tra Padre e figli. In questi due casi, come in quello di Erri De Luca, sono entrati in gioco dei valori, non una semplice ostinazione. Per De Luca, in particolare, si è trattato di dissociarsi pubblicamente dall'identificare una organizzazione terroristica e spietatamente oppressiva come Hamas con il popolo palestinese. Si è trattato di dire NO al terrorismo come strumento normale e quotidiano di sopraffazione e di lotta politica, peggio ancora con il fine ultimo dello sterminio.

Sul complesso delle idee di Erri De Luca non mi ricredo, me ne sento distante, ma il suo coraggio lo impone al rispetto di chi non la pensa come lui e riconosce la lealtà quando la vede.

Giovanni Romano

martedì 4 novembre 2025

TRANI, LA STRAGE DIMENTICATA - 1° APRILE 1799

 

Aprile sempre fu omicida

(Wisława Szymborska)


Mentre cercavo un altro libro, da un angolo remoto della mia biblioteca è riemerso un piccolo prezioso documento redatto a cura dell’Archeoclub di Trani: Le vittime civili dell’assedio francese del 1° aprile 1799 a Trani, a cura di Giuseppe Amorese, pubblicato nel bicentenario dell’evento (1999). (1)

Pur vivendo nemmeno a 10 km da questa città, fino a quel momento non sapevo nulla dell’assedio e della strage. Naturalmente, grazie alle reminiscenze scolastiche, un po’ mi ricordavo della campagna d’Italia di Napoleone e della serie di sanguinose rivoluzioni e controrivoluzioni che sconvolsero il Meridione, ma non sapevo che la Storia sarebbe arrivata in maniera così diretta e così cruenta letteralmente alle porte di casa, e avesse avuto conseguenze irreparabilmente gravi per Trani.

L’opuscolo, molto sintetico, non descrive la storia dell’assedio né dà dettagli sul modo in cui avvenne la strage. Si limita a dedicare ben 31 pagine su 40 all’impressionante elenco delle sole vittime civili, tanto di parte liberale (da ora in poi designati come “borghesi”) che di parte sanfedista o semplicemente non rivoluzionaria (da ora in poi designati come “popolo”), e a fornire una breve sintesi degli esiti che ebbe questa vicenda.

Il totale complessivo è agghiacciante: 774 persone. Furono uccisi in totale 743 uomini e 31 donne, comprese 4 donne che si tolsero la vita per non cadere nelle mani dei soldati ed essere stuprate.

Di questi, la stragrande maggioranza apparteneva al popolo (717 uomini e 30 donne, per un totale di 747), mentre le vittime borghesi furono in totale 31, vale a dire 30 uomini e 1 donna. Vi è dunque una (s)proporzione di quasi 1/24 tra le vittime borghesi, o liberali, e le altre. Non viene spiegato chi uccise chi, e in che modo. Nemmeno sappiamo se le vittime “borghesi” furono uccise durante l’assedio o prima, ma è certo che dovettero esserci gravi scontri tra le due parti.

Di particolare interesse due categorie: quella dei religiosi (sacerdoti e suore) e quella dei notabili. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, dall’elenco delle vittime appare che il clero non militava da una parte sola: i sacerdoti uccisi furono in totale 7, di cui 4 di orientamento liberale e 3 dell’altra parte. Persero la vita anche 2 suore, che ho conteggiato arbitrariamente tra le vittime popolari perché a quell’epoca le loro opinioni politiche, presumibilmente, non contavano.

Quanto ai notabili, sono riconoscibili dalla lettera “D.” che compare tra il nome e il cognome. Probabilmente corrispondeva a “Don”, titolo di rispetto che nel Meridione spettava alle persone di riguardo anche non appartenenti al clero. Nemmeno questa categoria militava da una parte sola, anzi le vittime, in maniera sconcertante, furono pari da ambo le parti: 21 tra i borghesi, 21 tra il popolo. Ma ai notabili “borghesi” bisogna aggiungere, con ogni probabilità, Giuseppe e Lorenzo Forges Davanzati, di sicura estrazione nobiliare. Il che fa pendere certamente la bilancia dalla parte dei liberali.

Per comprendere la reale portata di questa strage occorrerebbero tuttavia altri dati che qui non vengono riportati, prima di tutto il totale della popolazione tranese dell’epoca. Per quanto riguarda la provenienza sociale delle vittime, invece, una esile traccia ci può arrivare: Amorese accenna che dopo l’eccidio, le case di numerosi marinai vennero saccheggiate da sciacalli provenienti dai paesi vicini. Si tratta quindi di povera gente, ma anche qui bisognerebbe conoscere la percentuale delle vittime “popolari” rispetto al totale complessivo dello stesso ceto. Più elevate in proporzione, almeno credo, le perdite del ceto medio-alto, se non altro perché si trattava di un gruppo ristretto.

Guardando l’interminabile lista dei cognomi, non ho potuto fare a meno di riconoscerne molti, avendo insegnato a Trani per almeno sedici anni: Bassi, Bovio, Cortellino, Di Lauro, Di Lergna (probabilmente oggi corrisponde a Di Lernia), Laurora, Marasciuolo, Ragno, Tortosa, Triglione, Verzicco. Alcune famiglie, come i Di Lergna e i Bassi, furono vittime di un vero e proprio eccidio: 23 per i Di Lergna, 15 per i Bassi. Erano gente del popolo, a quanto pare, ma i processi del dopo-assedio furono intentati solo contro quelli che avevano assassinato i “liberali”. E solo i nomi dei “liberali” restano commemorati nella lapide a loro dedicata in Piazza Libertà. Sugli altri è caduto l’oblio.

Non condivido il giudizio finale dell’Autore, secondo cui questo fatto di sangue, pur nella sua crudeltà, portò “aria nuova” a Trani, e alla fine contribuì a cambiarne la mentalità in senso unitario-risorgimentale. Con quello che si rivelò il Risorgimento per il Sud, c’è da mettere seriamente in discussione l’idea che fosse un progresso per tutti. Sappiamo bene, ormai, chi ne trasse vantaggio e chi ne fu soltanto vittima. Si può invece senz’altro condividere la sua conclusione che questo avvenimento così funesto fu per Trani “l’inizio di una decadenza che portò alla perdita del suo primato. Infatti, in seguito a ciò, si ebbe il trasferimento del capoluogo da Trani a Bari e la perdita di tanti privilegi, che ne avevano fatto, nel tempo, un centro di prestigio in Terra di Puglia.” (pag. 4).

Giovanni Romano

N.B: L'immagine di copertina non si riferisce all'assedio di Trani ma è la celebre incisione che mostra le donne parigine in marcia, all'assalto della reggia di Versailles.

sabato 25 ottobre 2025

Il Sud non ha vinto, però combatte

 

Il primo pensiero che mi è venuto in mente, quando ho preso in mano questo libro, è che in un paese meno diviso del nostro un’opera del genere non sarebbe stata necessaria. Definire il rapporto tra Nord e Sud in termini di vittoria e sconfitta è il sintomo di un disagio grave, di una ferita non sanata. Libri del genere nascono in paesi nati non pacificamente, ma da un evento assai traumatico quale fu il nostro cosiddetto “Risorgimento”. Per fortuna, l’Autore ha meritevolmente evitato i due pericoli analoghi ma opposti che si presentano puntualmente quando si viene a trattare l’ormai incancrenita “questione meridionale”: da un lato, non ha chiamato in causa la retorica patriottarda neo-risorgimentale “alla Ciampi” che ha soltanto nascosto la polvere sotto il tappeto senza risolvere nessun problema reale; dall’altro, ci ha giustamente risparmiato le geremiadi dei neoborbonici, cantori illusi di un Regno delle Due Sicilie ricco, felice e bene amministrato, che in realtà non è mai esistito. Altrimenti non sarebbe crollato come un castello di carte nel giro di sei mesi o poco più.


Consentitemi di fare un passo indietro. Alla mia generazione hanno insegnato ad accendersi di sacro furore patriottico davanti a quel che dichiarò il primo ministro austriaco Metternich al Congresso di Vienna: “L’Italia è solo un’espressione geografica”. Solo molti anni dopo, grazie ai miei studi di scienze politiche e a mature riflessioni, mi è stato chiaro che - fatta la tara per la volontà di dominio dell’Impero austriaco sul Nord Italia - la frase non era affatto offensiva, era una semplice presa d’atto della realtà. Uno svedese, un norvegese, un finlandese o un danese si sono mai offesi nel sentir definire la Scandinavia “una espressione geografica”? Elementi di affinità tra le varie parti del nostro paese esistevano senz’altro anche prima dell’Unità, si poteva parlare a giusto titolo di “Italia” fin dai tempi di Dante e di Petrarca, ma i regimi politici erano differenti, le economie erano differenti, le strutture sociali erano differenti. La faglia Nord/Sud esiste davvero, e non serve a niente né esorcizzarla a forza di discorsi né invelenirla a forza di lamenti.


Che il Sud sia stato conquistato e occupato manu militari è fuori di dubbio. Che le attese di un cambiamento sociale e di un miglioramento delle condizioni di vita del popolo meridionale siano state disattese e tradite già durante la conquista garibaldino-piemontese, anche questo è fuori di dubbio. Che il Sud sia stato adoperato fin dall’inizio dell’Unità come vacca da mungere a forza di tasse, e soprattutto serbatoio di carne da cannone per le velleitarie e disastrose ambizioni della cricca “liberale” che giocava alla grande potenza, anche questo è un fatto. Il “problema” del Sud è stato sistematicamente “risolto” con l’emigrazione, sia verso altri paesi che verso il Nord, il che ha comportato depressione economica, drenaggio dei talenti e impoverimento demografico. Che dal momento della conquista piemontese in poi il Sud sia stato funzionale allo sviluppo del Nord, e per giunta continuamente vituperato e rimproverato per la sua “arretratezza”, anche questo è incontrovertibile, ed è il paradosso che Patruno ha messo giustamente in luce. Ma questo non fa altro che confermare il deterioramento di un rapporto già nato con il piede sbagliato.


E tuttavia, prima di affrontare il libro nel merito, mi sia consentito di puntualizzare due elementi che forse aiutano a chiarire la questione. Il primo è che il Sud non ha mai conosciuto i liberi comuni, ma solo la prepotenza di feudatari tanto oppressivi contro la popolazione quanto incapaci di difenderla contro le incursioni esterne, in particolare quelle provenienti dai paesi islamici. Il Sud non ha mai avuto una classe dirigente, solo una classe dominante. Di conseguenza è mancato - e in gran parte ancora manca - il senso civico che nasce dall’essere cittadini e non sudditi, dall’avere voce in capitolo nell’amministrazione della propria città, dal sentirsi responsabili per le cose che non vanno e non limitarsi al lamento. Senso civico che invece è ancora in gran parte presente al Nord. Pensiamo ad esempio alla diversa reazione nei confronti dell’ondata di furti che sta imperversando nel nostro paese: al Sud si chiede l’intervento dello Stato, percepito però come una entità remota, indifferente, dalle risorse perennemente insufficienti e sempre dirottate a settentrione. Al Nord invece, e non al Sud, si organizzano le ronde, i negozianti segnalano i truffatori nelle chat di quartiere o degli ordini professionali. Al Nord, e non al Sud, sono nate le società di mutuo soccorso e le Misericordie, un modello fortunatamente imitato anche qui.


Il secondo elemento, conseguente al primo, è che il Sud è stato sempre terra da invadere, una terra che - brigantaggio a parte - non ha mai opposto una significativa resistenza agli invasori, e anzi più di una volta ha sconsideratamente aperto le braccia a chiunque lo volesse occupare, fossero i bizantini gli arabi, i normanni, gli svevi, gli angioini, i Borboni, gli austriaci o i sabaudi, gli americani o i clandestini islamici. Tutti quanti hanno spadroneggiato più che governare, di fronte a una società civile praticamente inesistente, che peggio ancora si è sempre attesa la soluzione dei problemi proprio da chi veniva a crearcene altri. Al Sud è mancata una Pontida, una lega che si scrollasse di dosso dominatori dispotici e arroganti, anche perché le nostre classi dominanti - dominanti, insisto, non dirigenti! - si sono sempre mostrate disposte a qualunque compromesso con gli invasori pur di mantenere il proprio potere: Gattopardo docet. È vero che anche il Nord ha conosciuto dominazioni straniere - spagnoli e austriaci in primis - ma a fare da contrasto, a diventare egemone e ultimamente a vincere, c’era uno strato sociale che il Sud non ha avuto se non in misura irrisoria: una borghesia produttiva ed economicamente indipendente. Ci piaccia o meno, da noi al Sud è stato il feudalesimo ad affermarsi. Nei favoritismi, nell’inerzia burocratica, nello scarso senso civico, nell’aspettarsi la soluzione dei problemi sempre dall’intervento altrui.


E allora, dove sarebbe la vittoria del Sud? Qui stanno l’utilità e il valore del libro di Lino Patruno. La vittoria passa prima di tutto dalla presa di coscienza di noi meridionali sui rapporti di forza e sugli scopi che condizionano il rapporto squilibrato tra il Settentrione e il Meridione. Non ci vuole un corso di scienze politiche per capire che il sottosviluppo del Sud è funzionale allo sviluppo del Nord. Ma è proprio questo il punto della riscossa: il Sud non deve diventare la brutta copia del Nord. Il Sud possiede una storia propria, valori propri, e soprattutto un modo diverso di vivere: quel che Patruno chiama “la lentezza”.


Bisogna subito chiarire le idee: “Lentezza” non è sinonimo di apatia o di pressapochismo. È l’opposto della nevrosi da accumulo, della corsa affannosa dietro il profitto e il denaro, dell”efficienza” e dello sgobbare a tutti i costi, tre patologie che finiscono per isolare l’individuo e distruggono la sua personalità. Una volta ebbi l’occasione di incontrare una mia amica che da qualche anno era impiegata presso la segreteria del tribunale in una prospera provincia veneta. Mi raccontò che proprio nella sua circoscrizione, dove la gente si ammazza di lavoro durante la settimana e va a ubriacarsi nel weekend, e dove il lavoro fagogita tutta l’esistenza e non c'è posto per altri interessi - men che mai la cultura - è una delle zone con il più alto tasso in assoluto di malattie mentali e di esaurimenti nervosi in Italia. Non è questo il “modello di sviluppo” che ci interessa.


Lentezza” è dunque capacità di appassionarsi a quello che si sta facendo ma con un minimo di distacco e ironia, significa trovare tempo per guardare in faccia gli altri e coltivare i rapporti umani, non lasciarsi travolgere da ritmi insensatamente accelerati che alla fine non conducono da nessuna parte. L’Autore cita opportunamente un sociologo e filosofo che ho avuto la fortuna di avere come docente all’Università di Bari, il professor Franco Cassano. Uno studioso che come pochi altri ha saputo conciliare il rigore e l’approfondimento della sua disciplina con l’attenzione a ciascuno dei suoi studenti come persone. Lino Patruno cita una mole impressionante di dati, chiama in causa gli autori più disparati per dimostrare che la vita a misura d’uomo caratteristica del “pensiero meridiano” (ottima definizione elaborata dal professor Cassano) non solo è possibile ma anche necessaria, ultimamente più produttiva di una spasmodica e inconcludente corsa al denaro e alla carriera, che troppo spesso - aggiungo io - oggi si conclude solo col licenziamento.


A questo proposito, però, vorrei fare un’osservazione critica. Né Patruno né uno solo degli autori citati propongono quello che ai miei occhi è il sistema più pratico per reintrodurre concretamente, almeno in parte, un ritmo di vita più “lento”: l’abolizione dell’ora legale e il ritorno all’ora solare per tutto l’anno. Non voglio dilungarmi in polemiche, anche se sono più che pronto ad affrontarle, ma mi meraviglio che un provvedimento del genere non sia mai stato preso in considerazione, anzi che si proponga insensatamente il contrario. L’ora legale è l’ora dei padroni, un’alterazione violenta dei nostri ritmi biologici che non rende più lunga la giornata, se mai la rende più convulsa (“Come, sono già le otto?”), ci toglie il riposo ed è funzionale solo allo sfruttamento dei lavoratori. Ben lo sapevano gli operai della FIAT che negli anni ‘20 scioperarono invano contro di essa (il dimenticato “sciopero delle lancette”) solo per venire abbandonati dai loro stessi sindacati.


Questa però è una questione tutto sommato secondaria. L’interesse dell’Autore si focalizza giustamente su tre categorie di atteggiamenti, la ritornanza, la restanza e la resistenza, cui se ne aggiunge un quarto: la decisione di alcuni - purtroppo pochi - “nordici”, arrivati qui per scelta o più spesso per matrimonio o per lavoro, di trasferirsi definitivamente al Sud perché vi hanno trovato una qualità di vita migliore, e rapporti umani quasi assenti al Nord.


Ci sono due tipi di ritornanza, uno solo dei quali interessa l’Autore, e non a torto. Ritornanza non è il ritorno sconsolato dei vinti, di quelli sconfitti dal naufragio dei loro sogni oppure espulsi da un costo della vita ormai proibitivo, specialmente per gli insegnanti e gli impiegati, (due categorie alle quali il Nord attinge ampiamente se non esclusivamente dai meridionali, data la cattiva divisione del lavoro che caratterizza il nostro paese). La vera ritornanza è una scelta. È la decisione di quei meridionali che hanno studiato al Sud, sono andati a lavorare al Nord o all’estero, vi hanno maturato competenze ed esperienze lavorative e decidono di ritrasferirsi nella loro terra d’origine, aprendo attività artigianali, lavorando in ricerche di avanguardia nelle Università - a proposito, lo sapevate che l’Università della Calabria e quella di Napoli, per fare solo due esempi, possiedono istituti di ricerca scientifica a livello mondiale? -, rivitalizzando aziende agricole con procedimenti innovativi e rispettosi dell’ambiente, e soprattutto creando lavoro e occupazione in loco con le imprese da loro aperte.


Di questi esempi Lino Patruno fa un lunghissimo elenco, con nomi, cognomi, curricola, e sono storie affascinanti. Per questi uomini e donne (molto numerose e coraggiose queste ultime, davvero l”anello forte”) non è la nostalgia del paesello la spinta a ritornare, ma gratitudine e fierezza verso le proprie radici, senso di appartenenza e al tempo stesso di responsabilità, ricerca di un modo di vivere più umano che non gli sfibranti e assurdi ritmi lasciati al Nord o all’estero, e soprattutto voglia di contribuire, di infondere vita nuova a un Meridione lasciato deliberatamente indietro, inconsapevole della propria forza e dei propri meriti.


Altrettanto dicasi per le altre categorie: la restanza e la resistenza. La restanza è di coloro che scelgono di non partire, di non sentirsi sconfitti o inferiori prima ancora di aver tentato a intraprendere sul proprio territorio. E anche in questi casi sono citate storie di impegno, di fatica, di successo nonostante le tre gravi tare del Sud: una burocrazia pletorica, lenta e scarsamente efficiente, un fisco assurdamente punitivo e soprattutto la presenza della malavita organizzata (un tema a mio parere toccato troppo poco da Patruno, anche se forse l’Autore ha giustamente voluto evitare le scontate denunce di fenomeni già abbondantemente noti). Anche a questo proposito vorrei fare un’osservazione decisamente controcorrente: non la miseria crea la malavita, ma la malavita crea la miseria. Se fosse vero il contrario, le regioni più malavitose e pericolose d’Italia dovrebbero essere il mio Molise e la Basilicata, zone storicamente poverissime ma che non hanno mai conosciuto la criminalità mafiosa, mentre la malavita organizzata imperversa in regioni di per sé potenzialmente molto ricche come la Sicilia, la Campania e la Calabria.


E dunque, il Sud ha vinto? Personalmente la mia risposta è no, non ancora. Le iniziative descritte da Patruno sono molte e al di sopra di ogni elogio, ma la strada da percorrere è ancora lunga, passa soprattutto per un cambiamento di mentalità a livello politico: sarà un’impresa da giganti passare da una classe puramente dominante a una classe passabilmente dirigente. Però si sta silenziosamente creando una nuova società civile, un ceto produttivo che può cominciare a erodere la mentalità dello sconforto rassegnato, del clientelismo amorale, della deleteria abitudine di aspettare che qualcun altro venga a risolvere, miracolisticamente, i problemi al posto nostro.


Questo Meridione vincente, così ben descritto da Lino Patruno, combatte una guerra silenziosa, perseverante, quotidiana tanto all'interno, contro la sfiducia, l’arretratezza e l’apatia, quanto all’esterno, contro il pregiudizio e la sufficienza con cui il Sud è stato troppo a lungo considerato. Un libro come il suo è al tempo stesso una rivendicazione culturale, un bilancio dei risultati già raggiunti e un'indicazione per il futuro. Mi auguro, come ho scritto all’inizio, che prima o poi libri del genere non siano più necessari, ma nel frattempo c’è soltanto da desiderare che Il Sud ha vinto sia letto tanto al Sud, per farci riprendere coscienza della nostra identità e delle nostre potenzialità, quanto soprattutto al Nord, per contribuire a sfatare almeno qualche pregiudizio.


Giovanni Romano


venerdì 10 ottobre 2025

Il ciclismo salutista che non aiuta la mobilità urbana



Per due anni ho fatto il pendolare in auto tra Corato e Ruvo di Puglia. Percorrevo la strada provinciale 231, ex SS 98, e mi capitava spesso di imbattermi in ciclisti, da soli o in gruppo, attrezzati di tutto punto su biciclette da corsa, con tute e caschi degni del Tour De France.

Confesso che più di una volta mi hanno reso la vita difficile, specialmente quando li ho trovati in gruppo nei pressi di una assurda, pericolosissima strettoia alle porte di Ruvo a causa di lavori mai completati. Ma non è di questo che voglio parlare. Piuttosto, mi colpiva una riflessione: quanti di questi attrezzatissimi ciclisti usano la bici come strumento normale di spostamento all'interno della città, come invece avviene in Emilia Romagna? Praticamente nessuno. Molti di loro - c'è da scommetterci - nella vita quotidiana li ritroviamo al volante di ingombranti SUV.

E allora, a che serve questa forma di ciclismo? E' puro salutismo e poco altro, nella migliore delle ipotesi un turismo ecologico per strade di campagna poco frequentate, ma non ha nessuna incidenza sulla vita quotidiana e sulla mobilità urbana, che almeno da queste parti resta affidata interamente alle auto private, con conseguente perenne intasamento del traffico.

Lo stesso discorso si può fare per le "biciclettate". Sono iniziative estemporanee che in fondo lasciano il tempo che trovano. Si pedala allegramente tutti in gruppo, ben protetti dalla polizia urbana, su strade accuratamente predisposte e sgomberate in anticipo, ma anche qui, finita la festa, si torna alle automobili, non si crea mentalità.

E' vero che - soprattutto ai fondi del PNRR - nei nostri paesi sono state predisposte piste ciclabili, ma la bicicletta, se vuole essere un vero mezzo di trasporto, non ha bisogno di "riserve indiane". Ha bisogno di riconquistare le strade normali. Quante vie della sola Corato ridiventerebbero larghe e transitabili se solo il 20% degli automobilisti tornasse alle due ruote!

A parte l'irrealizzabilità di questo desiderio (la mentalità dell'auto come status symbol, o la pigrizia pura e semplice, è troppo radicata), vanno tenuti presenti due ulteriori ostacoli. Il primo è l'eccesso di regolazioni che minacciano l'uso della bici: si vogliono introdurre obbligatoriamente casco, ginocchiere, parastinchi, guanti e chissà quant'altro. Nemmeno si dovesse partire per un safari. Furono proprio tutte queste regole a dissuadermi dal girare in bicicletta durante un mio viaggio in Canada: poi non meravigliatevi se da quelle parti l'obesità è una piaga sociale. La bicicletta è, e deve rimanere, il mezzo di trasporto più informale che ci sia: inforchi, pedali e vai. Senza attrezzature e senza formalità.

Il secondo ostacolo, paradossalmente, è la diffusione delle pseudo-biciclette elettriche, queste sì dannose per l'ambiente sia per l'inquinamento indiretto causato dalla ricarica delle batterie, sia dai costi di smaltimento delle dette batterie una volta esaurite. Non aiutano a irrobustire il fisico per colpa della "pedalata assistita", diventano pesantissime se le batterie si esauriscono. Senza contare che spesso sono montate da giovinastri o da ragazzini in vena di bullismo. Ditemi voi se veder sfrecciare una pseudo-bici a 50 km/h col semaforo rosso, e col rischio di investire i pedoni, è ciclismo, o piuttosto la sua fine.

Giovanni Romano

lunedì 2 giugno 2025

Russia: un colpo devastante

 


Premessa: questo scritto contiene esclusivamente delle mie considerazioni personali, non può né vuole essere una analisi del conflitto russo-ucraino, e non ha nessuna pretesa di completezza. Era però da molto tempo che avrei voluto puntualizzare alcuni elementi di questa guerra che mi sembrano degni di considerazione. Quel che è avvenuto ieri, 1 giugno 2025, è stata la spinta decisiva a intraprendere questo lavoro.

Una cosa salta subito agli occhi di chiunque abbia osservato l’andamento del conflitto russo-ucraino da quel tragico giovedì 24 febbraio 2022: il suo carattere di stallo sanguinoso tipico di una guerra di posizione, cosa del tutto paradossale in un teatro operativo come quello ucraino quasi privo di ostacoli naturali, e dove entrambe le parti dispongono – o disponevano – di abbondanti e sofisticate forze corazzate. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il fronte ucraino vide avvicendarsi violentissimi combattimenti tra divisioni corazzate altamente mobili, durante i quali il fronte arretrava o avanzava di decine di chilometri al giorno, e città importanti come Kiev, Odessa e Sebastopoli caddero, vennero occupate e furono riprese con brillanti manovre da ambo le parti.

Come mai, a distanza di quasi ottant’anni, e con mezzi militari ben più sofisticati, questo non è avvenuto? Come mai, dopo l’iniziale avvicinamento russo a Kiev e la successiva ritirata, nessuna delle due parti ha potuto vantare un successo veramente decisivo? A parte la conquista di Mariupol da parte dei russi e la temporanea avanzata ucraina nella regione di Kursk, il fronte sembra essersi stabilizzato a tal punto che la conquista o riconquista di uno o due piccoli villaggi è stata gonfiata dalla propaganda fino ad apparire una grande vittoria, senza che poi accadesse più nulla per mesi interi, beninteso se s’intende l’espressione “non accadere nulla” come uno stillicidio atroce di vite umane che nemmeno interessa più i telegiornali.

Non è questa la sede per allargare il discorso sulla diplomazia e sugli attori a livello internazionale che stanno dietro a questa tragedia, ai fiumi di denaro e di armamenti che l’UE e fino a poco tempo fa anche gli USA hanno riversato in Ucraina e hanno permesso a questa nazione di reggere l’urto di un nemico tanto più forte – almeno sulla carta. Per i nostri scopi, sarà sufficiente indicare quel che si è rivelato il protagonista indiscusso di questo conflitto: il drone, che ha completamente obliterato quello che era il sistema d’arma che fu protagonista del conflitto mondiale, il carro armato. Questi congegni più o meno grossi, più o meno sofisticati, più o meno armati si sono dimostrati estremamente micidiali contro i veicoli e le navi, contro le persone, contro le strutture, per di più sono difficilmente rilevabili dai radar e sfuggono alla contraerea tradizionale. Soprattutto, grazie a loro e ai satelliti è diventato possibile il controllo completo del campo di battaglia: nulla di quel che si muove, uomo o veicolo, può più sfuggire, viene attaccato e distrutto immediatamente. La spiegazione dell’immobilità del fronte è tutta qui.

Sembrava che questa situazione dovesse prolungarsi all’infinito, a sentire le propagande contrapposte, ormai da anni la Russia non aveva più mezzi e l’Ucraina non aveva più soldati, ma da poche ore è accaduto qualcosa di inaspettato. Già da anni l’Ucraina si era rivelata in grado di effettuare azioni di sorpresa in territorio russo, in particolare sabotaggi e omicidi mirati di comandanti militari d’alto grado (iniziative che la controparte non è stata in gradi di replicare ai danni del nemico), ma stavolta la Russia è stata colpita come mai prima nel cuore stesso del suo territorio, con attacchi simultanei, ben coordinati e devastanti che non si sono limitati alle infrastrutture militari ma anche alle installazioni civili con perdite umane freddamente calcolate in anticipo.

A quanto ammesso anche dai russi, sono stati distrutti 40 bombardieri strategici con capacità atomiche, il che significa l’annientamento di una parte sostanziale dell’arsenale di deterrenza a disposizione della Russia, se si eccettuano i missili. Per la prima volta i droni ucraini hanno colpito località remotissime dal fronte come Murmansk, Irkutsk, Ryazan e Ivanovo. Per dare l’idea della profondità senza precedenti dell’offensiva, Munmarsk è a nord del Circolo Polare Artico, a oltre 2.000 km da Kiev, Ryazan a 744 km, Ivanovo a oltre 900 km, e soprattutto Irkutsk è a oltre 4.500 km, nel cuore della Siberia.

A parte l’audacia dell’infiltrazione delle piattaforme di lancio montate su comuni autocarri, del tutto sfuggiti al controllo dei russi, questo attacco significa qualcosa di ben più importante, non è solo un danno materiale già ingente di suo, ma è il crollo definitivo di uno dei vantaggi strategici che la Russia finora possedeva: l’immensità del suo territorio, la profondità delle sue retrovie che fino a ieri – letteralmente! – le avevano permesso di assorbire e respingere qualunque invasore proveniente da Ovest. Mai Napoleone si era sognato di andare oltre Mosca. Mai i tedeschi si erano potuti nemmeno lontanamente avvicinare ai monti Urali, al di là dei quali i Russi continuavano indisturbati a produrre enormi quantità di carri armati, aerei e pezzi d’artiglieria. Ora questo non è più vero: l’attacco di ieri ha dimostrato che la Russia può essere colpita in qualunque sua parte, quando, come e dove il nemico abbia deciso di colpire.

Penso che il contraccolpo morale sia stato enorme, tanto in patria che all’estero. L’Ucraina – che da anni aveva previsto una guerra con la Russia e si era preparata di conseguenza in segreto, con l’aiuto degli USA – si è rivelato un nemico micidiale, estremamente duro e ben equipaggiato. Con la presunzione tipica degli autocrati isolati dentro il proprio potere, Putin aveva sottovalutato il proprio avversario, la sua determinazione, le risorse e le alleanze sulle quali poteva contare. Si può discutere – ed è probabilmente vero – se l’Ucraina intendesse diventare la testa di ponte per armi a medio raggio destinate a mettere sotto pressione e ricattare la Russia. Ci si chiede cosa potrà accadere adesso al tavolo delle trattative, ammesso che siano possibili dopo un attacco del genere.

Una cosa è certa: l’Ucraina non può avere agito da sola. Si è trattato di una vittoria non soltanto sua ma soprattutto del partito della guerra a ogni costo da cui viene spalleggiata, e che sta già impoverendo l’Europa con ingentissime spese militari. Non è assolutamente un caso che l’attacco sia avvenuto alla vigilia della ripresa dei colloqui di pace. E se fosse vera la voce che gli USA non erano stati informati di questa operazione – da quando è stato eletto Trump gli USA hanno cessato di fornire intelligence agli ucraini – l’unica conclusione che si può trarre è che da questo momento l’America e la pace hanno un nemico in più: la UE.

Giovanni Romano

domenica 1 giugno 2025

Attenti ai messaggi motivazionali!

 


Mi è capitato di vedere scritto in un meme di Facebook:

Non disperare mai. Nessuna situazione è senza uscita, pensa agli astici nei serbatoi delle cucine del Titanic”.

Come già nella favola della volpe e dell’uva, l’esempio non è del tutto pertinente. È vero che probabilmente quei poveri astici saranno riusciti a scappare dalle vasche, ma può ben darsi che il sollievo sarà stato soltanto temporaneo. Prima di tutto, l’acqua dell’oceano è ben piu’ gelida di quella delle vasche, una temperatura alla quale gli astici certamente non erano abituati, e già quello sarebbe bastato a farli morire. In secondo luogo il Titanic è affondato in una fossa di 4.000 metri, e se avrà trascinato a fondo anche gli astici, questi saranno morti per la pressione dell’acqua, in un ambiente dove non potevano vivere. Infine, anche se gli astici fossero riusciti a uscire dalle vasche e nuotare in pieno oceano (cosa altamente improbabile, le vasche dovevano essere chiuse) non sarebbero stati in grado di nuotare per centinaia e centinaia di miglia fino ad arrivare alle acque poco profonde che sono il loro habitat (circa 50 metri al massimo), e quindi sarebbero morti, paradossalmente, per sfinimento e annegamento.

Una liberazione solo apparente, quindi. Ecco perché diffido di tanti messaggi “motivazionali”. La realtà è amara, molto più amara di quanto pensiamo, e tanto vale affrontarla com'è, senza illusioni. Una scialuppa a portata di mano è meglio di qualsiasi discorso d’incoraggiamento.

Giovanni Romano

sabato 24 maggio 2025

Il Serpente di Spoon River




 

Gli empi attirano su di sé la morte

con parole e con atti.
Ritenendola amica,
si consumano per essa
e con essa concludono alleanza
perché sono degni di appartenerle”
(Sap 1, 16)


Cominciarono ad accusarmi di libertinaggio,
non essendoci leggi antiblasfeme.
Poi mi rinchiusero per pazzo,
e qui un infermiere cattolico mi uccise di botte.
La mia colpa fu questa:
dissi che Dio mentì ad Adamo, e gli assegnò
di condurre una vita da scemo,
d’ignorare che al mondo c’è il bene e c’è il male.
E quando Adamo imbrogliò Dio mangiando la mela
e si rese conto della menzogna,
Dio lo scacciò dall’Eden per impedirgli di cogliere
il frutto della vita immortale.
Santo cielo, voi gente assennata,
ecco ciò che Dio stesso ne dice nel Genesi:
«E il Signore Dio disse: “Ecco che l’uomo
è diventato come uno di noi (un po’ d’invidia, vedete)
a conoscere il bene e il male» (la menzogna che tutto sia bene!);
«e allora, perché non allungasse la mano a prendere
anche dell’albero della vita e mangiarne, e non vivesse eterno;
per questo il Signore Iddio lo scacciò dal giardino dell’Eden».
(La ragione per cui credo che Dio crocifiggesse Suo Figlio,
per uscire da quel brutto pasticcio, è che ciò è proprio degno di Lui).

Wendell P. Bloyd
Antologia di Spoon River”


A questa poesia, che ritengo la più profonda e anche la più subdola bestemmia mai scritta, dedicai ampio spazio di discussione nel mio libro Invito a Spoon River, pubblicato nel 2013. Scrissi allora che Bloyd aveva manipolato le Sacre Scritture, stravolgendo deliberatamente il racconto biblico: è il Serpente a mentire, non Dio, quando si rivolge a Eva dicendo: “È vero che Dio vi ha proibito di mangiare tutti i frutti del suo giardino?...”, e il resto è noto.

Scrissi anche che una spia della malafede di Bloyd è appunto l’omissione del Serpente, perché – così mi parve di intuire – egli stesso è il Serpente, egli stesso è il tentatore che ripete puntualmente lo stratagemma diabolico: mettere l’uomo contro Dio, distruggerne il rapporto di amicizia e di fiducia, dividere la creatura dal creatore1. Aggiunsi che Adamo non stava affatto vivendo “una vita da scemo”, se è “da scemi” essere stato fatto signore di tutto l’universo. Inoltre, misi in rilievo un altro aspetto dell’inganno nella narrazione capziosa di Bloyd: perché il Serpente non aveva consigliato ad Adamo ed Eva di mangiare prima dell’albero dell’immortalità, e solo poi di quello della conoscenza del bene e del male? La risposta è ovvia: perché Adamo ed Eva dovevano gettare via per niente tutti i beni che già possedevano, inclusa forse l’immortalità, o quanto meno la mancanza di dolore anche nella morte. Lasciamo perdere, infine, il sofisma più grossolano di tutti: se Dio fosse stato così privo di scrupoli, così spietato verso le Sue creature, perché mai avrebbe dovuto avvertire il bisogno di “uscire da quel brutto pasticcio”? Lui così onnipotente doveva forse render conto a qualcuno?

Per molti anni mi sono accontentato di rispondere così a questa poesia, la più negativa in assoluto di Spoon River, quella più carica di rabbia cosmica, ma solo ora mi sono accorto del suo vero veleno, di dove si annida realmente la tentazione, tanto più insidiosa perché fa appello a un atteggiamento che chiunque avrà provato almeno una volta nella vita: “La menzogna che tutto sia bene!”.

Come possiamo dire che “tutto è bene”, in effetti, davanti ai lutti, alle malattie, ai fallimenti, alle disgrazie, alla morte? Come possiamo dirlo davanti alle ingiustizie, alle stragi, alle guerre, alle epidemie? Come si fa a definirli “bene”? Non è forse giustificata l’accusa mossa ai cristiani di “tenere una partita doppia” dove i conti tornano sempre, in spregio a ogni evidenza del contrario?2

Senza nulla togliere allo scandalo del dolore, e specialmente del dolore innocente, a questa accusa si può rispondere su due piani, uno storico e l’altro ontologico (che è il piano della risposta a Wendell P. Bloyd). Primo, il cristiano non usa la sua fede come anestesia contro il dolore ma come suo superamento, anche a livello operativo. Da dove sono nati gli ospedali, che l’antichità pagana non conosceva, abbandonando di fatto i malati a sé stessi? Da dove sono nati i brefotrofi che accoglievano i neonati, anziché lasciare esposti sulla pubblica piazza quelli scartati dalle loro famiglie? Da dove sono nate le confraternite, le mense per i poveri, gli ordini mendicanti che riscattavano gli schiavi cristiani dai saraceni? Da dove è nata la difesa della dignità dei lavoratori sfruttati dal capitale?

Tutte queste opere sono nate dallo sguardo diverso sulla vita – e qui siamo già sul piano ontologico – di chi si riconosce creatura, e non invidioso rivale del Creatore. La carità cristiana non ha nulla a che vedere con l’”altruismo” e con la filantropia di matrice laicista, men che meno con la fatica amara e senza orizzonte di un Sisifo che rinfaccia a Dio tutto il male, come ne La Peste di Camus. Pare che l’odio di Bloyd abbia voluto risparmiare almeno Cristo, che lui vede solo come una vittima cinicamente sacrificata dal Padre Suo per togliersi d’impiccio. Ma non così hanno ragionato gli apostoli, non così hanno ragionato e ragionano i cristiani. Solo una grande positività, una grande forza, una profondità e una bontà senza paragone potevano coinvolgere e trasformare la vita di chi conobbe Cristo e di chi nei secoli Lo ha seguito.

Ma soprattutto, l’accusa di Bloyd è viziata da una insanabile contraddizione interna. Se l’uomo resta giudice unico del bene e del male3, la sete di infinito di cui è fatto resterà senza risposta, la sua ricerca sarà senza approdo, il dolore non sarà eliminato ma diventerà sempre più insopportabilmente pesante. Finirà per trovare sempre meno “bene” nella realtà, sempre più motivi di scandalo, di contraddizione, di rifiuto. Diventerà sempre meno capace di positività, fino all’autodistruzione o alla violenta imposizione di un proprio progetto. Di questa sinistra entropia il nostro tempo ha già visto fin troppe testimonianze con le ideologie, con la droga e con i “nuovi diritti”, primo tra tutti il suicidio assistito.

Wendell P. Bloyd è la persona più sola di Spoon River. Ha già compiuto in sé la parabola dell’autodistruzione. Nel suo mondo non c’è niente che si possa definire un bene, tanto è ossessionato dal suo stesso risentimento4. Eppure, nell’Antologia questo epitaffio trova il suo straordinario contraltare in quello di Padre Malloy, forse l’omaggio più grande che un ateo abbia mai tributato a un sacerdote cattolico. Non fu certo per amore di par condicio che Lee Masters creò due ritratti così potenti, ma per cogliere la realtà in tutte le sue dimensioni, fino alle polarità più esasperate. Bloyd visse e morì solo, Padre Malloy viene celebrato – caso unico in tutta l’Antologia – dai suoi amici non credenti che si erano sentiti inaspettatamente guardati, compresi, stimolati a sollevare a loro volta lo sguardo.

Dai loro frutti li riconoscerete”. Sta a noi tenere aperti lo guardo, l’intelligenza e il cuore per poter dire, ogni giorno della vita e fino alla fine, “ne vale la pena”, e rifiutare i frutti avvelenati del risentimento e del rancore.


Giovanni Romano

1. Etimologicamente, “Diavolo” deriva dal greco “dià-ballèin”: dividere, separare, mettere contro.

2. Cfr. il libro di Franco Cassano Partita doppia, e molto di più l’opera di Albert Camus.

3. Questo è il significato riposto della frase “conoscerete il bene e il male”. In realtà, l’originale ebraico suona così: “Sarete voi a decidere cosa è bene e cosa è male”.

4. Hannah Arendt osservava molto acutamente che il rancore è la cifra caratteristica della modernità. L’uomo accetta solo ciò che si è fabbricato da sé, il prodotto fabbricato dalle sue mani, quello che ha già misurato e calcolato, ma si risente di fronte a quello che gli viene “semplicemente e misteriosamente dato”.