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martedì 1 settembre 2020

La marcia dei 38.000



Tutti abbiamo visto quel che è accaduto a Berlino domenica scorsa, 30 agosto: un corteo di “no mask” degenerato in violenti scontri con la polizia e culminato addirittura in un assalto al Bundestag. Cosa assolutamente senza precedenti nella Germania del dopoguerra.

I nostri media hanno liquidato sbrigativamente la manifestazione come una prova di forza dell’estrema destra e un grave attacco alle istituzioni democratiche. Effettivamente, colpisce e inquieta la presenza delle bandiere nere-bianco-rosse della Germania imperiale (dato che non si possono portare né esibire ben altre bandiere), come pure il motivo stesso della manifestazione: la protesta contro le restrizioni introdotte dal governo per evitare il diffondersi del COVID-19, in particolare l’obbligo della mascherina e del distanziamento sociale. Sfidando deliberatamente queste regole, i manifestanti hanno sfilato senza mascherina e senza osservare nessun distanziamento sociale.

Una condotta scriteriata, si dirà. E può essere vero. Non condivido l’isteria dei no-vax né dei no-mask, né tanto meno le teorie complottistiche al limite della paranoia che ad esempio collegano il 5G alla diffusione del virus, che minimizzano l’epidemia e i suoi numeri, che vedono in questa pandemia una mistificazione o un complotto. Atteggiamenti irrazionali che purtroppo la Rete amplifica di molto (anche se le voci piu’ assurde circolavano pure all’epoca della peste nei Promessi Sposi).


Tuttavia, è necessario andare a fondo su una manifestazione tanto anomala che presumibilmente avrà scosso l’opinione pubblica in Germania e all’estero. In primo luogo, il numero dei partecipanti: 38.000 persone. Qui siamo ben oltre le poche centinaia o anche il migliaio scarso delle consuete manifestazioni dell’estrema destra. Piaccia o no, dietro manifestazioni come queste c’è un popolo, c’è gente comune che di solito non scende in strada se non ha motivi molto forti per farlo. Gente che si sente ignorata da un potere autoreferenziale che non sa piu’ parlare ai cittadini, che sembra non schierarsi piu’ dalla parte delle loro preoccupazioni, che non li tratta da adulti consapevoli ma sembra decidere tutto dall’alto “per il loro bene”. Intorno alla questione Covid sono ovviamente esplosi altri risentimenti: la pressione fiscale che colpisce presumibilmente di piu’ la piccola borghesia, l’invasione incontrollata dei “migranti” e l’islamizzazione strisciante, il discorso pubblico reticente e menzognero imposto dal politicamente corretto, quasi che i tedeschi (i tedeschi di stirpe germanica, intendo) non abbiano diritto di esistere come popolo e debbano continuamente incolparsi di essere tali.


Protestare contro le misure anti-Covid può essere segno di grettezza e di chiusura mentale, e in gran parte lo è. Ma non bisogna sottovalutare nemmeno lo scollamento tra il paese reale e il paese legale, il controllo sempre piu’ occhiuto dello stato sulla vita e sulle convinzioni dei cittadini (si è arrivati alla delazione contro le famiglie cristiane che insegnano il Vangelo ai loro figli).


Quella di Berlino è stata rivolta, non rivoluzione, e avrà il destino di tutte le rivolte: un vano dibattersi contro un potere che stringerà ancora piu’ forte le catene del suo dominio. Ma è avvenuta, ha coinvolto un numero di persone molto maggiore di quanto chiunque potesse immaginare,  e se ne deve tenere conto. Parafrasando Unamuno, un potere che vince senza convincere prepara alla lunga il suo indebolimento e la sua dissoluzione.


Giovanni Romano


martedì 21 luglio 2015

"Se anche avessi la carita`, ma non avessi la fede, niente mi giova..."


No, non e` una parodia di San Paolo. E` un giudizio sulla nostra epoca. Mi e` stato ispirato dalla vicenda di Sarah Fabbri, l'infermiera che ha postato uno sfogo estremamente drammatico sulla morte di un 16enne a Riccione per una pasticca di Ecstasy. Lei faceva parte dell'equipe di rianimazione che non ce l'ha fatta a salvare il ragazzo. Ecco qui la sua testimonianza:

“Ho quasi sempre elogiato il mio mestiere per le tante soddisfazioni che da. Ma chi non è in questi panni non può capire cosa voglia dire dover rimanere impassibili e freddi quando ti trovi un ragazzo di 16 anni sulla barella della sala emergenza alle 4 di mattina in arresto cardiaco per colpa di una pasticca che non avrebbe dovuto prendere. E sei li che lo massaggi impassibile ma nella mente pensi “avanti forza reagisci”, ma nonostante l’ora e mezza di massaggio cardiaco l’onda di quel cuore che già da un po’ non batte, rimane piatta. E dopo aver fatto il possibile ci si arrende all’evidenza che l’alba che stai guardando tu, sfinito, lui non potrà vederla. E pensi ai suoi genitori che ancora non sanno di non poter mai più parlare con lui, litigare con lui, ridere con lui, festeggiare con lui.
Poi arrivano trafelati, sanno che il figlio sta male ma non che giace steso, freddo ed esangue su un lettino. E allora il medico glielo comunica e lì una delle scene peggiori a cui mai si possa assistere. I pianti, le grida, i malori… “rivoglio il mio bambino vi prego” e tu sei li che non puoi far niente se non continuare ad essere professionale.
Non siamo avvocati, non siamo banchieri, ne cassieri, ne muratori… per NOI il lavoro non finisce al marcatempo, ce lo portiamo a casa con tutti i risvolti che comporta. E mentre sei in macchina stanco per il turno di notte, distrutto per le scene a cui hai assistito, scoppi a piangere e scarichi finalmente tutta la rabbia che hai contro le ingiustizie che a volte riserva la vita.
SEDICI ANNI, CAZZO.
Io spero solo che un giorno si possa andare a raccogliere uno ad uno tutti quelli che fanno della droga un business, per poi chiuderli nel loro caro Cocoriccò e sganciare una bomba a mano che non faccia rimanere di loro neanche il ricordo.
Sono arrabbiata, sono stanca e sono triste perché il vostro caro Dio poteva donarlo a noi il potere di fare miracoli.
Salvare una vita umana è più importante del moltiplicare i pani e i pesci.
E VAFFANCULO, perché quando ci vuole ci vuole.
Riposa in pace angelo bello….
Sarah" 

Come ormai avviene di solito, la Rete ha reagito in maniera isterica e scomposta scatenando una pioggia di insulti gratuiti e inaspettati. Si sono offesi i medici, si sono offesi i proprietari di discoteche, si sono offesi i promotori della legalizzazione delle droghe e buoni ultimi anche i cattolici per via dell'invettiva e del sarcasmo finale contro Dio.

Da credente non mi sento offeso, ma rattristato si. Rattristato dalla totale diseducazione al senso religioso cristiano in cui abbiamo lasciato le nuove generazioni. Che gelo si prova a leggere quello sprezzante "il vostro Dio", buttato li` come se la cosa non la riguardasse per niente, come se fosse roba ormai per pochi bigotti fissati, o peggio ancora come se Dio fosse un carnefice che condanna le sue creature alla sofferenza e alla morte. 

Sarebbe banale osservare che Gesu` moltiplicando i pani ha salvato almeno cinquemila vite, senza contare i miracoli di resurrezione che ha operato. E probabilmente se ci fossero un giro piu` cristiani forse circolerebbe un po` meno Ecstasy. Ma ormai il Dio cristiano (insisto su questo termine, con altre divinita` non si osa) e` diventato la testa di turco contro cui sfogare ogni sorta di odio, di risentimento, di frustrazione. Proprio come la folla che sputava addosso a Cristo!

Conosco bene questa tentazione di rabbia perche` la provo ogni giorno quando vedo declinare inesorabilmente i miei anziani genitori, e mi prende esattamente il senso di smarrimento e di impotenza che ha provato lei, perche` il peggio potrebbe succedere da un momento all'altro, anzi certamente succedera`. Ho conosciuto l'abbandono senza ritorno quando una mia grande amica e` morta di cancro dopo una lunga e dolorosissima agonia. Ma checche` ne pensino gli atei, la fede non e` un anestetico, se mai fa sentire di piu` la preziosita` di una vita e il dolore per vederla spegnersi.

E allora il punto qual e`? Che non puo` bastare un cuore grande e generoso, non possono bastare impegno, professionalita`, entusiasmo, di fronte allo scandalo del limite e della morte. A Sarah Fabbri e a tanti altri come lei la carita` non manca (1). Il suo senso di umanita`, la sua immedesimazione con la sofferenza degli altri sono assolutamente ammirevoli. Ma proprio come conseguenza della diseducazione al senso religioso cristiano lei "cade" drammaticamente sulle altre due virtu`: la fede e la speranza. Certo, la fede puo` ridursi a "discorso corretto e pulito": si possono dire tutte le parole "giuste" e lasciare l'altro indifferente o ancora piu` ostile. La speranza troppo spesso viene scambiata con l'utopia, anche in ambito cristiano. Da dove ripartire, allora?

Dal riconoscimento di essere bisognosi noi per primi. Di essere manchevoli, di non essere Dio onnipotente (cosa che la ragazza rinfaccia a Dio ma in realta` rimprovera a se stessa). E` qui lo schianto di Sarah. In nessun punto della sua testimonianza emerge la consapevolezza che la prima persona ad avere bisogno di aiuto e` lei. Potra` sembrare una bestemmia, e forse lo e`, ma questo atteggiamento mi sembra speculare alla mentalita` che ha condotto all'uccisione di Eluana Englaro. Tanto per chi si prodiga a favore degli altri ma solo a partire da se` quanto per chi sostiene la soppressione degli altri a partire da se`, la vita e` un'avventura insensata, crudele, ultimamente cattiva. In entrambi i casi l'orizzonte e` chiuso a ogni speranza.

Come diventera` questa ragazza tra qualche anno? Cosa vuol dire quando scrive che vuole diventare "una brava infermiera"? Ha gia` dimostrato di esserlo, molto al di sopra della media! Io spero tantissimo che non perda nulla della sua umanita`, che la sua generosita` non si rovesci nella rassegnazione e nel cinismo. Spero che lei incontri quanto prima qualcosa di vero e soprattutto qualcuno dal quale lei accetti di farsi aiutare. Chissa`, forse un viaggio in Paraguay e una visita alla comunita` di Padre Aldo Trento potrebbero farle cambiare qualche idea...

Giovanni Romano

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(1) Qui ovviamente si intende la "carita`" nel senso volontaristico di "impegno per gli altri", non come la virtu` teologale dell'amore per Dio che si trasforma in positivita` per la vita e amore per il prossimo.

giovedì 13 febbraio 2014

Snoopy. le stelle cadenti e la pretesa cristiana

Avevo scelto questa foto come immagine di copertina per il mio profilo Facebook, aggiungendovi una bella meditazione di Benjamin Franklin:





Con benevola ironia, un mio amico ateo mi ha risposto con un'altra immagine:




Sul momento ho pensato che il mio amico avesse ragione. Forse guardando il cielo guardiamo solo la proiezione di noi stessi, ma in realtà non c'è cosa stabile nell'intero universo, e le stelle meno di tutti... È illusorio aggrapparsi a segni che sono pura apparenza.

E poi, qualche ora dopo, chissà come mi è venuto in mente un versetto del Vangelo di Marco (13,31) che mi ha quasi fatto sobbalzare, tanto rispondeva a questa sfida con un'altra sfida:

Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

Fino a quel momento non avevo colto la profondità e la radicalità della pretesa di Cristo. Chi è costui che non ha avuto paura di sfidare nemmeno le stelle cadenti, anzi l'intero universo, tutto il tempo e tutto lo spazio? O è una pretesa assolutamente folle, insensata, fatta da uno sconosciutissimo ex falegname che si era autonominato maestro, oppure la risposta è proprio lì, nell'affermazione sicura e pacata di una Presenza che non verrà mai meno, di una verità che niente potrà mai distruggere, nemmeno la caduta delle stelle. Arrivare a dire quelle parole significa affermare di essere né più né meno che il centro di tutto l'universo. Significa dichiarare di essere più essenziale per l'uomo che le stelle e il cosmo. Il cielo e la terra possono passare - e passeranno - ma la Sua presa sul cuore e sul destino dell'uomo non passerà.

Per questo è sbagliato, secondo me, che la Chiesa oggi parli continuamente di "sfide", quasi che queste vengano dal mondo e la costringano spesso sulla difensiva, o a pietosi adattamenti. No, è la Chiesa a dover sfidare il mondo con la sicurezza di Uno che non ha avuto paura nemmeno delle stelle cadenti.

Giovanni Romano

sabato 4 gennaio 2014

Bellezza, una parola dimenticata

Il 1° gennaio, se ben ricordo, la presidentessa della Camera Laura Boldrini ha assistito a un concerto di musica jazz con la partecipazione della giovanissima ma già affermata sassofonista cilena Melissa Aldana. Intervistata da Radio 3 sulle sue impressioni della manifestazione, ha risposto: "Bellissima! Ecco cos'è la musica: è meticciato, è mescolanza, è contaminazione!".

Apprezzo la passione della presidentezza Boldrini per il jazz, ma mi chiedo se i nostri politici, tranne qualche lodevole eccezione, debbano per sempre e comunque parlare per luoghi comuni e frasi fatte. Perché lei non ha detto semplicemente che la musica è bellezza? Né il meticciato né una esasperata "purezza" sono dei valori in sé. È l'artista che attinge liberamente al suo vissuto e al repertorio di esperienze di altri artisti per creare un prodotto inconfondibilmente suo, che può benissimo essere debitore a un'infinità di stili, ma si impone come un'esperienza nuova, una nuova scoperta, una parola mai detta prima che raggiunge e tocca tutti. Nell'arte la bellezza è data dal punto di arrivo, non dall'accumularsi del materiale di partenza.

Giovanni Romano

martedì 31 dicembre 2013

Schumacher, dove comincia la vera "pietas"



"Prima di chiamare felice qualcuno, aspetta l'ultimo giorno della sua vita". Così recitava un adagio degli antichi Greci, e mai come nel caso di Schumacher è sembrato tanto appropriato. Un uomo che dalla vita ha avuto praticamente tutto, un vincitore nato, un campione osannato da tutto il mondo, ricco, famoso e amico di molti potenti, in pochi istanti si è ritrovato a lottare per la vita col cranio frantumato, e anche se riuscisse a sopravvivere (cosa che gli auguriamo di cuore) non tornerà mai più a essere quello di prima e quasi certamente trascorrerà il resto dei suoi giorni con menomazioni gravissime.

I Greci forse avrebbero visto in questo incidente (che Schumacher avrebbe potuto benissimo evitare, va detto) una manifestazione dell'invidia degli dei che non permetto all'uomo di essere troppo felice, o lo puniscono per la sua hybris quando crede di bastare a se stesso.

Fin qui forse si sarebbe fermata la loro saggezza, e sarebbe diventata contemplazione rassegnata del male altrui. Ma nel caso di Schumacher sta accadendo qualcosa di diverso. Tutto il mondo gli si sta stringendo intorno, segue i bollettini medici, tantissimi stanno pregando per lui. Schumacher ci appartiene come ci appartengono i vincenti perché in loro vediamo il riscatto delle tante sconfitte, delle tante umiliazioni, delle tante mediocrità di cui è fatto il nostro anonimo quotidiano. Sarà stato anche un pilota “freddo” e “antipatico” (cosa che non ho mai personalmente avvertito) però era un combattente leale, un uomo di coraggio, un asso di prim'ordine, il cui valore si è imposto a tutti gli sportivi e anche a quelli che non s'intendevano di automobilismo. Era così famoso da essere diventato una parte della nostra vita, per questo sentiamo così acutamente lo shock della sua improvvisa disgrazia.

Ma la simpatia e la solidarietà verso Schumacher hanno anche un risvolto più profondo, intriso di pietas cristiana forse inconsapevole ma irreversibile. Ci sentiamo partecipi del suo destino in quanto esseri umani, ma la sua sorte non è solo il pretesto per un ammonimento di saggezza. Gli auguri di “vincere anche questa gara”, per quanto un po' ingenui, sono espressione sincera del desiderio che la vita umana sia fatta per un destino di felicità e non semplicemente il bersaglio di un fato invidioso.

Nell'ondata di simpatia e di solidarietà verso Schumacher si è avvertito il sussulto di un'umanità non ancora perduta, una solidarietà autenticamente umana simile a quella che è insorta contro la barbarie degli animalisti che hanno augurato la morte a Caterina Simonsen. Ma proprio qui comincia la vera pietas, di cui forse nessuno ha ancora parlato. La vera pietas sarà accogliere, curare, accudire uno Schumacher del tutto diverso dall'uomo forte e vincitore che era. Accoglierlo e volergli bene nella sua debolezza, nella sua impotenza, nella sua incapacità di rispondere ai familiari e agli amici. Accoglierlo nelle sue piccole vittorie contro il coma, se ci saranno (come ci auguriamo che ci siano), e anche se non ci saranno, per anni e anni. Guardarlo e rispettarlo come un essere umano fino all'ultimo giorno della sua vita, non come un “caso pietoso” da togliere di mezzo. Sarà questa una pietas ben diversa dalla commozione momentanea che si prova per pochi giorni, fino a quando la notizia è dimenticata. Solo così potremo dire di avere voluto veramente bene a Michael Schumacher, e di averlo aiutato a vincere la sua ultima corsa.

Giovanni Romano