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sabato 25 ottobre 2025

Il Sud non ha vinto, però combatte

 

Il primo pensiero che mi è venuto in mente, quando ho preso in mano questo libro, è che in un paese meno diviso del nostro un’opera del genere non sarebbe stata necessaria. Definire il rapporto tra Nord e Sud in termini di vittoria e sconfitta è il sintomo di un disagio grave, di una ferita non sanata. Libri del genere nascono in paesi nati non pacificamente, ma da un evento assai traumatico quale fu il nostro cosiddetto “Risorgimento”. Per fortuna, l’Autore ha meritevolmente evitato i due pericoli analoghi ma opposti che si presentano puntualmente quando si viene a trattare l’ormai incancrenita “questione meridionale”: da un lato, non ha chiamato in causa la retorica patriottarda neo-risorgimentale “alla Ciampi” che ha soltanto nascosto la polvere sotto il tappeto senza risolvere nessun problema reale; dall’altro, ci ha giustamente risparmiato le geremiadi dei neoborbonici, cantori illusi di un Regno delle Due Sicilie ricco, felice e bene amministrato, che in realtà non è mai esistito. Altrimenti non sarebbe crollato come un castello di carte nel giro di sei mesi o poco più.


Consentitemi di fare un passo indietro. Alla mia generazione hanno insegnato ad accendersi di sacro furore patriottico davanti a quel che dichiarò il primo ministro austriaco Metternich al Congresso di Vienna: “L’Italia è solo un’espressione geografica”. Solo molti anni dopo, grazie ai miei studi di scienze politiche e a mature riflessioni, mi è stato chiaro che - fatta la tara per la volontà di dominio dell’Impero austriaco sul Nord Italia - la frase non era affatto offensiva, era una semplice presa d’atto della realtà. Uno svedese, un norvegese, un finlandese o un danese si sono mai offesi nel sentir definire la Scandinavia “una espressione geografica”? Elementi di affinità tra le varie parti del nostro paese esistevano senz’altro anche prima dell’Unità, si poteva parlare a giusto titolo di “Italia” fin dai tempi di Dante e di Petrarca, ma i regimi politici erano differenti, le economie erano differenti, le strutture sociali erano differenti. La faglia Nord/Sud esiste davvero, e non serve a niente né esorcizzarla a forza di discorsi né invelenirla a forza di lamenti.


Che il Sud sia stato conquistato e occupato manu militari è fuori di dubbio. Che le attese di un cambiamento sociale e di un miglioramento delle condizioni di vita del popolo meridionale siano state disattese e tradite già durante la conquista garibaldino-piemontese, anche questo è fuori di dubbio. Che il Sud sia stato adoperato fin dall’inizio dell’Unità come vacca da mungere a forza di tasse, e soprattutto serbatoio di carne da cannone per le velleitarie e disastrose ambizioni della cricca “liberale” che giocava alla grande potenza, anche questo è un fatto. Il “problema” del Sud è stato sistematicamente “risolto” con l’emigrazione, sia verso altri paesi che verso il Nord, il che ha comportato depressione economica, drenaggio dei talenti e impoverimento demografico. Che dal momento della conquista piemontese in poi il Sud sia stato funzionale allo sviluppo del Nord, e per giunta continuamente vituperato e rimproverato per la sua “arretratezza”, anche questo è incontrovertibile, ed è il paradosso che Patruno ha messo giustamente in luce. Ma questo non fa altro che confermare il deterioramento di un rapporto già nato con il piede sbagliato.


E tuttavia, prima di affrontare il libro nel merito, mi sia consentito di puntualizzare due elementi che forse aiutano a chiarire la questione. Il primo è che il Sud non ha mai conosciuto i liberi comuni, ma solo la prepotenza di feudatari tanto oppressivi contro la popolazione quanto incapaci di difenderla contro le incursioni esterne, in particolare quelle provenienti dai paesi islamici. Il Sud non ha mai avuto una classe dirigente, solo una classe dominante. Di conseguenza è mancato - e in gran parte ancora manca - il senso civico che nasce dall’essere cittadini e non sudditi, dall’avere voce in capitolo nell’amministrazione della propria città, dal sentirsi responsabili per le cose che non vanno e non limitarsi al lamento. Senso civico che invece è ancora in gran parte presente al Nord. Pensiamo ad esempio alla diversa reazione nei confronti dell’ondata di furti che sta imperversando nel nostro paese: al Sud si chiede l’intervento dello Stato, percepito però come una entità remota, indifferente, dalle risorse perennemente insufficienti e sempre dirottate a settentrione. Al Nord invece, e non al Sud, si organizzano le ronde, i negozianti segnalano i truffatori nelle chat di quartiere o degli ordini professionali. Al Nord, e non al Sud, sono nate le società di mutuo soccorso e le Misericordie, un modello fortunatamente imitato anche qui.


Il secondo elemento, conseguente al primo, è che il Sud è stato sempre terra da invadere, una terra che - brigantaggio a parte - non ha mai opposto una significativa resistenza agli invasori, e anzi più di una volta ha sconsideratamente aperto le braccia a chiunque lo volesse occupare, fossero i bizantini gli arabi, i normanni, gli svevi, gli angioini, i Borboni, gli austriaci o i sabaudi, gli americani o i clandestini islamici. Tutti quanti hanno spadroneggiato più che governare, di fronte a una società civile praticamente inesistente, che peggio ancora si è sempre attesa la soluzione dei problemi proprio da chi veniva a crearcene altri. Al Sud è mancata una Pontida, una lega che si scrollasse di dosso dominatori dispotici e arroganti, anche perché le nostre classi dominanti - dominanti, insisto, non dirigenti! - si sono sempre mostrate disposte a qualunque compromesso con gli invasori pur di mantenere il proprio potere: Gattopardo docet. È vero che anche il Nord ha conosciuto dominazioni straniere - spagnoli e austriaci in primis - ma a fare da contrasto, a diventare egemone e ultimamente a vincere, c’era uno strato sociale che il Sud non ha avuto se non in misura irrisoria: una borghesia produttiva ed economicamente indipendente. Ci piaccia o meno, da noi al Sud è stato il feudalesimo ad affermarsi. Nei favoritismi, nell’inerzia burocratica, nello scarso senso civico, nell’aspettarsi la soluzione dei problemi sempre dall’intervento altrui.


E allora, dove sarebbe la vittoria del Sud? Qui stanno l’utilità e il valore del libro di Lino Patruno. La vittoria passa prima di tutto dalla presa di coscienza di noi meridionali sui rapporti di forza e sugli scopi che condizionano il rapporto squilibrato tra il Settentrione e il Meridione. Non ci vuole un corso di scienze politiche per capire che il sottosviluppo del Sud è funzionale allo sviluppo del Nord. Ma è proprio questo il punto della riscossa: il Sud non deve diventare la brutta copia del Nord. Il Sud possiede una storia propria, valori propri, e soprattutto un modo diverso di vivere: quel che Patruno chiama “la lentezza”.


Bisogna subito chiarire le idee: “Lentezza” non è sinonimo di apatia o di pressapochismo. È l’opposto della nevrosi da accumulo, della corsa affannosa dietro il profitto e il denaro, dell”efficienza” e dello sgobbare a tutti i costi, tre patologie che finiscono per isolare l’individuo e distruggono la sua personalità. Una volta ebbi l’occasione di incontrare una mia amica che da qualche anno era impiegata presso la segreteria del tribunale in una prospera provincia veneta. Mi raccontò che proprio nella sua circoscrizione, dove la gente si ammazza di lavoro durante la settimana e va a ubriacarsi nel weekend, e dove il lavoro fagogita tutta l’esistenza e non c'è posto per altri interessi - men che mai la cultura - è una delle zone con il più alto tasso in assoluto di malattie mentali e di esaurimenti nervosi in Italia. Non è questo il “modello di sviluppo” che ci interessa.


Lentezza” è dunque capacità di appassionarsi a quello che si sta facendo ma con un minimo di distacco e ironia, significa trovare tempo per guardare in faccia gli altri e coltivare i rapporti umani, non lasciarsi travolgere da ritmi insensatamente accelerati che alla fine non conducono da nessuna parte. L’Autore cita opportunamente un sociologo e filosofo che ho avuto la fortuna di avere come docente all’Università di Bari, il professor Franco Cassano. Uno studioso che come pochi altri ha saputo conciliare il rigore e l’approfondimento della sua disciplina con l’attenzione a ciascuno dei suoi studenti come persone. Lino Patruno cita una mole impressionante di dati, chiama in causa gli autori più disparati per dimostrare che la vita a misura d’uomo caratteristica del “pensiero meridiano” (ottima definizione elaborata dal professor Cassano) non solo è possibile ma anche necessaria, ultimamente più produttiva di una spasmodica e inconcludente corsa al denaro e alla carriera, che troppo spesso - aggiungo io - oggi si conclude solo col licenziamento.


A questo proposito, però, vorrei fare un’osservazione critica. Né Patruno né uno solo degli autori citati propongono quello che ai miei occhi è il sistema più pratico per reintrodurre concretamente, almeno in parte, un ritmo di vita più “lento”: l’abolizione dell’ora legale e il ritorno all’ora solare per tutto l’anno. Non voglio dilungarmi in polemiche, anche se sono più che pronto ad affrontarle, ma mi meraviglio che un provvedimento del genere non sia mai stato preso in considerazione, anzi che si proponga insensatamente il contrario. L’ora legale è l’ora dei padroni, un’alterazione violenta dei nostri ritmi biologici che non rende più lunga la giornata, se mai la rende più convulsa (“Come, sono già le otto?”), ci toglie il riposo ed è funzionale solo allo sfruttamento dei lavoratori. Ben lo sapevano gli operai della FIAT che negli anni ‘20 scioperarono invano contro di essa (il dimenticato “sciopero delle lancette”) solo per venire abbandonati dai loro stessi sindacati.


Questa però è una questione tutto sommato secondaria. L’interesse dell’Autore si focalizza giustamente su tre categorie di atteggiamenti, la ritornanza, la restanza e la resistenza, cui se ne aggiunge un quarto: la decisione di alcuni - purtroppo pochi - “nordici”, arrivati qui per scelta o più spesso per matrimonio o per lavoro, di trasferirsi definitivamente al Sud perché vi hanno trovato una qualità di vita migliore, e rapporti umani quasi assenti al Nord.


Ci sono due tipi di ritornanza, uno solo dei quali interessa l’Autore, e non a torto. Ritornanza non è il ritorno sconsolato dei vinti, di quelli sconfitti dal naufragio dei loro sogni oppure espulsi da un costo della vita ormai proibitivo, specialmente per gli insegnanti e gli impiegati, (due categorie alle quali il Nord attinge ampiamente se non esclusivamente dai meridionali, data la cattiva divisione del lavoro che caratterizza il nostro paese). La vera ritornanza è una scelta. È la decisione di quei meridionali che hanno studiato al Sud, sono andati a lavorare al Nord o all’estero, vi hanno maturato competenze ed esperienze lavorative e decidono di ritrasferirsi nella loro terra d’origine, aprendo attività artigianali, lavorando in ricerche di avanguardia nelle Università - a proposito, lo sapevate che l’Università della Calabria e quella di Napoli, per fare solo due esempi, possiedono istituti di ricerca scientifica a livello mondiale? -, rivitalizzando aziende agricole con procedimenti innovativi e rispettosi dell’ambiente, e soprattutto creando lavoro e occupazione in loco con le imprese da loro aperte.


Di questi esempi Lino Patruno fa un lunghissimo elenco, con nomi, cognomi, curricola, e sono storie affascinanti. Per questi uomini e donne (molto numerose e coraggiose queste ultime, davvero l”anello forte”) non è la nostalgia del paesello la spinta a ritornare, ma gratitudine e fierezza verso le proprie radici, senso di appartenenza e al tempo stesso di responsabilità, ricerca di un modo di vivere più umano che non gli sfibranti e assurdi ritmi lasciati al Nord o all’estero, e soprattutto voglia di contribuire, di infondere vita nuova a un Meridione lasciato deliberatamente indietro, inconsapevole della propria forza e dei propri meriti.


Altrettanto dicasi per le altre categorie: la restanza e la resistenza. La restanza è di coloro che scelgono di non partire, di non sentirsi sconfitti o inferiori prima ancora di aver tentato a intraprendere sul proprio territorio. E anche in questi casi sono citate storie di impegno, di fatica, di successo nonostante le tre gravi tare del Sud: una burocrazia pletorica, lenta e scarsamente efficiente, un fisco assurdamente punitivo e soprattutto la presenza della malavita organizzata (un tema a mio parere toccato troppo poco da Patruno, anche se forse l’Autore ha giustamente voluto evitare le scontate denunce di fenomeni già abbondantemente noti). Anche a questo proposito vorrei fare un’osservazione decisamente controcorrente: non la miseria crea la malavita, ma la malavita crea la miseria. Se fosse vero il contrario, le regioni più malavitose e pericolose d’Italia dovrebbero essere il mio Molise e la Basilicata, zone storicamente poverissime ma che non hanno mai conosciuto la criminalità mafiosa, mentre la malavita organizzata imperversa in regioni di per sé potenzialmente molto ricche come la Sicilia, la Campania e la Calabria.


E dunque, il Sud ha vinto? Personalmente la mia risposta è no, non ancora. Le iniziative descritte da Patruno sono molte e al di sopra di ogni elogio, ma la strada da percorrere è ancora lunga, passa soprattutto per un cambiamento di mentalità a livello politico: sarà un’impresa da giganti passare da una classe puramente dominante a una classe passabilmente dirigente. Però si sta silenziosamente creando una nuova società civile, un ceto produttivo che può cominciare a erodere la mentalità dello sconforto rassegnato, del clientelismo amorale, della deleteria abitudine di aspettare che qualcun altro venga a risolvere, miracolisticamente, i problemi al posto nostro.


Questo Meridione vincente, così ben descritto da Lino Patruno, combatte una guerra silenziosa, perseverante, quotidiana tanto all'interno, contro la sfiducia, l’arretratezza e l’apatia, quanto all’esterno, contro il pregiudizio e la sufficienza con cui il Sud è stato troppo a lungo considerato. Un libro come il suo è al tempo stesso una rivendicazione culturale, un bilancio dei risultati già raggiunti e un'indicazione per il futuro. Mi auguro, come ho scritto all’inizio, che prima o poi libri del genere non siano più necessari, ma nel frattempo c’è soltanto da desiderare che Il Sud ha vinto sia letto tanto al Sud, per farci riprendere coscienza della nostra identità e delle nostre potenzialità, quanto soprattutto al Nord, per contribuire a sfatare almeno qualche pregiudizio.


Giovanni Romano


lunedì 2 giugno 2025

Russia: un colpo devastante

 


Premessa: questo scritto contiene esclusivamente delle mie considerazioni personali, non può né vuole essere una analisi del conflitto russo-ucraino, e non ha nessuna pretesa di completezza. Era però da molto tempo che avrei voluto puntualizzare alcuni elementi di questa guerra che mi sembrano degni di considerazione. Quel che è avvenuto ieri, 1 giugno 2025, è stata la spinta decisiva a intraprendere questo lavoro.

Una cosa salta subito agli occhi di chiunque abbia osservato l’andamento del conflitto russo-ucraino da quel tragico giovedì 24 febbraio 2022: il suo carattere di stallo sanguinoso tipico di una guerra di posizione, cosa del tutto paradossale in un teatro operativo come quello ucraino quasi privo di ostacoli naturali, e dove entrambe le parti dispongono – o disponevano – di abbondanti e sofisticate forze corazzate. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il fronte ucraino vide avvicendarsi violentissimi combattimenti tra divisioni corazzate altamente mobili, durante i quali il fronte arretrava o avanzava di decine di chilometri al giorno, e città importanti come Kiev, Odessa e Sebastopoli caddero, vennero occupate e furono riprese con brillanti manovre da ambo le parti.

Come mai, a distanza di quasi ottant’anni, e con mezzi militari ben più sofisticati, questo non è avvenuto? Come mai, dopo l’iniziale avvicinamento russo a Kiev e la successiva ritirata, nessuna delle due parti ha potuto vantare un successo veramente decisivo? A parte la conquista di Mariupol da parte dei russi e la temporanea avanzata ucraina nella regione di Kursk, il fronte sembra essersi stabilizzato a tal punto che la conquista o riconquista di uno o due piccoli villaggi è stata gonfiata dalla propaganda fino ad apparire una grande vittoria, senza che poi accadesse più nulla per mesi interi, beninteso se s’intende l’espressione “non accadere nulla” come uno stillicidio atroce di vite umane che nemmeno interessa più i telegiornali.

Non è questa la sede per allargare il discorso sulla diplomazia e sugli attori a livello internazionale che stanno dietro a questa tragedia, ai fiumi di denaro e di armamenti che l’UE e fino a poco tempo fa anche gli USA hanno riversato in Ucraina e hanno permesso a questa nazione di reggere l’urto di un nemico tanto più forte – almeno sulla carta. Per i nostri scopi, sarà sufficiente indicare quel che si è rivelato il protagonista indiscusso di questo conflitto: il drone, che ha completamente obliterato quello che era il sistema d’arma che fu protagonista del conflitto mondiale, il carro armato. Questi congegni più o meno grossi, più o meno sofisticati, più o meno armati si sono dimostrati estremamente micidiali contro i veicoli e le navi, contro le persone, contro le strutture, per di più sono difficilmente rilevabili dai radar e sfuggono alla contraerea tradizionale. Soprattutto, grazie a loro e ai satelliti è diventato possibile il controllo completo del campo di battaglia: nulla di quel che si muove, uomo o veicolo, può più sfuggire, viene attaccato e distrutto immediatamente. La spiegazione dell’immobilità del fronte è tutta qui.

Sembrava che questa situazione dovesse prolungarsi all’infinito, a sentire le propagande contrapposte, ormai da anni la Russia non aveva più mezzi e l’Ucraina non aveva più soldati, ma da poche ore è accaduto qualcosa di inaspettato. Già da anni l’Ucraina si era rivelata in grado di effettuare azioni di sorpresa in territorio russo, in particolare sabotaggi e omicidi mirati di comandanti militari d’alto grado (iniziative che la controparte non è stata in gradi di replicare ai danni del nemico), ma stavolta la Russia è stata colpita come mai prima nel cuore stesso del suo territorio, con attacchi simultanei, ben coordinati e devastanti che non si sono limitati alle infrastrutture militari ma anche alle installazioni civili con perdite umane freddamente calcolate in anticipo.

A quanto ammesso anche dai russi, sono stati distrutti 40 bombardieri strategici con capacità atomiche, il che significa l’annientamento di una parte sostanziale dell’arsenale di deterrenza a disposizione della Russia, se si eccettuano i missili. Per la prima volta i droni ucraini hanno colpito località remotissime dal fronte come Murmansk, Irkutsk, Ryazan e Ivanovo. Per dare l’idea della profondità senza precedenti dell’offensiva, Munmarsk è a nord del Circolo Polare Artico, a oltre 2.000 km da Kiev, Ryazan a 744 km, Ivanovo a oltre 900 km, e soprattutto Irkutsk è a oltre 4.500 km, nel cuore della Siberia.

A parte l’audacia dell’infiltrazione delle piattaforme di lancio montate su comuni autocarri, del tutto sfuggiti al controllo dei russi, questo attacco significa qualcosa di ben più importante, non è solo un danno materiale già ingente di suo, ma è il crollo definitivo di uno dei vantaggi strategici che la Russia finora possedeva: l’immensità del suo territorio, la profondità delle sue retrovie che fino a ieri – letteralmente! – le avevano permesso di assorbire e respingere qualunque invasore proveniente da Ovest. Mai Napoleone si era sognato di andare oltre Mosca. Mai i tedeschi si erano potuti nemmeno lontanamente avvicinare ai monti Urali, al di là dei quali i Russi continuavano indisturbati a produrre enormi quantità di carri armati, aerei e pezzi d’artiglieria. Ora questo non è più vero: l’attacco di ieri ha dimostrato che la Russia può essere colpita in qualunque sua parte, quando, come e dove il nemico abbia deciso di colpire.

Penso che il contraccolpo morale sia stato enorme, tanto in patria che all’estero. L’Ucraina – che da anni aveva previsto una guerra con la Russia e si era preparata di conseguenza in segreto, con l’aiuto degli USA – si è rivelato un nemico micidiale, estremamente duro e ben equipaggiato. Con la presunzione tipica degli autocrati isolati dentro il proprio potere, Putin aveva sottovalutato il proprio avversario, la sua determinazione, le risorse e le alleanze sulle quali poteva contare. Si può discutere – ed è probabilmente vero – se l’Ucraina intendesse diventare la testa di ponte per armi a medio raggio destinate a mettere sotto pressione e ricattare la Russia. Ci si chiede cosa potrà accadere adesso al tavolo delle trattative, ammesso che siano possibili dopo un attacco del genere.

Una cosa è certa: l’Ucraina non può avere agito da sola. Si è trattato di una vittoria non soltanto sua ma soprattutto del partito della guerra a ogni costo da cui viene spalleggiata, e che sta già impoverendo l’Europa con ingentissime spese militari. Non è assolutamente un caso che l’attacco sia avvenuto alla vigilia della ripresa dei colloqui di pace. E se fosse vera la voce che gli USA non erano stati informati di questa operazione – da quando è stato eletto Trump gli USA hanno cessato di fornire intelligence agli ucraini – l’unica conclusione che si può trarre è che da questo momento l’America e la pace hanno un nemico in più: la UE.

Giovanni Romano

venerdì 2 settembre 2022

Gli arzilli vecchietti che smaniano per lavorare fino a cent'anni. A nostro danno


 

Che questi siano tempi durissimi per i lavoratori dipendenti è risaputo. Un anno dopo l'altro, un governo "tecnico" dopo l'altro, hanno perso praticamente tutti i diritti acquistati negli anni '70-'80, e nessuno può onestamente sostenere che gli pseudo."diritti civili" di nuovo conio servano nemmeno lontanamente a migliorare la loro condizione.

Lo stesso, mutatis mutandis, sta avvenendo oggi a proposito delle pensioni. Come se non fosse bastata la "riforma" (?) fornero a prolungare ingiustamente l'età lavorativa, ora si parla di prolungare ancora l'età pensionabile fino ai 71 anni "come in Giappone" (paese anch'esso colpito da una gravissima crisi demografica).

A parte la differenza di mentalità tra i lavoratori italiani e quelli giapponesi (fissarsi troppo sul lavoro può significare privarsi di altri interessi vitali, del resto persino in Giappone è nato un movimento contro il superlavoro), è degna di nota la campagna nemmeno troppo sottile che stanno conducendo due quotidiani filo-governativi come La Stampa e Il Corriere della Sera, che hanno presentato i casi di due arzilli vecchietti ultraottantenni che ancora lavorano indefessamente. Portarli come esempio "virtuoso" ha un ovvio doppio scopo: indurre l'opinione pubblica ad accettare di lavorare più a lungo, e colpevolizzare - come nel caso dei disoccupati - chi invece sente di avere già dato abbastanza e desidera semplicemente passare in santa pace gli anni che gli restano da vivere.

Due sono gli esempi portati alla ribalta. comparsi su questi giornali con sospetto sincronismo. Il primo risale al 29 agosto scorso sul Corriere, protagonista il pluristellato e pluripremiato pasticciere ottantenne Iginio Massari. Il titolo è già tutto un programma: "La pensione? L'inizio del declino. Non sono ancora abbastanza vecchio". Segue a ruota, il giorno dopo, su La Stampa, un articolo sull'ottantaduenne barista Albino Baraldo che è tornato a lavorare nel suo bar dopo averlo dato in gestione da quattro anni. Il messaggio, nemmeno tanto subliminale, è: "Vedete? Queste persone lavorano fino agli ottant'anni e oltre, e voi vi lamentate se vi chiediamo di lavorare fino ai settanta o settantuno? Pigri, inetti e parassiti che non siete altro!"

Non sono mancati, ovviamente, i commenti critici e diffidenti - la gente non è poi così stupida come forse pensano i redattori dei due quotidiani - e qualcuno, pur nel dovuto apprezzamento per Iginio Massari, ha ribattuto: "E chi l'ha detto che la pensione è l'inizio del declino? Per tanti, al contrario, può essere un nuovo inizio, con la possibilità di dedicarsi a nuovi interessi o a una passione che hanno dovuto trascurare in tanni anni di lavoro". Concordo pienamente con questa risposta.

Questi esempi "virtuosi" fanno pensare in realtà a una manovra architettata a tavolino, a una campagna propagandistica per imbonire i lavoratori e indurli ad accettare un ulteriore aumento dell'età pensionabile, e a scordarsi del tutto di lasciare il proprio lavoro per potersi dedicare finalmente a sé stessi. Perché questi esempi, meritevoli in sé, non fanno presa in realtà sul pubblico dei lettori?

Il Corriere della Sera e La Stampa sommano furbescamente le mele con le pere, presentando esempi che sono in realtà improponibili per i lavoratori dipendenti. Sia Igino Massari che il sig. Baraldo hanno due caratteristiche in comune che la maggior parte dei lavoratori subordinati non può e non potrà mai vantare:

  1. Sono titolari della propria attività, perché lavoratori autonomi che possono scegliere il momento di ritirarsi.
  2. Sono persone che dal proprio lavoro hanno tratto e traggono non solo un consistente ritorno economico, ma anche grandi soddisfazioni morali, tra cui premi e riconoscimenti come nel caso di Iginio Massari.
Con tutto il rispetto che è dovuto alla loro laboriosità, capacità imprenditoriale e professionalità di questi imprenditori, non ha senso proporli come modello a categorie di lavoratori che si trovano in situazioni ben diverse e molto più svantaggiate. Il solo fatto che siano comparsi articoli del genere alla vigilia di un ennesimo governo tecnocratico dovrebbe farci riflettere molto seriamente.

Prevedo che nel prossimo futuro i giornali e gli spot pubblicitari saranno pieni di arzilli vecchietti che smaniano per lavorare, lavorare, lavorare, lavorare, lavorare...

Giovanni Romano

martedì 23 agosto 2022

Come Yu Kung NON rimosse le montagne

 


Durante il congresso del Partito Comunista del giugno 1943, Mao Zedong citò un'antica favola cinese che grazie a lui divenne celebre come esempio di perseveranza e di tenacia nel perseguire uno scopo senza mai deflettere. Lasciamogli la parola:

Una antica favola cinese, intitolata Come Yu Kung rimosse le montagne, racconta di un vecchio che viveva tanto, tanto tempo fa nella Cina settentrionale ed era conosciuto come il "vecchio sciocco delle montagne del nord". La sua casa guardava a sud e davanti alla porta due grandi montagne, Taihang e Wangwu, gli sbarravano la strada. Yu Kung decise di spianare con l'aiuto dei figli, le due montagne a colpi di zappa. Un altro vecchio, conosciuto come il "vecchio savio", quando li vide all'opera scoppiò in una risata e disse: "Che sciocchezza state facendo! Non potrete mai, da soli, spianare due montagne così grandi". Yu Kung rispose: "Io morrò, ma resteranno i miei figli; morranno i miei figli, ma resteranno i nipoti, e così le generazioni si susseguiranno all'infinito. Le montagne sono alte, ma non possono diventare ancora più alte; ad ogni colpo di zappa, esse diverranno più basse. Perché non potremmo spianarle?" Dopo aver così ribattuto l'opinione sbagliata del vecchio savio, Yu Kung continuò il suo lavoro un giorno dopo l'altro, irremovibile nella sua convinzione. Ciò impietosì il Cielo, il quale inviò sulla terra due esseri immortali che portarono via le montagne sulle spalle.

Una conclusione alquanto sorprendente per un materialista dichiarato, ma Mao si affrettò a precisare:

Dobbiamo essere perseveranti e lavorare senza tregua, e noi pure commuoveremo il Cielo, e questo cielo non è altro che il popolo di tutta la Cina. Se esso si solleverà per spianare con noi le montagne, perché non potremmo riuscirci?

Una bella metafora, non c'è che dire, ma forse ce n'è un'altra più adatta a esprimere il fallimento sanguinoso di tante rivoluzioni e utopie, non solo quella cinese. È una metafora che mi era venuta in mente da molto tempo, quando improvvisamente mi era balenata l'idea di un'altra conclusione possibile per la favola, che aveva trascurato un particolare importante ma decisivo:

E così Yu Kung continuò a lavorare, un giorno dopo l'altro, un anno dopo l'altro. E dopo di lui, ammirevolmente, i suoi discendenti per novemila generazioni. Fino a quando, trasparente e chiara, sorse l'alba dell'ultimo giorno, e l'ultimo discendente dette l'ultimo colpo di zappa a quello che ormai era un piccolo, insignificante pugno di terra. Tutto quello che restava delle immense montagne. La strada era libera, e davanti a lui si apriva finalmente un panorama di sconfinata bellezza. Troppo emozionato per parlare, incredulo di aver portato a termine un lavoro così immane cominciato trecento secoli prima, l'uomo si asciugò il sudore e contemplò a lungo in silenzio il paesaggio davanti a lui. Poi si voltò per tornare a casa. E fu allora che vide...

O meglio, non vide quasi più nulla perché i detriti che lui, il suo avo Yu Kung e le novemila generazioni avevano accumulato erano alti, altissimi fino al cielo. Due montagne spaventose che chiudevano di nuovo l'orizzonte, stavolta dietro di lui. La strada di casa era scomparsa, e lui improvvisamente si sentì immensamente stanco e svuotato. Mai avrebbe avuto l'energia di riprendere quel lavoro inutile, né lui né i suoi discendenti. Si sedette sulla prima pietra che trovò, all'ombra di quelle nuove montagne, e non disse nemmeno una parola.

Giovanni Romano

martedì 22 settembre 2020

M5S: Missione compiuta!

Leggo di gente che esulta perché i 5 Stelle stanno per sparire, senza rendersi conto che è una sparizione programmata. 

In realtà, i Cinque Stelle hanno assolto perfettamente il loro compito: hanno deviato e sterilizzato il malcontento popolare, hanno consegnato il paese a una oligarchia com'era forse nei piani fin dal primo momento., hanno dimostrato di essere un partito come tutti gli altri, deludendo doppiamente i loro elettori.

Con la loro débacle non hanno dirottato voti verso il PD (anche se molti a questo punto lo riterranno un partito credibile) quanto hanno creato una massa di apatici e indifferenti alla politica, senza più alcuna voglia né peso per intervenire negli affari pubblici. Un affare d'oro per il potere, cui lo scontento impotente e senza sbocco non fa paura.

Ora i 5S possono tranquillamente sparire. Non servono più, ammesso che siano mai serviti a qualcosa.

Giovanni Romano

martedì 1 settembre 2020

La marcia dei 38.000



Tutti abbiamo visto quel che è accaduto a Berlino domenica scorsa, 30 agosto: un corteo di “no mask” degenerato in violenti scontri con la polizia e culminato addirittura in un assalto al Bundestag. Cosa assolutamente senza precedenti nella Germania del dopoguerra.

I nostri media hanno liquidato sbrigativamente la manifestazione come una prova di forza dell’estrema destra e un grave attacco alle istituzioni democratiche. Effettivamente, colpisce e inquieta la presenza delle bandiere nere-bianco-rosse della Germania imperiale (dato che non si possono portare né esibire ben altre bandiere), come pure il motivo stesso della manifestazione: la protesta contro le restrizioni introdotte dal governo per evitare il diffondersi del COVID-19, in particolare l’obbligo della mascherina e del distanziamento sociale. Sfidando deliberatamente queste regole, i manifestanti hanno sfilato senza mascherina e senza osservare nessun distanziamento sociale.

Una condotta scriteriata, si dirà. E può essere vero. Non condivido l’isteria dei no-vax né dei no-mask, né tanto meno le teorie complottistiche al limite della paranoia che ad esempio collegano il 5G alla diffusione del virus, che minimizzano l’epidemia e i suoi numeri, che vedono in questa pandemia una mistificazione o un complotto. Atteggiamenti irrazionali che purtroppo la Rete amplifica di molto (anche se le voci piu’ assurde circolavano pure all’epoca della peste nei Promessi Sposi).


Tuttavia, è necessario andare a fondo su una manifestazione tanto anomala che presumibilmente avrà scosso l’opinione pubblica in Germania e all’estero. In primo luogo, il numero dei partecipanti: 38.000 persone. Qui siamo ben oltre le poche centinaia o anche il migliaio scarso delle consuete manifestazioni dell’estrema destra. Piaccia o no, dietro manifestazioni come queste c’è un popolo, c’è gente comune che di solito non scende in strada se non ha motivi molto forti per farlo. Gente che si sente ignorata da un potere autoreferenziale che non sa piu’ parlare ai cittadini, che sembra non schierarsi piu’ dalla parte delle loro preoccupazioni, che non li tratta da adulti consapevoli ma sembra decidere tutto dall’alto “per il loro bene”. Intorno alla questione Covid sono ovviamente esplosi altri risentimenti: la pressione fiscale che colpisce presumibilmente di piu’ la piccola borghesia, l’invasione incontrollata dei “migranti” e l’islamizzazione strisciante, il discorso pubblico reticente e menzognero imposto dal politicamente corretto, quasi che i tedeschi (i tedeschi di stirpe germanica, intendo) non abbiano diritto di esistere come popolo e debbano continuamente incolparsi di essere tali.


Protestare contro le misure anti-Covid può essere segno di grettezza e di chiusura mentale, e in gran parte lo è. Ma non bisogna sottovalutare nemmeno lo scollamento tra il paese reale e il paese legale, il controllo sempre piu’ occhiuto dello stato sulla vita e sulle convinzioni dei cittadini (si è arrivati alla delazione contro le famiglie cristiane che insegnano il Vangelo ai loro figli).


Quella di Berlino è stata rivolta, non rivoluzione, e avrà il destino di tutte le rivolte: un vano dibattersi contro un potere che stringerà ancora piu’ forte le catene del suo dominio. Ma è avvenuta, ha coinvolto un numero di persone molto maggiore di quanto chiunque potesse immaginare,  e se ne deve tenere conto. Parafrasando Unamuno, un potere che vince senza convincere prepara alla lunga il suo indebolimento e la sua dissoluzione.


Giovanni Romano


lunedì 28 ottobre 2019

Umbria: una regione da liberare



A volte non è vero che le cifre parlino da sole, anche se la vittoria della destra alle elezioni umbre di ieri è stata netta, travolgente, incontenibile. 57,55% dei voti, 37,48% alla sinistra, uno stacco del 20,07%. Crolla il M5S al 7,33%, Forza Italia è ormai in agonia con il 5,50%, Fratelli d’Italia decolla col 10,40%. Contro questa débâcle non c’è alibi che tenga: anche l’affluenza ha fatto registrare un’impennata, il 52,80% contro il 39,90% delle regionali 2015, un salto del 12,90% in più.

In estrema sintesi, il voto rivela che:

  • L’Italia non è, non è mai stato e non sarà un paese di sinistra. Una partecipazione così ampia significa una sola cosa: gli elettori hanno ritrovato speranza e determinazione;
  • Il M5S si è rivelato per quello che è: uno specchietto per le allodole che per troppo tempo ha catturato, ingannato e neutralizzato la sincera volontà di cambiamento degli italiani;
  • Alle urne vincono le proposte forti e non i “moderati” come FI che, come il M5S ma con successo molto minore, cercano di intercettare e vanificare la volontà popolare (lavorando sottobanco con Renzi);

Tutto questo a dispetto di una copertura mediatica che definire oltraggiosamente parziale è poco, a dispetto di tutto uno schieramento cattocomunista – particolarmente consolidato in Umbria – arrivato fino ai francescani di Assisi che hanno pregato perché la Lega non vincesse (la prossima volta si rivolgano a Pachamama, visto che San Francesco, a quanto pare, non gli ha dato ascolto).

Che la Regione rossa “modello” fosse un disastro, al di là della facciata di tranquillità e benessere, ha dovuto ammetterlo persino un giornale schierato come Il Corriere della Sera nella sua corrispondenza di oggi:

(…) l'Umbria ha progressivamente smesso di essere un modello. Piuttosto: assunzioni in cambio di voti e spartizioni, tutte interne al centrosinistra, nelle comunità montane, nelle istituzioni pubbliche, negli enti e ovunque ci sia possibilità di avere o gestire potere. Con un sistema ferroviario fermo agli anni Settanta, con 3.770 aziende sparite dal 2010 ad oggi, il piI ridotto di 8 punti percentuali, 1'80% della spesa corrente risucchiata dai costi della sanità.

Con una situazione del genere, ci sarebbe stato da meravigliarsi se l’esito del voto fosse stato diverso!

Possiamo dire dunque che “l’Umbria è libera”? No, o meglio non ancora. l’Umbria – e con lei l’Italia intera – è da liberare, e il cammino sarà lungo. Prima di tutto perché un sistema consolidato di potere come quello umbro – dov’è forte anche la massoneria, non dimentichiamolo – non si smantella dall’oggi al domani.

I posti chiave (banche, cooperative, media, università, magistratura) sono al di fuori della volontà degli elettori, e certamente opporranno una lunga, sorda resistenza. Verrebbe da dire agli elettori del centro-destra, ben più fiduciosi nelle procedure democratiche della loro controparte: per favore non tornate a casa! Non pensate che tutto sia finito! Non scaricate la battaglia politica sulle spalle dei vostri rappresentanti pensando che risolveranno tutti i problemi per voi! Cominciate a diventare popolo, riunitevi, costituite associazioni, leggete criticamente i giornali, intervenite sui media, seguite i consigli comunali, provinciali e regionali ogni volta che potrete, contatevi, conoscetevi, fate rete! Solo così eviterete che si decida nuovamente alle vostre spalle e che i vostri eletti rimangano senza appoggio!

Cantava Gaber: “La libertà è partecipazione”. Voi umbri l’avete dimostrato. Avete creduto nella democrazia, nel cambiamento pacifico e democratico, molto di più della sinistra che ora strilla al “ritorno del fascismo e del sovranismo”. Non credete che col voto il vostro compito di cittadini sia finito: avete visto quante volte ormai il voto popolare è stato tradito da governi che nessuno ha eletto.

Abbiate il coraggio di abrogare più che potete i provvedimenti stolti e iniqui che la legge vi consente di abrogare: in questo momento è più importante che accumulare nuove norme.

Buona fortuna e buon lavoro, per voi e per tutti gli italiani.

Giovanni Romano

martedì 4 giugno 2019

Il doppio sbaglio di Simone Pillon



Due sono gli errori che Simone Pillon, deputato leghista e cattolico non pentito, ha commesso quando ha pubblicamente dichiarato di voler pregare per l'anima di Vittorio Zucconi. La Rete – questo mostro politicamente corretto dalle diecimila teste – lo ha immediatamente e selvaggiamente linciato. Non sto qui a riportare i commenti, uno più meschino e spregevole dell'altro, anche se ci sarebbe molto da riflettere sulla hybris di un mondo che oramai si crede autosufficiente. Il minimo che si possa fare è dar ragione a George Orwell, quando scrisse in Reflections on Gandhi (onestamente, dal suo punto di vista) che tra l'ateo e il credente non ci può essere incontro né mediazione.

L'errore di Pillon è stato duplice, e paradossalmente in entrambi i casi è andato contro il Vangelo. In primis perché non ha tenuto conto della discrezione nella preghiera, (Mt 6, 5-6) specialmente nei riguardi dei non credenti e della loro superbia. Il secondo è la raccomandazione di non dare le cose sante ai cani e non gettare le perle davanti ai porci (Mt 7, 6). Non avevo mai capito prima d'ora questo versetto, ma la reazione al post di Pillon non poteva spiegarmelo meglio.

Quanto a me, ho seppellito Zucconi a ciglio asciutto. Una persona arrogante, un superbo estremamente intollerante e violento contro chi non la pensava come lui, non merita né le mie preghiere né tantomeno il mio rimpianto. Dovunque sia o non sia adesso, è andato al posto che si è scelto (cfr. At 1, 25), e lì rimanga!

Giovanni Romano

martedì 25 novembre 2014

"Libertà è partecipazione" (?)

A proposito della scarsissima affluenza alle urne per le elezioni regionali in Emilia-Romagna e in Calabria si sono sentiti commenti tra lo sbalordito, il preoccupato e l'indignato. Le due uniche voci contrarie sono state quelle di Renzi per il quale l'astensionismo è "un problema secondario" e quella di Cruciani, per il quale il problema non esiste, chi ha votato ha votato, gli assenti hanno sempre torto e peggio per loro.
Lascio al Presidente del Consiglio la superficialità interessata del suo commento, sulla quale ritornerò comunque alla fine, e mi soffermo un attimo sull'osservazione di Cruciani. Questi ha fatto notare che negli Stati Uniti o in Inghilterra la percentuale dei partecipanti a ogni votazione è simile o addirittura più bassa e nessuno si scandalizza, tutti accettano il risultato. La sua tesi mi ricorda quel che trovai in un ottimo libro ormai molti anni fa, Democrazia e definizioni, in cui Giovanni Sartori metteva a confronto quelle che lui chiamava la "buona" e la “cattiva” apatia. Quella "buona" è appunto caratteristica dei paesi anglosassoni: la bassa affluenza non è segno di sfiducia nelle istituzioni ma piuttosto il contrario: chi non va a votare è comunque certo che chiunque vada al potere non toccherà  le sue libertà fondamentali . La "cattiva" apatia, al contrario, è sintomo di rabbia, sfiducia, rassegnazione impotente oppure cinismo, perché nei confronti del potere si preferisce la via dell'accomodamento individuale, dell'intrallazzo e dell'accordo sottobanco piuttosto che il confronto aperto delle urne.
Non c'è dubbio su quale tipo di apatia abbia prevalso. In un paese che vive in un'atmosfera di conflitto permanente non esiste la "buona" apatia, checché ne dica Cruciani. E trovo anch'io che questo pesante assenteismo sia un sintomo molto preoccupante, anche se per fortuna il Movimento a 5 stelle non è riuscito ad approfittare dello scontento. Sono però lontanissimo dall'intendere la "partecipazione" come la intendono, ad esempio, il presidente Napolitano e la sinistra al governo: intrupparsi dietro il pensiero unico e sfilare disciplinatamente nelle ricorrenze comandate stile parata del Primo Maggio sulla Piazza Rossa o nella DDR. O peggio ancora esortare a leggere i libri (i loro libri, beninteso) e poi scagliarsi contro le Sentinelle in Piedi che i libri li leggono davvero.
Non serviranno certo i fervorini moralistici provenienti dai piani alti per far tornare la gente alle urne, e da questo punto di vista Renzi è stato più sincero (o più cinico) degli altri. Bisognerebbe piuttosto chiedersi chi ha disertato e perché.
Oltre a una quota consistente di disillusi della sinistra PD, ha disertato soprattutto l'elettorato "moderato". Ma che significa oggi "moderato"? Per la deriva etica che hanno preso FI ed Ncd, sembra che "moderato" sia colui che vuole le stesse cose della sinistra, solo a piccole dosi e in modica quantità. Ma non è tempo di moderatismo questo. Una subalternità culturale e politica così deprimente può soltanto alienare i consensi, e se non li regala alla sinistra li toglie certamente alla destra. Non è un caso che un partito come la Lega, che non ha paura di presentarsi con una identità forte e di rifiutare in toto il "progressismo", abbia conosciuto un'affermazione così clamorosa.
Renzi per il momento ostenta sicurezza, la sicurezza di chi non ha avuto bisogno del voto popolare per arrivare al potere. Per questo ha potuto permettersi l'infelice battuta sull'astensionismo come "problema secondario". Il suo atteggiamento è la chiave per capire il vero retroscena di queste elezioni. Siamo già al terzo governo non eletto e ci meravigliamo pure che la gente non partecipi?

Giovanni Romano

lunedì 26 maggio 2014

Elezioni UE: nel paese dei ciechi l'orbo è re

Dalle elezioni per il Parlamento Europeo il PD è uscito più forte che mai e ora Renzi si avvia, salvo imprevisti, a un governo di legislatura. Il M5S e FI pagano una campagna elettorale che definire stolta è dir poco. La “moderazione” apparente di Renzi, che accortamente non è sceso al livello dei suoi avversari, gli ha regalato un risultato al di là di ogni aspettativa e per giunta sembra avergli conferito quella legittimazione democratica che gli mancava. Il voto italiano è il più "europeista" tra quello dei paesi di primo piano della UE, ma questo è avvenuto grazie a un paradosso. Il PD ha vinto perché queste elezioni non avevano affatto come tema principale l'Europa, ma sono state intese come un plebiscito pro o contro il governo per fini di politica interna. Ora chi ha voluto la prova di forza è stato servito.

È stato Renzi a vincere, o è stato il demerito dei suoi avversari? Probabilmente entrambe le cose. Renzi ha saputo scippare alcuni temi cari al centrodestra senza realmente condividerne le idee. È stato il primo politico della sinistra che ha avuto l'intuizione che gli elettori del centrodestra andavano corteggiati anziché demonizzati, e questa tattica ha ampiamente pagato. Il comportamento del M5S è stato incredibile, ai limiti della follia suicida. Ha condotto una campagna elettorale basata esclusivamente su insulti, minacce, rivendicazioni insensate di vittoria anticipata che mascheravano l'assoluta assenza di idee e proposte. Ha ragione chi ha scritto che il M5S è stato forse uno specchietto per le allodole, un falso partito di opposizione che doveva incanalare il malcontento in una direzione innocua per chi siede nella stanza dei bottoni e non rende conto a nessuno del proprio operato.

Sulle forze di centrodestra sarebbe meglio stendere un velo di pietoso silenzio. Più che di una sconfitta bisognerebbe parlare di una rotta. Personalismi, voltafaccia, scismi, meschine ripicche e illusioni velleitarie di un ritorno alle origini hanno tolto ogni credibilità a Berlusconi e a FI. Inutile incolpare solo le toghe rosse. Il movimento non c'era più da anni, e solo pochi illusi si aggrappavano fideisticamente al nome del Capo ripetendolo come un mantra. Il NCD gongola della sua strepitosa quota al 4%. Resta da spiegare in che modo riuscirà d'ora in poi a influenzare il PD che ha preso dieci volte tanto. In conclusione, Renzi ha vinto perché “nel paese dei ciechi, l'orbo è re”. Di fronte all'inconcludenza velleitaria delle altre forze politiche, il PD è apparso come l'unica alternativa seria e credibile, anche perché il governo sembra voler mantenere tutte le sue promesse a cominciare dai famosi 80€ in più nella busta paga. Ma manterrà anche ben altre promesse, come vedremo subito.

Cosa è successo intanto al voto cattolico? E soprattutto, esiste ancora un voto cattolico? Io credo che queste elezioni siano le prime ad averne certificato definitivamente e irrimediabilmente il decesso. È stato il voto più laico che si sia mai verificato finora nella storia della Repubblica. Non occorre essere dei geni per capire che quello delle europee è stato un voto contro la vita e contro la famiglia, un voto che ci porterà dritto filato ai “nuovi diritti civili”; un voto che ribadirà ancora più strettamente le catene dell'invadente burocrazia dello stato e della UE; un voto a favore di una sempre più grave espropriazione della nostra sovranità nazionale; un voto che spalanca senza più rimedio le porte a un immigrazionismo incontrollato. In questa campagna elettorale i cattolici non sono esistiti, punto e basta. Nella massima parte si sono accodati a Renzi pensando che fosse “il male minore” (come mi è toccato sentire da un prete tutto contento di averlo votato). Il popolo cattolico che si mobilitò con Ruini non esiste più, è rimasto “satisfatto e stupido”, per dirla con Machiavelli.

Le cause di questa sconfitta sono molteplici ma una mi sembra particolarmente importante: la debolezza culturale, l'incapacità di porsi sulla scena pubblica con la propria identità e la propria storia, la ricerca del compromesso a tutti i costi. La prova a contrario è il risultato del voto in Francia, in Inghilterra e nella calunniatissima Ungheria, dove i partiti di destra non hanno avuto paura di presentarsi come tali, e dove hanno raccolto la maggioranza dei consensi.


Anche se non si tratta di partiti dichiaratamente cattolici, che anzi non hanno nelle loro priorità la promozione dei valori non negoziabili (a parte l'Ungheria), quel che interessa qui è constatare che la chiarezza e la capacità di affrontare di petto il "politically correct" pagano sempre. Una chiarezza che al mondo cattolico è clamorosamente mancata e che costerà danni irreversibili al tessuto morale e umano del nostro paese.

Giovanni Romano

sabato 29 marzo 2014

Anche le famiglie sanno leggere (mi spiace per Scalfarotto)

L'intervento di Ivan Scalfarotto, sottosegretario alle riforme, diffuso dall'Agenzia ANSA il 24 marzo scorso, ribatteva al collega Gabriele Toccafondi che in un'intervista al settimanale TEMPI aveva espresso gravi perplessità per una sictcom gay destinata alle scuole, e protestava perché Vladimir Luxuria era stato invitato a un'assemblea scolastica a Modena senza che i genitori dei ragazzi fossero informati e senza alcun contraddittorio.

Vale la pena commentare per esteso la dichiarazione di Scalfarotto perché mostra molto bene le bugie e i sofismi con cui si cerca di far passare l'ideologia del gender e l'imbavagliamento di chi la pensa diversamente. Tanto per cominciare, l'intervento si apre con un tono di supponente ironia verso il collega che viene trattato da irredimibile troglodita: Se avesse letto il testo licenziato dalla Camera, il sottosegretario Toccafondi saprebbe che la legge protegge espressamente il diritto di opinione, che del resto è protetto dall’articolo 21 della Carta fondamentale.”

Effettivamente il testo licenziato dalla Camera e presentato al Senato è piuttosto annacquato rispetto al disegno di legge originalmente presentato dallo stesso Scalfarotto il 13 marzo 2013 (vale la pena leggerlo qui). Ma il merito non è certamente di Scalfarotto, che nella stesura originale e nella sua relazione di accompagnamento al disegno di legge non accennava minimamente alla libertà di opinione. Alcune delle sue affermazioni, al contrario, erano decisamente inquietanti. Ad esempio, il disegno di legge proponeva di sostituire all'espressione propaganda di idee discriminanti (di cui al decreto legge 26 aprile 1993 n.122) la mera diffusione. Chiunque può vedere che questo è un concetto interpretabile con larghissimo arbitrio: sotto questa mannaia l'omelia di un sacerdote, la citazione di un versetto biblico, il rifiuto di partecipare a una festa di matrimonio gay o la semplice espressione del proprio disagio di fronte a una coppia omoparentale sarebbero tutti da considerare “diffusione di idee discriminanti” e come tali da punire con la reclusione fino a un anno e sei mesi? Altrettanto dicasi per la sostituzione della parola finalità con la ben più vaga motivi, e istigazione (comportamento definito con molta precisione dal Codice Penale, ad esempio nell'art.414) con incitamento. Inoltre l'art. 5 del disegno di legge stabiliva che la circostanza aggravante dell'”omofobia” “è sempre considerata prevalente sulle ritenute circostanze attenuanti”. Come difesa della libertà di espressione non c'è male.

L'ironia si fa sofisma quando Scalfarotto nega che ci fosse bisogno di un contraddittorio per Luxuria: “Quanto alla partecipazione di Vladimir Luxuria a un’assemblea scolastica – aggiunge – il segretario Toccafondi dice che in questi casi ci sarebbe bisogno di contraddittorio. Questo e’ un concetto che fa a pugni con il buon senso. Forse che quando invitiamo nelle scuole altre minoranze c’e’ bisogno di contraddittorio? Toccafondi suggerisce forse di invitare i negazionisti quando si parla di antisemitismo o il Ku Klux Klan quando si parla di razzismo? E, infatti, a questo serve l’Unar: a combattere tutte le discriminazioni, secondo le innumerevoli raccomandazioni di Unione Europea e Consiglio d’Europa sull’argomento.”

Se c'è qualcosa che fa a pugni col buon senso sono proprio argomentazioni come queste. Paragonare le famiglie ai negazionisti dell'Olocausto o al Ku Klux Klan è oltraggioso a dir poco. È una tattica ben collaudata: soffocare un dibattito minimizzando la posta in gioco (ma se si trattasse semplicemente di buon senso, perché chiamare in causa l'UE e il Consiglio d'Europa, due organizzazioni che da sempre spalleggiano gli attacchi alla famiglia?). Il risultato pratico è che i genitori non c'entrano più niente con l'educazione dei propri figli.

Di particolare interesse la conclusione di Scalfarotto, che rivela forse involontariamente i retroscena del suo modo di pensare: vergogna per la propria cultura di appartenenza, complesso di inferiorità verso il Nordeuropa, supino adeguamento agli stereotipi imposti dall'UE, fino a una conclusione imprevista che mette davvero a disagio:

E’ piuttosto l’Italia ad essere in una posizione pochissimo invidiabile di fanalino d’Europa sul tema dei diritti e delle libertà della persona: parlo di diritti Lgbt, ma penso anche alla vicenda delle carceri e al recente richiamo del Capo dello Stato sul fine vita”.

Vi sembra normale che un discorso partito da tutt'altre premesse debba concludersi con un accenno così funereo al fine vita? E come mai, nella cultura politica della sinistra, le rivendicazioni sulla parità vanno sempre insieme con quelle sulla morte?

Giovanni Romano

venerdì 18 maggio 2012

Lo scivolone della ministra Fornero

In merito all’intervento del ministro Fornero alle celebrazioni della Giornata internazionale della famiglia del 15 maggio il Forum delle associazioni familiari ha indirizzato una lettera aperta al ministro. Ecco il testo:

Quello del ministro Fornero, ieri nella Sala della Lupa, è stato un gran brutto scivolone tanto più perché piovuto su un evento istituzionale che nel nome della Giornata internazionale della Famiglia dell’Onu, per la prima volta riusciva a mettere insieme istituzioni e società civile attorno alla famiglia.

Il ministro ha mancato di ascolto nei confronti del lavoro dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia che nel suo Rapporto biennale aveva tracciato una fotografia della famiglia italiana che in due minuti è stata ridotta a carta straccia. Ma le famiglie, quelle autentiche ritratte dall’Osservatorio e non quelle molto più fantasiose del ministro, sono ormai all’angolo, grazie alle stangate e ad un regime fiscale che da troppo tempo penalizza proprio le famiglie e le famiglie con figli.

Ha mancato di ascolto nei confronti del padrone di casa, il presidente Fini, che aveva fatto un intervento mirato alle reali necessità della famiglia, e al suo insostituibile ruolo come “motore di sviluppo del Paese”.

Ha mancato di ascolto nei confronti del ministro Riccardi che aveva lavorato, insieme all’Osservatorio, per costruire una grande alleanza istituzionale e sociale intorno alla famiglia. Di questa alleanza ha bisogno il Paese, per uscire dalla crisi, di un sostegno diretto, concreto e urgente alle famiglie, non di generiche rivendicazioni di presunti diritti riservate a pochi gruppi sociali.

Ha poi mancato di ascolto verso tutti i genitori e alla loro quotidiana fatica educativa e lavorativa. Salita in cattedra, ha preteso di insegnare come si deve essere genitori, anziché impegnarsi su concreti sostegni diretti, e ha preteso di dire alle coppie come devono lavorare, anziché riconoscere la libertà di scelta di uomini, donne, coppie, famiglie. Dal governo il Paese si aspetta libertà e promozione, non insegnamenti un po’ antiquati su come vivere!

Ha mancato di ascolto (e di rispetto) nei confronti della Costituzione, che non ha alcun dubbio su cosa si intenda per famiglia, e che attorno al riconoscimento della “famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” costruisce il patto di responsabilità pubblica delle famiglie, che hanno diritti e doveri. Col suo intervento ha spostato l’attenzione sul tema del riconoscimento delle coppie di fatto; ma davvero questa è una priorità per il nostro Paese? Ma avete parlato con i genitori, con i lavoratori, con le famiglie separate, con le famiglie vedove, con le famiglie che hanno figli disabili, con chi diventa povero perché gli nasce un figlio? Più ascolto, più osservazione, meno ideologia”!
Perché il ministro Fornero non denuncia piuttosto la totale inosservanza dell’art. 31, e fa qualcosa in tal senso? Dove sono le politiche previste dai Padri costituenti?

Ma soprattutto ha mancato di ascolto nei confronti dei bisogni veri delle vere famiglie sui quali l’incessante lavoro dell’associazionismo e dell’intera società civile era finalmente riuscito a concentrare l’attenzione delle Istituzioni. Si era, fino alla mattina di ieri, sulla soglia dell’approvazione definitiva del Piano famiglia da parte del governo, sia pure fortemente ridimensionato rispetto a quello tracciato dalla Conferenza sulla famiglia del 2010. Un Piano sul quale c’era – e c’è – la convergenza anche di Regioni e Comuni, di gran parte del sindacato e delle associazioni che riuniscono e rappresentano le famiglie. Un Piano dove finalmente si introduce come non più rinviabile un fisco più equo per le famiglie con carichi familiari – equità, non privilegi - grazie anche alla proposta del Forum del “FattoreFamiglia”. Ma il ministro Fornero ha semplicemente ignorato la questione. L’intervento del ministro Fornero ai presenti è quindi suonato come un sostanziale veto, o comunque un segnale di totale disinteresse rispetto ad un percorso che, dalla Conferenza nazionale di Firenze del 2007, con il ministro Bindi, passando attraverso la Conferenza nazionale di Milano del 2010, con il sottosegretario Giovanardi, ha portato finalmente per la prima volta la famiglia nell’agenda strategica del governo, con un Piano nazionale. 

Con il suo intervento il ministro Fornero ha sostanzialmente affermato che altri sono i problemi, altre sono le priorità, rischiando di riportare in alto mare proprio quel Piano – a meno che il Piano stesso non venga sterilizzato e reso “puro documento di intenti”. Ma su questo non possiamo che chiedere vigilanza e garanzie al ministro Riccardi e al presidente del Consiglio Monti.

Francesco Belletti
presidente

venerdì 27 aprile 2012

Il regime non perde tempo. Ora tocca a CL.

Riporto e sottoscrivo integralmente il comunicato stampa di Comunione e Liberazione sugli ultimi attacchi mediatico-giudiziari di cui il Movimento è stato fatto oggetto in questi giorni. Da una stampa tanto asservita al laicismo non ci si poteva aspettare niente di diverso.

Comunione e Liberazione è intervenuta con un comunicato stampa ufficiale per denunciare quello che viene definito "un linciaggio mediatico". Il riferimento è alle notizie circolate sui massimi organi di stampa nazionali secondo le quali il movimento fondato da don Luigi Giussani sarebbe stato destinatario di tangenti da parte dell'amministratore delegato di Finmeccanica, Giuseppe Orsi. Nel caso in questione, l'a.d. di Finmeccanica sarebbe indagato per aver contribuito a versare una tangente di dieci milioni di euro alla Lega Nord in una vendita al governo indiano di elicotteri. Alla Lega è stata poi aggiunta Comunione e Liberazione come possibile destinataria di parte della tangente. Riportiamo il testo del comunicato stampa che Comunione e liberazione ha diffuso in merito a questa vicenda.

Da alcuni mesi il nome di Comunione e Liberazione è costantemente associato sui mass media a vicende politico-giudiziarie di suoi appartenenti o di persone che hanno rapporti con alcuni di essi, in una continua identificazione del movimento nel suo insieme con le responsabilità di singoli e, viceversa, con l’attribuzione di responsabilità individuali - nel bene e nel male, di qualunque natura esse siano, essendo ancora da dimostrare se sono stati commessi reati - a CL in quanto tale.
Finora le nostre precisazioni al riguardo sembrano essere state inutili, comprese quelle rese da don Carrón in una recente intervista: «Noi teniamo alla natura dell’esperienza cristiana. E l’esperienza cristiana ha a che vedere con tutto. A voler verificare se la fede serve ad affrontare tutte le sfide, si corrono rischi. Nessuna istituzione, né la Chiesa né un partito, può evitare gli errori dei singoli. E questi non possono essere attribuiti alla comunità. Sarebbe ingiusto. Ciascuno è personalmente responsabile di quel che fa. Perciò l’identificazione non è legittima, vale per Cl come per qualsiasi altra istituzione. E noi dobbiamo sempre mantenere quella che don Giussani chiamava “una irrevocabile distanza critica” e non vi rinunceremo mai. Siamo una comunità cristiana e non un partito o una corrente» (Corriere della Sera, 16 gennaio 2012).
A dispetto di queste parole di chiarimento, oggi leggiamo sui giornali l’incredibile accusa di tangenti Finmeccanica a CL, quale emergerebbe dalle dichiarazioni di un ex dirigente dell’azienda, che lo avrebbe appreso da fonti non meglio precisate. CL non c’entra nulla, ma i titoli, i sottotitoli e gli articoli sono pieni di riferimenti diretti al movimento, salvo precisare che «i pm verificano le dichiarazioni». Intanto l’infamante accusa è stata lanciata. Quali saranno le conseguenze sull’opinione pubblica?
Torna alla mente un altro momento della vita di CL, il 1976: allora l’accusa - rivelatasi dopo tre anni assolutamente infondata  di finanziamenti della CIA a Comunione e Liberazione scatenò una campagna diffamatoria sui principali organi di informazione, alimentando un clima di sospetto veramente allarmante, che giunse fino al dileggio e all’ostilità negli ambienti di vita e di lavoro verso persone colpevoli solo di portare il nome di “ciellini” e causò violenze nei confronti di persone e sedi del movimento in tutta Italia.
A questo punto ci domandiamo: come impedire il linciaggio mediatico? E come assicurare il rispetto delle procedure e delle garanzie giuridiche?
Il peso di menzogne contro un’esperienza che tanti - anche autorevolmente - riconoscono come «una risorsa per il nostro Paese» sta assumendo il volto di un calvario che sinceramente pensiamo di non meritare. In ogni caso, è stato dato mandato ai legali di tutelare l’onorabilità di Comunione e Liberazione.

martedì 27 marzo 2012

Perché sono grato ad Antonio Tabucchi

Forse ricorderete come fu ostracizzato Rocco Buttiglione dalla carica di commissario europeo nel 2004 per la sua posizione di cattolico sugli omosessuali e l'omosessualismo. A nulla gli servì difendersi -in modo un po' goffo in verità, e anche alquanto ambiguo- sostenendo che le sue erano solo opinioni personali che non avrebbero inciso in alcun modo sulla sua condotta di alto responsabile della UE. E a nulla gli servì invocare l'arcinota e abusatissima frase di Voltaire "Detesto ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo".

Qui non m'interessa ricordare l'ignobile linciaggio morale al quale venne sottoposto, né m'interessa richiamare l'attenzione sul fatto ben più pericoloso che un cattolico, secondo la vulgata UE, non dovrebbe avere nemmeno diritto alle sue opinioni private.

Qui m'interessa richiamare quello che scrisse Antonio Tabucchi sull'Unità del 25 ottobre 2004, il giorno dopo la cacciata di Buttiglione. C'è un passo particolarmente significativo che vale la pena di citare, a pagina 1. L'autore discute le affermazioni di un  soi-disant "razzista" con cui gli è capitato di parlare in treno:

Probabilmente si attendeva che gli rispondessi che si trattava di una opinione personale sacrosanta, e che mi sarei fatto ammazzare piuttosto che impedirgli di esprimere la sua opinione, secondo quell’adagio devastante falsamente attribuito a Voltaire che in Italia è servito da sdoganamento alle dichiarazioni più nefande. Poiché al contrario del falso adagio illuminista... ecc. .

Anche qui non m'interessa discutere il merito dell'articolo ma questa affermazione assolutamente sorprendente. Delle due l'una: o ha mentito la secolare vulgata illuminista, sempre pronta a sbandierare la "tolleranza" (ma mai verso i cattolici e i credenti in generale) oppure ha mentito Tabucchi pur di dare addosso a Buttiglione. E temo purtroppo che sia stato Tabucchi a mentire, perché non ha portato la minima prova di affermazioni tanto apodittiche e di tale portata.

Dico "temo purtroppo" perché vorrei proprio che Tabucchi avesse ragione. Se fosse vero quello che lui ha affermato, se fosse vero che mai Voltaire avesse pronunciato o scritto quella frase, i cattolici si sentirebbero finalmente liberi dal benché minimo debito di gratitudine, dalla benché minima soggezione intellettuale verso la iena di Ferney.E di questo gli sarei perennemente grato.

Quasi certamente la frase di Tabucchi è solo una battuta polemica. Ma c'è un altro punto dell'articolo sul quale vale la pena che i cattolici riflettano anche oggi:

E poi: possibile che un uomo fornito di saldi principi quali quelli dell’onorevole Buttiglione si dica disposto a sacrificarli, direi a rinnegarli, promuovendo l’integrazione sociale e i diritti civili di categorie o di persone di cui ha un’opinione così negativa? Possibile, mi chiedo, che un uomo di pensiero sia disposto a rinunciare agli ideali su cui si basano la sua filosofia e la sua morale per un modesto impiego da parlamentare europeo?

Ferma restando la prova d'intolleranza laicista che ha dato la UE in quell'occasione. bisogna ammettere che Tabucchi non aveva tutti i torti. Troppi compromessi rischiano di rendere i cattolici "a Dio spiacenti ed a' nimici Sui". Quando lo scontro arriva a livelli di tale asprezza, forse un cattolico farebbe meglio ad andarsene da istituzioni così contaminate scuotendo con disprezzo la polvere dalle sue scarpe.

Giovanni Romano

venerdì 27 gennaio 2012

Contro l'Ungheria menzogne a sangue freddo - E l'Italia sta anche peggio

Stamane, in una trasmissione su Radio1 RAI, una giornalista ungherese denunciava la "censura sulla stampa" che sarebbe stata istituita nel proprio paese. Comprendo tanta indignazione. Ai suoi occhi, come a quelli dell'eurocrazia al potere, il governo Orban ha tre gravissime colpe:

  1. Ha fatto esplicito riferimento alle radici cristiane del paese nella sua Costituzione;
  2. Sempre nella sua Costituzione, ha solennemente proclamato il diritto alla vita del concepito;
  3. Ha un governo democraticamente eletto.
 Ma quella giornalista mentiva sapendo di mentire. Proprio oggi Reporters Sans Frontières ha pubblicato la mappa della libertà di stampa nel mondo, ripresa anche dal Daily Mail, che ha segnalato con preoccupazione una diminuzione della libertà di stampa negli USA e in Gran Bretagna.

Quello che c'interessa qui è però  la tabella allegata alla mappa con la graduatoria mondiale di tutti i paesi. E si fanno scoperte sconcertanti, non certo lusinghiere per l'Italia che si piazza al 61° posto, addirittura dopo la Bosnia-Erzegovina, e ben al di sotto dell'Ungheria (40° posto).


Cliccando per ingrandire l'immagine, si nota a colpo d'occhio che l'Ungheria è colorata di giallo (situazione "soddisfacente" anche se non proprio ottimale) mentre l'Italia scivola verso l'arancione ("Notevoli problemi"). Da notare che Reporters Sans Frontières non ha mai fatto sconti a nessuno. E nonostante questo la nostra stampa ha il coraggio di criticare il governo Orban!

Fino a che punto di mistificazione siamo arrivati! Basterebbe questo solo esempio a far capire quanto la nostra stampa, e in particolare quella di sinistra, è asservita ai veri poteri forti, e quale brutale schiacciamento di un paese libero si sta organizzando in queste ore da parte della cricca laicista di Bruxelles.

Giovanni Romano