giovedì 8 settembre 2022

L'assurdo viaggio delle pere argentine

 


La foto di cui sopra è stata scattata in un supermercato probabilmente di New York da un cliente più avveduto della media. Guardando con attenzione le indicazioni sulla confezione, risulta che le pere hanno fatto un viaggio che definire sconcertante è poco: prodotte in Argentina, imbarcate in Cile, spedite in Thailandia per essere trasformate in gelatina di frutta e confezionate, poi spedite negli Stati Uniti per essere vendute. Il che implica una doppia traversata dell'Oceano Pacifico oltre a un attraversamento delle Ande e un viaggio transcontinentale in ferrovia fino alla costa orientale degli Stati Uniti.

A prima vista si resta sbalorditi, ci si chiede se un viaggio così lungo, presumibilmente di settimane o mesi, abbia qualcosa a che vedere con la razionalità. Di certo ha a che vedere con il profitto. Evidentemente costa meno noleggiare delle navi, pagare carburante ed equipaggi per una distanza complessiva di oltre 40.000 km (in pratica, la circonferenza terrestre), pagare i dazi nei porti e i noli ferroviari, anziché semplicemente lavorare e confezionare le pere sul posto e spedirle direttamente negli USA, come se in Argentina non esistessero stabilimenti in grado di farlo né manodopera disposta a lavorare. E probabilmente, data la concorrenza al ribasso imposta dalla globalizzazione, di stabilimenti del genere in quel paese non ne esistono davvero. C'è da chiedersi quanto siano bassi i salari dei thailandesi, se ci si prende il disturbo di appaltare loro il confezionamento di pere provenienti da 17.000 chilometri di distanza.

Non è solo un viaggio assurdo, ma anche un viaggio dannoso per l'ambiente, dato l'inquinamento prodotto dalle navi, e anche per la salute, perché è evidente che per dei viaggi così lunghi è necessario l'uso dei conservanti.

Anche in Italia abbiamo visto esempi aberranti di globalizzazione, come quando alcuni pastori sardi fermarono e vuotarono per strada il latte di una autocisterna proveniente dalla Romania che doveva essere lavorato a poca distanza dai loro pascoli, come se i loro allevamenti non esistessero nemmeno.

Ci si chiede anche quale impresa, o quali imprese, abbiano deciso degli itinerari del genere. C'è il fondato sospetto che i cervelli - chiamiamoli così - si trovino negli USA.

Poi ci si lamenta che la filiera produttiva è troppo lunga!

Giovanni Romano

venerdì 2 settembre 2022

Gli arzilli vecchietti che smaniano per lavorare fino a cent'anni. A nostro danno


 

Che questi siano tempi durissimi per i lavoratori dipendenti è risaputo. Un anno dopo l'altro, un governo "tecnico" dopo l'altro, hanno perso praticamente tutti i diritti acquistati negli anni '70-'80, e nessuno può onestamente sostenere che gli pseudo."diritti civili" di nuovo conio servano nemmeno lontanamente a migliorare la loro condizione.

Lo stesso, mutatis mutandis, sta avvenendo oggi a proposito delle pensioni. Come se non fosse bastata la "riforma" (?) fornero a prolungare ingiustamente l'età lavorativa, ora si parla di prolungare ancora l'età pensionabile fino ai 71 anni "come in Giappone" (paese anch'esso colpito da una gravissima crisi demografica).

A parte la differenza di mentalità tra i lavoratori italiani e quelli giapponesi (fissarsi troppo sul lavoro può significare privarsi di altri interessi vitali, del resto persino in Giappone è nato un movimento contro il superlavoro), è degna di nota la campagna nemmeno troppo sottile che stanno conducendo due quotidiani filo-governativi come La Stampa e Il Corriere della Sera, che hanno presentato i casi di due arzilli vecchietti ultraottantenni che ancora lavorano indefessamente. Portarli come esempio "virtuoso" ha un ovvio doppio scopo: indurre l'opinione pubblica ad accettare di lavorare più a lungo, e colpevolizzare - come nel caso dei disoccupati - chi invece sente di avere già dato abbastanza e desidera semplicemente passare in santa pace gli anni che gli restano da vivere.

Due sono gli esempi portati alla ribalta. comparsi su questi giornali con sospetto sincronismo. Il primo risale al 29 agosto scorso sul Corriere, protagonista il pluristellato e pluripremiato pasticciere ottantenne Iginio Massari. Il titolo è già tutto un programma: "La pensione? L'inizio del declino. Non sono ancora abbastanza vecchio". Segue a ruota, il giorno dopo, su La Stampa, un articolo sull'ottantaduenne barista Albino Baraldo che è tornato a lavorare nel suo bar dopo averlo dato in gestione da quattro anni. Il messaggio, nemmeno tanto subliminale, è: "Vedete? Queste persone lavorano fino agli ottant'anni e oltre, e voi vi lamentate se vi chiediamo di lavorare fino ai settanta o settantuno? Pigri, inetti e parassiti che non siete altro!"

Non sono mancati, ovviamente, i commenti critici e diffidenti - la gente non è poi così stupida come forse pensano i redattori dei due quotidiani - e qualcuno, pur nel dovuto apprezzamento per Iginio Massari, ha ribattuto: "E chi l'ha detto che la pensione è l'inizio del declino? Per tanti, al contrario, può essere un nuovo inizio, con la possibilità di dedicarsi a nuovi interessi o a una passione che hanno dovuto trascurare in tanni anni di lavoro". Concordo pienamente con questa risposta.

Questi esempi "virtuosi" fanno pensare in realtà a una manovra architettata a tavolino, a una campagna propagandistica per imbonire i lavoratori e indurli ad accettare un ulteriore aumento dell'età pensionabile, e a scordarsi del tutto di lasciare il proprio lavoro per potersi dedicare finalmente a sé stessi. Perché questi esempi, meritevoli in sé, non fanno presa in realtà sul pubblico dei lettori?

Il Corriere della Sera e La Stampa sommano furbescamente le mele con le pere, presentando esempi che sono in realtà improponibili per i lavoratori dipendenti. Sia Igino Massari che il sig. Baraldo hanno due caratteristiche in comune che la maggior parte dei lavoratori subordinati non può e non potrà mai vantare:

  1. Sono titolari della propria attività, perché lavoratori autonomi che possono scegliere il momento di ritirarsi.
  2. Sono persone che dal proprio lavoro hanno tratto e traggono non solo un consistente ritorno economico, ma anche grandi soddisfazioni morali, tra cui premi e riconoscimenti come nel caso di Iginio Massari.
Con tutto il rispetto che è dovuto alla loro laboriosità, capacità imprenditoriale e professionalità di questi imprenditori, non ha senso proporli come modello a categorie di lavoratori che si trovano in situazioni ben diverse e molto più svantaggiate. Il solo fatto che siano comparsi articoli del genere alla vigilia di un ennesimo governo tecnocratico dovrebbe farci riflettere molto seriamente.

Prevedo che nel prossimo futuro i giornali e gli spot pubblicitari saranno pieni di arzilli vecchietti che smaniano per lavorare, lavorare, lavorare, lavorare, lavorare...

Giovanni Romano

martedì 23 agosto 2022

Come Yu Kung NON rimosse le montagne

 


Durante il congresso del Partito Comunista del giugno 1943, Mao Zedong citò un'antica favola cinese che grazie a lui divenne celebre come esempio di perseveranza e di tenacia nel perseguire uno scopo senza mai deflettere. Lasciamogli la parola:

Una antica favola cinese, intitolata Come Yu Kung rimosse le montagne, racconta di un vecchio che viveva tanto, tanto tempo fa nella Cina settentrionale ed era conosciuto come il "vecchio sciocco delle montagne del nord". La sua casa guardava a sud e davanti alla porta due grandi montagne, Taihang e Wangwu, gli sbarravano la strada. Yu Kung decise di spianare con l'aiuto dei figli, le due montagne a colpi di zappa. Un altro vecchio, conosciuto come il "vecchio savio", quando li vide all'opera scoppiò in una risata e disse: "Che sciocchezza state facendo! Non potrete mai, da soli, spianare due montagne così grandi". Yu Kung rispose: "Io morrò, ma resteranno i miei figli; morranno i miei figli, ma resteranno i nipoti, e così le generazioni si susseguiranno all'infinito. Le montagne sono alte, ma non possono diventare ancora più alte; ad ogni colpo di zappa, esse diverranno più basse. Perché non potremmo spianarle?" Dopo aver così ribattuto l'opinione sbagliata del vecchio savio, Yu Kung continuò il suo lavoro un giorno dopo l'altro, irremovibile nella sua convinzione. Ciò impietosì il Cielo, il quale inviò sulla terra due esseri immortali che portarono via le montagne sulle spalle.

Una conclusione alquanto sorprendente per un materialista dichiarato, ma Mao si affrettò a precisare:

Dobbiamo essere perseveranti e lavorare senza tregua, e noi pure commuoveremo il Cielo, e questo cielo non è altro che il popolo di tutta la Cina. Se esso si solleverà per spianare con noi le montagne, perché non potremmo riuscirci?

Una bella metafora, non c'è che dire, ma forse ce n'è un'altra più adatta a esprimere il fallimento sanguinoso di tante rivoluzioni e utopie, non solo quella cinese. È una metafora che mi era venuta in mente da molto tempo, quando improvvisamente mi era balenata l'idea di un'altra conclusione possibile per la favola, che aveva trascurato un particolare importante ma decisivo:

E così Yu Kung continuò a lavorare, un giorno dopo l'altro, un anno dopo l'altro. E dopo di lui, ammirevolmente, i suoi discendenti per novemila generazioni. Fino a quando, trasparente e chiara, sorse l'alba dell'ultimo giorno, e l'ultimo discendente dette l'ultimo colpo di zappa a quello che ormai era un piccolo, insignificante pugno di terra. Tutto quello che restava delle immense montagne. La strada era libera, e davanti a lui si apriva finalmente un panorama di sconfinata bellezza. Troppo emozionato per parlare, incredulo di aver portato a termine un lavoro così immane cominciato trecento secoli prima, l'uomo si asciugò il sudore e contemplò a lungo in silenzio il paesaggio davanti a lui. Poi si voltò per tornare a casa. E fu allora che vide...

O meglio, non vide quasi più nulla perché i detriti che lui, il suo avo Yu Kung e le novemila generazioni avevano accumulato erano alti, altissimi fino al cielo. Due montagne spaventose che chiudevano di nuovo l'orizzonte, stavolta dietro di lui. La strada di casa era scomparsa, e lui improvvisamente si sentì immensamente stanco e svuotato. Mai avrebbe avuto l'energia di riprendere quel lavoro inutile, né lui né i suoi discendenti. Si sedette sulla prima pietra che trovò, all'ombra di quelle nuove montagne, e non disse nemmeno una parola.

Giovanni Romano

lunedì 1 agosto 2022

"Silence": un fim girato dalla parte dei persecutori


Non ho visto il film di Scorsese e non penso che lo farò, perché le scene di tortura mi fanno molta impressione, e in questa pellicola certamente non mancano. Sono dunque costretto a scrivere, per così dire, di seconda mano e per sentito dire, ma mi è parso di capire che il film è stato salutato con grande entusiasmo dalla maggioranza dei commentatori anche cattolici, e accolto con scetticismo da una esigua minoranza. Per una più ampia presentazione del film e della trama, suggerisco l'articolo di Brad Miner pubblicato l'11 gennaio 2017 sul sito La Nuova Bussola Quotidiana (www.lanuovabq.it) al link http://tinyurl.com/hvdkzg4.

Credo sia necessario fare tre premesse.

In primo luogo, il film viene a colmare una secolare lacuna storica, anzi una vera e propria congiura del silenzio sulle persecuzioni e i massacri dei cattolici giapponesi nel secolo XVII, persecuzioni che furono addirittura giustificate e applaudite nientemeno che dall'Apostolo della Tolleranza, Voltaire (vedi alla voce «Giappone» nel suo «Dizionario filosofico»). Proprio su questo punto, tra parentesi, il titolo del film si rivela in tutta la sua pregnanza: le persecuzioni furono così feroci da ridurre effettivamente al silenzio la cristianità giapponese per oltre due secoli. Silenzio poi, quando non aperta connivenza (come nel caso del sopracitato Voltaire) degli intellettuali illuministi in Europa (e ne vedremo la ragione più profonda che non fu certo motivata dalla paura). Silenzio infine dalla stessa Chiesa Cattolica che forse volle nascondere lo smacco più cocente della sua attività missionaria ed esorcizzare la domanda posta dal film: è proprio vero che il cristianesimo è positivo, è un bene per tutti gli uomini, per tutte le nazioni, per tutte le culture, o è piuttosto un fattore di divisione, di turbativa delle coscienze, di ribellione all'ordine costituito e di infiacchimento dello stato? (Gibbon docet!).

Seconda premessa: siamo sicuri che il film prenda realmente le parti dei perseguitati o piuttosto giustifica indirettamente i loro persecutori attraverso il trionfo dell'apostasia? Per meglio dire: a giudicare dalla trama, il film sembra propendere a favore di coloro che abiurarono sotto la tortura o la minaccia della tortura, e tratta da fanatici irresponsabili quelli che rimasero fermi nella fede perché attirarono l'ira delle autorità sulla loro comunità ed esposero sé stessi, le loro famiglie e i loro amici a violenze di ogni genere in nome della loro "ostinazione".

Terza premessa: la misericordia. In questo film, se ne ho capito bene la trama, la misericordia e il perdono vanno non tanto ai persecutori quanto a coloro che hanno rinnegato la fede o peggio ancora tradito i loro fratelli.

Intendiamoci: qui non si tratta di giudicare nessuno, meno che mai gli uomini e le donne che dovettero affrontare quelle situazioni spaventose e i drammi di coscienza che comportavano. Si può invece, anzi si deve, prendere posizione nei confronti di chi ha girato il film, di come abbia letto quella vicenda storica e soprattutto di quale messaggio ha voluto far passare.

Cominciamo innanzitutto con il constatare che la persecuzione in Giappone fu condotta con una determinazione assolutamente spietata e con criteri quasi scientifici per l'epoca, e a differenza delle persecuzioni in Occidente, ebbe un successo quasi completo. Questo per due ragioni: in Occidente il cristianesimo riuscì a fare propria la filosofia greca che già apparteneva al mondo classico, e si trovò a operare in una struttura statuale ancora regolata dal diritto romano che temperava l'assolutismo dell'imperatore (che ad esso anzi si richiamava apertamente). Nessuno di questi due elementi esisteva in Giappone. Sotto questo aspetto Voltaire aveva ragione, a modo suo: il cristianesimo possiede effettivamente una carica di destabilizzazione sociale (sarebbe più corretto dire: di rifondazione dei rapporti umani), una carica tanto più dirompente in una società come quella giapponese in cui l'obbedienza cieca all'imperatore e alle autorità, il conformarsi all'armonia sociale mascherava il più crudo dispotismo e i rapporti sociali più iniqui. Non è un caso che al cristianesimo aderirono non solo esponenti delle classi alte ma numerosi contadini poveri e sfruttati, che per la prima volta in vita loro vedevano riconosciuta la loro dignità di esseri umani e figli di Dio.

Il cristianesimo, inoltre, desacralizzava la figura dell'imperatore (e dunque tutta la piramide sociale che ne dipendeva) trasformandolo agli occhi dei cristiani in un essere umano dotato certamente di autorità ma sottoposto anch'egli alla legge e al giudizio di Dio.

Non so se il film colga questi punti, ma a giudicare dalla trama direi che si metta piuttosto dalla parte dell'ordine costituito. Ad esempio, uno dei protagonisti del film è un ex cristiano o sacerdote che non solo ha apostatato, ma si è trasformato nel più accanito e spietato persecutore dei cattolici (il contrario di San Paolo!). Le pressioni che costui è capace di esercitare sui fedeli sono incredibili. Oltre alle più barbare torture fisiche, usa metodi di pressione più raffinati, come ad esempio la tortura psicologica contro il sacerdote che non vuole abiurare e che viene costretto ad assistere alle sevizie e all'uccisione dei suoi parrocchiani. L'inquisitore non esita a rinfacciargli la sua fede: «Perché ti ostini tanto stupidamente con il tuo orgoglio? Cosa ti costa sfiorare appena appena col piede questa immagine di Cristo?1 Fallo, e noi cesseremo le torture e lasceremo andare i tuoi amici. Se invece moriranno tra i tormenti sarà solo colpa tua!».

Un sistema degno della Gestapo e dell'NKVD, che sarebbero venute ben tre secoli dopo! Non credo che il regista, in nessun punto del film, faccia osservare che tanta crudeltà dipende dalla libera volontà dei persecutori, non certo dai perseguitati, e che non si può accettare un ricatto morale tanto grossolano. Nessuno può scaricare sugli altri la responsabilità della sofferenza che ha scientemente deciso di infliggere ai suoi simili.

Un altro argomento che probabilmente compare di frequente nel film è che il cristianesimo non sarebbe adatto alla civiltà giapponese, sarebbe anzi un corpo estraneo, un'imposizione venuta dall'esterno e teleguidata dal Vaticano. Questo naturalmente è un sofisma: se le cose stessero veramente così non sarebbe stato necessario perseguitarlo con tanta violenza, perché l'appello dei missionari non avrebbe trovato proseliti e sarebbe caduto nel vuoto come quello di San Paolo all'Aeropago. Ho già mostrato quale carica dirompente avesse il cristianesimo nei confronti di una delle società più chiuse, conformiste e repressive del mondo, una società in cui l'individuo semplicemente non esiste come persona ed è sempre spendibile nell'interesse della comunità (o meglio del potere). Qui mi interessa affermare che la vulgata del film è una piena giustificazione del relativismo e delle culture a compartimenti stagni, senza possibilità di interazione reciproca. O meglio: secondo questa vulgata sono sempre i cristiani che devono «aprirsi» alle altre culture, ma il viceversa sarebbe sempre prevaricazione e imposizione. Questo finisce per avere due conseguenze: ghettizzare il cristianesimo entro la cultura occidentale (e sappiamo quanto questa cultura sia capace di auto-denigrazione, come disse a Subiaco l'allora Card. Ratzinger nel settembre del 20052), e negare che esso sia capace di parlare all'uomo in quanto tale, sotto qualsiasi latitudine, comprendendo e abbracciando le esigenze più fondamentali del cuore umano che è il medesimo in tutti.

In ultimo la misericordia dei cristiani. Forse è questo il punto più toccante e umano del film. Uno dei protagonisti è un traditore apostata che ha fatto imprigionare e torturare un sacerdote suo amico fraterno. Continua a tradire ma torna sempre da lui a chiedere l'assoluzione perché ogni volta ammette la sua colpa, e ogni volta viene perdonato e assolto. Questo è un punto importante. La misericordia opera quando c'è almeno il riconoscimento di quello che si è e di quello che si è fatto. La misericordia invece è vana verso chi compie il male rivendicandolo come suo diritto o peggio ancora come suo merito. Se poi il film volesse insinuare che l'idea che qualunque comportamento sarà comunque perdonato, ne lascio l'eventuale responsabilità al regista e soprattutto all'autore del libro da cui il film è tratto.

Permettetemi dunque, alla fin dei conti, di non unirmi al coro di tante voci, anche cattoliche, che hanno subito gridato al capolavoro. Può esserlo quanto alla superba recitazione degli attori, ma dal punto di vista del contenuto ne sono molto meno sicuro.

Giovanni Romano

1 . Si allude al calpestamento del Crocifisso o di una immagine sacra per provare la propria rinuncia al cristianesimo.


2 . Vedi http://tinyurl.com/z4feu42


venerdì 29 luglio 2022

Il caso Meade: quando il tempo NON è galantuomo

 


La battaglia di Gettysburg (1-3 luglio 1863) non fu soltanto la più sanguinosa in assoluto della Guerra di Secessione, fu anche la battaglia che decise il corso del conflitto a favore degli stati del Nord. Avesse vinto il generale Lee, probabilmente i sudisti sarebbero stati in grado di marciare fino a Washington e imporre quanto meno un trattato di pace che avrebbe costretto gli unionisti a riconoscere la Confederazione. Le cose, come sappiamo, andarono diversamente: i sudisti furono fermati con gravissime perdite da cui l'esercito di Lee non si riprese più. Da quel momento in poi l'iniziativa passò definitivamente nelle mani dei nordisti che due anni dopo costrinsero il Sud alla resa.

Le perdite, come si è detto, furono terribili da ambo le parti, e quasi uguali: 23.055 per il Nord, 23.231 per il Sud (tra morti, feriti e dispersi), ma il Nord era più popoloso, il suo esercito era meglio equipaggiato, con una struttura industriale più sviluppata così che poté rimpiazzare le perdite e passare all'offensiva, mentre il Sud da quel momento dovette ripiegare su una difensiva oramai senza più prospettive.


La battaglia, però, fece un'altra vittima nel campo nordista: proprio il generale che l'aveva vinta, George G. Meade. Dapprima fu acclamato come un eroe, e quasi subito divenne bersaglio di una violenta campagna denigratoria che ne sminuì il ruolo e ne macchiò la reputazione ben oltre la morte. Solo in tempi molto recenti si sta finalmente rivalutando non solo la sua azione di comando a Gettysburg ma anche il suo valore come stratega.



Può sembrare strano che Meade non sia stato pubblicamente rivalutato oggi, in un'America completamente in preda alla cancel culture, in cui si stanno rimuovendo sistematicamente le statue dei generali sudisti e ogni documento di parte confederata. Come mai allora, ci si chiede, non celebrare proprio il generale che vinse gli schiavisti del Sud? (Ironia della sorte: tanto Lee quanto "Stonewall" Jackson erano personalmente contrari alla schiavitù).

La storia è raccontata in un lungo articolo di Historynet.com, che mi ha dato da pensare per via del terribile potere che può avere una stampa irresponsabile e faziosa nel falsare deliberatamente la verità e peggio ancora farla passare nei libri di storia.


Ma procediamo con ordine. Com'è noto, l'episodio culminante della battaglia di Gettysburg fu l'inutile carica dei virginiani del generale Pickett contro le linee nordiste, che si risolse in un massacro e costrinse i sudisti a ripiegare. Ma la battaglia era stata in bilico nei due giorni precedenti, con scontri estremamente sanguinosi che avevano visto vacillare i nordisti più di una volta. Un comandante nordista, in particolare, il generale Daniel Sickles, contravvenne agli ordini di Meade e fece avanzare isolatamente il suo corpo d'armata, creando un pericoloso vuoto nella linea del fronte ed esponendo le sue truppe agli attacchi dei sudisti da ogni direzione. L'intero esercito nordista si trovò in pericolo di accerchiamento, e fu solo la prontezza di Meade nell'afferrare la situazione e inviare immediatamente rinforzi nel punto critico a impedire lo sfondamento dei sudisti. In questo scontro particolarmente cruento Sickles perse una gamba per un colpo di cannone.

Ma la cosa era destinata ad avere uno strascico ben più amaro. Dopo la battaglia, passato l'entusiasmo iniziale, Meade venne criticato per non avere immediatamente incalzato i sudisti ormai quasi in rotta. In verità anche le sue truppe, per quanto vittoriose, erano decimate e sfibrate, non certo in grado di condurre un inseguimento. Fu forse per questo motivo che il presidente Lincoln, particolarmente severo coi suoi generali, nominò comandante supremo quello che sarebbe stato il vincitore della guerra, Ulysses S. Grant, che con la sua energica azione mise rapidamente in ombra Meade, il quale, tuttavia, anche da subordinato collaborò sempre lealmente con lui.

Ma la vera battaglia di Meade, da quel momento in poi, si svolse sui giornali e negli uffici del Ministero della Difesa. A guidare il fronte dei diffamatori fu proprio Sickles (ex membro del Congresso prima della guerra, con importanti appoggi politici), che una volta rimessosi dall'amputazione cominciò ad attaccare il suo ex-superiore con articoli e lettere, rivendicando meriti inesistenti. Grant fece ben poco per difendere Meade, ache se più di una volta lo assicurò - ma sempre in privato - della sua stima e della sua amicizia, e se non altro fece in modo che Lincoln lo promuovesse di grado, sia pure inconcepibilmente in ritardo rispetto ad altri comandanti meno meritevoli di lui.

Triste a dirsi, le voci di discredito seminate da Sickles trovarono ampia eco nella stampa, Meade divenne da un giorno all'altro un inetto, un vigliacco, un incapace che si era lasciato sfuggire la vittoria definitiva, e peggio ancora che aveva messo in pericolo lui, Sickles, lasciandolo solo a combattere eroicamente contro l'intero esercito sudista.

Meade, da persona riservata e seria qual era, non replicò mai a questi attacchi sulla stessa scala di Sickles, salvo sfogarsi privatamente con la moglie e protestare in via amministrativa con il Ministero della Guerra, e fu costretto addirittura a difendersi di fronte a una commissione d'inchiesta che se non altro appurò qualcuna delle menzogne di Sickles. Il generale concluse la guerra sempre al fianco di Grant, che non invitò né lui né il suo stato maggiore alla cerimonia della resa di Appomattox il 9 aprile 1865. Meade morì quasi dimenticato il 6 novembre 1872; Sickles, che fino all'ultimo lo coprì di fango, morì ultanovantenne nel 1914.

Il lato più deprimente di questa vicenda è che per molto tempo le calunnie di Sickles passarono dai giornali ai manuali di storia, tanto da aver sminuito il ruolo e la figura di Meade fino ai giorni nostri. Per questo l'articolo mi ha colpito: è fin troppo evidente come una stampa completamente asservita e irresponsabile può accodarsi a una versione distorta dei fatti, assassinare una personalità, falsificare la storia e far diventare verità le menzogne più grossolane. E non esistevano ancora i social!

I paralleli con la recente storia italiana sono fin troppo ovvi. Quante personalità, da Craxi ad Andreotti fino a Berlusconi, sono state ignobilmente mostrificate dai media? Quanti studiosi sono stati accusati di "putinismo" solo per aver portato alla luce fatti scomodi? Meade ha dovuto aspettare più di un secolo e mezzo perché almeno si iniziasse a riabilitare la sua memoria, ma una attesa così lunga smentisce l'idea che il tempo è galantuomo, perché intere generazioni di americani si sono succedute nella convinzione che egli fosse quasi il responsabile di una sconfitta anziché il generale della vittoria.

E noi, quanto dovremo aspettare per un giudizio più sereno e obiettivo sulla nostra storia?

Giovanni Romano

mercoledì 20 luglio 2022

La Chiesa e "l'effetto Mullah"


Un'antica favola persiana, probabilmente di fonte sufi, narra che una volta su un villaggio cadde una strana pioggia. Tutti gli uomini che bevvero di quell'acqua impazzirono, si mettevano a ridere sguaiatamente e senza motivo, facevano boccacce, urla e capriole, nessuno più badava a lavorare. L'unico che non l'aveva bevuta era il mullah, che cercò invano di riportare alla ragione i suoi compaesani, disperato di vederli ridotti in quello stato. Alla fine, stanchi delle sue prediche e dei suoi ammonimenti, gli uomini lo afferrarono e tra lazzi e risa sgangherate lo buttarono dentro un vecchio pozzo dicendogli che l'avrebbero tirato fuori di lì quando avesse recuperato la ragione.

Rimasto solo in fondo al pozzo, il mullah rifletté: "Qui dentro finirò per morire di fame e di sete. Chi me l'ha fatta fare a restare diverso dagli altri? Tanto vale che anch'io mi comporti come loro, forse mi tireranno fuori di qui". Vide che sul fondo del pozzo era rimasta un po' di quell'acqua e ne bevve. Subito impazzì anche lui e si mise a ridere, a fare capriole, smorfie e boccacce come tutti gli altri.

Quando videro questo, i compaesani si dissero: "Meno male, è tornato in sé", e tra lazzi e sghignazzate lo tirarono su e lo riportarono in trionfo alla moschea, dove lui riprese il suo posto. E tutti - non c'è bisogno di dirlo - vissero felici e contenti perché era venuto a mancare l'unico che potesse farli accorgere di quanto in realtà fossero alterati.

Questo apologo, a ben guardare, va oltre la scontata affermazione secondo cui in un paese di folli l'unica persona rimasta sana di mente passa per un pazzo. La sua morale è che bisogna adeguarsi alla pazzia per essere accettati dagli altri e conservare il proprio ruolo sociale. Più a fondo, il racconto sottintende che il mondo è una gabbia di matti dove le prediche di un mullah sono considerate folli quando è serio, serie quando è folle. La verità, ammesso che esista, se c'è non ha importanza ed è completamente inefficace nelle vicende umane. Meglio adeguarsi dunque, meglio seguire la corrente fino al punto di convincersi che quella sia la normalità.

Dal punto di vista cristiano, e anche da quello più generale del primato della coscienza ereditato dalla filosofia greca (il paragone con il mito della caverna di Platone è fin troppo ovvio) questa favoletta è la più completa e coerente apologia del relativismo nella quale mi sia stato dato di imbattermi. Richiamarsi alla verità non solo è folle, non solo è controproducente ma è soprattutto inutile, perché gli uomini non sono in grado né di vederla né di capirla. Qui l'apologo mostra in modo nemmeno troppo velato il suo disprezzo tanto verso la ragione quanto verso il cuore: la sua morale è il contrario esatto del martirio perché il martire (non a caso, etimologicamente, "il testimone") non solo affida completamente e irrevocabilmente il suo destino a Uno al di fuori di sé, indipendentemente dal consenso della comunità, ma con il suo gesto fa appello alla coscienza e alla ragione di chi rimane, nella speranza che qualcuno possa almeno rimanere colpito dal suo sacrificio e interrogarsi. Grazie alla resa del mullah gli uomini del villaggio restano invece prigionieri della loro "normalità", e proprio il momento della sua accettazione e del suo trionfo apparente è il momento in cui va definitivamente perso quel poco che restava di evidenza e di ragione.

Cosa c'entra tutto questo con la Chiesa? Temo che c'entri anche troppo. La Chiesa di Papa Francesco sembra trovarsi nella stessa condizione di quel povero mullah. Due o tre secoli di continue lotte contro il libertinismo, il laicismo illuminista, il marxismo e buon ultimo il relativismo hanno forse finito per sfibrarla e demoralizzarla nella misura in cui il suo sguardo è diventato più mondano. Vistasi del tutto ignorata e vilipesa, una buona fetta dei suoi membri, e non dei meno importanti, ha deciso di adeguarsi, di accontentarsi di un ruolo di "ospedale da campo", di denunciare quel che già denunciano tutti, di condannare quel che già condannano tutti, di accettare quel che già accettano tutti. Proprio il contrario di quanto aveva intuito il genio di T. S. Eliot: "La Chiesa è dura dove gli uomini la vorrebbero tenera, e tenera dove gli uomini la vorrebbero dura".

Non è un andazzo nato con questo pontificato, anche se proprio sotto Papa Francesco è stato favorito, amplificato, esasperato fino a diventare la norma. Un prete avido di denaro, un cardinale assetato di potere sono pessimi esempi di mondanizzazione, siamo d'accordo. Ma non lo sono forse altrettanto quei preti, quelle suore, quei laici che benedicono le unioni gay e peggio ancora gli uteri in affitto? Non è forse mondanizzazione pensare - in diretto contrasto col Vangelo - che l'uomo si salva o si danna secondo quel che mangia e beve, come pensano fin troppi cattolici vegani? Non è forse mondanizzazione l'indifferenza o peggio ancora il fastidio di troppi cattolici, ecclesiastici e laici, verso chi si richiama ai principi non negoziabili: vita, famiglia, libertà di educazione?

Il problema, a ben guardare, non riguarda coloro che sono fuori dalla Chiesa e che per giunta non vengono affatto richiamati ad aderire ai suoi insegnamenti ("per non turbare le coscienze", in nome del "dialogo"). Il problema si è inasprito all'interno stesso della Chiesa. Chi ha bevuto l'acqua intossicata del relativismo pensa di essere più libero, più felice, più "aperto" rispetto a chi è rimasto "rigido", "dogmatico", "fariseo" (tutti epiteti distribuiti con grande prodigalità da questa Chiesa tanto "misericordiosa"). Ma a differenza del mullah e del suo apologo, non a caso nato in una cultura che ha come valore assoluto la sottomissione, più d'uno nella Chiesa ha rifiutato di bere quell'acqua e continuerà a farlo, consapevole che la sua dignità e il suo destino non si basano sul successo o sul consenso del villaggio, matto o ragionevole che sia.

Giovanni Romano

sabato 9 luglio 2022

"NATURE" contro natura

Poco tempo prima che la sentenza della Corte Suprema USA ripristinasse il diritto a vivere dei bambini non nati ribaltando la Roe vs. Wade, mi ero imbattuto in questo articolo, probabilmente della rivista Nature:




Com'è ovvio, ciascuna delle due parti ha mobilitato i propri esperti, e questo lungo articolo elenca tutta una serie di ragioni per cui l'aborto sarebbe medicalmente, moralmente e persino economicamente (!) benefico per la società.

Non starò a riassumere questi argomenti, ciascuno può andare a leggerseli sull'articolo che ho citato. Ma ciò che mi ha lasciato realmente esterrefatto è stata una nota finale del curatore, così politicamente corretta che più corretta non si può, un'affermazione scientificamente così infondata e ridicola da fare strame di tutte le argomentazioni addotte in precedenza. Eccola:


A beneficio di chi non conosce l'inglese, traduco:

Nota del curatore: Nature riconosce che gli uomini transgender e le persone non-binarie possono diventare gravidi e avere bisogno dell'assistenza medica con l'aborto. In questo articolo noi usiamo il termine "donna" per rispecchiare il modo in cui i partecipanti vengono menzionati negli studi che citiamo, e come ci si riferisce a queste persone negli atti del tribunale.

La sottolineatura e l'evidenziazione sono mie.

Qui si va contro la più elementare evidenza scientifica perché si parla esplicitamente di uomini (lasciamo perdere la categoria nebulosa delle "persone-non-binarie") che "potrebbero diventare gravidi". Anche se si favoleggia di devastanti quanto improbabili interventi chirurgici, l'uomo non può diventare gravido. In questo modo non solo si violenta la scienza, ma si opera una ulteriore violenza semantica: il termine "donna", in questo contesto, diventa una mera convenzione, con il risultato di cancellare la sua identità, il suo volto, la sua dignità.

Non so se questo mettere le mani avanti sia stato dettato ai redattori dalla convinzione ideologica (certamente non dall'esperienza) oppure, più probabilmente, dalla paura degli attacchi violentissimi della lobby lgbt. Una cosa è certa: se la scienza deve piegarsi all'ideologia e alla paura ha già abdicato al suo ruolo, e la sua ritirata segna l'inizio di nuovi Secoli Bui, ben peggiori di quelli che si attribuiscono falsamente al Medioevo.

Giovanni Romano



venerdì 22 aprile 2022

La Montaigne del dio cannibale


Avevo bisogno di rinfrescare la memoria sulla distinzione tra hostis e inimicus operata da Carl Schmitt, così ho letto un articolo su Internet – sarebbe troppo chiamarlo saggio, in verità. Quel che è scritto a proposito di Schimitt è di relativa importanza qui. Ciò che mi ha colpito è stata la sorprendente citazione finale di Montaigne, che ho trovato barbara, capziosa e menzognera. Ecco il testo:

Almeno il filosofo tedesco, come del resto il suo maestro Machiavelli, non pretendeva di fare della morale sulla pelle dell’avversario vinto e spogliato di tutti i suoi beni, come fanno i neoconservatori dell’Amministrazione repubblicana statunitense.

Così come, del resto, il “cannibale felice” di Montaigne (di cui abbiamo parlato in un recente articolo) uccideva i suoi nemici solo per mangiarseli, e non perché non era riuscito a convertirli alla sua religione o ai suoi costumi o alla sua visione della vita.”

Anche concedendo a Montaigne l’attenuante di avere scritto quella bestialità in un periodo di feroci guerre di religione, c’è da rimanere esterrefatti dalla superficialità e dal cinismo disumano di cui è stato capace questo maestro di sofismi che ha esercitato una influenza così nefasta sul pensiero occidentale dal XVI secolo in poi.

Prima di tutto, Montaigne può essere parzialmente scusato per la sua ignoranza, perché a quell’epoca non si conosceva l’antropologia moderna: Tristi tropici di Claude Lévi-Strauss era ancora ben al di là da venire. Tuttavia non può essere scusato per aver proiettato una tesi filosofica – peraltro discutibile, come vedremo – su un comportamento che definire aberrante è poco, e tutt’altro che accettato tranquillamente persino all’interno delle culture che lo praticavano.

Il sofisma è sostenere che il cannibale uccidesse solo per mangiare. Che questo non sia vero lo ammette implicitamente lo stesso Montaigne quando scrive che il cannibale mangia il nemico. Dunque non mangia semplicemente per sfamarsi, come fosse la cosa più naturale di questo mondo. Soprattutto non mangia gli appartenenti alla sua tribù. L’atto di mangiare un altro essere umano è limitato all’estraneo, al nemico, in una situazione particolare come può essere la guerra. Se un essere umano divorasse normalmente i suoi simili per saziare la propria fame, non sarebbe considerato un “cannibale felice” ma un mostro, uno spirito maligno, un Wendigo, come le tribù indiane del Nordamerica definivano queste creature che si trasformavano gradualmente in spaventosi demoni.

Se ne sono avuti esempi in casi estremi come l’assedio di Leningrado: mangiare esseri umani semplicemente per fame non rende né felici né migliori: fa solo diventare mostri.

Va detto inoltre che il cannibale che uccide il nemico non lo fa mai per puro appetito materiale. Nessun nemico vinto viene mai mangiato soltanto per fame (per saziarsi ci sono i suoi beni, il suo bestiame, i suoi raccolti) bensì per annientarlo e assimilare le sue doti: il coraggio, la forza, l’astuzia. È un atto culturale, di una cultura distorta quanto si vuole, ma è un atto umano, che va molto al di là della brutale rozzezza con cui lo ha liquidato Montaigne.

Vi è poi un’altra obiezione, ancora più seria. Storicamente, sono state le tribù che praticavano il cannibalismo ad aggredire le società più pacifiche e più evolute. I Maori, ad esempio, invasero, massacrarono e divorarono fin quasi alla completa estinzione la pacifica tribù dei Moriori che, ironia della sorte, praticava la non-violenza ante litteram (Fonte: l’articolo su Nuova Italia – Accademia Adriatica di Filosofia). Il cannibalismo è sempre basato sul culto della forza e della sopraffazione: agli occhi del cannibale l’altro è solo una facile preda, forse segretamente invidiato perché, checché ne pensasse Montaigne, probabilmente è più felice di lui.

Alla luce di queste considerazioni, risulta infine inaccettabile la tesi ultima di Montaigne: perché mai cercare di convertire i cannibali sarebbe più inumano che lasciarli indisturbati a praticare le loro usanze atroci, tanto più che implicano la soppressione di altri esseri umani? È qui che il relativismo getta la maschera: non che essere umano e tollerante, finisce sempre per schierarsi dalla parte della prevaricazione, della violenza e dell’arbitrio. Peggio ancora, li giustifica come ha fatto Montaigne.

In realtà, non esistono cannibali felici, ma soltanto esseri abituati all’omicidio e alla violenza che di umano hanno ben poco. Chi lo sa, forse lo stesso Montaigne non sarebbe stato troppo tranquillo se avesse incontrato di persona un gruppo di quegli uomini così “felici”...

Di fronte al suo pretestuoso paradosso, chi ha saputo cogliere il cuore del problema e smascherare il sofisma che c’è dietro è stata la saggezza popolare di un proverbio russo citato da Aleksandr Solženicyn:


IL CANE LUPO HA RAGIONE,

MA IL CANNIBALE NO!


Giovanni Romano


giovedì 3 marzo 2022

Studiare Dostoevskij. Nonostante Dostoevskij

 


Ha fatto scalpore ieri la decisione dell’Università di Milano-Bicocca di cancellare un corso di lezioni su Fëdor Dostoevskij che si sarebbe dovuto tenere mercoledì prossimo 9 marzo a cura dello scrittore Paolo Nori, autore di Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij (qui i dettagli della vicenda). La reazione è stata immediata: due autrici, Claudia Zonghetti (cui si deve la traduzione più recente de I Fratelli Karamazov) e Anna Lovisolo, hanno pubblicato online le email del protettore alla didattica e della rettrice dell’Università, invitando a inviare messaggi per esprimere il proprio dissenso. Di fronte a una tempesta di critiche provenienti sia dalla Rete che dai suoi stessi docenti, l’Università ha fatto quasi immediatamente marcia indietro e ha annunciato che il corso si sarebbe tenuto (qui tutti i dettagli). Ma era ormai troppo tardi per rimediare alla pessima figura, e l’inopportuno consiglio dato a Nori di “aggiungere scrittori ucraini al suo corso su Dostoevskij” ha provocato la rinuncia spazientita dell’Autore, che ha rotto i rapporti con l'Università e annunciato che il corso si terrà altrove (vedi l’articolo di Repubblica a questo link: https://tinyurl.com/3awts3ej).

 A prima vista, sembra sconcertante che persino uno scrittore morto da centoquarant’anni, e per giunta un genio universale come Dostoevskij, sia stato coinvolto nell’attuale conflitto russo-ucraino. Si è parlato di grossolana ignoranza storica, di una ondata di isterismo che si indirizza ciecamente contro tutto quel che è russo, dallo sport alla musica, dal cinema alla lirica (ricordiamo il licenziamento del direttore d’orchestra Valery Gergiev e del soprano Anna Netrebko dal Teatro alla Scala, rei di non essersi dissociati da Putin). È di queste ore la notizia che persino i gatti russi (razza molto pregiata, tra l’altro) sono stati banditi dalle mostre internazionali feline. Se la notizia fosse confermata, abbiamo toccato il fondo del grottesco politically correct.

 Ma siamo sicuri che l’allontanamento di Dostoevskij sia stato così arbitrario? Le motivazioni date dall’Università suonano generiche e vaghe, ma avrebbero potuto essere più circostanziate. Dostoevskij, è giusto ricordarlo, dopo la sua conversione era diventato un convinto nazionalista grande russo e un sostenitore dello zarismo,. Chi ha letto i suoi romanzi e i suoi saggi non può fare a meno di notare l’atteggiamento caricaturale, e non di rado ostile, con cui rappresenta gli ebrei e i polacchi, la convinzione che la Russia non facesse parte dell’Europa “decadente e corrotta” ma fosse diversa dal resto del mondo perché aveva il compito messianico di redimere tutti i popoli nel nome di Cristo. Era molto prevenuto verso i cattolici e la Chiesa di Roma, li accusava di proselitismo, legalismo, doppiezza, sottomissione al potere spirituale di una oligarchia clericale, crudeltà nel reprimere ogni dissenso. A differenza di Tolstoj, non condannò la sanguinosa repressione della rivolta polacca del 1863-64, e nei suoi romanzi i polacchi sono sempre rappresentati come spacconi vanagloriosi, meschini furbastri che vivono di espedienti o poco più.

 Non è quel che si dice il curriculum di un impeccabile pacifista internazionalista. Ma riversare su Dostoevskij le colpe dell’aggressione di Putin all’Ucraina è assurdo tanto quanto sono assurde le accuse di “omofobia”, “islamofobia”, “antisemitismo” e “razzismo” mosse a Dante e alla Divina Commedia qualche anno fa (1).

 Questo pone un problema: cosa si può accettare, e cosa rifiutare, nell’opera e nella figura di un genio universale? Altrimenti detto: cosa ci appartiene e cosa non ci appartiene di Dostoevskij? Quello che ha dato a tutto il mondo controbilancia gli aspetti più limitati e settari del suo carattere e della sua opera?

 Domande retoriche e risposta scontata. C’è qualche scrittore dell’epoca moderna che possa anche lontanamente parlare a ciascuno di noi, interrogarlo a fondo sul bene e sul male, come ha fatto Fëdor Dostoevskij? Il suo sguardo non aveva nulla a che vedere con l’ideologia ma partecipava in pieno del dramma dell’uomo in quanto tale. Un genio è certamente influenzato dai suoi limiti ma li supera di slancio, tanto che un altro genio, l’ebreo Sigmund Freud, ebbe a definire I Fratelli Karamazov "il più grande romanzo mai scritto". Possiamo trovare in Dostoevskij delle ristrettezze mentali e degli errori di giudizio specialmente in relazione ai suoi orientamenti politici, ma non si può né si deve dimenticare l’immensità dei suoi orizzonti spirituali, la straordinaria bravura di artista con cui ha dato vita a personaggi indimenticabili, la profondità sconcertante con cui ha saputo leggere non solo il suo tempo ma anche i tempi a venire.

 È fin troppo banale concludere che senza di lui il mondo sarebbe più povero, come è fin troppo ovvio affermare che la pace non si costruisce mettendo al bando i grandi artisti solo perché appartengono alla parte “sbagliata”. Dostoevskij non è patrimonio dei soli russi ma dell’umanità intera, e dunque va letto, studiato, approfondito anche nel bel mezzo di una guerra, anzi forse proprio nel bel mezzo di una guerra. 

Qualche volta, persino nonostante lui.

 Giovanni Romano

1. Vedi il mio articolo del 16 marzo 2012.