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sabato 24 maggio 2025

Il Serpente di Spoon River




 

Gli empi attirano su di sé la morte

con parole e con atti.
Ritenendola amica,
si consumano per essa
e con essa concludono alleanza
perché sono degni di appartenerle”
(Sap 1, 16)


Cominciarono ad accusarmi di libertinaggio,
non essendoci leggi antiblasfeme.
Poi mi rinchiusero per pazzo,
e qui un infermiere cattolico mi uccise di botte.
La mia colpa fu questa:
dissi che Dio mentì ad Adamo, e gli assegnò
di condurre una vita da scemo,
d’ignorare che al mondo c’è il bene e c’è il male.
E quando Adamo imbrogliò Dio mangiando la mela
e si rese conto della menzogna,
Dio lo scacciò dall’Eden per impedirgli di cogliere
il frutto della vita immortale.
Santo cielo, voi gente assennata,
ecco ciò che Dio stesso ne dice nel Genesi:
«E il Signore Dio disse: “Ecco che l’uomo
è diventato come uno di noi (un po’ d’invidia, vedete)
a conoscere il bene e il male» (la menzogna che tutto sia bene!);
«e allora, perché non allungasse la mano a prendere
anche dell’albero della vita e mangiarne, e non vivesse eterno;
per questo il Signore Iddio lo scacciò dal giardino dell’Eden».
(La ragione per cui credo che Dio crocifiggesse Suo Figlio,
per uscire da quel brutto pasticcio, è che ciò è proprio degno di Lui).

Wendell P. Bloyd
Antologia di Spoon River”


A questa poesia, che ritengo la più profonda e anche la più subdola bestemmia mai scritta, dedicai ampio spazio di discussione nel mio libro Invito a Spoon River, pubblicato nel 2013. Scrissi allora che Bloyd aveva manipolato le Sacre Scritture, stravolgendo deliberatamente il racconto biblico: è il Serpente a mentire, non Dio, quando si rivolge a Eva dicendo: “È vero che Dio vi ha proibito di mangiare tutti i frutti del suo giardino?...”, e il resto è noto.

Scrissi anche che una spia della malafede di Bloyd è appunto l’omissione del Serpente, perché – così mi parve di intuire – egli stesso è il Serpente, egli stesso è il tentatore che ripete puntualmente lo stratagemma diabolico: mettere l’uomo contro Dio, distruggerne il rapporto di amicizia e di fiducia, dividere la creatura dal creatore1. Aggiunsi che Adamo non stava affatto vivendo “una vita da scemo”, se è “da scemi” essere stato fatto signore di tutto l’universo. Inoltre, misi in rilievo un altro aspetto dell’inganno nella narrazione capziosa di Bloyd: perché il Serpente non aveva consigliato ad Adamo ed Eva di mangiare prima dell’albero dell’immortalità, e solo poi di quello della conoscenza del bene e del male? La risposta è ovvia: perché Adamo ed Eva dovevano gettare via per niente tutti i beni che già possedevano, inclusa forse l’immortalità, o quanto meno la mancanza di dolore anche nella morte. Lasciamo perdere, infine, il sofisma più grossolano di tutti: se Dio fosse stato così privo di scrupoli, così spietato verso le Sue creature, perché mai avrebbe dovuto avvertire il bisogno di “uscire da quel brutto pasticcio”? Lui così onnipotente doveva forse render conto a qualcuno?

Per molti anni mi sono accontentato di rispondere così a questa poesia, la più negativa in assoluto di Spoon River, quella più carica di rabbia cosmica, ma solo ora mi sono accorto del suo vero veleno, di dove si annida realmente la tentazione, tanto più insidiosa perché fa appello a un atteggiamento che chiunque avrà provato almeno una volta nella vita: “La menzogna che tutto sia bene!”.

Come possiamo dire che “tutto è bene”, in effetti, davanti ai lutti, alle malattie, ai fallimenti, alle disgrazie, alla morte? Come possiamo dirlo davanti alle ingiustizie, alle stragi, alle guerre, alle epidemie? Come si fa a definirli “bene”? Non è forse giustificata l’accusa mossa ai cristiani di “tenere una partita doppia” dove i conti tornano sempre, in spregio a ogni evidenza del contrario?2

Senza nulla togliere allo scandalo del dolore, e specialmente del dolore innocente, a questa accusa si può rispondere su due piani, uno storico e l’altro ontologico (che è il piano della risposta a Wendell P. Bloyd). Primo, il cristiano non usa la sua fede come anestesia contro il dolore ma come suo superamento, anche a livello operativo. Da dove sono nati gli ospedali, che l’antichità pagana non conosceva, abbandonando di fatto i malati a sé stessi? Da dove sono nati i brefotrofi che accoglievano i neonati, anziché lasciare esposti sulla pubblica piazza quelli scartati dalle loro famiglie? Da dove sono nate le confraternite, le mense per i poveri, gli ordini mendicanti che riscattavano gli schiavi cristiani dai saraceni? Da dove è nata la difesa della dignità dei lavoratori sfruttati dal capitale?

Tutte queste opere sono nate dallo sguardo diverso sulla vita – e qui siamo già sul piano ontologico – di chi si riconosce creatura, e non invidioso rivale del Creatore. La carità cristiana non ha nulla a che vedere con l’”altruismo” e con la filantropia di matrice laicista, men che meno con la fatica amara e senza orizzonte di un Sisifo che rinfaccia a Dio tutto il male, come ne La Peste di Camus. Pare che l’odio di Bloyd abbia voluto risparmiare almeno Cristo, che lui vede solo come una vittima cinicamente sacrificata dal Padre Suo per togliersi d’impiccio. Ma non così hanno ragionato gli apostoli, non così hanno ragionato e ragionano i cristiani. Solo una grande positività, una grande forza, una profondità e una bontà senza paragone potevano coinvolgere e trasformare la vita di chi conobbe Cristo e di chi nei secoli Lo ha seguito.

Ma soprattutto, l’accusa di Bloyd è viziata da una insanabile contraddizione interna. Se l’uomo resta giudice unico del bene e del male3, la sete di infinito di cui è fatto resterà senza risposta, la sua ricerca sarà senza approdo, il dolore non sarà eliminato ma diventerà sempre più insopportabilmente pesante. Finirà per trovare sempre meno “bene” nella realtà, sempre più motivi di scandalo, di contraddizione, di rifiuto. Diventerà sempre meno capace di positività, fino all’autodistruzione o alla violenta imposizione di un proprio progetto. Di questa sinistra entropia il nostro tempo ha già visto fin troppe testimonianze con le ideologie, con la droga e con i “nuovi diritti”, primo tra tutti il suicidio assistito.

Wendell P. Bloyd è la persona più sola di Spoon River. Ha già compiuto in sé la parabola dell’autodistruzione. Nel suo mondo non c’è niente che si possa definire un bene, tanto è ossessionato dal suo stesso risentimento4. Eppure, nell’Antologia questo epitaffio trova il suo straordinario contraltare in quello di Padre Malloy, forse l’omaggio più grande che un ateo abbia mai tributato a un sacerdote cattolico. Non fu certo per amore di par condicio che Lee Masters creò due ritratti così potenti, ma per cogliere la realtà in tutte le sue dimensioni, fino alle polarità più esasperate. Bloyd visse e morì solo, Padre Malloy viene celebrato – caso unico in tutta l’Antologia – dai suoi amici non credenti che si erano sentiti inaspettatamente guardati, compresi, stimolati a sollevare a loro volta lo sguardo.

Dai loro frutti li riconoscerete”. Sta a noi tenere aperti lo guardo, l’intelligenza e il cuore per poter dire, ogni giorno della vita e fino alla fine, “ne vale la pena”, e rifiutare i frutti avvelenati del risentimento e del rancore.


Giovanni Romano

1. Etimologicamente, “Diavolo” deriva dal greco “dià-ballèin”: dividere, separare, mettere contro.

2. Cfr. il libro di Franco Cassano Partita doppia, e molto di più l’opera di Albert Camus.

3. Questo è il significato riposto della frase “conoscerete il bene e il male”. In realtà, l’originale ebraico suona così: “Sarete voi a decidere cosa è bene e cosa è male”.

4. Hannah Arendt osservava molto acutamente che il rancore è la cifra caratteristica della modernità. L’uomo accetta solo ciò che si è fabbricato da sé, il prodotto fabbricato dalle sue mani, quello che ha già misurato e calcolato, ma si risente di fronte a quello che gli viene “semplicemente e misteriosamente dato”.

mercoledì 20 luglio 2022

La Chiesa e "l'effetto Mullah"


Un'antica favola persiana, probabilmente di fonte sufi, narra che una volta su un villaggio cadde una strana pioggia. Tutti gli uomini che bevvero di quell'acqua impazzirono, si mettevano a ridere sguaiatamente e senza motivo, facevano boccacce, urla e capriole, nessuno più badava a lavorare. L'unico che non l'aveva bevuta era il mullah, che cercò invano di riportare alla ragione i suoi compaesani, disperato di vederli ridotti in quello stato. Alla fine, stanchi delle sue prediche e dei suoi ammonimenti, gli uomini lo afferrarono e tra lazzi e risa sgangherate lo buttarono dentro un vecchio pozzo dicendogli che l'avrebbero tirato fuori di lì quando avesse recuperato la ragione.

Rimasto solo in fondo al pozzo, il mullah rifletté: "Qui dentro finirò per morire di fame e di sete. Chi me l'ha fatta fare a restare diverso dagli altri? Tanto vale che anch'io mi comporti come loro, forse mi tireranno fuori di qui". Vide che sul fondo del pozzo era rimasta un po' di quell'acqua e ne bevve. Subito impazzì anche lui e si mise a ridere, a fare capriole, smorfie e boccacce come tutti gli altri.

Quando videro questo, i compaesani si dissero: "Meno male, è tornato in sé", e tra lazzi e sghignazzate lo tirarono su e lo riportarono in trionfo alla moschea, dove lui riprese il suo posto. E tutti - non c'è bisogno di dirlo - vissero felici e contenti perché era venuto a mancare l'unico che potesse farli accorgere di quanto in realtà fossero alterati.

Questo apologo, a ben guardare, va oltre la scontata affermazione secondo cui in un paese di folli l'unica persona rimasta sana di mente passa per un pazzo. La sua morale è che bisogna adeguarsi alla pazzia per essere accettati dagli altri e conservare il proprio ruolo sociale. Più a fondo, il racconto sottintende che il mondo è una gabbia di matti dove le prediche di un mullah sono considerate folli quando è serio, serie quando è folle. La verità, ammesso che esista, se c'è non ha importanza ed è completamente inefficace nelle vicende umane. Meglio adeguarsi dunque, meglio seguire la corrente fino al punto di convincersi che quella sia la normalità.

Dal punto di vista cristiano, e anche da quello più generale del primato della coscienza ereditato dalla filosofia greca (il paragone con il mito della caverna di Platone è fin troppo ovvio) questa favoletta è la più completa e coerente apologia del relativismo nella quale mi sia stato dato di imbattermi. Richiamarsi alla verità non solo è folle, non solo è controproducente ma è soprattutto inutile, perché gli uomini non sono in grado né di vederla né di capirla. Qui l'apologo mostra in modo nemmeno troppo velato il suo disprezzo tanto verso la ragione quanto verso il cuore: la sua morale è il contrario esatto del martirio perché il martire (non a caso, etimologicamente, "il testimone") non solo affida completamente e irrevocabilmente il suo destino a Uno al di fuori di sé, indipendentemente dal consenso della comunità, ma con il suo gesto fa appello alla coscienza e alla ragione di chi rimane, nella speranza che qualcuno possa almeno rimanere colpito dal suo sacrificio e interrogarsi. Grazie alla resa del mullah gli uomini del villaggio restano invece prigionieri della loro "normalità", e proprio il momento della sua accettazione e del suo trionfo apparente è il momento in cui va definitivamente perso quel poco che restava di evidenza e di ragione.

Cosa c'entra tutto questo con la Chiesa? Temo che c'entri anche troppo. La Chiesa di Papa Francesco sembra trovarsi nella stessa condizione di quel povero mullah. Due o tre secoli di continue lotte contro il libertinismo, il laicismo illuminista, il marxismo e buon ultimo il relativismo hanno forse finito per sfibrarla e demoralizzarla nella misura in cui il suo sguardo è diventato più mondano. Vistasi del tutto ignorata e vilipesa, una buona fetta dei suoi membri, e non dei meno importanti, ha deciso di adeguarsi, di accontentarsi di un ruolo di "ospedale da campo", di denunciare quel che già denunciano tutti, di condannare quel che già condannano tutti, di accettare quel che già accettano tutti. Proprio il contrario di quanto aveva intuito il genio di T. S. Eliot: "La Chiesa è dura dove gli uomini la vorrebbero tenera, e tenera dove gli uomini la vorrebbero dura".

Non è un andazzo nato con questo pontificato, anche se proprio sotto Papa Francesco è stato favorito, amplificato, esasperato fino a diventare la norma. Un prete avido di denaro, un cardinale assetato di potere sono pessimi esempi di mondanizzazione, siamo d'accordo. Ma non lo sono forse altrettanto quei preti, quelle suore, quei laici che benedicono le unioni gay e peggio ancora gli uteri in affitto? Non è forse mondanizzazione pensare - in diretto contrasto col Vangelo - che l'uomo si salva o si danna secondo quel che mangia e beve, come pensano fin troppi cattolici vegani? Non è forse mondanizzazione l'indifferenza o peggio ancora il fastidio di troppi cattolici, ecclesiastici e laici, verso chi si richiama ai principi non negoziabili: vita, famiglia, libertà di educazione?

Il problema, a ben guardare, non riguarda coloro che sono fuori dalla Chiesa e che per giunta non vengono affatto richiamati ad aderire ai suoi insegnamenti ("per non turbare le coscienze", in nome del "dialogo"). Il problema si è inasprito all'interno stesso della Chiesa. Chi ha bevuto l'acqua intossicata del relativismo pensa di essere più libero, più felice, più "aperto" rispetto a chi è rimasto "rigido", "dogmatico", "fariseo" (tutti epiteti distribuiti con grande prodigalità da questa Chiesa tanto "misericordiosa"). Ma a differenza del mullah e del suo apologo, non a caso nato in una cultura che ha come valore assoluto la sottomissione, più d'uno nella Chiesa ha rifiutato di bere quell'acqua e continuerà a farlo, consapevole che la sua dignità e il suo destino non si basano sul successo o sul consenso del villaggio, matto o ragionevole che sia.

Giovanni Romano

martedì 11 giugno 2013

Il leone di Philadelphia e i giochetti di Obama

L'arcivescovo Charles J. Chaput di Philadelphia dice che gli americani devono svegliarsi di fronte alle minacce contro la libertà religiosa, date le nuove rivelazioni sull'attività dell'IRS (1) che prende di mira i gruppi religiosi, nonché sulle continue vessazioni imposte dall'obbligatorietà dell'HHS (2).

“I giorni in cui gli americani potevano dare per scontata la libertà religiosa come la intendevano i padri fondatori sono finiti. C'è bisogno che ci svegliamo”, ha dichiarato l'arcivescovo Chaput nella sua rubrica del 24 maggio per il sito Catholicphilly.com.

“La pressione mirata dell'IRS sugli individui e le organizzazioni religiose ha attirato ben poca attenzione dai media. Né dovremo aspettarcene nessuna nel prossimo futuro”, ha detto.

“Ma l'ultima porcheria dell'IRS è una avvisaglia del trattamento di sfavore che i gruppi religioso dovranno affrontare in futuro, se resteranno addormentati durante il dibattito nazionale sulla libertà religiosa che si sta svolgendo ora”.

Sebbene la controversia sull'IRS si fosse all'inizio focalizzata sulle accuse all'agenzia di aver preso di mira in modo selettivo i gruppi conservatori del “Tea Party” con richieste vessatorie, sono state portate alla luce ulteriori irregolarità contro altri gruppi e individui.

Anne Henderschott, una docente universitaria e scrittrice cattolica, ha dichiarato che la verifica fiscale a suo carico dell'IRS si è concentrata sui suoi scritti che criticavano il Presidente Obama e la legislazione sanitaria del 2010 [questa legislazione ha introdotto l'assicurazione sanitaria obbligatoria a carico dei datori di lavoro che copre anche le spese per aborto, contraccezione ecc. senza fare eccezione per le organizzazioni religiose, N.d.T.]. Ha detto che la verifica l'ha scoraggiata dal criticare il Presidente.

L'IRS ha chiesto ai gruppi pro-life di presentare grandi quantità di scartoffie. L'agenzia ha chiesto ai gruppi di promettere che non avrebbero protestato contro la Planned Parenthood (3) o di dichiarare di avere intenzione di educare il pubblico su entrambi gli aspetti della questione abortista. Un impiegato dell'IRS, a quanto risulta, passò di nascosto una lista confidenziale di donatori della National Organization for Marriage alla Human Rights Campaign, sostenitrice del “matrimonio gay”, il cui presidente è stato nominato co-presidente della campagna elettorale di Obama.

L'arcivescovo Chaput ha detto che gli obblighi del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) esercitano pressioni simili sui gruppi religiosi.

Sebbene i vescovi cattolici abbiano da lungo tempo appoggiato l'accesso alla copertura assicurativa sanitaria per adeguate cure mediche, ha detto, “l'assicurazione sanitaria si è trasformata in una battaglia di libertà religiosa provocata per intero – e senza alcun motivo – dall'attuale amministrazione della Casa Bianca”.

Ha detto che l'amministrazione Obama, nonostante “alcune piccole concessioni”, si rifiuta di fare marcia indietro o di “modificare ragionevolmente” l'obbligo che richiede la copertura assicurativa per le sterilizzazioni, i contraccettivi e le droghe abortive. L'arcivescovo Chaput dice che questo obbligo “viola le convinzioni morali e religiose di molti individui, dei datori di lavoro privati e di organizzazioni affiliate e ispirate religiosamente”.

Ha detto che l'obbligo “può essere inteso soltanto come una forma di coercizione”.

“L'accesso alla contraccezione gratuita non è un problema in nessuna parte degli Stati Uniti”, ha detto l'arcivescovo. L'obbligo è dunque una dichiarazione ideologica di principio, l'imposizione di una opzione preferenziale per l'infertilità. E se milioni di americani dissentono da questi princìpi – peggio per loro”.

Ha dichiarato che queste controversie mostrano che il dibattito sulle questioni di morale sessuale ha bisogno di “una parallela e vigorosa difesa della libertà religiosa”.

La conferenza episcopale degli Stati Uniti terrà un'altra Quindicina [di giorni] per la Libertà dal 21 giugno al 4 luglio. Come l'anno scorso, comprenderà manifestazioni pubbliche, veglie di preghiera e messe per la difesa della libertà religiosa.

(c) Catholic News Agency, 2013
Unauthorized translation by
Giovanni Romano

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1. Internal Revenue Service: l'agenzia delle entrate USA.
2. US Department of Health and Human Services: corrisponde al nostro Ministero della Salute.
3. La più potente organizzazione abortista e contraccettiva degli USA.

sabato 4 maggio 2013

Biagio Marin e Prezzolini: il fraintendimento della fede.

In questo periodo la mia presenza sul blog è fatta sempre più scarsa, sia per la  mia connaturata pigrizia sia per motivi di studio. Ho ritrovato tra i miei documenti una lettera (non pubblicata) che inviai ad Avvenire il 2 settembre del 2011 (!) su uno scambio di lettere tra Biagio Marin e Prezzolini. Il tema però mi sembra non avere perso nulla della sua attualità, per questo lo ripropongo qui.

Caro Direttore,

lo so, ci sono ben altri argomenti di cui trattare, e riprendere dopo quasi due mesi l'articolo “Prezzolini e Marin, lettere dell'amicizia” (15 luglio scorso) può sembrare un'oziosa perdita di tempo. Ma gli argomenti – l'interpretazione del Concilio, la fede, la modernità e la Chiesa cattolica – sono di quelli che non passano, e dà tristezza vedere con quanta superficialità non scevra di superbia Biagio Marin abbia “liquidato” la Chiesa e la cultura che nasce dalla fede, con accuse che Marco Roncalli ha definito giustamente “assurde”. Non si tratta però di una semplice questione di temperamento. Le radici del suo pensiero e gli esiti cui ha condotto si sono dimostrati disastrosi per il cristianesimo e per l'uomo come tale.

Ho conosciuto per mia sfortuna uno di quei preti “più liberali dei laici” auspicati da Marin. Tutti lo stimavano e ammiravano il suo “anticonformismo” che in pratica consisteva nello scagliarsi spesso contro le gerarchie ecclesiastiche e il Magistero, senza mai criticare gli esiti più aberranti e disumani del laicismo secolarista. La gente concentrava la sua ammirazione su di lui, ma il sacerdote non faceva quasi nulla per richiamarli a Cristo. Uomo di singolare aridità spirituale (la sua cristologia era praticamente inesistente,e su questo ritornerò), della sua parrocchia aveva fatto un deserto, e i pochi rimasti si sentivano autorizzati a disprezzare i fedeli di tutte le altre parrocchie perché loro soli si sentivano “veri” cristiani, loro soli avevano il “coraggio” di contestare la gerarchia, loro soli erano gli “adulti” che “avevano capito che cosa fosse “il vero cristianesimo” che non aveva bisogno di statue, processioni, rosari e forse anche preghiere tout court (a me fu sconsigliato di dire l'Angelus tre volte al giorno, del rosario si rideva apertamente). Si insisteva molto sulla Bibbia, ma solo per trovare conferme a quello che già si pensava. Senza accorgercene stavamo diventando una congregazione protestante. Si era dimenticata la disarmante riflessione di C.S. Lewis nelle “Lettere di Berlicche”: “Non far mai venire in mente al tuo paziente che se Dio ha avuto misericordia di lui, ne ha avuta altrettanta per il droghiere un po' viscido che gli siede accanto nel banco”. Fortunatamente alcuni incontri con quelli che Marin avrebbe bollato come dei cattolici “libidinosi di potenza” mi fecero riscoprire la bellezza del cattolicesimo e la ragionevolezza della fede cristiana. La mia vita prese una strada meno segnata dal lamento e dalle recriminazioni.

È fin troppo facile liquidare la teologia come “un farnetico da pazzi” dimenticando che essa esprime potentemente la tensione dell'uomo verso l'infinito. Solo Goethe si poté permettere di lasciar cadere la teologia per far intraprendere a Faust la sua grandiosa avventura, ma alla teologia dovette ritornare con la preghiera finale del Doctor Marianus. La strada più comoda, quella che prese Marin - e più di recente Ermanno Olmi con “Centochiodi” - fu invece quella di sbarazzarsi delle domande per non sentirsene interpellati.

Particolarmente allarmante e al tempo stesso rivelatrice è la rivolta contro la cristologia, cioè contro l'umanità di un Dio che ha accettato - e redento – la carne in tutta la sua concretezza, in tutta la sua fatica, in tutto il peso del suo limite. È più comodo un Dio ridotto a Parola, il dio del Libro al quale si può far dire tutto quel che ci piace sentirci dire. È facile leggere Meister Eckhart – il sermone “Sulla povertà” l'ho letto anch'io –, inebriarsi con gli straordinari voli della sua altissima intelligenza speculativa, e alla fine sentirsi autorizzati a essere “liberi da Dio”. Un cristianesimo “dalle nuvole in su” che fa molto comodo a chi detiene il potere su questa terra.

L'accusa non solo più assurda ma anche più ingiusta che Marin poteva muovere alla Chiesa è di concedere valore a una persona quasi a proprio arbitrio. La Chiesa non attribuisce, ma riconosce il valore infinito di ogni persona, e per essa – come per il suo Signore – davvero “Nessuno (…) è abbastanza idiota, che essa non lo possa consacrare 'sacerdos'”. Marin lo scrive con sarcasmo, ma se la Chiesa discriminasse come lui e si rivolgesse solo agli “intelligenti” o agli immancabili “onesti” non avrebbe mai ordinato un santo come il Curato d'Ars, e Cristo si sarebbe scelto altri discepoli.

C'è soltanto da rabbrividire nel constatare quanto si sia fatta strada la mentalità di cui Marin era antesignano forse inconsapevole, e a quali esiti stia conducendo. È il mondo, non la Chiesa, ad essersi arrogato “empiamente” il diritto di stabilire chi è abbastanza intelligente, bello, prestante per nascere o per essere tenuto in vita. A questa deriva non può essere argine sufficiente un generico “senso religioso” o un'ammirazione intellettuale per i Vangeli. Può esserlo solo la concretezza di un Fatto che vive nei Sacramenti (e qui l'accusa di “sacramentalismo magico” sfiora la blasfemia). Se è sbagliato idolatrare l'istituzione e dimenticare lo Spirito, altrettanto grave è denigrare sistematicamente la forma storica e dunque reale che Cristo stesso ha stabilito per la trasmissione del suo messaggio. Anche perché spesso e volentieri si scambia per voce dello Spirito quello che passa per la testa a noi...

Un'ultima osservazione a proposito di Prezzolini. Alcuni dei suoi giudizi sulla “protestantizzazione della Chiesa” sono particolarmente acuti, e seppe vedere la deriva dove Marin e tanti altri vedevano solo progresso. Ma anche lui partiva da presupposti laici di pura efficacia storica che non gli facevano cogliere in pieno la portata del fatto cristiano. Non si può essere semplicemente “cattolici alla vecchia maniera”. Qualsiasi aggettivo, qualsiasi specificazione accanto alla parola “cattolico” è altamente pericolosa perché ne mutila l'universalità e l'asservisce a un'idea di parte. La riscoperta del sacro, in sé indispensabile, passa dallo stupore di un incontro inaspettato, da una vita che cambia imprevedibilmente, da una circostanza in cui si vede all'opera una forza che non è nostra. Le forme sono destinate a isterilirsi in due casi: o quando si perde di vista l'essenziale o quando si resta abbarbicati alla lettera dimenticando la fantasia creatrice di Dio. Peccato che questo sia sfuggito a due uomini di valore come Marin e Prezzolini.

Cordiali saluti,

Giovanni Romano

domenica 24 febbraio 2013

Sommessa risposta a Corrado Guzzanti

Tempo  fa, ho trovato su Facebook questo intervento di Corrado Guzzanti che riporto di seguito. Mi sembra lo spunto per discutere di cosa sia oggi l'offesa al senso religioso, e di come rispondere a certe provocazioni.

In merito all'offesa confesso di non capire esattamente cosa sia il "sentimento religioso" perché sfortunatamente non ne sono dotato. Ho sempre pensato che essere intimamente credenti non possa essere troppo diverso dall'essere intimamente liberali, o socialisti, o vegani. Si tratta di amare e riconoscersi in delle idee, in una visione della società e del mondo, e le idee non sono sacre e intoccabili solo perché noi crediamo così fortemente in esse; vivono nel dibattito pubblico, confrontandosi e dovendo convivere con idee diverse e a volte opposte. Spero di non offendere nessuno se affermo che l'esistenza di un creatore, l'inferno, il paradiso, l'immortalità dell'anima, il giorno del giudizio ecc. siano, fino a spettacolare prova contraria, soltanto delle idee, delle opinioni che si è liberissimi di sostenere purché non si tenti di imporle agli altri come un tabù inviolabile. Che il sentimento religioso non possa reclamare una superiore legittimità, perché supportato, mi dicono, da pervasiva e speciale intuizione, appare evidente dal fatto che le credenze religiose sono tante, più di quelle da cucina dell'Ikea, e producono purtroppo affermazioni contrastanti. Un buddista e un cattolico, egualmente persuasi della loro fede, saranno certi di saperla molto lunga sull'origine e il senso dell'uomo e dell'universo, ma almeno uno di loro, al momento del trapasso, avrà una sorpresa. Ciò dovrebbe suggerire che convinzione "sentimentale" profonda e verità siano sostanzialmente due cose diverse.
(Corrado Guzzanti)

L'ateo è colui che non crede a nulla
e pretende che gli altri credano a lui”

Non riconosco a Corrado Guzzanti alcun coraggio morale, ma una notevole dote di furbizia sì. Con il brano che ho citato mette sapientemente le mani avanti per proteggersi dall'accusa di “offesa al sentimento religioso” (e specialmente al sentimento religioso cristiano, anche se non lo afferma esplicitamente. Offendere altri sentimenti religiosi come ad esempio quello islamico può costare molto, molto di più). E non fa queste dichiarazioni soltanto per sé: la sua è una vera e propria teorizzazione del disprezzo antireligioso che prima o poi dovrebbe diventare – anzi sta già diventando – dottrina politica fino a istituzionalizzarsi in norma giuridica, in modo da mettere al riparo chiunque, à la Odifreddi, affermi che il cristiano è un imbecille tout court.

Andiamo però a vedere cosa c'è dietro le sue affermazioni, esaminandole una per una.

In merito all'offesa confesso di non capire esattamente cosa sia il "sentimento religioso" perché sfortunatamente non ne sono dotato.

Prima di tutto si parte da un equivoco, certo deliberato: che la religione sia soltanto sentimento, o peggio ancora sentimentalismo. Lui afferma di esserne “sfortunatamente” privo, ma non si evince che ne senta la mancanza, anzi piuttosto il contrario. Un po' come essere privi di orecchio musicale o di sensibilità per la poesia: un piccolo difetto forse, ma si vive benissimo lo stesso.

Ho sempre pensato che essere intimamente credenti non possa essere troppo diverso dall'essere intimamente liberali, o socialisti, o vegani. Si tratta di amare e riconoscersi in delle idee, in una visione della società e del mondo, e le idee non sono sacre e intoccabili solo perché noi crediamo così fortemente in esse(...) Ciò dovrebbe suggerire che convinzione "sentimentale" profonda e verità siano sostanzialmente due cose diverse.

Il sentimento religioso, come lui lo intende, è qualcosa che ci si forma da sé a forza di autosuggestione, così che tanto più è fermamente creduto tanto maggiore è la prova della sua falsità. Un bel sofisma, ma non è niente altro che il vecchio giochetto laicista del “testa vinco io, croce perdi tu”: se non si crede abbastanza si è ipocriti, e se si convinti si è fanatici. In ogni caso quel che interessa al laico è affermare spocchiosamente la propria “superiorità”.

Ma il “sentimento” religioso è tutto qui, una convinzione totalmente irrazionale e arbitraria? E se per assurdo lo fosse, bisognerebbe almeno chiedersi da cosa nasce e perché. Nemmeno le peggiori crisi di follia nascono totalmente nel vuoto, alla base c'è pur sempre un motivo reale, e ad essere aberrante è la risposta, non la domanda. Qui è in gioco la spinta irresistibile, costitutiva dell'uomo a chiedersi perché, a porsi domande, a interrogarsi sul significato di ogni cosa. Anziché banalizzare la questione a “sentimento religioso” come fa Guzzanti, sarebbe più corretto parlare di senso religioso come fa Don Giussani: il bisogno che ha ciascuno di trovare un significato, anche inconscio, per cui valga la pena vivere i cinque minuti successivi della propria vita. In questo senso, come Giussani nota acutamente, l'ateismo in senso etimologico è impossibile.

Che il sentimento religioso non possa reclamare una superiore legittimità, perché supportato, mi dicono, da pervasiva e speciale intuizione, appare evidente dal fatto che le credenze religiose sono tante, più di quelle da cucina dell'Ikea, e producono purtroppo affermazioni contrastanti.

Qui siamo ancora sul terreno di Guzzanti che usa un argomento tipico dell'illuminismo: la varietà delle credenze religiose, molte delle quali si contraddicono a vicenda, non è forse una prova ulteriore della loro falsità, o quanto meno della loro soggettività? Osservo di passaggio che paragonare il numero delle credenze religiose a quelle dell'IKEA non è tolleranza, è disprezzo, più o meno come quello di Anatole France quando scrisse che “chiunque è libero di inginocchiarsi davanti a una cipolla alle quattro del mattino e chiamarla il suo dio”. Come se il senso religioso non avesse nulla a che vedere con la ragione in quanto tale! In questo modo si liquida sbrigativamente tutto il patrimonio di riflessione filosofica, di poesia, di arte, di preghiera che esso ha generato ovunque, anche se sarebbe probabilmente troppo pretendere da Guzzanti un approfondimento culturale in questo senso.

Ci sono due risposte al suo argomento. La prima è: quale religione, o meglio quale atteggiamento di fronte all'esistenza corrisponde di più ai bisogni fondamentali dell'uomo? Una religione che dà per scontato che alcuni esseri umani, bambini compresi, debbano essere sacrificati per placare l'ira degli dei, oppure una religione che li mette addirittura al primo posto? (“Se non ritornerete come bambini...”). Una religione che predica l'odio e la sottomissione contro gli “infedeli” kafir oppure una religione che ingiunge di amare anche il nemico (Guzzanti compreso)? Un modo di pensare laicista che considera “altruista” e “pietoso” dare la morte ai malati oppure una religione che non li abbandona e cerca di alleviare le loro sofferenze?

La seconda risposta è che il cristianesimo, prima ancora di essere una teoria, è un avvenimento storicamente verificabile. Non sto qui a riassumere le testimonianze degli storici, numerose e inconfutabili (i primi vangeli risalgono ad appena trent'anni dopo la crocifissione, mentre per la vita di Alessandro Magno scritta da Plutarco bisognò attendere oltre 400 anni). Basta anche chiedere a qualunque docente di antropologia culturale o di storia delle religioni quanto sia fondamentalmente inspiegabile la nascita e soprattutto la diffusione del cristianesimo nel mondo antico. Ida Magli scrisse che qualunque personaggio storico si può comprendere con le categorie del proprio tempo, tranne Cristo. Il suo messaggio è assolutamente nuovo e diverso rispetto a tutte le idee correnti nel mondo giudaico e pagano, è imparagonabile con qualsiasi altra dottrina insegnata prima, eppure si diffuse con una rapidità stupefacente, e non soltanto tra gli schiavi. E qui si trova implicitamente la risposta a un'altra osservazione di Guzzanti:

le idee non sono sacre e intoccabili solo perché noi crediamo così fortemente in esse; vivono nel dibattito pubblico, confrontandosi e dovendo convivere con idee diverse e a volte opposte.

Appunto. Il cristianesimo visse e si confrontò nel dibattito pubblico, un dibattito pubblico che cercò di emarginarlo o con lo scherno indifferente (come capitò a San Paolo nell'Aeropago) oppure con la violenza delle persecuzioni. Tuttavia, senza appoggiarsi ad alcun potere, almeno nei primi secoli, il cristianesimo conquistò i cuori, le menti, le intelligenze di popolazioni sempre più vaste, fu trovato più umano e persuasivo, più vero della selva di religioni che popolavano il mondo pagano. Mi viene il sospetto che quando Guzzanti invoca rumore di fondo del dibattito pubblico lo faccia in realtà per non ascoltare, per non sentirsi interrogato da quel che non vuole sentire, per non essere costretto a porsi la domanda: “E se avessero ragione?” e dunque per non cambiare vita di conseguenza, in quanto nel cristianesimo dottrina e vita sono tutt'uno. È questo, in fondo, quel che dà fastidio a chi non crede: dover prendere posizione, non poter scegliere a proprio comodo e secondo la propria personale convenienza, doversi confrontare – questo sì, e non teoricamente – con il Realmente-Altro.

Spero di non offendere nessuno se affermo che l'esistenza di un creatore, l'inferno, il paradiso, l'immortalità dell'anima, il giorno del giudizio ecc. siano, fino a spettacolare prova contraria, soltanto delle idee, delle opinioni che si è liberissimi di sostenere purché non si tenti di imporle agli altri come un tabù inviolabile. (…) Un buddista e un cattolico, egualmente persuasi della loro fede, saranno certi di saperla molto lunga sull'origine e il senso dell'uomo e dell'universo, ma almeno uno di loro, al momento del trapasso, avrà una sorpresa.

Se Guzzanti avesse letto il Card. Biffi si sarebbe probabilmente risparmiato questa osservazione, perché è stato proprio questi a scrivere: “Il credente è uno che si aspetta molte sorprese”. Bisogna vedere però quali sorprese. Se ha ragione il buddista, nella migliore delle ipotesi ci aspetta il Nirvana, cioè un indeterminato Nulla o un Tutto ugualmente indeterminato: in entrambi i casi, però, l'io non c'entra più nulla con l'essere. Se ha ragione il cattolico, troverà un mondo notevolmente più vario, animato e gioioso (se va in paradiso) oppure molto, ma molto doloroso (se va all'inferno). In ogni caso un mondo nel quale la sua individualità non scomparirà, ma conoscerà la verità.

E se fossi in Guzzanti starei attento a chiedere “spettacolari prove contrarie”. Primo perché mi ricorda sgradevolmente quel che i farisei dissero a Cristo sulla croce (“Avanti, scendi che ti crediamo!”, e l'avevano visto risuscitare Lazzaro!). Secondo, perché Cristo stesso rifiutò di dare spettacolo dei propri poteri (“Se sei figlio di Dio, buttati giù che verranno gli angeli a sorreggerti”). Terzo, infine, perché se proprio si insiste Dio potrebbe mandarci una “spettacolare prova contraria” come quella che capitò a Sodoma e Gomorra...

Giovanni Romano

giovedì 2 febbraio 2012

David Attemborough: non si può escludere l'esistenza di Dio

 “CI  POTREBBE ESSERE UN DIO”, AMMETTE DAVID ATTEMBOROUGH: 

L'ANZIANO CONDUTTORE DICE CHE CREDERE NELL'EVOLUZIONE NON E' INCOMPATIBILE CON LA RELIIGIONE

Di Kerry Mcqueeney, Daily Mail 29 gennaio 2012

È famoso in tutto il mondo per le sue analisi sulla storia evolutiva del pianeta nei suoi sbalorditivi studi documentaristici del mondo naturale.

Tuttavia, in un'ammissione che fa a pugni con la posizione evoluzionista tenuta dai programmi naturalisti che presenta, Sir David Attenborough ha detto che l'esistenza di Dio potrebbe essere una possibilità.

L'ottantacinquenne presentatore ha rivelato stamattina [29 gennaio 2012, N.d.T.] che, pur essendo agnostico, non ha escluso l'esistenza di un essere supremo.

Sir David ha fatto questi commenti mentre veniva intervistato nel programma Desert Island Discs, trasmesso da Radio 4 stamattina.

Ha detto agli ascoltatori di non credere che la comprensione dell'evoluzione sia incompatibile con la fede religiosa.

Il veterano documentarista, ospite in occasione del settantesimo anniversario della trasmissione, ha ammesso che pur essendo ancora agnostico non poteva escludere la possibilità di un potere superiore.

Ha detto alla presentatrice di Desert Island Disc Kirsty Young: “Non penso che uno studio e un'accettazione della storia della vita, lunga 4 miliardi di anni, sia in alcun modo contraddittoria con la fede in un essere supremo. E non mi spingo fino ad affermare di essere ateo”.

Se le sue ultime affermazioni sono tutte da seguire, sembrerebbe che le opinioni di Sir David sulla religione si stiano gradualmente ammorbidendo man mano che diventa più vecchio.

Tre anni fa, in un'intervista al Daily Mail, sembrava meno convinto dell'esistenza di Dio.

Descrivendosi come agnostico piuttosto che ateo, disse di essere “un po' infastidito” per non poter pronunciarsi più decisamente a favore di un'opinione piuttosto che dell'altra.

Ha detto di non avere alcun retroterra religioso nella sua vita, aggiungendo: “Vorrei quasi averlo avuto, così potrei dire di aver rifiutato la fede dei miei genitori ma, per quanto io ne sappia, loro non avevano alcuna fede religiosa”.

Suo fratello, il celebre attore e regista Sir Richard Attenborough, condivide le sue opinioni agnostiche.

Tuttavia nel 2008 sir Richard disse che quasi desiderava di credere davvero in Dio, perché questo gli avrebbe dato conforto – o almeno qualcuno da incolpare – dopo aver perso una figlia e una nipote nello tsunami asiatico.

Sir David, che ha anch'egli dovuto sopportare una perdita quando sua moglie Jane morì di emorragia cerebrale nel 1997, ha pure lui ammesso che la fede in Dio potrebbe rendere più facile elaborare il lutto.

Ha aggiunto: “Oh sì, posso capire che se voi credete rivedrete la persone dopo la morte, le persone che avete amato, sarebbe una grande consolazione. Ma tuttavia non riesco a vedere alcuna prova di questo”.

Ha detto che man mano le persone invecchiano, il loro itinerario umano si fa meno complesso, aggiungendo: “Quando avete venti o trent'anni la vita si prende come una spacconata. Tutto si riduce a dire: “Come ci arrivo ci arrivo, posso remare, e quando ci sarò arrivato saprò come affrontarlo”.

“Ma vi dico che quando si arriva a 82 anni, le vostre opinioni sono molto differenti. Si è molto meno sicuri di tutto”.

Nell'intervista odierna a Radio 4, Sir David ha parlato anche della controversia che si è sollevata sull'uso delle riprese di orsi polari in uno zoo nella recente serie della BBC Frozen Planet.

Ha sostenuto che gli autori del documentario avevano la necessità di presentare un quadro completo del ciclo di vita di quegli animali.

(c) Daily Mail, 2012
Unauthorized translation by
Giovanni Romano

giovedì 12 gennaio 2012

Recensione - "Sposati e sii sottomessa" di Costanza Miriano

SPOSATI E SII SOTTOMESSA
Pratica estrema per donne senza paura

Che il libro di Costanza Miriano fosse controverso fin dal titolo me l'aspettavo, anche se il sottotitolo introduce già uno dei suoi principali leitmotive: una salutare, frizzante autoironia. Ma non mi aspettavo assolutamente il dibattito furioso, accanito, che si è scatenato su Facebook tra alcuni miei amici, tutti lettori di grande preparazione e di provata fede cattolica. Un dibattito combattuto a colpi di citazioni bibliche e magisteriali che è trasceso nel risentimento personale fino ad arrivare alle cancellazioni tra persone che si conoscevano e si stimavano da molto tempo.

Perché tanta asprezza? La querelle girava appunto intorno alla parola “sottomissione”, tra chi si ribellava all'idea che il libro reintroducesse il modello della famiglia patriarcale e del padre-padrone, e chi invece difendeva a spada tratta la famiglia “tradizionale” (in realtà, non c'è niente di “tradizionale” nella famiglia composta dall'uomo e dalla donna, ogni coppia ama per la prima volta, genera per la prima volta, sbaglia e si perdona per la prima volta).

In quel dibattito non ero intervenuto perché non avevo il libro, e anche per carenza di preparazione specifica sui documenti del Magistero. Ma ora che l'ho letto mi sento di esprimere un parere approfondito che quasi certamente scontenterà tutti, perché mi sembra che entrambe le parti, nel furore della polemica, abbiano perso di vista alcuni punti fondamentali.

Innanzitutto, chi si aspetta un arcigno trattato dottrinario, pesante, infarcito di citazioni libresche, resterà meritatamente deluso. Da molto tempo non mi capitava di leggere un libro fresco, brioso, pieno di spiritosa inventiva come questo. La Miriano, giornalista professionista, dimostra un notevolissimo talento nell'evocare a raffica un fuoco d'artificio di situazioni, di caratteri, di libri e di autori, accostando acrobaticamente i pannolini e San Girolamo, il biberon e Fred Buscaglione, il lavoro in TV e i compiti per casa dei bambini. In ogni frase si sente spumeggiare la vita. Osservo di passaggio che una simile capacità di guardarsi intorno e di notare tante cose è segno di una personalità molto libera e realizzata. La “sottomissione” di cui parla la Miriano non pare dunque avere effetti deleteri sulla creatività.

Ma con questo siamo ancora alla superficie. Dietro la felicità della scrittura e la brillantezza dello stile c'è un'ossatura estremamente robusta, delle convinzioni cattoliche molto profonde che costituiscono il vero pregio dell'opera. Più che sulla sottomissione, il libro ruota intorno a una constatazione molto semplice: l'uomo e la donna si realizzano nei rapporti, e possono realizzarsi pienamente solo in un rapporto definitivo di dono e di gratuità qual è il matrimonio. La prima parola non è infatti “Sottomettiti” ma “Spòsati”. Questo sembra essere sfuggito tanto a coloro che hanno criticato la Miriano quanto a quelli che hanno contrattaccato per difenderla forse con troppo zelo. Prima ancora che dosare i poteri e i doveri col bilancino, il matrimonio è anzitutto condivisione e accoglienza dell'altro così com'è, un cammino dove niente può essere dato per scontato ma che fa crescere man mano che si procede e si ha il coraggio della fedeltà. E la diversità dei sessi conduce alla diversità dei ruoli prima ancora che alla rivendicazione dei poteri.

Per questo ogni capitolo è introdotto da una lettera a un soggetto ben determinato e tratta un argomento ben determinato. Così, scherzosa nella forma ma ferma nella sostanza, la Miriano accompagna, suggerisce, esorta i suoi destinatari a prendere posizione di fronte alla loro vita, e farlo attraverso la strada di un legame certo e irrevocabile. I suoi consigli non potrebbero andare più controcorrente rispetto alla nostra cultura del disimpegno e della provvisorietà. Basti leggere le lettere all'amico che convive e rifiuta di sposarsi, a un'amica che passa da un uomo all'altro, alla coppia troppo perfetta che bastava a se stessa e si scopre in crisi, a un collega che non si decide ad avere bambini. Tutti richiamati alla bellezza della vita attraverso un impegno senza sconti con la realtà, ma sorretto da una serena fiducia in Dio. Tutta roba molto, ma molto indigesta per il “politically correct”.

Last but not least, un altro dei motivi profondi del libro – purtroppo passato del tutto sotto silenzio nella summenzionata polemica – è la fecondità. I bambini compaiono dappertutto nel libro, dalla prima all'ultima pagina. Il donarsi all'altro non è fine a se stesso ma, anche nella fatica, è per una gioia più grande, la gioia di una vita che cresce, da tutelare e da accompagnare. Non per niente le ultime pagine, dedicate al destino dei figli, sono le uniche dove si avverte una certa trepidazione.

Se un uomo leggesse le pagine della Miriano illudendosi di vedersi riverito e adulato come un sultano, è meglio che se lo scordi. Questo libro non è solo per donne senza paura, è anche per uomini senza paura. Senza paura di amare le proprie spose e di esserne amati, senza paura dei propri limiti e di quelli dell'altra, senza paura di addentrarsi nel tempo che passa, e senza paura di rivolgersi a un Altro per chiedere la forza di affrontare il cammino più decisivo della propria esistenza. Citando Chesterton, la Miriano sostiene che l'avventura più eccitante della vita non è la trasgressione ma l'ortodossia. Il matrimonio è veramente una pratica estrema, perché nella sua essenza è un'avventura che come unico limite ha solo la morte. E l'Autrice riassume tutta la grandezza e la dignità dirompente di questa avventura in una osservazione folgorante: “Che vivi a fare se non costruisci qualche cosa che ti superi?”.

Giovanni Romano

mercoledì 11 gennaio 2012

Storica sentenza della Corte Suprema: le organizzazioni religiose non sono obbligate ad assumere chi è contrario alle loro convinzioni

di Adam Liptak

WASHINGTON – In una decisione di grande importanza sulla libertà religiosa, la Corte Suprema ha riconosciuto per la prima volta una “eccezione di ministero” alle leggi sulla non-discriminazione nel posto di lavoro, affermando che le chiese e gli altri gruppi religiosi devono essere liberi di scegliere i propri responsabili senza interferenze da parte del governo.

“L'interesse della società nell'implementazione delle leggi sulla non discriminazione nel posto di lavoro è indubbiamente importante”, ha scritto il presidente John G. Roberts Jr. a nome dell'opinione unanime di tutta la Corte. “Ma lo è anche l'interesse dei gruppi religiosi a scegliere chi predicherà le loro convinzioni, chi insegnerà la loro fede, chi porterà avanti la loro missione”.

La sentenza ha dato solo poche linee guida sul modo in cui le corti debbano decidere chi dev'essere considerato “ministro del culto”, dichiarando che la Corte è stata “riluttante ad adottare una formula rigida”. Due opinioni concorrenti hanno offerto proposte contrastanti.

Il caso, Hosanna-Tabor Church vs. Equal Employment Opportunity Commission, n.10-533, è stato portato all'attenzione della Corte da Cheryl Perich, ex insegnante in una scuola di Redford, nel Michigan, parte del Sinodo della Chiesa Luterana del Missouri, la seconda maggiore denominazione luterana negli Stati Uniti. La Perich ha dichiarato di essere stata licenziata per aver perseguito una rivendicazione di discriminazione sul lavoro a motivo di una disabilità, la narcolessia.

La Perich ha insegnato in gran parte materie secolari ma ha anche dato lezioni di religione e ha frequentato la cappella con la sua classe.

“E' vero che i suoi doveri religiosi prendevano solo 45 minuti di ciascuna sua giornata lavorativa”, ha scritto il presidente Roberts, “e che il resto del tempo era dedicato a insegnare materie secolari”.

“La questione di fronte a noi, tuttavia, non è una di quelle che si possono risolvere col cronometro”, ha scritto.

Invece, la Corte ha preso in considerazione parecchi fattori. La Perich era un'insegnante “vocazionale” che aveva completato il corso di studi religioso e che la scuola considerava un ministro del culto. È stata licenziata, ha dichiarato la scuola, per aver violato la dottrina religiosa scegliendo la strada del contenzioso giudiziario anziché cercare di risolvere la disputa all'interno della chiesa.

Il presidente Roberts ha dedicato parecchie pagine della sua opione alla storia della libertà religiosa in Inghilterra e negli Stati Uniti, concludendo che un principio animatore dietro le clausole sulla libertà religiosa del Primo Emendamento è stato di proibire al governo di interferire negli affare interni dei gruppi religiosi in generale e nella selezione dei loro responsabili in particolare.

“L'Establishment Clause impedisce al governo di nominare i ministri del culto”, ha scritto, “e la Free Exercise Clause gli impedisce di interferire con la libertà dei gruppi religiosi di sceglierseli”.

L'amministrazione Obama ha dichiarato ai giudici che avrebbero dovuto analizzare il caso della Perich essenzialmente con gli stessi criteri che se fosse stata impiegata da una chiesa, da un sindacato, da un club o da ogni altro gruppo dotato dei diritti di libera associazione a norma del Primo Emendamento. Questa posizione è stata accolta con sferzanti critiche quando il caso è stato discusso a ottobre, ed è stata sonoramente bocciata nella decisione di mercoledì.

“Una posizione del genere è difficile da mettere d'accordo con il testo dello stesso Primo Emendamento, che dedica un'attenzione tutta particolare ai diritti delle organizzazioni religiose”, ha scritto il presidente Roberts. “Non possiamo accettare la rimarchevole opinione che gli articoli di fede non abbiano nulla da dire sulla libertà di una organizzazione religiosa di scegliere i propri ministri”. [La sottolineatura è mia, N.d.T.].

Richiedere la riassunzione della Perich “avrebbe apertamente violato la libertà della chiesa”, ha scritto il presidente Roberts. E altrettanto sarebbe stato accordare a lei e ai suoi avvocati un risarcimento in denaro, ha continuato, dal momento che questo “avrebbe operato come una punizione contro la chiesa per aver terminato il suo rapporto con un ministro indesiderato”.

In un'opinione concorrente, il giudice Clarence Thomas ha scritto che le corti non dovrebbero occuparsi di decidere chi abbia titolo all'eccezione di ministero, lasciando la determinazione ai gruppi religiosi.

“La questione se un dipendente sia o meno un ministro del culto è essa stessa religiosa nella sua natura, e la risposta varierà di molto”, ha scritto. “I tentativi dei giudici di modellare una definizione giuridica di 'ministro del culto' attraverso una linea di demarcazione ben definita o attraverso un'analisi multifattoriale rischiano di mettere in posizione di svantaggio quei gruppi religiosi le cui convinzioni, pratiche e affiliazioni sono al di fuori del 'mainstream' oppure sgraditi a qualcuno”.

In una seconda opinione concorrente, il giudice Samuel A. Alito Jr., affiancato dalla collega Elena Kagan, ha scritto che sarebbe un errore focalizzarsi sui ministri del culto, un titolo che è usato in generale dalle denominazioni protestanti e “raramente, se non mai” dai cattolici, dagli ebrei, dai musulmani dagli indù o dai buddisti. Né il concetto di ordinazione dovrebbe essere al centro dell'analisi, ha aggiunto il giudice Alito.

Piuttosto, ha aggiunto, l'eccezione “dovrebbe applicarsi a ogni 'dipendente' che abbia la responsabilità di condurre un'organizzazione religiosa, guidi un servizio di preghiera o importanti cerimonie religiose nonché rituali, o funga da messaggero o maestro della fede di questa”.

Durante il dibattimento a Ottobre, alcuni giudici hanno espresso la preoccupazione che una decisione onnicomprensiva proteggerebbe i gruppi religiosi dalle cause intentate da dipendenti che dichiarassero di essere stati oggetto di ritorsioni, ad esempio, per aver denunciato abusi sessuali.

Il presidente Roberts ha scritto che la decisione di mercoledì ha lasciato in piedi la possibilità di condurre inchieste penali, nonché le altre garanzie.

“Ci sarà abbastanza tempo per occuparsi dell'applicabilità dell'eccezione ad altre circostanze”, ha scritto, “se e quando si presenteranno”.

Laurie Goodstein ha contribuito al servizio da New York.

Copyright (c) The New York Times, 2012
Unhautorized translation by Giovanni Romano

lunedì 9 gennaio 2012

Omaggio a un amico non credente e non "sobrio"

Tornato da un viaggio in Kenya, un mio caro amico dichiaratamente non credente, ma con un cuore grande così, mi ha portato questo regalo: un presepe dentro una zucca essiccata.

Sono rimasto veramente commosso dal suo pensiero, testimonianza di una amicizia schietta e rispettosa pur nella totale diversità delle idee, e desidero esprimergli pubblicamente la mia gratitudine. Non solo per la gentilezza, non solo per il regalo in sé, molto bello, ma anche per l'incomodo che si è preso portandosi appresso dal Kenya una zucca di dimensioni piuttosto generose. Probabilmente avrà preso le misure sulla mia...

Mio malgrado sono costretto a paragonare il suo bellissimo gesto di amicizia, di rispetto e di solidarietà generosa con la piccineria di cuore che quest'anno ha portato ad abolire il Presepe nella cattedrale di Rieti in nome della "sobrietà" (vedi qui l'articolo di Antonio Socci). Un gesto più conformista e meschino di così è difficile da immaginare. Per la sobrietà c'è la Quaresima, non il Natale. Per il credente, il Natale è la memoria di Dio che è stato talmente generoso da venire di persona tra gli uomini senza chieder loro preventivamente nessun certificato di irreprensibilità etica, nessuna precondizione, nessuna "sobrietà" micragnosa.

Ringrazio Dio di avere un amico non "sobrio" come lo vorrebbero tanti puritani stile Monti.

Giovanni Romano

venerdì 30 dicembre 2011

Nigeria: legittima difesa, ma mai vendette!

Una violenta polemica in corso sul mio precedente articolo a proposito di Seattle e della Nigeria ha avuto almeno un merito: richiamare all'attenzione l'attacco a una scuola coranica nel sud della Nigeria (dove i cristiani sono la maggioranza, a differenza che al Nord) che ha lasciato almeno sei bambini feriti (vedi qui la notizia dalla ADNKRONOS). La strage è stata evitata per puro miracolo. L'attentato è chiaramente una ritorsione contro le stragi di cristiani avvenute alla vigilia di Natale nella parte centro-settentrionale del paese.

Non ritiro e non cambio nemmeno una virgola di ciò che ho scritto, ma effettivamente questa notizia andava segnalata e approfondita. Nei conflitti etnici e religiosi non sono mai gli aggressori che pagano, l'odio si sfoga sui bersagli più indifesi e a portata di mano. I cristiani in un contesto fortemente ostile -come anche i musulmani- di fronte ad aggressori decisi a ucciderli hanno il diritto e il dovere di difendersi anche a mano armata (specialmente in assenza di qualsiasi intervento da parte del governo centrale), ma se la legittima difesa è ammissibile, la vendetta non lo è in nessun caso. La legittima difesa colpisce e scoraggia l'aggressore, la vendetta giustifica nuove aggressioni e nuove stragi.

Giovanni Romano

P.S.: E' di questi minuti la notizia di un attentato a una moschea di Kano, nel nordest della Nigeria. Si parla di quattro morti. Un gesto folle che scatenerà nuove violenze.

mercoledì 7 settembre 2011

TG2: manipolato il discorso del Card. Bagnasco

Il TG2 delle ore 13 di domenica 4 settembre scorso si è reso colpevole di una grave manipolazione delle parole che il Card. Bagnasco ha pronunciato alla Summer School della fondazione Magna Charta e dell'associazione Italia protagonista. Sono state riportate alcune frasi della sua “lectio magistralis”, ma in maniera gravemente mutilata e fuorviante. Il servizio del TG2 ha trasmesso queste parole del Cardinale:

Qualcuno, oggi, vorrebbe che la Chiesa tacesse perché ogni sua parola viene giudicata come un’ingerenza nelle questioni pubbliche e politiche. Vorrebbe che rimanesse in sacrestia. La preghiera – si pensa - in fondo non fa male a nessuno e la carità fa bene a tutti. Francamente, mi sembra che si usino due pesi e due misure.

Detto così, il discorso suona un po' strano. L'ultimo periodo pare scollegato rispetto a quelli che lo precedono. E infatti, leggendo il testo scritto dell'intervento, mi sono accorto della sconcertante manipolazione operata dal Telegiornale, che ha brutalmente tagliato le frasi più significative e “scomode” del passaggio. Le riporto in neretto:

Qualcuno, oggi, vorrebbe che la Chiesa tacesse perché ogni sua parola viene giudicata come un’ingerenza nelle questioni pubbliche e politiche. Vorrebbe che rimanesse in sacrestia. La preghiera – si pensa - in fondo non fa male a nessuno e la carità fa bene a tutti. In altri termini, si vorrebbe negare la dimensione pubblica della fede concedendole la sfera del privato. E’ singolare , però, che a tutti si riconosca come sacra la libertà di coscienza, mentre dai cattolici si pretenda che prescindano dalla fede che forma la loro coscienza. I Pastori, poi, si vorrebbe che tacessero salvo che dicano cose gradite alla cultura che appare dominante perché ha potere di parola; in caso diverso, spesso si grida all’ingerenza. Francamente, mi sembra che si usino due pesi e due misure.

È stato un episodio gravissimo, non si è esitato ma manipolare l'audio e il video con un taglio arbitrario che ha completamente stravolto il discorso del Cardinale. Cosa possiamo aspettarci noi cattolici da un servizio “pubblico” degno dei peggiori aspetti di 1984?

Giovanni Romano