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mercoledì 7 settembre 2011

Spiacenti, non è un avvocato di Berlusconi...

“Se questa riforma dell'ordinamento non sopravviene rapidamente il nuovo processo è destinato a fallire. Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l'obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazioni e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell'indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell'azione penale, desideroso di porre il pm sotto controllo dell'Esecutivo. È veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruolo e la specializzazione del pm con questioni istituzionali totalmente distinte”.

Giovanni Falcone
“Ma contro Cosa Nostra occorrono superuomini”, intervista di Mario Pirani, Repubblica, 3 ottobre 1991

martedì 14 giugno 2011

I cattolici che non fanno paura al potere

Voglio subito sgombrare il campo da un equivoco, a costo di deludere e irritare alcuni amici che – già lo so - mi leggeranno. Sono andato a votare i referendum, e ne ho votati tre su quattro. Ho rifiutato di votare solo quello sul legittimo impedimento perché l'intento fazioso e persecutorio era troppo sguaiatamente evidente (non “la-legge-è-uguale-per-tutti”, bensì “la forca è uguale per tutti”).





Ma ho votato tre SI per motivi che poco o nulla hanno a che vedere con l'accanimento sconcertante, ai limiti del fanatismo, con cui tanti, troppi ambienti cattolici forse, incluse non di rado le gerarchie, hanno promosso in particolare il referendum sull'acqua, e che mi ha procurato un senso di disagio sempre più forte man mano che si avvicinava la data delle consultazioni.




Cominciamo però dal quesito più semplice e meno controverso, quello sull'energia atomica. Qui non ho avuto dubbi. Fukushima mi ha fatto completamente ricredere sulla sicurezza delle centrali nucleari e sulla credibilità dei governi quando sono in ballo interessi economici di fronte ai quali il valore della vita umana si riduce a zero. Fukushima è la prova provata dell'impossibilità di prevedere ogni possibile incidente e di farvi fronte. Ma soprattutto è la prova provata di una disinformazione deliberata e allucinante. Per giorni si è cercato di minimizzare la gravità di quello che era accaduto, anche a rischio di lasciare che la popolazione venisse contaminata in maniera sempre più grave, e si è stati costretti ad ammettere la verità solo quando i danni erano diventati troppo evidenti, con la centrale sventrata come quella di Chernobyl.




Fukushima mi ha trasformato in un nuclearista pentito, e nessun discorso potrà più persuadermi del contrario. A coloro che continuano a sostenere la causa del nucleare faccio una proposta: benissimo, costruiamo pure le centrali anche in Italia, ma con l'obbligo per voi e per le vostre famiglie di andare a vivere entro un raggio massimo di 30 km da una centrale o da un sito di stoccaggio di combustibile nucleare. Vi offriamo anche la casa gratis se volete; se l'energia nucleare è così sicura come sostenete, non penso che qualcuno di voi farebbe obiezione.





Veniamo però ai referendum più scottanti, quelli sui quali i cattolici – o almeno una parte consistente, dirò poi quale – si sono esposti più vocalmente, anche se l'opinione pubblica laica non sembra essersene accorta più di tanto. Mi prenderò la libertà di citare ampiamente l'eccellente articolo di Stefano Fontana dal sito Labussolaquotidiana.it (“I cattolici hanno vinto i cattolici hanno perso”) ma prima di tutto devo dare ragione dei miei due SI.





Ho votato SI perché condivido la concezione cattolica della proprietà privata come responsabilità sociale, non solo come mero accumulo. Dai sostenitori del NO o dell'astensione ci è stato detto e ripetuto che non si trattava di “privatizzare” l'acqua ma semplicemente di affidarne la gestione ai privati in modo da rendere più efficiente il servizio, limitare gli sprechi e favorire la distribuzione. Ma è un argomento solo giuridico-formale, che non tiene conto del fatto che la gestione dell'acqua passerebbe in pratica da un monopolio pubblico a uno privato. Una vera privatizzazione avrebbe prodotto effetti positivi solo in regime di concorrenza, cosa impraticabile nel caso degli acquedotti. E i monopoli privati si sono sempre rivelati più esosi nei confronti dell'utenza, più riluttanti a investire per modernizzare gli impianti, più trascurati sotto l'aspetto della sicurezza. Non dimentichiamo che fu l'ENEL, non le compagnie elettriche private, a portare la corrente a 220V in tutta Italia: prima al Sud la corrente era di soli 125V. E fu una compagnia elettrica privata a provocare il disastro del Vajont, scaricandone poi ogni conseguenza sulle spalle della collettività.




Se avessero vinto il NO o l'astensione, avremmo assistito probabilmente all'ennesima stangata sulle tariffe e le bollette senza alcun vantaggio apprezzabile, per giunta con la scusa della “lotta agli sprechi”, o avremmo assistito al solito gioco del “privatizzare i profitti e socializzare le perdite”. E questo, per le finanze massacrate di moltissime famiglie, è veramente troppo. Si è detto anche che con questo voto i cittadini hanno confermato l'andazzo dell'inefficienza e dello spreco, perché i comuni non hanno soldi per provvedere alle riparazioni e alla manutenzione. Ma allora i soldi delle nostre (esose) tasse dove vanno a finire? L'esito di questo referendum non può in nessun modo essere invocato come alibi dagli enti locali e dai servizi pubblici, se mai il contrario: è un severo richiamo alle loro responsabilità.





Queste laicissime considerazioni mi hanno persuaso a votare SI. Ma con disagio, lo ripeto, e ora vengo al punto. Tanto mondo cattolico ha fatto del referendum sull'acqua una inopportuna ed enfatica crociata tra il Bene e il Male, sull'onda della scomunica dossettiana contro Berlusconi e chi la pensa come lui (1).




Come fa notare giustamente Fontana, “si è notata una mobilitazione particolare del mondo cattolico, probabilmente superiore a quella contro il divorzio e l'aborto. (…) Non ci sono dati certi a questo proposito, ma tutti abbiamo assistito alle catene di sms, ai pronunciamenti delle associazioni, prima tra tutte l’Azione cattolica, ai volantinaggi davanti alle chiese, alle dichiarazioni di vescovi e uffici stampa delle diocesi, all’impegno propagandistico degli ordini religiosi, alle dichiarazioni di moltissimi teologi moralisti”. Attenzione a una particolarità che emerge da queste parole: tra i cattolici si è trattato in gran parte di una mobilitazione clericale (quella parte del mondo cattolico cui accennavo prima), per molti versi speculare e opposta a una mobilitazione ben più popolare e massiccia, quella sì nata veramente dal basso: la mobilitazione per il Family Day che partì in massima parte dai laici, dalle famiglie stesse, e che una parte purtroppo non trascurabile del clero seguì o con indifferenza o addirittura con fastidio.





Non è mancato nemmeno il classico terzomondismo d'accatto, segno dell'incapacità di guardare la questione in termini di realismo e non di utopia. Ancora Fontana: Una diocesi ha detto: 'Andare a votare è un gesto per la vita, per la vita di tanti che ancora nel mondo non hanno il diritto più elementare, quello dell’acqua'. Cosa c’entri il referendum in Italia con la mancanza di acqua in Africa non ci è dato di sapere. Se analizziamo la gran parte dei settimanali diocesani troviamo questo livello di ragionamento. Ma quando si sbandierano ragioni di questo genere si cade nel moralismo inefficace e servizievole. Si crede di aver contribuito a far andare avanti la storia ed invece ci si è accodati ad altri.





Ho messo in neretto queste parole perché mi sembra che centrino perfettamente il nocciolo della questione. I fedeli sono stati gravemente ammoniti a recarsi alle urne perché “il voto è dovere civico”. Ci siamo già dimenticati che fu proprio l'astensione dei cattolici a far saltare il referendum sulla legge 40? I cattolici erano eversivi allora, o era eversivo e inumano il tentativo di affondare una legge già ingiusta di per sé, per sostituirla con un'anarchia molto peggiore? Direi dunque che per un cattolico il dovere del voto viene dopo un doveroso discernimento sulle questioni oggetto del voto stesso, dunque non può mai essere uno scontato automatismo. In questa occasione, invece, troppi cattolici hanno fatto la figura dei volenterosi barellieri della storia.





Ieri il sito della Tiscali sbandierava la foto di due suore che entravano sollecitamente in un seggio, certificato elettorale e rosario in mano. Molti cartelloni per il SI avevano una scritta a caratteri cubitali: “METTICI SOPRA UNA CROCE”. Quando ho visto queste cose non ho potuto fare a meno di sorridere amaramente. Ma come, ci si ricorda della Croce solo quando fa comodo per votare, mentre si fa di tutto per toglierla dai luoghi dove la gente vive? Ci si ricorda che esistono le suore solo quando vanno a votare allineate e coperte dove vuole l'estrema sinistra? C'è stato uno, uno solo dei cattolici che sono arrivati a “digiunare per l'acqua” in Piazza San Pietro che abbia protestato contro l'europride, che inquina le acque dei rapporti umani molto più radicalmente di qualsiasi referendum? Il potere mediatico laicista ha forse paura di cattolici così omologati, il cui “profetismo” (termine più che mai abusato in questo caso) si è “appiattito sul rubinetto” secondo l'efficace espressione di Fontana?




A giusto titolo l'autore osserva che da parte cattolica si è trascurato il principio della sussidiarietà a favore dell'attuale gestione statalista, anche se non ha spiegato in che modo si sarebbe potuto provvedere in questo senso. Risparmio al lettore le citazioni bibliche stravolte oltre i limiti del grottesco pur di trovare argomenti “evangelici” per appoggiare la campagna referendaria. Gli risparmio anche i fraintendimenti (voluti?) della Dottrina Sociale della Chiesa. Chi vuole può andare a leggerli nell'articolo citato. Una affermazione di Fontana suona paradossale, apparentemente come uno spauracchio agitato per rivalsa: “Credevo di votare per l'acqua, ho votato per il divorzio breve”, ma considerando l'appiattimento sui “valori comuni”, la quasi sacralizzazione di un argomento che poteva e doveva essere affrontato con criteri razionali, l'inconsistenza o i troppi distinguo sui valori non negoziabili, non è poi tanto peregrina. Mi trova invece completamente d'accordo la preoccupata chiusa dell'articolo: Si dovrebbe analizzare a fondo, nel prossimo futuro, l’atteggiamento mentale e operativo dei cattolici in occasione di questo referendum, ben oltre le poche riflessioni condotte in queste righe. Credo che ne emergerebbero significative incertezze culturali e i segni di alcune crepe considerevoli nel tessuto ecclesiale”.





Posso confermarlo. Ho votato SI, ma che di certi compagni di strada avrei fatto volentieri a meno. E probabilmente, come l'asino di Buridano, finirò per buscarle da tutte e due le parti.





Giovanni Romano




(1) Vedi il libro di G. BAGET BOZZO e PIER PAOLO SALERI “Giuseppe Dossetti – La costituzione come ideologia politica”, Ares, Milano 2009.

venerdì 28 gennaio 2011

Caso Cesaroni: un'epidemia di pietà?

In un momento nel quale tutti sembrano avere i nervi a fior di pelle, dove il linciaggio morale è diventata la norma, dove volano accuse, controaccuse, insinuazioni al vetriolo, dove non si desidera niente di meno che l'annientamento dell'avversario, la reazione alla sentenza del processo per l'omicidio di Simonetta Cesaroni sembra andare soprendentemente controcorrente. I giornali hanno riversato tonnellate di compassione sull'accusato, Raniero Busco, compiangendolo per il malore avuto in aula, per la moglie e i figli che dovrà lasciare per una condanna niente affatto lieve, ma comunque inferiore alla pena dell'ergastolo richiesta dal Pubblico Ministero.
In questa reazione, ammettiamolo, c'è un briciolo di verità perché la sentenza arriva tardi, veramente molto tardi, e per giunta sul processo pesa come un macigno il "suicidio" del principale testimone, Pietrino Vanacore. Ma non mi unisco al coro di quelli che considerano Busco quasi come la vittima di un perverso accanimento giudiziario e di una persecuzione della famiglia di Simonetta. Se Busco è colpevole deve pagare, e non ha nessuna importanza che "Se anche fosse coipevole, in tutti questi anni si è rifatto una vita e non ha più dato fastidio a nessuno. Ormai è un altro uomo", come ho sentito dire ieri su Radio 1 da una giornalista del "Messaggero".
Ma stiamo scherzando? Con questo metro di giudizio si sarebbero dovuti lasciare in pace anche i criminali nazisti come Kappler o Priebke, i torturatori di Videla e di Pinochet, i carnefici di Pol Pot. Anche loro si erano rifatti una vita, anche loro probabilmente non avevano più dato fastidio a nessuno. Ormai qualcuno di loro poteva essere davvero diventato un altro uomo, ma il delitto era rimasto lo stesso e continuava a chiedere giustizia.
Mi auguro sinceramente anch'io che Busco sia innocente, ma se è stato lui a uccidere con particolare crudeltà Simonetta Cesaroni, è troppo facile essersi rifatto una vita senza aver pagato il suo debito con la giustizia. Probabilmente la stampa e i media mostrano tanta pietà verso un condannato per omicidio perché ha la fortuna di non chiamarsi Silvio Berlusconi.
Giovanni Romano

giovedì 20 gennaio 2011

Non bastava il processo a Berlusconi, ora arriva anche la scomunica...

Ho sentito alla radio la dichiarazione del Card. Bertone di qualche ora fa. Non bastava mettere sotto processo Berlusconi, ora arriva anche la scomunica! E va bene, ammettiamo pure che Bertone e il Vaticano non avessero scelta, perché il loro silenzio poteva essere interpretato come acquiescenza. Ammettiamo anche che le abitudini di Berlusconi -tutte da dimostrare, del resto- siano discutibilissime, indegne di uno statista e corruttrici della pubblica moralità.

Ma quando mai Bertone e i vescovi si sono pronunciati con toni altrettanto veementi nei confronti di un Prodi, ottimo marito e padre, che voleva dare diritti alle coppie di fatto e si è vantatp della sua posizione di "cattolico adulto" sui temi bioetici? Quando mai i vescovi sono stati altrettanto espliciti nei riguardi di un presidente di regione come Vendola, non solo per il suo orientamento sessuale ma anche per aver fatto della Puglia la prima regione d'Italia per numero di aborti? Perché i vescovi non hanno avuto nulla da dire sul presidente Napolitano, anche lui ottimo marito e padre, quando non ha voluto salvare la vita di Elunana Englaro? Vogliamo veramente che i cattolici si appiattiscano sugli anodini "valori comuni" di cui oggi ha parlato Napolitano, come la "legalità" che può essere piegata a qualsiasi arbitrio del potere?

Abbiamo pastori o mercenari che abbandonano il gregge e fuggono davanti ai lupi? Forse il Papa nel suo primo discorso li conosceva bene...

Giovanni Romano

domenica 25 aprile 2010

Dopo lo scontro Fini-Berlusconi

Il motto di Berlusconi dovrebbe essere "meglio soli che male accompagnati". Meglio soli che con chi continuamente ti pugnala alle spalle, e a differenza di Mussolini ordisce e non ardisce (a dire il vero, ordiva un bel po' anche il Duce).

Il problema non è l'identità della corrente di Fini, che si è piegato nella maniera più vergognosa al "politically correct" e ai poteri forti (le intese con le banche e Montezemolo). Il problema è l'identità della grande maggioranza del PdL che in Fini non si riconosce.

Che cosa vuole essere un partito come il PdL? Vuole difendere la vita e la famiglia, a differenza di Fini e del suo cinico voltafaccia contro la legge 40, e delle sue "aperture" ad altre pseudofamiglie? Vuole essere un partito non ostile alla Chiesa, a differenza di Fini che l'accusò del tutto strumentalmente di silenzio sulla Shoah (proprio lui, figlio di un partito che la promosse!). Vuole essere un partito con gli occhi aperti su un'immigrazione-invasione che nemmeno si preoccupa di condividere il nostro modo di vivere e i nostri valori?

Ecco perché è perfettamente inutile che Fini e i suoi strillino all'"autocrazia" nel PdL quando la divergenza di opinioni è così profonda e radicale. Non si può convivere se si hanno idee che portano a conclusioni tanto diametralmente opposte.

Giovanni Romano

venerdì 2 febbraio 2007

Berlusconi il re delle gaffes

Per essere il padrone di tanti giornali e TV, è strano che Berlusconi sia tanto sprovveduto nell'uso dei mezzi di comunicazione, specialmente quando si tratta della sua vita personale. Sembra non tenere mimimamente conto di quanto buona parte della stampa, e specialmente quella di chi si crede colto (vedi "Repubblica") gli sia pregiudizialmente ostile, pronta a distorcere in malafede ogni suo gesto e parola.

Prendiamo l'ultima sua gaffe con la moglie. Erano frasi e giudizi che avrebbe potuto benissimo risparmiarsi. La cosa che fa rabbia è che gli sono saltati addosso, facendogli santimoniosamente la predica, giornalisti e politici che in altri momenti non esitano a difendere la droga di stato, la pornografia, i matrimoni gay. Per questa gente, e per il loro "politically correct", non so se provare più disprezzo o più schifo.

Nel giorno stesso in cui il governo Prodi si è coperto di ridicolo, nel giorno in cui Berlusconi avrebbe potuto trarre il massimo guadagno politico da quanto è avvenuto al Senato, i giornali e le TV di tutto il mondo non si occupano d'altro che della fuffa tra lui e Veronica.

Chi è causa del suo mal pianga se stesso.


Giovanni Romano

venerdì 12 gennaio 2007

Il summit di Caserta

Quando era al governo Berlusconi, trovavo assai discutibile che trattasse questioni molto importanti per la vita del Paese nelle sue residenze private, Palazzo Grazioli a Roma, o a Milano, oppure in Sardegna. Mi sembrava -e tuttora mi sembra- una scorrettezza, se non formale certo di sostanza, la prova di una scarsa sensibilità verso le istituzioni, il ritorno ai triumvirati di cesariana memoria e un implicito disprezzo delle procedure formali sì, ma necessarie, della vita democratica.

Quello che han fatto Prodi e i suoi, però, sorpassa di molto il limite della più becera indecenza. Almeno Berlusconi i vertici li teneva in casa propria, e anche se non erano gratuiti per le tasche dei cittadini (bisogna pensare alle spese per le scorte, le auto blu, ecc.) non penso che gravassero sull'erario come l'elefantiaca trasferta di Caserta.

Oltre a questo, una cosa non mi è chiara. Si è trattato di un vertice di partiti, come farebbe pensare la presenza di Marco Pannella, un non-eletto (e allora perché tanto sperpero di denaro pubblico?) oppure di un vero e proprio consiglio dei ministri? E in questo caso, perché accollare ai cittadini un caravanserraglio di impiegati, stenografi, militari, poliziotti, portaborse dei portaborse, con tutti i rischi di smarrimento o copia di documenti riservati? Vogliamo forse scimmiottare la "grandeur" dei nostri cugini d'oltralpe? Oppure (ed è l'ipotesi più caritatevole che riesco a trovare) si è voluta valorizzare la ricchezza artistica e storica del Sud?


Io però un suggerimento per Prodi & C. ce l'avrei: viste le "riforme" che avete in mente, a base di Pacs e compagnia bella, perché il summit non siete andati a farlo ad Aversa? E' a qualche chilometro soltanto, e costa molto meno. Garantito.

Giovanni Romano