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martedì 20 dicembre 2016

La psicopolizia del Web

Riporto qui la lettera che scrissi ad Avvenire il 21 Novembre scorso in merito alle polemiche suscitate dalla vittoria di Donald Trump e alle insinuazioni (condivise anche da Avvenire, sembra di capire) che fosse stata propiziata dalla diffusione di notizie false propalate ad arte per screditare la Clinton. Ora, a parte tutta la pesantissima campagna di denigrazione contro Trump e il suo elettorato sulla quale il quotidiano della CEI non ha speso nemmeno una parola, il rimedio prospettato dall'articolista mi sembra peggiore del male. Ecco il mio testo:

Spett.le Redazione,
ho letto con interesse il pezzo di Gilio Rancilio datato sabato 19 novembre, e devo dire di avere alcune riserve tanto sul merito quanto sul metodo. I contenuti sono ovviamente inoppugnabili, ma il tono generale dell’articolo sembra insinuare che Trump sia stato eletto in buona misura grazie alla diffusione di menzogne propalate ad arte contro la Clinton. Peccato che anche l’ex presidente Obama abbia fatto un uso intensivo dei social networks in occasione di entrambe le sue campagne elettorali senza che nessuno abbia trovato nulla da eccepire.

Ancora meno condivisibile, secondo me, è l’aver accennato senza apparenti obiezioni ai “poliziotti del web”. Ma chi controlla i controllori? Chi garantisce che questo controllo non diventi una psicopolizia per imporre il pensiero unico “politically correct”? Quanto sono realmente imparziali strumenti come il software elaborato in 36 ore dai quattro studenti di Princeton o la “mappa contro l’intolleranza” di cui parlò La Stampa del 15 gennaio 2014 che in realtà può trasformarsi in un pericoloso strumento di schedatura? (ne ho scritto sul mio blog, questo è il link abbreviato: http://tinyurl.com/hmztccd). Come mai su Facebook o Twitter si viene immediatamente bannati se si critica l’omosessualismo, ma le bestemmie “rispettano gli standard della comunità”? Come mai la Apple ha tolto dal proprio store la Dichiarazione di Manhattan dove le confessioni cristiane difendevano il matrimonio tra l’uomo e la donna? Sarebbero questi i poliziotti del Web o piuttosto i suoi carcerieri?

Purtroppo condivido in pieno la conclusione: ormai la verità non interessa più anche quando viene conosciuta. Ma mi chiedo se un articolo come quello di Rancilio sarebbe stato pubblicato se avesse vinto la Clinton. Consentitemi di dubitarne.

Distinti saluti,
Giovanni Romano

mercoledì 12 giugno 2013

Il bavaglio alla famiglia - La lettera mai pubblicata del Forum delle Associazioni Familiari

Da tempo penso che sarebbe opportuno uno studio sulle strategie di neutralizzazione della volontà popolare maggioritaria in nome dei "nuovi diritti". Tali strategie sono essenzialmente due: gli interventi della magistratura che "creano" diritti e smontano il risultato dei referendum (basta ricordare cosa accadde in California con il referendum sulla Proposition 8 che riconosceva come legittimo solo il matrimonio tra uomo e donna, approvato a larghissima maggioranza e annullato dai giudici) e la censura mediatica. Un esempio è la lettera molto chiara che il Forum delle Associazioni Familiari ha inviato al Corriere della Sera che aveva pubblicato con molto zelo gli interventi a favore delle "nozze" gay. Va da sé che il Corriere si è ben guardato dal dare voce all'opinione contraria. Pubblico qui questo intervento sperando che qualcuno lo legga e lo rilanci, da sotto i massi della censura laica.

Giovanni Romano

Per far sentire la voce delle famiglie sul tema dei diritti delle persone omosessuali a seguito degli interventi di Stefania Prestigiacomo (9 giugno), di Barbara Pollastrini (10 giugno) e di Ivan Scalfarotto (11 giugno), tutti ospitati dal Corriere della sera, il Forum inviato una lettera, a firma del presidente Francesco Belletti, al direttore De Bortoli.

La lettera, che è stata con molta cortesia respinta, diceva:

Gli interventi pubblicati dal Corriere erano tutti orientati a caldeggiare l’urgente riparazione di un ipotetico torto, subìto dalle persone omosessuali per i cosiddetti diritti civili negati. In base a tali illuminati interventi, l’Italia, in quanto cattolica, impedirebbe l’avanzare della civiltà dominante del nord Europa, che ha concesso la gioia del matrimonio alle coppie omosessuali. Quasi che il nostro Paese sia una landa incivile e arretrata perché gli omosessuali non possono sposarsi. Anche la citazione del card. Martini appare strumentalizzata, per convertire alla più moderna fede omosessualista quella “parte reazionaria del popolo cattolico” che non l’ha ancora abbracciata.
 Ma sono davvero negati, questi diritti? E quali? Il diritto ad amarsi? Il diritto a convivere? Il diritto a non avere i propri redditi assommati nel computo delle imposte? Il diritto a nessun obbligo giuridico di mantenimento verso alcuno? Sarebbe invece più serio evidenziare che oggi le coppie omosessuali hanno molti meno obblighi rispetto alle coppie sposate: possono avere due prime case senza problemi fiscali, sono trattate con inusuale riguardo da fisco, pubbliche amministrazioni, aziende, mass media, istituzioni. Anche la richiesta di estensione di strumenti come la reversibilità delle pensioni o la quota di “legittima”, in termini di eredità, sono connessi, nelle proposte in discussione oggi, come nuovi diritti, totalmente scollegati da quei doveri di reciprocità, di stabilità, di fedeltà, di assistenza e cura, che la famiglia invece esige. Il progetto di legge Galan per le “unioni omoaffettive”, per esempio, chiede tutto ciò, ma consente di sciogliere tale unione dopo soli tre mesi di separazione. Bell’impegno, per chi poi pretende reversibilità permanente della pensione!
 Stupisce che questi “paladini” dei cosiddetti diritti civili siano gli stessi che rimangono drammaticamente e costantemente silenziosi di fronte all’urgenza di dare finalmente una mano alle famiglie che ogni giorno costruiscono l’Italia, curano i propri figli, li preparano ad essere cittadini di domani, assistono i propri anziani e disabili, garantiscono la coesione sociale, subiscono sistematicamente un fisco che penalizza i carichi familiari, mentre sono abbandonate nei loro bisogni, senza nulla in cambio che una quotidiana diffamazione, perché la famiglia pare solo il luogo della violenza.
 È invece evidente a tutti che l’Italia ha retto alla crisi soprattutto grazie alle famiglie, che hanno saputo gestire di generazione in generazione i propri risparmi a beneficio dei figli e dei nipoti, sostenere i propri giovani disoccupati, accudire i propri figli disabili e genitori anziani. Altro che Italia arretrata, reazionaria, etc., Proprio sulla centralità della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna si fonda questa meravigliosa rete di solidarietà che tiene insieme il Paese.
 Come opportunamente ricordava Francesco D’Agostino (Avvenire, 8 giugno) “il matrimonio non esiste per garantire la sensibilità dei coniugi, ma per consentire la costruzione di comunità familiari, alle quali la società (per mezzo dello Stato) affida i progetti intergenerazionali di convivenza”. Custodire i diritti individuali delle persone si può e si deve, con gli strumenti giuridici necessari. Attaccare la famiglia eterosessuale e genitoriale per questo è invece pessima scelta, che i movimenti di persone omosessuali per primi dovrebbero riconoscere come perdente. E anche il prezioso tema della lotta all’omofobia e a ogni discriminazione non deve essere brandito come un’arma per gli interessi di pochi, ma diventare terreno di confronto e di condivisione per il bene di tutti.

Bari - Roma, 11.6.2013

venerdì 12 gennaio 2007

Erba: un perdono concesso troppo presto?

Come tutti, sono sconvolto dall'efferata crudeltà di quanto è accaduto a Erba. I due assassini ora in carcere hanno, penso, il triste privilegio di essere i detenuti più odiati d'Italia. Verso di loro, poi, ho una ragione personale di antipatia, perché mi hanno fatto vergognare del cognome che porto.

Ma non è dei dettagli di cronaca che voglio scrivere, roba da far impallidire "Apocalypto". I giornali hanno già rimestato a sufficienza. Non voglio nemmeno addentrarmi in scontate analisi psico-sociologiche. Quello su cui vorrei riflettere è la prontezza quasi eccessiva con cui il padre di Raffaella Castagna ha concesso il perdono.

Di fronte a una strage così efferata, così premeditata, di fronte a un male così caparbiamente voluto, il perdono stona. Quali che possano essere le intenzioni e la nobiltà d'animo del Signor Castagna, un annuncio del genere, in questo momento, manda probabilmente il segnale sbagliato: rassegnazione al male, paura, quasi indifferenza verso la vita delle vittime dilaniate in un modo così atroce.

Perdonare senza nemmeno una parola né un pensiero di pentimento da parte degli assassini è una cosa che ha fatto solo Gesù Cristo. Penso che la statura morale del Sig. Castagna sia infinitamente superiore a quella di chi invoca e promette vendetta, ma io, perdonate anche me, non so che farmene della "superiorità morale" se questo significa sacrificare l'autorità della giustizia umana. Altrimenti la punizione passa per arbitrio, e il colpevole, che mai come in questo caso ha voluto il male, passa per vittima.

Capisco -direi quasi condivido- più la rabbia e la voglia di vendetta di Azouz che non l'atteggiamento troppo "angelico" del Sig. Castagna. Forse sarebbe stato meglio mantenere il silenzio, un lungo silenzio fino a quando il tempo avesse decantato l'orrore e il rancore.

Giovanni Romano

P.S: Strano che a Erba "Avvenire" abbia intervistato tutti, anche i sacerdoti, meno che Padre Livio, il fondatore di Radio Maria. Sinceramente la cosa mi è dispiaciuta. Poco male, però. Padre Livio non ha bisogno della pubblità di "Avvenire". Se mai il contrario.