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mercoledì 20 luglio 2022

La Chiesa e "l'effetto Mullah"


Un'antica favola persiana, probabilmente di fonte sufi, narra che una volta su un villaggio cadde una strana pioggia. Tutti gli uomini che bevvero di quell'acqua impazzirono, si mettevano a ridere sguaiatamente e senza motivo, facevano boccacce, urla e capriole, nessuno più badava a lavorare. L'unico che non l'aveva bevuta era il mullah, che cercò invano di riportare alla ragione i suoi compaesani, disperato di vederli ridotti in quello stato. Alla fine, stanchi delle sue prediche e dei suoi ammonimenti, gli uomini lo afferrarono e tra lazzi e risa sgangherate lo buttarono dentro un vecchio pozzo dicendogli che l'avrebbero tirato fuori di lì quando avesse recuperato la ragione.

Rimasto solo in fondo al pozzo, il mullah rifletté: "Qui dentro finirò per morire di fame e di sete. Chi me l'ha fatta fare a restare diverso dagli altri? Tanto vale che anch'io mi comporti come loro, forse mi tireranno fuori di qui". Vide che sul fondo del pozzo era rimasta un po' di quell'acqua e ne bevve. Subito impazzì anche lui e si mise a ridere, a fare capriole, smorfie e boccacce come tutti gli altri.

Quando videro questo, i compaesani si dissero: "Meno male, è tornato in sé", e tra lazzi e sghignazzate lo tirarono su e lo riportarono in trionfo alla moschea, dove lui riprese il suo posto. E tutti - non c'è bisogno di dirlo - vissero felici e contenti perché era venuto a mancare l'unico che potesse farli accorgere di quanto in realtà fossero alterati.

Questo apologo, a ben guardare, va oltre la scontata affermazione secondo cui in un paese di folli l'unica persona rimasta sana di mente passa per un pazzo. La sua morale è che bisogna adeguarsi alla pazzia per essere accettati dagli altri e conservare il proprio ruolo sociale. Più a fondo, il racconto sottintende che il mondo è una gabbia di matti dove le prediche di un mullah sono considerate folli quando è serio, serie quando è folle. La verità, ammesso che esista, se c'è non ha importanza ed è completamente inefficace nelle vicende umane. Meglio adeguarsi dunque, meglio seguire la corrente fino al punto di convincersi che quella sia la normalità.

Dal punto di vista cristiano, e anche da quello più generale del primato della coscienza ereditato dalla filosofia greca (il paragone con il mito della caverna di Platone è fin troppo ovvio) questa favoletta è la più completa e coerente apologia del relativismo nella quale mi sia stato dato di imbattermi. Richiamarsi alla verità non solo è folle, non solo è controproducente ma è soprattutto inutile, perché gli uomini non sono in grado né di vederla né di capirla. Qui l'apologo mostra in modo nemmeno troppo velato il suo disprezzo tanto verso la ragione quanto verso il cuore: la sua morale è il contrario esatto del martirio perché il martire (non a caso, etimologicamente, "il testimone") non solo affida completamente e irrevocabilmente il suo destino a Uno al di fuori di sé, indipendentemente dal consenso della comunità, ma con il suo gesto fa appello alla coscienza e alla ragione di chi rimane, nella speranza che qualcuno possa almeno rimanere colpito dal suo sacrificio e interrogarsi. Grazie alla resa del mullah gli uomini del villaggio restano invece prigionieri della loro "normalità", e proprio il momento della sua accettazione e del suo trionfo apparente è il momento in cui va definitivamente perso quel poco che restava di evidenza e di ragione.

Cosa c'entra tutto questo con la Chiesa? Temo che c'entri anche troppo. La Chiesa di Papa Francesco sembra trovarsi nella stessa condizione di quel povero mullah. Due o tre secoli di continue lotte contro il libertinismo, il laicismo illuminista, il marxismo e buon ultimo il relativismo hanno forse finito per sfibrarla e demoralizzarla nella misura in cui il suo sguardo è diventato più mondano. Vistasi del tutto ignorata e vilipesa, una buona fetta dei suoi membri, e non dei meno importanti, ha deciso di adeguarsi, di accontentarsi di un ruolo di "ospedale da campo", di denunciare quel che già denunciano tutti, di condannare quel che già condannano tutti, di accettare quel che già accettano tutti. Proprio il contrario di quanto aveva intuito il genio di T. S. Eliot: "La Chiesa è dura dove gli uomini la vorrebbero tenera, e tenera dove gli uomini la vorrebbero dura".

Non è un andazzo nato con questo pontificato, anche se proprio sotto Papa Francesco è stato favorito, amplificato, esasperato fino a diventare la norma. Un prete avido di denaro, un cardinale assetato di potere sono pessimi esempi di mondanizzazione, siamo d'accordo. Ma non lo sono forse altrettanto quei preti, quelle suore, quei laici che benedicono le unioni gay e peggio ancora gli uteri in affitto? Non è forse mondanizzazione pensare - in diretto contrasto col Vangelo - che l'uomo si salva o si danna secondo quel che mangia e beve, come pensano fin troppi cattolici vegani? Non è forse mondanizzazione l'indifferenza o peggio ancora il fastidio di troppi cattolici, ecclesiastici e laici, verso chi si richiama ai principi non negoziabili: vita, famiglia, libertà di educazione?

Il problema, a ben guardare, non riguarda coloro che sono fuori dalla Chiesa e che per giunta non vengono affatto richiamati ad aderire ai suoi insegnamenti ("per non turbare le coscienze", in nome del "dialogo"). Il problema si è inasprito all'interno stesso della Chiesa. Chi ha bevuto l'acqua intossicata del relativismo pensa di essere più libero, più felice, più "aperto" rispetto a chi è rimasto "rigido", "dogmatico", "fariseo" (tutti epiteti distribuiti con grande prodigalità da questa Chiesa tanto "misericordiosa"). Ma a differenza del mullah e del suo apologo, non a caso nato in una cultura che ha come valore assoluto la sottomissione, più d'uno nella Chiesa ha rifiutato di bere quell'acqua e continuerà a farlo, consapevole che la sua dignità e il suo destino non si basano sul successo o sul consenso del villaggio, matto o ragionevole che sia.

Giovanni Romano

venerdì 11 novembre 2016

Riflessione politicamente scorrettissima su San Martino

Oggi la Chiesa ricorda San Martino, un santo caritatevole ma tutt'altro che buonista. Quando incontrò il povero, infatti, divise il suo mantello con lui facendo due parti uguali. Ma usò la spada, giusto nel caso che al povero venissero strane idee e volesse approfittare della situazione...

Come tanti finti poveri di adesso.

Giovanni Romano

domenica 17 gennaio 2016

Via la Croce, ecco a voi il flipper!

Nelle sue rubriche dedicate alle "stranezze", non di rado La Settimana Enigmistica pubblica le storie bizzarre di preti (per lo piu` pastori protestanti inglesi o americani) che pur di attirare i fedeli attrezzano la chiesa coi biliardini, si esibiscono come funamboli o cantanti, raccontano barzellette su Gesu` per divertire e intrattenere la propria congregazione (1).

Leggo sempre episodi del genere con un senso di pena e di disagio (2). Quel che dovrebbe essere un Mistero, la storia piu' grande mai raccontata, la speranza piu' grande mai data agli uomini, banalizzato come un fenomeno da baraccone degno tutt'al piu` della curiosita' oziosa e divertita di una rivista di evasione... 

Quanto siano efficaci questi sistemi e` facile immaginare, non e` il caso di ripeterlo qui. L'equivoco di fondo (che nasce probabilmente a monte, da un errore assai più grave nella formazione di questi sacerdoti e/o pastori) e` duplice: da un lato credere nella propria bravura e dunque concentrare l'attenzione su di se' distogliendola da Cristo; dall'altro offrire al loro "pubblico" quello che già trova comodamente dappertutto. Perché si dovrebbe  andare in chiesa se i predicozzi inflazionati sulla bontà, la tolleranza, l'accoglienza si possono ascoltare ogni giorno da tutti i pulpiti laici? Perché il cuore dovrebbe commuoversi se il sacerdote insiste più sul riscaldamento globale che non sulla nascita o la passione di Gesù? Abbiamo cosi paura del silenzio e della preghiera che ci affidiamo alle battute di un comico à la page nell'illusione di essere "rivoluzionari" e "originali"? Che cosa e` più importante, essere originali o essere veri? Ci siamo dimenticati dell'ammonimento di Cristo sul sale della terra che perde il suo sapore (Mt 5, 13)?

Queste considerazioni trovano una puntuale e amara conferma dai numeri costantemente in calo dei partecipanti alle udienze papali e ancor più di coloro che frequentano la Messa domenicale. Della confessione poi è meglio non parlare. Non si tratta solo di apatia ma peggio ancora di distanza tra gli esseri umani, un disinteresse sostanziale al destino dell'altro e ancora più a fondo la perdita della Speranza. Chi ricorre a queste iniziative non riconosce più di essere uno strumento inadeguato e che in realtà colui che opera è un Altro. La conversione comincia innanzitutto da noi stessi, non dalle nostre iniziative più o meno "originali". Altrimenti l'interesse della gente cesserà nel momento preciso in cui cesserà la novità.

Giovanni Romano

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1. Dimenticando pero` di citare l'umorismo di Gesu` vedi ad esempio il capitolo 6 del Vangelo di San Matteo quando Gesù traccia un ritratto decisamente satirico degli ipocriti con le facce lunghe che fanno finta di digiunare o strombazzano le proprie elemosine.

2. Per strana coincidenza, appena tre giorni fa La Settimana Enigmistica (n.4373 del 14 gennaio 2016) ha pubblicato  a pag. 4 un ennesimo esempio di queste bizzarrie: un reverendo statunitense ha scommesso di pagare il tatuaggio a tutti coloro che si fossero fatti incidere sulla pelle il logo della sua parrocchia. Con questa sconsiderata iniziativa si è trovato sommerso da almeno una ventina di fatture piuttosto salate, e altri sono già in coda...

sabato 17 ottobre 2015

La lezione dimenticata di San Tarcisio

Non date le cose sante ai cani
e non gettate le vostre perle davanti ai porci,
perche' non le calpestino con le loro zampe
e poi si voltino per sbranarvi

Mt 7,6


Credo che pochi cattolici ormai conoscano la storia di Tarcisio, il ragazzino martire a causa dell'Eucarestia che portava segretamente ai cristiani incarcerati per la loro fede nell'agosto del 257 d.C.. Narra la leggenda che mentre si recava al carcere alcuni ragazzacci, incuriositi dalla cassetta che portava tra le braccia con tanta cura, cominciarono a seguirlo e a importunarlo, chiedendogli cosa avesse di cosi' prezioso. Non avendo avuto risposta, cercarono di strappargliela dalle mani, ma qui avvenne il miracolo: le braccia di Tarcisio sembravano diventate d'acciaio, per quanti sforzi facessero non riuscirono a fargli minimamente allentare la presa. Allora lo scherno divenne odio e lo colpirono tutti insieme con pugni, calci, pietre fino a ridurlo in fin di vita. Ma Tarcisio continuava a tenere stretta sul cuore quella cassetta che per lui era piu' importante della vita. In quel momento passo' Quadrato, un robusto centurione anche lui cristiano, che quando vide quel linciaggio intervenne e mise in fuga il branco. Tarcisio ebbe appena il tempo di affidargli le Ostie consacrate, poi gli mori' tra le braccia.

Non ho potuto fare a meno di pensare a questo giovanissimo martire quando ho letto che al Sinodo sulla famiglia un vescovo ha riferito di un episodio che per molti aspetti e' agli antipodi del sacrificio di Tarcisio. Al momento di ricevere la sua Prima Comunione, un ragazzino avrebbe spezzato l'Ostia consacrata e ne avrebbe dato la meta' al padre, divorziato risposato che non avrebbe ne' potuto ne' dovuto prenderla.

Dire che si e' trattato di un abuso liturgico e' poco. E' stato un sacrilegio in piena regola perche' nessun laico, tantomeno un ragazzino, puo' permettersi di dare il Corpo di Cristo a suo arbitrio, tantomeno a chi e' indegno di riceverlo perche' non si pente e non ha nessuna intenzione di cambiare vita. "Ma era suo padre!", mi si obbietterà. "Il ragazzo stava vivendo il momento piu' bello della sua vita, ha visto che il padre soffriva di vedersi escluso da quella festa, e ha voluto condividere Gesu' con lui. Cosa c'e' di male?".

In altre parole, si passa dall'etica del sacrificio all'etica della gratificazione, quasi che l'Eucarestia sia un gettone, un lasciapassare di socializzazione o peggio ancora un "diritto". E stiamo attenti a compatire certe "sofferenze", perche' proprio in nome della pieta' sono stati introdotti i tre stadi di abolizione dell'uomo: divorzio, aborto ed eutanasia!

Non c'e' bisogno di dire che questo ragazzino tanto compassionevole ha suscitato la "commozione" di molti padri sinodali (spero che qualcuno di loro abbia avuto invece il coraggio profetico di sdegnarsi). E' quella che Robert Hughes ha definito giustamente "La cultura del piagnisteo": c'e' sempre una vittima da qualche parte, c'e' sempre qualche oppresso che reclama i suoi diritti calpestati, non importa se campati in aria, e c'e' sempre qualche istituzione oppressiva che glieli nega, non importa se a torto o a ragione. Quello che conta, appunto, e' essere gratificati, sentirsi giustificati e rispettabili perche' vittime, e in quanto vittime sentirsi autorizzati a ottenere tutto quel che si vuole.

Va da se' che l'episodio e' stato ripreso con grande enfasi dai media di tutto il mondo, con buona pace della riservatezza dei lavori sinodali e con un tempismo tanto immediato quanto sospetto. Al di la' della storiella strappalacrime, si tratta di una operazione cinicamente ributtante che ormai non mira nemmeno piu' ad attaccare solo il matrimonio ma il cuore stesso dell'Eucarestia.

Probabilmente il ragazzino citato al Sinodo avra' agito in buona fede, ma era stretto dovere del sacerdote innanzitutto istruirlo bene e in secondo luogo richiamarlo, spiegandogli con chierezza le ragioni dell'inopportunita' del suo gesto, perche' a volte la Chiesa e' costretta a dire un fermo NO per non addormentare le coscienze.

Mi viene il sospetto che gli stessi Padri sinodali che si sono commossi per il ragazzino tanto altruista condannerebbero l'"integralismo", il "fanatismo" e la "chiusura al dialogo" di Tarcisio che amava tanto Gesu' da non credersi piu' buono di lui e da proteggerLo con la sua stessa vita.

Giovanni Romano

mercoledì 8 ottobre 2014

La colonna di fuoco e la fiaccola di Padre Spadaro

Desta quanto meno perplessità l'immagine della “fiaccola” usata da Padre Antonio Spadaro nel suo intervento al Meeting di Rimini e citata da Don Julian Carrón nella Giornata di Inizio D'Anno di Comunione e Liberazione il 27 settembre scorso. Ecco quanto Padre Spadaro ha dichiarato testualmente:

«La fiaccola [...] cammina lì dove sono gli uomini, illumina quella porzione di umanità nella quale si trova. Se l’umanità va verso il baratro, la fiaccola va verso il baratro [non perché voglia spingere verso di esso], cioè accompagna gli uomini nei loro processi. Ovviamente, in questo modo magari riesce a strapparli al baratro, facendoglielo vedere. Se tu non sei in cammino con gli uomini, se stai fermo e dici: “La luce è qui, noi siamo la salvezza, venite e chi non vuol venire si ammazzi pure”, ecco, questa immagine di Chiesa non è “l’ospedale da campo” di cui parla Francesco. Bisogna accompagnare i processi culturali e sociali, per quanto ambigui, difficili e complessi possano essere» (A. Spadaro in Le periferie dell’umano, a cura di E. Belloni e A. Savorana, in corso di pubblicazione con la Bur).

L'immagine suggerisce un superficiale accostamento con la colonna di fuoco che guidò il popolo d'Israele che usciva dalla schiavitù in Egitto, ma la differenza è radicale. La colonna di fuoco dell'Esodo guidava gli Ebrei, non si limitava certo ad accompagnarli! Fuor di metafora, una cosa è un popolo disposto a fidarsi di Dio e lasciarsi guidare da Lui (trovando così la strada della propria libertà) e tutt'altro una Chiesa che “accompagna”, o meglio rincorre un mondo “diventato adulto” che ha comunque deciso di andare per la propria strada.

Una Chiesa che, nonostante tutti i discorsi sull'”uscire” e sulle “periferie esistenziali” ha di fatto rinunciato a indicare la strada, forse perché essa stessa ha smarrito la fede e l'ha sostituita con una filantropia generica e buonista, come già aveva rilevato il Cardinale Ratzinger in Rapporto sulla Fede.

Per questo l'immagine usata da Padre Spadaro mi sembra gravemente ambigua e fuorviante, specialmente nel momento attuale in cui il Sinodo sulla famiglia rischia di partorire esiti che si possono soltanto definire angosciosi.


Giovanni Romano

lunedì 10 marzo 2014

Quando vi chiederanno cosa significa "morire con dignità"...

... pensate a Mario Palmaro (nella foto), insegnante, giornalista, cattolico di grande e limpida fede. Uno dei pochi che non si sono mai arresi al politicamente corretto e al buonismo bugiardo che stanno prendendo sempre più piede nella Chiesa.

Non l'ho mai conosciuto di persona ma ho letto con passione i suoi libri e i suoi interventi sempre coraggiosi e controcorrente. Il suo era "Sì, sì, no, no", senza ambiguità e cedimenti o compromessi con le mode del pensiero dominante. È come se avessi perso un amico, anche se sono sicuro che da dove è ora pregherà per noi, per le nostre difficoltà e per il nostro mondo che corre ciecamente alla rovina.

Mi permetto di riportare la sua ultima testimonianza, scritta poco tempo prima della morte avvenuta ieri. Spero che di fronte a parole così vere e profonde chi blatera di eutanasia e di "morte dignitosa" sosti almeno per un attimo in rispettoso silenzio.

"Con la malattia capisci per la prima volta che il tempo della vita quaggiù è un soffio, avverti tutta l’amarezza di non averne fatto quel capolavoro di santità che Dio aveva desiderato, provi una profonda nostalgia per il bene che avresti potuto fare e per il male che avresti potuto evitare. Guardi il crocifisso e capisci che quello è il cuore della fede: senza il Sacrificio il cattolicesimo non esiste. Allora ringrazi Dio di averti fatto cattolico, un cattolico “piccolo piccolo”, un peccatore, ma che ha nella Chiesa una madre premurosa.

Dunque, la malattia è un tempo di grazia, ma spesso i vizi e le miserie che ci hanno accompagnato durante la vita rimangono, o addirittura si acuiscono. È come se l’agonia fosse già iniziata, e si combattesse il destino della mia anima, perché nessuno è sicuro della propria salvezza.

D’altra parte, la malattia mi ha fatto anche scoprire una quantità impressionante di persone che mi vogliono bene e che pregano per me, di famiglie che la sera recitano il rosario con i bambini per la mia guarigione, e non ho parole per descrivere la bellezza di questa esperienza, che è un anticipo dell’amore di Dio nell’eternità. Il dolore più grande che provo è l’idea di dover lasciare questo mondo che mi piace così tanto, che è così bello anche se così tragico; dover lasciare tanti amici, i parenti; ma soprattutto di dover lasciare mia moglie e i miei figli che sono ancora in tenera età. Alle volte mi immagino la mia casa, il mio studio vuoto, e la vita che in essa continua anche se io non ci sono più. È una scena che fa male, ma estremamente realistica: mi fa capire che sono, e sono stato, un servo inutile, e che tutti i libri che ho scritto, le conferenze, gli articoli, non sono che paglia.

Ma spero nella misericordia del Signore, e nel fatto che altri raccoglieranno parte delle mie aspirazioni e delle mie battaglie, per continuare l’antico duello". (Mario Palmaro, 5 giugno 1968 - 09 marzo 2014)

sabato 22 giugno 2013

Un tributo controcorrente a Tommaso Moro

Forse “Utopia” appartiene a quella categoria di libri che vengono molto più citati che letti. Nemmeno io, lo ammetto, ne ho fatto una lettura particolarmente approfondita, e quello che sto per scrivere non ha nessuna pretesa di completezza né -purtroppo- di rigore scientifico. Voglio però soffermarmi su alcune caratteristiche di quest'opera che salterebbero senz'altro agli occhi di un lettore di media cultura come me.
Innanzitutto la radicale divisione del libro in due parti. Nella prima, un gruppo di uomini autorevoli discute delle condizioni non certo prospere dell'Inghilterra sotto il regno di Enrico VIII: povertà, vagabondaggio, malavita, gravissimi squilibri sociali (che la rottura con la Chiesa Cattolica aveva contribuito a esasperare). È una critica a fondo, una denuncia impietosa dei mali cui stava conducendo il dispotismo cinico, capriccioso e senza scrupoli del monarca Tudor. Alla discussione assiste uno Straniero che alle uscite degli altri non nasconde un'aria di ironica, divertita superiorità, come a dire: “Eh, ma se sapeste come si fa dalle mie parti...”. Dal momento che le soluzioni proposte dai vari personaggi si rivelano fallaci, inique o insufficienti, lo Straniero viene sollecitato a rompere il suo ironico riserbo e a dire da dove viene, e quale regime politico governi la sua terra, se lui afferma di esserne tanto soddisfatto e se ne vanta la perfezione su tutti gli altri.
Inizia così la seconda parte del libro con la descrizione dell'isola di Utopia, che in pratica è tutta un interminabile monologo dello Straniero. Quanto la prima parte era vivace e puntuale nella descrizione di una situazione di fatto vista dalle molteplici angolazioni dell'esperienza, tanto la seconda è pedante, monocorde, stucchevole nella sua pignoleria teorica, e soprattutto quasi angosciosa nella descrizione di un mondo assolutamente simmetrico più che armonico, un canovaccio senza smagliature dove l'errore, la varietà, l'imperfezione, e soprattutto l'imprevisto e l'amore sono aboliti alla radice. Tutti si alzano di buon mattino (non vi ricorda l'ora legale?), tutti vanno a lavorare, tutti partecipano alle feste, tutti vestono più o meno alla stessa maniera (non vi ricorda niente anche questo?), tutti nascono, vivono e muoiono secondo un copione immutabile. E soprattutto – caratteristica davvero agghiacciante – tutti sono felici. Un ingranaggio talmente perfetto che può funzionare – e funziona – per secoli e secoli senza la minima deviazione. Thomas More è disposto ad ammettere che esisterà sempre una minoranza, per quanto ridicolmente esigua, di disadattati che non vorranno saperne di essere felici, virtuosi e produttivi a comando, ma niente paura: per loro ci sono i lavori forzati. A giusto titolo Aleskandr Solzenicyn, nel suo romanzo Il primo cerchio, lo accusava di essere stato l'antesignano dei lager.
Stupisce che, a differenza della prima parte, nessuno quasi interloquisca, nessuno faccia domande allo Straniero. Il dibattito si spegne completamente, tutti ascoltano in religioso silenzio. Può darsi che Thomas More l'abbia fatto per due ragioni: per dare la maggiore completezza possibile all'esposizione delle proprie idee, e perché totalmente scettico verso i rimedi politici tradizionali. In ogni caso, con questo procedimento il libro perde molto in mordente e vivacità.
La seconda caratteristica è l'assoluta mancanza dei nomi in Utopia. Non ci viene tramandato il nome di un solo sovrano, di un solo ministro, di un solo cittadino. Nemmeno lo Straniero ha un nome. Questo è molto significativo. Da un lato può essere una polemica dell'autore contro i “grandi della storia” che lasciano un nome quando si lasciano dietro una scia di lutti, di sangue e di distruzione. Ma dall'altro rivela il limite in assoluto più grave del libro: l'automatismo dei meccanismi sociali priva le persone del loro volto, le cancella come esseri umani. Avere un nome nella storia significa essere capaci di decidere e di agire, nel bene o nel male. Significa avere introdotto una novità, significa essere capaci di far fronte all'imprevisto, significa prendersi delle responsabilità. Nulla di tutto questo troviamo in Utopia. Bertholt Brecht scriveva a gran torto: “Beato il popolo che non ha bisogno di eroi”. Possiamo interpretarlo nel senso migliore se teniamo presente che per lui era il popolo che doveva diventare una specie di “eroe collettivo”, dove ciascuno, in un'emergenza, avrebbe saputo prendere il proprio posto e sacrificarsi senza bisogno di eroi vicari. Ma la storia lo ha ampiamente smentito. Anche in una società ipercollettivista c'è bisogno di qualcuno che prenda l'iniziativa, che col suo esempio scuota la massa dalla sua apatia. Anzi sono proprio le società più collettiviste quelle che coltivano in modo più esasperato il culto degli eroi, perché chiedono all'uomo comune delle prestazioni che vanno oltre le sue possibilità. Anche all'osservatore più simpatetico, penso, l'isola di Utopia appare come una galleria di manichini anonimi e perfettamente intercambiabili, nessuno dei quali ha valore o interesse di per sé.
Che questa opera sia stata scritta da un pensatore di sicura fede cattolica non può non stupire. Saranno state forse le condizioni tutt'altro che ottimali del regno di Enrico VIII, le ferite che lui aveva inferto al tessuto sociale inglese con lo scisma anglicano a suggerire a More la fuga nella sua Utopia? Non mi sentirei di escluderlo. Quel che è certo è che la Chiesa ha canonizzato Thomas More per la sua fedeltà a Roma e al matrimonio cattolico a costo della vita, non per la deprimente, monotona esposizione della perfezione di Utopia. Che tra parentesi in nessun momento dà spazio al peccato originale e alla salvezza cristiana.
Giovanni Romano

martedì 11 giugno 2013

Il leone di Philadelphia e i giochetti di Obama

L'arcivescovo Charles J. Chaput di Philadelphia dice che gli americani devono svegliarsi di fronte alle minacce contro la libertà religiosa, date le nuove rivelazioni sull'attività dell'IRS (1) che prende di mira i gruppi religiosi, nonché sulle continue vessazioni imposte dall'obbligatorietà dell'HHS (2).

“I giorni in cui gli americani potevano dare per scontata la libertà religiosa come la intendevano i padri fondatori sono finiti. C'è bisogno che ci svegliamo”, ha dichiarato l'arcivescovo Chaput nella sua rubrica del 24 maggio per il sito Catholicphilly.com.

“La pressione mirata dell'IRS sugli individui e le organizzazioni religiose ha attirato ben poca attenzione dai media. Né dovremo aspettarcene nessuna nel prossimo futuro”, ha detto.

“Ma l'ultima porcheria dell'IRS è una avvisaglia del trattamento di sfavore che i gruppi religioso dovranno affrontare in futuro, se resteranno addormentati durante il dibattito nazionale sulla libertà religiosa che si sta svolgendo ora”.

Sebbene la controversia sull'IRS si fosse all'inizio focalizzata sulle accuse all'agenzia di aver preso di mira in modo selettivo i gruppi conservatori del “Tea Party” con richieste vessatorie, sono state portate alla luce ulteriori irregolarità contro altri gruppi e individui.

Anne Henderschott, una docente universitaria e scrittrice cattolica, ha dichiarato che la verifica fiscale a suo carico dell'IRS si è concentrata sui suoi scritti che criticavano il Presidente Obama e la legislazione sanitaria del 2010 [questa legislazione ha introdotto l'assicurazione sanitaria obbligatoria a carico dei datori di lavoro che copre anche le spese per aborto, contraccezione ecc. senza fare eccezione per le organizzazioni religiose, N.d.T.]. Ha detto che la verifica l'ha scoraggiata dal criticare il Presidente.

L'IRS ha chiesto ai gruppi pro-life di presentare grandi quantità di scartoffie. L'agenzia ha chiesto ai gruppi di promettere che non avrebbero protestato contro la Planned Parenthood (3) o di dichiarare di avere intenzione di educare il pubblico su entrambi gli aspetti della questione abortista. Un impiegato dell'IRS, a quanto risulta, passò di nascosto una lista confidenziale di donatori della National Organization for Marriage alla Human Rights Campaign, sostenitrice del “matrimonio gay”, il cui presidente è stato nominato co-presidente della campagna elettorale di Obama.

L'arcivescovo Chaput ha detto che gli obblighi del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) esercitano pressioni simili sui gruppi religiosi.

Sebbene i vescovi cattolici abbiano da lungo tempo appoggiato l'accesso alla copertura assicurativa sanitaria per adeguate cure mediche, ha detto, “l'assicurazione sanitaria si è trasformata in una battaglia di libertà religiosa provocata per intero – e senza alcun motivo – dall'attuale amministrazione della Casa Bianca”.

Ha detto che l'amministrazione Obama, nonostante “alcune piccole concessioni”, si rifiuta di fare marcia indietro o di “modificare ragionevolmente” l'obbligo che richiede la copertura assicurativa per le sterilizzazioni, i contraccettivi e le droghe abortive. L'arcivescovo Chaput dice che questo obbligo “viola le convinzioni morali e religiose di molti individui, dei datori di lavoro privati e di organizzazioni affiliate e ispirate religiosamente”.

Ha detto che l'obbligo “può essere inteso soltanto come una forma di coercizione”.

“L'accesso alla contraccezione gratuita non è un problema in nessuna parte degli Stati Uniti”, ha detto l'arcivescovo. L'obbligo è dunque una dichiarazione ideologica di principio, l'imposizione di una opzione preferenziale per l'infertilità. E se milioni di americani dissentono da questi princìpi – peggio per loro”.

Ha dichiarato che queste controversie mostrano che il dibattito sulle questioni di morale sessuale ha bisogno di “una parallela e vigorosa difesa della libertà religiosa”.

La conferenza episcopale degli Stati Uniti terrà un'altra Quindicina [di giorni] per la Libertà dal 21 giugno al 4 luglio. Come l'anno scorso, comprenderà manifestazioni pubbliche, veglie di preghiera e messe per la difesa della libertà religiosa.

(c) Catholic News Agency, 2013
Unauthorized translation by
Giovanni Romano

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1. Internal Revenue Service: l'agenzia delle entrate USA.
2. US Department of Health and Human Services: corrisponde al nostro Ministero della Salute.
3. La più potente organizzazione abortista e contraccettiva degli USA.

lunedì 9 gennaio 2012

Omaggio a un amico non credente e non "sobrio"

Tornato da un viaggio in Kenya, un mio caro amico dichiaratamente non credente, ma con un cuore grande così, mi ha portato questo regalo: un presepe dentro una zucca essiccata.

Sono rimasto veramente commosso dal suo pensiero, testimonianza di una amicizia schietta e rispettosa pur nella totale diversità delle idee, e desidero esprimergli pubblicamente la mia gratitudine. Non solo per la gentilezza, non solo per il regalo in sé, molto bello, ma anche per l'incomodo che si è preso portandosi appresso dal Kenya una zucca di dimensioni piuttosto generose. Probabilmente avrà preso le misure sulla mia...

Mio malgrado sono costretto a paragonare il suo bellissimo gesto di amicizia, di rispetto e di solidarietà generosa con la piccineria di cuore che quest'anno ha portato ad abolire il Presepe nella cattedrale di Rieti in nome della "sobrietà" (vedi qui l'articolo di Antonio Socci). Un gesto più conformista e meschino di così è difficile da immaginare. Per la sobrietà c'è la Quaresima, non il Natale. Per il credente, il Natale è la memoria di Dio che è stato talmente generoso da venire di persona tra gli uomini senza chieder loro preventivamente nessun certificato di irreprensibilità etica, nessuna precondizione, nessuna "sobrietà" micragnosa.

Ringrazio Dio di avere un amico non "sobrio" come lo vorrebbero tanti puritani stile Monti.

Giovanni Romano

venerdì 30 dicembre 2011

Nigeria: legittima difesa, ma mai vendette!

Una violenta polemica in corso sul mio precedente articolo a proposito di Seattle e della Nigeria ha avuto almeno un merito: richiamare all'attenzione l'attacco a una scuola coranica nel sud della Nigeria (dove i cristiani sono la maggioranza, a differenza che al Nord) che ha lasciato almeno sei bambini feriti (vedi qui la notizia dalla ADNKRONOS). La strage è stata evitata per puro miracolo. L'attentato è chiaramente una ritorsione contro le stragi di cristiani avvenute alla vigilia di Natale nella parte centro-settentrionale del paese.

Non ritiro e non cambio nemmeno una virgola di ciò che ho scritto, ma effettivamente questa notizia andava segnalata e approfondita. Nei conflitti etnici e religiosi non sono mai gli aggressori che pagano, l'odio si sfoga sui bersagli più indifesi e a portata di mano. I cristiani in un contesto fortemente ostile -come anche i musulmani- di fronte ad aggressori decisi a ucciderli hanno il diritto e il dovere di difendersi anche a mano armata (specialmente in assenza di qualsiasi intervento da parte del governo centrale), ma se la legittima difesa è ammissibile, la vendetta non lo è in nessun caso. La legittima difesa colpisce e scoraggia l'aggressore, la vendetta giustifica nuove aggressioni e nuove stragi.

Giovanni Romano

P.S.: E' di questi minuti la notizia di un attentato a una moschea di Kano, nel nordest della Nigeria. Si parla di quattro morti. Un gesto folle che scatenerà nuove violenze.

sabato 15 ottobre 2011

Uno scrittore lamenta le critiche che le donne devono affrontare quando decidono di diventare suore

Madrid, Spagna, 10 ottobre 2011 / 06:10 – Lo scrittore spagnolo Jesus Garcia ha detto che sebbene le donne nella società moderna possono aspirare a qualunque tipo di carriera, essere una suora è considerato “tabù” persino in alcune famiglie cristiane.

“Non a una sola ragazza che dice di voler diventare suora viene detto: 'Che grande suora sarai, è una bellissima notizia, è questo il tuo futuro'”, ha detto Garcia.

Il suo recente libro, “Che cosa ci fa una ragazza come te in un posto come questo?” (Libro Libres) presenta una collezione di testimonianze individuali di donne che hanno scelto il convento anziché la carriera e il matrimonio.

In un'intervista del 6 ottobre scorso con Europa Press, Garcia ha detto che la decisione di essere una suora è accolta con ripulsa mentre altre donne “si prostituiscono moralmente” sul loro posto di lavoro” tra gli applausi di tutti”.

Garcia ha detto che la gente considera la decisione di diventare suora come una “contraddizione” da parte di una donna perché “si nega la possibilità di avere bambini, e questo per molti è incomprensibile”.

“La società è avanzata grandemente rispetto alle scelte che le donne possono compiere, rispetto alla loro indipendenza... eppure reagiamo con orrore quando le nostre figlie o le figlie dei nostri amici dicono di voler diventare suore”, ha detto Garcia.

Ha evidenziato che le donne che ha intervistato per il suo libro erano tutte “adulte che hanno fatto liberamente la loro scelta”.

“Non sono pazze o stupide. Qualcosa è successo. Provate a scoprirlo. Loro hanno la risposta”, ha detto.

Garcia ha detto che voleva scrivere il libro perché la vita religiosa femminile è qualcosa “di molto sconosciuto” all'interno della Chiesa a paragone di quella degli uomini, che hanno una maggiore visibilità.

“Una suora diviene una suora per amore, un amore immenso. Ciascuna è testimone di un immenso amore. Senza quell'amore, quello che fanno non ha senso”, ha osservato. “E' l'amore di Dio che vince su tutto, distrugge i loro piani per il futuro, avere una famiglia, una carriera, eppure le rende molto felici”.

Di fatto, “la loro straripante gioia e felicità” è quello che ha attirato maggiormente l'attenzione di Garcia.

“Per me, una suora autentica è la testimonianza che Dio esiste, perché senza l'esistenza di Dio tutto questo sarebbe incomprensibile”, ha detto. “Non potrebbero essere gioiose e sarebbero frustrate”.

Jesus Garcia ha già venduto 10.000 copie del suo libro, al quale dà il merito per la sua inclusione della storia di Suor Teresita – una suora spagnola che ha il record del maggior numero di anni passati nel chiostro.

Suor Teresita, del monastero della Buena Fuente a Sistal, ha incontrato Papa Benedetto XVI durante la sua visita in Spagna con Papa Benedetto XVI durante la sua visita in Spagna per la Giornata Mondiale della Gioventù e gli ha donato una copia del libro di Garcia. L'autore si è incontrato in seguito con lei per chiederle le sue impressioni sull'incontro e ringraziarla per aver donato il libro al Papa.

Ha detto che Suor Teresita si è scusata con lui perché prima dell'incontro con il pontefice era “molto nervosa” e ha pensato che Garcia l'avesse messa “in un brutto guaio”.

“Mi sono detta: Gesù perdonami perché sono arrabbiatissima con te a motivo del guaio in cui mi hai messa, ma ora sono molto felice, molto contenta, e questo è stato un grande dono per me”, gli ha detto la suora.

Poche settimane dopo, il 16 settembre, Suor Teresita ha compiuto 104 anni, e il personale della casa editrice è venuto a celebrare con lei. Secondo Garcia, lei ha detto che il suo incontro con il Papa è stato “un dono della Vergine Maria alla fine della sua vita”.

Garcia ha detto che l'esperienza gli ha insegnato che “persino a 104 anni, avendo visto tutto quel che c'è da vedere nella vita, si può ancora sognare e sognare in grande”.

Ha detto di aver incontrato suore nel convento che sono come chiunque altro e che hanno “le loro virtù e i loro difetti”.

In ultima analisi, c'è bisogno che il mondo sappia di queste donne, ha ricordato Garcia. Quello che fanno è qualcosa “di cui c'è un grande bisogno”, ha aggiunto, convinto che “il mondo è sostenuto dalle preghiere di queste suore nel chiostro”.

Garcia ha detto di non credere all'idea che ci sia una crisi di vocazioni, aggiungendo che piuttosto si deve fare attenzione non alla “quantità” delle vocazioni ma alla loro “qualità”.

Le suore oggi hanno una vita molto differente da quella che facevano in passato, ha spiegato.

“Il mondo di oggi non offre nulla a chi è suora”, ha detto. Ha notato che mentre ci sono “meno suore oggi che 30 anni fa, ci sono più novizie ora che in passato”.

Garcia ha proseguito dicendo che in questo senso la Giornata Mondiale della Gioventù è sempre stata propizia alle vocazioni perché la Chiesa ha “un tipo di visibilità che non ha in altri periodi dell'anno o nella storia”.

Ha detto che la più grande soddisfazione che ha ricevuto da questo libro è stata l'aiuto che sta dando ai genitori e alle famiglie delle suore che non hanno saputo capire perché le loro figlie sono entrate in convento nel fiore degli anni.

Attraverso queste interviste, ha detto, hanno scoperto che quel che è accaduto alle loro figlie “è stato vero e non un capriccio o il risultato di un lavaggio del cervello ma piuttosto un'esperienza di amore reale”.

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Giovanni Romano

giovedì 6 ottobre 2011

Report: Facebook, Apple e Google censurano i contenuti religiosi

Nashville, Tennessee, 4 ottobre 2011 – 06:15. Le più importanti piattaforme multimediali e i providers praticano politiche che ostacolano l'evangelizzazione cristiana e censurano la libertà di parola si questioni controverse di attualità come l'aborto e il matrimonio, dichiara un nuovo report.

“Le idee cristiane e altri contenuti religiosi si trovano di fronte a un pericolo chiaro e imminente di censura da parte delle piattaforme basate sul Web”, afferma il rapporto del National Religious Broadcasters' dal titolo: “La vera libertà nell'età dei media”.

Se il contenuto cristiano viene “censurato” dalle nuove piattaforme mediali come iTunes App Store, Facebbok, Google o i fornitori di accesso a Internet, “la Buona Notizia del Vangelo potrebbe diventare un'altra vittima della discriminazione religiosa istituzionalizzata”, ha dichiarato il presidente dell'organizzazione Frank Wright nella prefazione al rapporto.

La National Religious Broadcasters fu fondata nel 1944 per combattere le regole governative e le decisioni di politica aziendale da parte dei maggiori networks radiofonici che ostacolavano la possibilità da parte dei ministri del Vangelo di comprare tempo di trasmissione.

Alcune nuove compagnie mediatiche hanno messo al bando i contenuti cristiani, mentre altre hanno delle posizioni pubbliche che rendono la censura “del tutto inevitabile”.

Eccetto il servizio di microblogging Twitter, tutte le nuove piattaforme multimediali e i servizi presi in esame hanno politiche “chiaramente contrastanti con i valori della libertà di parola presenti nella Costituzione degli Stati Uniti”, ha affermato il rapporto.

Le nuove compagnie mediatiche rispondono a “forze di mercato” e alle domande di “gruppi di pressione” che invocano la “censura” su opinioni altrimenti lecite.

Come esempio di “censura anticristiana” il rapporto ha citato la rimozione, da parte dell'App Store di iTunes, dell'app con la Dichiarazione di Manhattan che difendeva il matrimonio tradizionale. Il negozio online ha rimosso anche una app di Exodus International la quale affermava che l'omosessualità è una condotta inappropriata che si può cambiare attraverso una trasformazione spirituale.

Il motore di ricerca Google ha rifiutato di accettare una pubblicità pro-vita da parte di un'organizzazione cristiana in Inghilterra e la sua branca cinese ha stilato una lista nera di termini religiosi. Le direttive pubblicitarie dell'azienda mettono esplicitamente al bando la frase “l'aborto è un omicidio” per la ragione che si tratta di linguaggio “truculento”.

Il rapporto ha citato anche Facebook e altre piattaforme per una politica che mette al bando le pubblicità “di argomenti religiosi con rilevanza politica”.

Frattanto, Facebook è diventato partner dei sostenitori dei diritti dei gay per bloccare i contenuti “anti-omosessuali” e la partecipazione a programmi di coscientizzazione sul problema dell'omosessualità. Questo fa pensare che i contenuti cristiani che criticano l'omosessualità, il “matrimonio gay” o altre pratiche saranno a rischio di censura.

Apple, Faceook, MySpace, Google, Comcast, AT&T e Verizon proibiscono tutti “il linguaggio fomentatore di odio” che il rapporto del National Religious Broadcasters definisce un termine “pericolosamente vago e politicamente corretto” che spesso viene applicato per “soffocare” i comunicatori cristiani.

“Le attuali convergenze tecnologiche di queste nuove piattaforme multimediali fanno pensare che queste pratiche che impediscono la libertà di parola e politiche tese a rimuovere la coscienza si consolideranno sempre più, a meno che non si intraprendano immediatamente delle azioni correttive”, ha affermato il rapporto.

Il rapporto ha suggerito anche che le compagnie dovrebbero seguire “un paradigma basato sulla libertà di parola” guidato dalle regole fondamentali del Primo Emendamento, anche dove non si applichino strettamente alle compagnie private. Ha anche invocato l'adozione di legislazione o di regole a livello federale per proibire “la censura dei punti di vista”.

“Quando abbiamo iniziato il nostro progetto John Milton per la libertà di parola religiosa(1), ho avvertito che si preparava una tempesta perché le compagnie “new media” come Apple, Facebook e Google stavano prendendo in considerazione la possibilità di censurare e di escludere dai loro siti i contenuti cristiani”, ha dichiarato il settembre scorso il senior vice president del National Religious Broadcasters' Craig Parshall.

“Ora, poco più di un anno dopo, dopo aver terminato il nostro studio ad ampio raggio, sono convinto che i diritti alla libertà di parola religiosa dovranno affrontare un uragano sul Primo Emendamento se non si agisce immediatamente”.

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(1) Si fa riferimento alla celebre orazione “Aeropagitica” con la quale John Milton prese coraggiosamente posizione a favore della libertà di opinione (N.d.T.).

venerdì 23 settembre 2011

Sud Sudan: ricordo di un vescovo realista e coraggioso

Rileggendo vecchi post dell'agenzia ZENIT (www.zenit.org) mi sono imbattuto in un necrologio di Mons. Cesare Mazzolari, vescovo di Rumbek, nell'attuale stato indipendente del Sud Sudan, deceduto il 16 luglio scorso. “La morte del vescovo è avvenuta appena una settimana dopo la solenne cerimonia di proclamazione dell'indipendenza del Sud Sudan, alla quale aveva partecipato attivamente”, riferiva ZENIT.

È stato un vescovo di frontiera in tutti i sensi, perché ha vissuto di prima mano le angherie e le violenze praticate dal Nord islamico contro la comunità cristiane e animiste del Sud, fino al punto di ridurre interi villaggi in schiavitù. Proprio alcuni suoi giudizi sull'islam mi hanno particolarmente colpito, alla luce di quanto sta avvenendo a Lampedusa, con una “immigrazione” che, data la crisi, nulla ha ormai a che vedere con reali prospettive per chi arriva, e che ogni giorno di più svela il suo vero volto di invasione e di conquista. Ma lascio la parola a Mons. Mazzolari e ai suoi ammonimenti tanto lucidi quanto inascoltati:

Noto anche per aver ridonato la libertà a 150 schiavi - una coraggiosa iniziativa che non ha voluto continuare perché si era accorto che poteva diventare un circolo vizioso -, mons. Mazzolari "non era assolutamente un buonista, ma era una persona che aveva anche la capacità di saper leggere la realtà con molto realismo", come ha sottolineato padre Albanese nella sua intervista con la Radio Vaticana.

(...)

In tutti questi anni, mons. Mazzolari non ha smesso di richiamare l'attenzione sui rischi legati all'immigrazione di musulmani verso l'Europa. "Ovunque s'insediano, prima o poi diventano una forza politica egemone. Gli italiani intendono l'accoglienza da bonaccioni. Presto si accorgeranno che i musulmani hanno abusato di questa bontà, facendo arrivare un numero di persone dieci volte più alto di quello che gli era stato concesso. Sono molto più furbi di noi. A me buttano giù le scuole e voi gli spalancate le porte delle chiese", aveva detto il presule sempre nel 2004. (1)

Secondo Mazzolari, non ha alcun senso esportare il sistema occidentale in società agropastorali dominate dall'islam, che non fanno alcuna distinzione fra politica e religione. "E' da ignoranti", aveva avvertito nella stessa intervista. "Gli islamici basano le loro decisioni solo ed esclusivamente sulla umma. I diritti dell'individuo non sanno neppure che cosa siano. E' assurdo pretendere di inculcargli il primo emendamento della Costituzione americana, nel quale è previsto che il Congresso non potrà fare alcuna legge per proibire il libero culto, o per limitare la libertà di parola o di stampa. Non lo capiscono proprio".

In realtà siamo noi occidentali a non capire e a non voler capire. Altrimenti gli USA non avrebbero permesso mai di costruire un maxi centro islamico a pochi metri di distanza da Ground Zero.

Giovanni Romano

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(1) Il neretto è mio, N.d.R.

mercoledì 21 settembre 2011

Contro l'ONU, difendere la dignità di anziani e malati

Ginevra, Svizzera, 17 settembre 2001 / 04:40pm – La delegazione della Chiesa cattolica presso la sede delle Nazioni Unite di Ginevra ha espresso “forti obiezioni” a un riferimento al suicidio assistito comparso in un rapporto speciale sul ruolo degli anziani nella società, nonostante si sia dichiarato d'accordo su altri aspetti del documento.

“Crediamo fortemente che la vita sia un dono che nessuna persona abbia il cosiddetto 'diritto' di terminare, che la morte sia il punto di arrivo di un processo naturale e che nessuna persona, nemmeno gli stessi anziani e sofferenti, abbia titolo per causare o affrettare il processo naturale del morire attraverso mezzi biomedici o di qualsiasi altro tipo”, ha spiegato l'Arcivescovo Silvano M. Tomasi, capo della missione permanente della Santa Sede come osservatore presso le Nazioni Unite e le sue agenzie specializzate a Ginevra.

Il 16 settembre ha parlato alla diciottesima sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a proposito del suo studio sul diritto alla salute degli anziani.

La critica dell'Arcivescovo Tomasi si è appuntata su un riferimento alla “questione dell'autonomia del paziente rispetto alla decisione di terminare la propria vita”, anche se ha riconosciuto che l'autore del rapporto non ha trattato tali questioni “nel contesto del presente documento”.

L'Arcivescovo ha detto che la Chiesa esorta gli scienziati e i medici a ricercare la prevenzione e il trattamento delle malattie collegate alla vecchiaia senza mai cedere alla “tentazione di far ricorso a pratiche che abbrevino la vita degli anziani e dei malati, pratiche che si rivelerebbero, di fatto, forme di eutanasia”.

Ha affermato che la Chiesa Cattolica vede il numero crescente di persone anziane come “una benedizione” piuttosto che “un fardello per la società”. La Chiesa gestisce in tutto il mondo 15.448 case per anziani, malati cronici e persone handicappate.

L'Arcivescovo ha citato il discorso che Papa Benedetto XVI ha tenuto in una casa di riposo a Londra nel settembre del 2010. Il Papa disse che ogni generazione può imparare dall'”esperienza e dalla saggezza della generazione che l'ha preceduta”.

“In verità, il fornire cure agli anziani non dovrebbe essere considerato tanto un atto di generosità quanto il pagamento di un debito di gratitudine”, disse il Papa.

Nonostante le sue obiezioni al riferimento nel rapporto alla “decisione di mettere fine alla vita”, l'Arcivescovo Tomasi ha espresso il suo accordo con molti aspetti del rapporto. Si è dichiarato d'accordo a che gli stati dovrebbero allocare più risorse per le cure geriatriche e dovrebbero addestrare il personale sanitario a interagire con i pazienti anziani “in modo appropriato, rispettoso e non discriminatorio”. L'Arcivescovo ha messo anche in rilievo il bisogno speciale di proteggere le persone anziane deboli contro gli abusi fisici e morali da parte del personale di assistenza o dei membri della famiglia.

L'accrescimento della proporzione degli anziani è “interculturale” e l'autore del rapporto è stato stringente nell'affermare che proteggere i diritti umani degli anziani dovrebbe essere la preoccupazione di ciascuno, perché ciascuno invecchia.

L'autore del rapporto ha esortato a un cambiamento di prospettiva rispetto all'attuale considerazione biomedica della vecchiaia che viene vista come “un fenomeno patologico o abnorme” e “parifica l'età avanzata alla malattia”.

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Giovanni Romano

domenica 11 settembre 2011

L'Arcivescovo e le lampadine a basso consumo

Le scuole – purtroppo – stanno per riaprire, ed è il momento degli auguri più o meno di prammatica. Presidenti, sindacalisti, ministri, autorità sono estremamente prodighi di esortazioni, tanto non costa niente e non saranno loro a dover tirare la carretta. A questo coro si è unito il messaggio dell'Arcivescovo di una diocesi abbastanza importante, ma preferisco tacere il nome dell'uno e dell'altra per carità di patria, o forse per semplice carità cristiana.

Il messaggio, infatti, comincia col citare opportunamente l'affermazione più significativa del documento pastorale della CEI “Educare alla vita buona del Vangelo”:

“Un’autentica educazione deve essere in grado di parlare di significato e di felicità delle persone. Il messaggio cristiano pone l’accento sulla forza e sulla pienezza di gioia (cfr. Gv 17,13).

Si notino l'importanza e l'incisività delle parole “significato” e “felicità” che sfidano la nostra società “sazia e disperata”. Ma subito dopo l'Arcivescovo introduce un discorso un po' più sfumato, un po' più astratto:

Ebbene, l’augurio che rivolgo al mondo della Scuola è che diventi sempre più palestra del sapere e del volere. Il “sapere” di una vita buona e il “volere” della virtù che forma una personalità capace di contribuire al bene comune che deve essere al fondamento di una autentica società aperta alla trascendenza.

Di Cristo non si parla, quasi si avesse timore di menzionarlo in rapporto a una realtà quale quella della scuola e dell'educazione. Ma questo è ancora niente. Immediatamente dopo viene un'incredibile virata a 180°, un salto logico sconcertante dove tutte le attese di significato e di felicità fanno miseramente naufragio davanti al conformismo “politicamente corretto”:

Desidero mettermi in sintonia con la proposta dell’Onu di dedicare il 2012 “all’energia sostenibile”. Si tratta di un’indicazione molto utile da valorizzare sul piano educativo in vista di un’ecologia umana, di cui oggi si ha tanto bisogno, e in cui possa avere spazio anche la dimensione trascendente dell’uomo.

Che ci sia bisogno di un'ecologia umana nessuno dubita, ma davvero pretendiamo che il cuore dei ragazzi si metta a palpitare per una lampadina a basso consumo? Se c'è una cosa che i ragazzi vogliono è sentirsi coinvolti in cose grandi, in un'avventura che gli riempia la vita. La loro insofferenza in classe, la noia e il bullismo di cui danno prova tante volte, nascono dalla povertà delle nostre proposte educative, dalla nostra pusillanimità nel proporgli un orizzonte grande e generoso dove impegnare le loro forze e diventare davvero adulti. Paradossalmente, ce l'hanno con noi perché non gli chiediamo abbastanza, li lasciamo vegetare in un'eterna adolescenza senza mai renderli responsabili di niente.

Questo avviene anche perché i cattolici stessi sembrano aver perso stima e fiducia nella loro fede, annacquandola nei “valori comuni”. La dimensione trascendente dell'uomo non è una categoria residuale, ma l'inizio di ogni vera “ecologia umana”. Altrimenti avremo solo le “istruzioni per l'uso”, discorsi corretti e puliti che non hanno la forza di muovere nessuno. Stupisce, poi, il riferimento alla burocrazia laicista dell'ONU, che più di una volta ha attaccato duramente la Chiesa, ha promosso l'aborto e la sterilizzazione di massa, sta cercando di distruggere la famiglia in nome di fantomatici “nuovi diritti”. Torna alla mente la mordace osservazione del Cardinale Biffi: “Oggi nella Chiesa parlare di Cristo diventa spesso il pretesto per parlare di qualcos'altro”.

Anziché preoccuparsi tanto di risparmiare energia, noi cattolici dovremmo preoccuparci di impiegare tutte le energie spirituali di cui disponiamo per ricordare al mondo qual'è la vera “fonte di energia”: “Deus, rerum tenax vigor”: Dio, tenace vigore degli esseri.

Giovanni Romano

mercoledì 7 settembre 2011

TG2: manipolato il discorso del Card. Bagnasco

Il TG2 delle ore 13 di domenica 4 settembre scorso si è reso colpevole di una grave manipolazione delle parole che il Card. Bagnasco ha pronunciato alla Summer School della fondazione Magna Charta e dell'associazione Italia protagonista. Sono state riportate alcune frasi della sua “lectio magistralis”, ma in maniera gravemente mutilata e fuorviante. Il servizio del TG2 ha trasmesso queste parole del Cardinale:

Qualcuno, oggi, vorrebbe che la Chiesa tacesse perché ogni sua parola viene giudicata come un’ingerenza nelle questioni pubbliche e politiche. Vorrebbe che rimanesse in sacrestia. La preghiera – si pensa - in fondo non fa male a nessuno e la carità fa bene a tutti. Francamente, mi sembra che si usino due pesi e due misure.

Detto così, il discorso suona un po' strano. L'ultimo periodo pare scollegato rispetto a quelli che lo precedono. E infatti, leggendo il testo scritto dell'intervento, mi sono accorto della sconcertante manipolazione operata dal Telegiornale, che ha brutalmente tagliato le frasi più significative e “scomode” del passaggio. Le riporto in neretto:

Qualcuno, oggi, vorrebbe che la Chiesa tacesse perché ogni sua parola viene giudicata come un’ingerenza nelle questioni pubbliche e politiche. Vorrebbe che rimanesse in sacrestia. La preghiera – si pensa - in fondo non fa male a nessuno e la carità fa bene a tutti. In altri termini, si vorrebbe negare la dimensione pubblica della fede concedendole la sfera del privato. E’ singolare , però, che a tutti si riconosca come sacra la libertà di coscienza, mentre dai cattolici si pretenda che prescindano dalla fede che forma la loro coscienza. I Pastori, poi, si vorrebbe che tacessero salvo che dicano cose gradite alla cultura che appare dominante perché ha potere di parola; in caso diverso, spesso si grida all’ingerenza. Francamente, mi sembra che si usino due pesi e due misure.

È stato un episodio gravissimo, non si è esitato ma manipolare l'audio e il video con un taglio arbitrario che ha completamente stravolto il discorso del Cardinale. Cosa possiamo aspettarci noi cattolici da un servizio “pubblico” degno dei peggiori aspetti di 1984?

Giovanni Romano

domenica 3 luglio 2011

GB: Sempre più in pericolo la libertà religiosa

Una avvocatessa cristiana vede “l'inizio di una tirannia” nelle dichiarazioni del Commissario alle Pari Opportunità


LONDRA, 1 Luglio 2011 / 05:59 (CNA) – La dirigente del Christian Legal Centre del Regno Unito vede incombere la persecuzione dei cristiani nella vita pubblica dietro le recenti controverse dichiarazioni da parte del Commissario alle Pari Opportunità e ai Diritti Umani Trevor Phillips.


Andrea Minichiello Williams, che dirige l'ufficio legale, ha riferito dalla CNA che Phillips le è anche apparso “ingenuo”, affermando che “non sembra vivere nella stessa Inghilterra in cui vivo io”.

La Williams non è stata la sola a chiedersi da dove Phillips abbia preso alcune delle idee che ha espresso in un'intervista del 19 giugno scorso con il quotidiano The Telegraph. Il Commissario alle Pari Opportunità ha dichiarato che gli immigrati musulmani si stavano integrando nella società inglese meglio di qualunque popolazione cristiana [L'attentato di Londra è stato opera di musulmani "perfettamente integrati", N.d.T.] , e che le pratiche di adozione cattoliche erano più discriminatorie dei tribunali basati sulla Sha'aria.


Phillips ha aggiunto anche che i cristiani tendessero a immaginare che sia in atto una discriminazione contro di loro quando in effetti non ve n'è alcuna. E ha specificato che i credenti non devono aspettarsi eccezioni rispetto all'Equality Act del 2010, con il suo linguaggio controverso sull'orientamento sessuale, una volta “usciti dalla chiesa o dalla moschea”.


La Williams, il cui ufficio cura la difesa dei diritti dei cristiani britannici nella sfera pubblica, ha dichiarato che le radici cristiane del suo paese l'avevano reso in passato “una terra di grande libertà” dov'era rispettata “la libertà di coscienza”.


Abbiamo visto sradicare tutto questo in base al programma delle Pari Opportunità, che è la politica seguita da Trevor Phillips”, ha detto in un'intervista del 30 giugno. “Il secolarismo, secondo questo programma, non è neutrale. Punisce chi dissente”.


La Williams ha dichiarato che il sistema delle Pari Opportunità, iniziato con il primo ministro Tony Blair e proseguito con il suo successore Gordon Brown, “suona come un'utopia – ma di fatto conduce agli inizi di una tirannia”.


Se si entra nella sfera pubblica, o in un impiego pubblico, si deve parlare e agire secondo il programma delle Pari Opportunità. Se non si agisce in quel modo, se non si è d'accordo, si viene puniti. Si perde il lavoro. Si viene indagati. Si corre il rischio di essere accusati di diffondere odio. Questa è la realtà che stiamo vivendo nel Regno Unito”.


La critica più plateale di Phillips al cristianesimo tradizionale nell'intervista a The Telegraph è arrivata quando si è toccato il punto dell'immigrazione di popolazioni provenienti dall'Africa e dai Caraibi.


Il Commissario ha ammesso che c'è “un chiasso dell'altro mondo sulla Chiesa che viene perseguitata”, ma ha detto che il vero problema per “le chiese convenzionali” è l'influsso di “gente che... crede in una religione dei tempi andati, il che secondo me è incompatibile con una società moderna, multietnica e multiculturale”.


La Williams ha ribattuto che questa idea di “incompatibilità” viene da una caricatura del cristianesimo, non dal Vangelo di Cristo in sé. “Tutto quello che viene da Lui”, ha detto, “porta al riconoscimento della dignità innata di ogni essere umano”.


Proprio perché il cristianesimo non è coercitivo - a differenza del secolarismo, e a differenza dell'islam – conduce alla vera tolleranza”.


Nella lunga intervista al Telegraph, Phillips ha detto che i credenti in quanto individui possono aspettarsi che la sua Commissione difenda il loro diritto di celebrare il culto e di credere in quello che vogliono. Ha detto che è “parte integrante del patto fondativo di una democrazia liberale” che gli individui non vengano penalizzati o trattati in maniera discriminatoria” a motivo “di essere anglicano, musulmano o metodista o ebreo” [I cattolici non vengono menzionati, N.d.T.].


Ma la Williams ha accusato la Commissione di non osservare nemmeno questa limitata interpretazione della libertà religiosa.


Quel che Mr. Phillips dovrebbe fare”, ha detto, “è venire a trascorrere una giornata al Christian
Legal Centre, dare una scorsa ai casi, e vedere la discriminazione che c'è in giro”.


Nel caso di Shirley Chaplin, ad esempio – l'infermiera a cui è stato detto di togliere la croce che portava al collo dopo averla indossata per 38 anni di servizio al pronto soccorso – sono state fatte eccezioni per i musulmani, con il loro lungo e fluente hjiab e una grossa spilla”.


Nel South London Council si permette ai musulmani di pregare cinque volte al giorno, ma ai cristiani non si permette di tenere calendari cristiani sulle loro scrivanie. Questa è la realtà in cui viviamo”.


Ha anche messo in rilievo il caso di Eunice e Owen Johns, una anziana coppia pentecostale che sono stati rifiutati come genitori affidatari – nonostante la loro vasta esperienza – perché disapprovavano l'omosessualità. “La Commissione Pari Opportunità è intervenuta in quel caso. Ed è intervenuta contro i cristiani”, ha fatto notare la Williams.


Sono intervenuti in molti altri casi di rilievo. Non sono mai intervenuti, mai, contro i musulmani. Sono intervenuti solo in casi che coinvolgevano i cristiani per mettersi contro di loro. Questa non è uguaglianza. Questa è disuguaglianza”.


C'è un servilismo generale verso l'islam, e al contrario il cristianesimo viene soppresso”, ha osservato la Williams.


L'idea di fare posto alla Sha'aria, di accettarla – e poi di dire che le agenzie di adozione cattoliche, le quali credono che un bambino abbia bisogno di una madre e di un padre sposati, debbano essere chiuse – sta devastando la nostra società”.


La Williams ha detto che il perseguimento aggressivo del secolarismo da parte dell'Inghilterra sta creando un “vuoto” che i musulmani radicali potrebbero cercare di sfruttare. “L'islam radicale ha un programma preciso in questa nazione, e sta lavorando sodo”, ha puntualizzato.


Ma molti cristiani britannici mancano di difendere la verità biblica in questo contesto. “In molti modi, la Chiesa ha da rimproverare se stessa per la situazione in cui ci troviamo. Quel che dobbiamo fare è trovare la nostra voce. Altrimenti, avremo un'oppressione e una soppressione sempre maggiore”.


La Williams ha osservato che la Cristianità “è sopravvissuta storicamente ad attacchi molto peggiori di quelli di Trevor Phillips”. Ma ha ammesso che le prospettive appaiono “molto cupe” al momento.


Abbiamo attualmente un governo che sta discutendo se estendere le unioni civili agli edifici di culto”, ha osservato. “Dicevano che non l'avrebbero mai fatto”.


La Williams e altri cristiani inglesi vogliono una autentica libertà religiosa per sé e per gli altri. Ma capiscono che il conflitto con il secolarismo è parte del costo della sequela.


Gesù ha sofferto un falso processo, era odiato dal mondo, fu messo in croce”, ha ricordato”. “Ma
c'è stata la Sua resurrezione, e la speranza deriva da questo”.


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Giovanni Romano

martedì 14 giugno 2011

I cattolici che non fanno paura al potere

Voglio subito sgombrare il campo da un equivoco, a costo di deludere e irritare alcuni amici che – già lo so - mi leggeranno. Sono andato a votare i referendum, e ne ho votati tre su quattro. Ho rifiutato di votare solo quello sul legittimo impedimento perché l'intento fazioso e persecutorio era troppo sguaiatamente evidente (non “la-legge-è-uguale-per-tutti”, bensì “la forca è uguale per tutti”).





Ma ho votato tre SI per motivi che poco o nulla hanno a che vedere con l'accanimento sconcertante, ai limiti del fanatismo, con cui tanti, troppi ambienti cattolici forse, incluse non di rado le gerarchie, hanno promosso in particolare il referendum sull'acqua, e che mi ha procurato un senso di disagio sempre più forte man mano che si avvicinava la data delle consultazioni.




Cominciamo però dal quesito più semplice e meno controverso, quello sull'energia atomica. Qui non ho avuto dubbi. Fukushima mi ha fatto completamente ricredere sulla sicurezza delle centrali nucleari e sulla credibilità dei governi quando sono in ballo interessi economici di fronte ai quali il valore della vita umana si riduce a zero. Fukushima è la prova provata dell'impossibilità di prevedere ogni possibile incidente e di farvi fronte. Ma soprattutto è la prova provata di una disinformazione deliberata e allucinante. Per giorni si è cercato di minimizzare la gravità di quello che era accaduto, anche a rischio di lasciare che la popolazione venisse contaminata in maniera sempre più grave, e si è stati costretti ad ammettere la verità solo quando i danni erano diventati troppo evidenti, con la centrale sventrata come quella di Chernobyl.




Fukushima mi ha trasformato in un nuclearista pentito, e nessun discorso potrà più persuadermi del contrario. A coloro che continuano a sostenere la causa del nucleare faccio una proposta: benissimo, costruiamo pure le centrali anche in Italia, ma con l'obbligo per voi e per le vostre famiglie di andare a vivere entro un raggio massimo di 30 km da una centrale o da un sito di stoccaggio di combustibile nucleare. Vi offriamo anche la casa gratis se volete; se l'energia nucleare è così sicura come sostenete, non penso che qualcuno di voi farebbe obiezione.





Veniamo però ai referendum più scottanti, quelli sui quali i cattolici – o almeno una parte consistente, dirò poi quale – si sono esposti più vocalmente, anche se l'opinione pubblica laica non sembra essersene accorta più di tanto. Mi prenderò la libertà di citare ampiamente l'eccellente articolo di Stefano Fontana dal sito Labussolaquotidiana.it (“I cattolici hanno vinto i cattolici hanno perso”) ma prima di tutto devo dare ragione dei miei due SI.





Ho votato SI perché condivido la concezione cattolica della proprietà privata come responsabilità sociale, non solo come mero accumulo. Dai sostenitori del NO o dell'astensione ci è stato detto e ripetuto che non si trattava di “privatizzare” l'acqua ma semplicemente di affidarne la gestione ai privati in modo da rendere più efficiente il servizio, limitare gli sprechi e favorire la distribuzione. Ma è un argomento solo giuridico-formale, che non tiene conto del fatto che la gestione dell'acqua passerebbe in pratica da un monopolio pubblico a uno privato. Una vera privatizzazione avrebbe prodotto effetti positivi solo in regime di concorrenza, cosa impraticabile nel caso degli acquedotti. E i monopoli privati si sono sempre rivelati più esosi nei confronti dell'utenza, più riluttanti a investire per modernizzare gli impianti, più trascurati sotto l'aspetto della sicurezza. Non dimentichiamo che fu l'ENEL, non le compagnie elettriche private, a portare la corrente a 220V in tutta Italia: prima al Sud la corrente era di soli 125V. E fu una compagnia elettrica privata a provocare il disastro del Vajont, scaricandone poi ogni conseguenza sulle spalle della collettività.




Se avessero vinto il NO o l'astensione, avremmo assistito probabilmente all'ennesima stangata sulle tariffe e le bollette senza alcun vantaggio apprezzabile, per giunta con la scusa della “lotta agli sprechi”, o avremmo assistito al solito gioco del “privatizzare i profitti e socializzare le perdite”. E questo, per le finanze massacrate di moltissime famiglie, è veramente troppo. Si è detto anche che con questo voto i cittadini hanno confermato l'andazzo dell'inefficienza e dello spreco, perché i comuni non hanno soldi per provvedere alle riparazioni e alla manutenzione. Ma allora i soldi delle nostre (esose) tasse dove vanno a finire? L'esito di questo referendum non può in nessun modo essere invocato come alibi dagli enti locali e dai servizi pubblici, se mai il contrario: è un severo richiamo alle loro responsabilità.





Queste laicissime considerazioni mi hanno persuaso a votare SI. Ma con disagio, lo ripeto, e ora vengo al punto. Tanto mondo cattolico ha fatto del referendum sull'acqua una inopportuna ed enfatica crociata tra il Bene e il Male, sull'onda della scomunica dossettiana contro Berlusconi e chi la pensa come lui (1).




Come fa notare giustamente Fontana, “si è notata una mobilitazione particolare del mondo cattolico, probabilmente superiore a quella contro il divorzio e l'aborto. (…) Non ci sono dati certi a questo proposito, ma tutti abbiamo assistito alle catene di sms, ai pronunciamenti delle associazioni, prima tra tutte l’Azione cattolica, ai volantinaggi davanti alle chiese, alle dichiarazioni di vescovi e uffici stampa delle diocesi, all’impegno propagandistico degli ordini religiosi, alle dichiarazioni di moltissimi teologi moralisti”. Attenzione a una particolarità che emerge da queste parole: tra i cattolici si è trattato in gran parte di una mobilitazione clericale (quella parte del mondo cattolico cui accennavo prima), per molti versi speculare e opposta a una mobilitazione ben più popolare e massiccia, quella sì nata veramente dal basso: la mobilitazione per il Family Day che partì in massima parte dai laici, dalle famiglie stesse, e che una parte purtroppo non trascurabile del clero seguì o con indifferenza o addirittura con fastidio.





Non è mancato nemmeno il classico terzomondismo d'accatto, segno dell'incapacità di guardare la questione in termini di realismo e non di utopia. Ancora Fontana: Una diocesi ha detto: 'Andare a votare è un gesto per la vita, per la vita di tanti che ancora nel mondo non hanno il diritto più elementare, quello dell’acqua'. Cosa c’entri il referendum in Italia con la mancanza di acqua in Africa non ci è dato di sapere. Se analizziamo la gran parte dei settimanali diocesani troviamo questo livello di ragionamento. Ma quando si sbandierano ragioni di questo genere si cade nel moralismo inefficace e servizievole. Si crede di aver contribuito a far andare avanti la storia ed invece ci si è accodati ad altri.





Ho messo in neretto queste parole perché mi sembra che centrino perfettamente il nocciolo della questione. I fedeli sono stati gravemente ammoniti a recarsi alle urne perché “il voto è dovere civico”. Ci siamo già dimenticati che fu proprio l'astensione dei cattolici a far saltare il referendum sulla legge 40? I cattolici erano eversivi allora, o era eversivo e inumano il tentativo di affondare una legge già ingiusta di per sé, per sostituirla con un'anarchia molto peggiore? Direi dunque che per un cattolico il dovere del voto viene dopo un doveroso discernimento sulle questioni oggetto del voto stesso, dunque non può mai essere uno scontato automatismo. In questa occasione, invece, troppi cattolici hanno fatto la figura dei volenterosi barellieri della storia.





Ieri il sito della Tiscali sbandierava la foto di due suore che entravano sollecitamente in un seggio, certificato elettorale e rosario in mano. Molti cartelloni per il SI avevano una scritta a caratteri cubitali: “METTICI SOPRA UNA CROCE”. Quando ho visto queste cose non ho potuto fare a meno di sorridere amaramente. Ma come, ci si ricorda della Croce solo quando fa comodo per votare, mentre si fa di tutto per toglierla dai luoghi dove la gente vive? Ci si ricorda che esistono le suore solo quando vanno a votare allineate e coperte dove vuole l'estrema sinistra? C'è stato uno, uno solo dei cattolici che sono arrivati a “digiunare per l'acqua” in Piazza San Pietro che abbia protestato contro l'europride, che inquina le acque dei rapporti umani molto più radicalmente di qualsiasi referendum? Il potere mediatico laicista ha forse paura di cattolici così omologati, il cui “profetismo” (termine più che mai abusato in questo caso) si è “appiattito sul rubinetto” secondo l'efficace espressione di Fontana?




A giusto titolo l'autore osserva che da parte cattolica si è trascurato il principio della sussidiarietà a favore dell'attuale gestione statalista, anche se non ha spiegato in che modo si sarebbe potuto provvedere in questo senso. Risparmio al lettore le citazioni bibliche stravolte oltre i limiti del grottesco pur di trovare argomenti “evangelici” per appoggiare la campagna referendaria. Gli risparmio anche i fraintendimenti (voluti?) della Dottrina Sociale della Chiesa. Chi vuole può andare a leggerli nell'articolo citato. Una affermazione di Fontana suona paradossale, apparentemente come uno spauracchio agitato per rivalsa: “Credevo di votare per l'acqua, ho votato per il divorzio breve”, ma considerando l'appiattimento sui “valori comuni”, la quasi sacralizzazione di un argomento che poteva e doveva essere affrontato con criteri razionali, l'inconsistenza o i troppi distinguo sui valori non negoziabili, non è poi tanto peregrina. Mi trova invece completamente d'accordo la preoccupata chiusa dell'articolo: Si dovrebbe analizzare a fondo, nel prossimo futuro, l’atteggiamento mentale e operativo dei cattolici in occasione di questo referendum, ben oltre le poche riflessioni condotte in queste righe. Credo che ne emergerebbero significative incertezze culturali e i segni di alcune crepe considerevoli nel tessuto ecclesiale”.





Posso confermarlo. Ho votato SI, ma che di certi compagni di strada avrei fatto volentieri a meno. E probabilmente, come l'asino di Buridano, finirò per buscarle da tutte e due le parti.





Giovanni Romano




(1) Vedi il libro di G. BAGET BOZZO e PIER PAOLO SALERI “Giuseppe Dossetti – La costituzione come ideologia politica”, Ares, Milano 2009.

giovedì 14 aprile 2011

Un direttore di fama mondiale contro il "karaoke ecclesiastico"

IL DIRETTORE DI UN CORO DI FAMA MONDIALE
DEFINISCE “KARAOKE ECCLESIASTICO” LA MODERNA MUSICA LITURGICA
di David Kerr
Londra, 14 aprile 2011 / 05:46am – Il direttore di un coro vincitore del Grammy Award ha lanciato un pungente attacco contro la moderna musica liturgica. Jospeh Cullen, direttore del coro della London Simphony Orchestra, dice che dagli anni '60 in poi c'è stata “una vistosa mancanza di simpatia” per “una musica liturgica degna di questo nome”.
Scrivendo nell'edizione del 9 aprile del settimanale inglese The Tablet, ha lodato la musica adoperata per la scorsa visita papale nel Regno Unito. Ma ha aggiunto: “Triste a dirsi, una simile eccellenza non è tipica della grande maggioranza delle nostre chiese cattoliche. C'è un'evidente mancanza di simpatia per l'eredità che dovrebbe essere la roccia di una musica sacra degna di questo nome nella Chiesa di oggi”.
Negli anni recenti Joseph Cullen ha raggiunto una posizione di assoluto rilievo a motivo della sua stretta collaborazione con alcuni dei massimi direttori d'orchestra del mondo tra cui Sir Simon Rattle, Valery Gergiev e Sir Colin Davies, con cui ha vinto un Grammy Award nel 2006 per la loro registrazione del “Falstaff” di Verdi.
Nella sua analisi, Cullen dice che la corsa a trovare nuove impostazioni musicali per la messa postconciliare negli anni '60 ha fatto sì che in questo processo venisse applicato uno scarso discernimento artistico. Come risultato, dice, la maggior parte delle messe parrocchiali ora adoperano inni mal composti che vengono usati inappropriatamente come semplici “filtri” nel corso della sacra liturgia.
Così scrive Cullen: “E' frequente imbattersi in materiale di bassa lega e in una grande faciloneria. Gli inni si adattano al ritmo della musica popolare (ad esempio, “My God Loves Me” al tono di “Plaisir d'amour”) con poco riguardo all'inappropriatezza dell'originale e alle parole ben conosciute”.
Ha criticato anche la pratica di un solo cantore che conduce i canti in parrocchia. “L'uso inappropriato di una voce tonante dietro un microfono, un karaoke ecclesiastico, sembra aver eliminato il canto corale dell'assemblea”.
Forse il suo attacco più pungente, però, è diretto ai musicisti diocesani ufficiali che commissionano e promuovono la loro stessa musica. “I comitati liturgici musicali eletti delle conferenze episcopali non possono avere un conflitto d'interessi nel promuovere la loro stessa musica, o il loro tipo di musica. Questa sarebbe considerata corruzione qualunque altro campo”.
Cullen sta ora facendo appello a una maggiore aderenza ai documenti della Chiesa sulla musica sacra e a un maggiore addestramento nelle parrocchie di coloro che vengono istruiti nelle tradizioni corali della Chiesa.

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Giovanni Romano