lunedì 28 ottobre 2019

Umbria: una regione da liberare



A volte non è vero che le cifre parlino da sole, anche se la vittoria della destra alle elezioni umbre di ieri è stata netta, travolgente, incontenibile. 57,55% dei voti, 37,48% alla sinistra, uno stacco del 20,07%. Crolla il M5S al 7,33%, Forza Italia è ormai in agonia con il 5,50%, Fratelli d’Italia decolla col 10,40%. Contro questa débâcle non c’è alibi che tenga: anche l’affluenza ha fatto registrare un’impennata, il 52,80% contro il 39,90% delle regionali 2015, un salto del 12,90% in più.

In estrema sintesi, il voto rivela che:

  • L’Italia non è, non è mai stato e non sarà un paese di sinistra. Una partecipazione così ampia significa una sola cosa: gli elettori hanno ritrovato speranza e determinazione;
  • Il M5S si è rivelato per quello che è: uno specchietto per le allodole che per troppo tempo ha catturato, ingannato e neutralizzato la sincera volontà di cambiamento degli italiani;
  • Alle urne vincono le proposte forti e non i “moderati” come FI che, come il M5S ma con successo molto minore, cercano di intercettare e vanificare la volontà popolare (lavorando sottobanco con Renzi);

Tutto questo a dispetto di una copertura mediatica che definire oltraggiosamente parziale è poco, a dispetto di tutto uno schieramento cattocomunista – particolarmente consolidato in Umbria – arrivato fino ai francescani di Assisi che hanno pregato perché la Lega non vincesse (la prossima volta si rivolgano a Pachamama, visto che San Francesco, a quanto pare, non gli ha dato ascolto).

Che la Regione rossa “modello” fosse un disastro, al di là della facciata di tranquillità e benessere, ha dovuto ammetterlo persino un giornale schierato come Il Corriere della Sera nella sua corrispondenza di oggi:

(…) l'Umbria ha progressivamente smesso di essere un modello. Piuttosto: assunzioni in cambio di voti e spartizioni, tutte interne al centrosinistra, nelle comunità montane, nelle istituzioni pubbliche, negli enti e ovunque ci sia possibilità di avere o gestire potere. Con un sistema ferroviario fermo agli anni Settanta, con 3.770 aziende sparite dal 2010 ad oggi, il piI ridotto di 8 punti percentuali, 1'80% della spesa corrente risucchiata dai costi della sanità.

Con una situazione del genere, ci sarebbe stato da meravigliarsi se l’esito del voto fosse stato diverso!

Possiamo dire dunque che “l’Umbria è libera”? No, o meglio non ancora. l’Umbria – e con lei l’Italia intera – è da liberare, e il cammino sarà lungo. Prima di tutto perché un sistema consolidato di potere come quello umbro – dov’è forte anche la massoneria, non dimentichiamolo – non si smantella dall’oggi al domani.

I posti chiave (banche, cooperative, media, università, magistratura) sono al di fuori della volontà degli elettori, e certamente opporranno una lunga, sorda resistenza. Verrebbe da dire agli elettori del centro-destra, ben più fiduciosi nelle procedure democratiche della loro controparte: per favore non tornate a casa! Non pensate che tutto sia finito! Non scaricate la battaglia politica sulle spalle dei vostri rappresentanti pensando che risolveranno tutti i problemi per voi! Cominciate a diventare popolo, riunitevi, costituite associazioni, leggete criticamente i giornali, intervenite sui media, seguite i consigli comunali, provinciali e regionali ogni volta che potrete, contatevi, conoscetevi, fate rete! Solo così eviterete che si decida nuovamente alle vostre spalle e che i vostri eletti rimangano senza appoggio!

Cantava Gaber: “La libertà è partecipazione”. Voi umbri l’avete dimostrato. Avete creduto nella democrazia, nel cambiamento pacifico e democratico, molto di più della sinistra che ora strilla al “ritorno del fascismo e del sovranismo”. Non credete che col voto il vostro compito di cittadini sia finito: avete visto quante volte ormai il voto popolare è stato tradito da governi che nessuno ha eletto.

Abbiate il coraggio di abrogare più che potete i provvedimenti stolti e iniqui che la legge vi consente di abrogare: in questo momento è più importante che accumulare nuove norme.

Buona fortuna e buon lavoro, per voi e per tutti gli italiani.

Giovanni Romano