mercoledì 5 agosto 2009

Il Venezuela, paradiso dei forcaioli di sinistra

Riporto integralmente la nozia pubblicata dal quotidiano "Avvenire" a pag. 16 del 1 agosto, e naturalmente da parecchi altri giornali, sull'ennesimo attentato alla libertà di espressione in Venezuela:

Venezuela, giro di vite sui giornalisti «La libertà di espressione non è sacra»


LIMA.
«La libertà di espressione non è la libertà più sacra che c’è». Parola del ministro venezuelano dei Lavori pubblici, Diosdado Cabello, responsabile del Consiglio nazionale delle telecomunicazioni (Conatel). È di nuovo bufera in Venezuela, dopo la presentazione in Parlamento di una Legge speciale sui reati dei mezzi di comunicazione. Se venisse approvata la norma, giornalisti e commentatori (ma anche intellettuali o esperti intervistati) rischieranno il carcere per manipolazione o falsificazione di notizie, diffusione di informazioni che provocano «grave alterazione alla tranquillità» o alla «morale pubblica». Il polemico testo è stato proposto dal Procuratore generale, Luisa Ortega Díaz, come uno strumento per frenare «l’esercizio abusivo della libertà di informazione e opinione». Il governo di Hugo Chavez approva, convinto della necessità di mettere fine al presunto «avvelenamento» della società fomentato da alcuni mezzi. Le pene andranno da sei mesi a quattro anni e potranno colpire giornalisti e proprietari di tv, radio e quotidiani che diffondono notizie che causano panico, provocano danni allo Stato venezuelano, infondono timore o promuovono l’odio. Per l’opposizione l’obiettivo è chiaro: Chavez vorrebbe imbavagliare la stampa più critica.
Anche l’Ordine nazionale dei giornalisti rigetta il progetto e teme la censura: denunce, parodie o polemiche potranno essere penalizzate? Per Teodoro Petkoff, direttore del quotidiano “TalCual” (molto critico con Chávez), si tratta della «proposta legislativa più brutale della storia contemporanea del Paese». (
Mi.Co.)


Il comportamento del governo Chavez non meraviglia ormai più. Meraviglia piuttosto il completo silenzio della sinistra, che strilla istericamente alla "censura" in Italia, ma non trova nulla da dire contro questa grave e aperta violazione della libertà. Ma non avevano detto proprio loro che un attacco alla libertà in un paese è un attacco contro tutti gli altri?


Quello che mi rivolta veramente è il razzismo etico dietro questa vicenda. Quando la censura viene da sinistra, tutto è permesso e si permette tutto. Dove sono i pacifisti, dove sono i no-global, dove sono le anime belle che espongono la bandiera della pace? Zitti, muti. Ma se condonano le violazioni della libertà in Venezuela, da un lato non hanno nessun titolo per criticare Berlusconi che non ha fatto chiudere nessun giornale e nessuna TV, dall'altro dimostrano la loro connivenza morale con un regime sempre più dispotico e pericoloso, e se non lo condannano apertamente danno a vedere che se andassero al potere anche loro farebbero lo stesso.


E gli intellettuali di destra, cosa dicono? E' vero che contro di loro vale la più bieca censura mediatica, ma non mi sembra che nemmeno da quella parte si siano fatti particolarmente sentire. Segno che in Italia la libertà non interessa a nessuno, né a destra né a sinistra. Questo silenzio dà la piena misura di quanto sia provinciale la nostra vita culturale e politica, e ci rivela che la vera censura è in mano alla sinistra dal punto di vista ideologico, e si mantiene grazie anche all'indifferenza dei loro inconsistenti avversari.


Giovanni Romano

sabato 1 agosto 2009

The dark side of Grande Puffo


Scritto il 4 settembre 2008

Ho comprato oggi un albo della serie dei Puffi: "La minaccia puffa". Si, faccio collezione di Puffi., e mi piacevano moltissimo da quando ero bambino, ancora oggi che ho cinquant'anni non so resistere al loro brio, alla loro semplicità, alla loro simpatia.

Tra quelle che ho letto, questa è la storia che si avvicina di più a "Il Puffissimo", ma è molto più cupa, sfiora addirittura la tragedia. Sembra di essere lontani anni luce dalla freschezza scherzosa delle prime storie, dalle inesauribili trovate comiche che a volte mi hanno fatto sentire male dalle risate. E' chiaro che nel villaggio perfetto dei Puffi qualcosa deve sempre succedere, altrimenti l'atmosfera sarebbe ripetitiva e stucchevole. E tante volte le cose succedono per un intervento esterno, ad es. gli attacchi di Gargamella o degli uomini, oppure per le bizzarrie del carattere di qualche puffo.

Ma stavolta il punto di partenza è già più "cattivo": la noia, il tedio, il non sopportarsi a vicenda dei Puffi. L'atmosfera del villaggio si avvelena, e il Grande Puffo pensa di dare una lezione ai suoi Puffi con un incantesimo di cui egli stesso non calcola le conseguenze: crea un universo parallelo, un anti-villaggio di puffi grigi dove, al posto della gentilezza e dell'amicizia, dominano la forza bruta, le armi, la crudeltà. Ciascun puffo grigio è il "doppio" malvagio del suo corrispettivo, e da questo punto di vista il racconto è un capolavoro perché mostra precisamente quello che possono diventare dei semplici difetti se oltrepassano il limite dello scherzo.

Il "doppio" del puffo con gli occhiali, ad esempio, non è solo pedante, ma è un delatore, una spia, un intrigante che vuole prendere il posto del suo capo. Il Puffo Burlone si trova davanti la versione peggiorata di se stesso, un teppista volgare e pericoloso; l'anti-puffo goloso ha una voracità che mette paura, ai limiti del cannibalismo. Il puffo inventore trova il suo contraltare in un ciarlatano malvagio che raffazzona i lavori ed è bravo solo a inventare macchine da guerra. Persino la Puffetta e il grande Puffo hanno il loro "doppio" malvagio. Ma se il paragone con la Puffetta è forse uno dei pochi momenti spiritosi (ma non troppo), in quanto è una guerra di smorfiose, molto più sinistro è quel che sarebbe potuto diventare il Grande Puffo se avesse ceduto alla sete di potere. Tanto per cominciare, il suo doppio si fa chiamare "capo". E' cinico, violento, prepotente, persino fanatico. Mai avremmo immaginato che il Grande Puffo avesse in sé potenzialità tanto malvage!

Due soli puffi mancano del loro doppio. Il puffo forzuto, forse perché i puffi grigi sono tutti più forti fisicamente di quelli blu, e un forzuto malvagio sarebbe stato veramente troppo, e il puffo brontolone (che in questa storia, caso unico in tutte le storie dei Puffi, non compare affatto), perché il suo contraltare si sarebbe dovuto spingere ai limiti dell'omicidio o del suicidio. E questo dice molto sulla drammaticità del racconto. Persino tra loro i puffi blu diventano più violenti: il Puffo con gli occhiali non si becca la solita martellata ma una picconata che lo riduce quasi in fin di vita.

Dopo inutili tentativi d'integrazione tra i due villaggi, la "lezione" che il Grande Puffo vuole impartire ai suoi Puffi gli sfugge presto di mano: i puffi grigi finiscono per distruggere il villaggio (si confronti questa scena, veramente terribile, con la scena di battaglia del "Puffissimo", dove domina lo scherzo) e fanno schiavi i pacifici puffi blu. Il Grande Puffo, che abbastanza stupidamente non ha preparato l'antidoto alla sua magia, cerca invano di salvare il libro dalle macerie del laboratorio ma viene catturato e portato davanti al suo "doppio". Qui viene fuori tutta la distanza speculare tra i due: mentre il Grande Puffo crede nella conoscenza, il Capo la disprezza perché crede solo nella forza, e fa bruciare il libro (da questo momento in poi il suo carattere rassomiglia sempre più a quello di Hitler).

I puffi blu sono rinchiusi in un vero e proprio lager e obbligati ai lavori forzati finché non vengano "rieducati" alla violenza,. Tutto sembra perduto, ma un puffo ha un'idea geniale. Se è vero che il villaggio dei puffi grigi è un'immagine rovesciata del villaggio puffo, allora ci dovrebbe essere anche un contro-laboratorio! C'è, infatti, anche se è una costruzione ormai fatiscente e abbandonata (segno della decadenza spirituale di un mondo che si fonda solo sulla forza bruta). Il libro viene ritrovato, il Grande Puffo riesce a creare l'antidoto, e dopo alcuni colpi di scena da cardiopalma, inclusa anche la fustigazione di un povero puffo, l'antidoto si sprigiona e i puffi malvagi svaniscono come un brutto sogno al mattino. Ma l'impressione inquietante resta, e non basta la mezza paginata scarsa di vignette finali a dissiparla. I Puffi hanno varcato una soglia che possono dimenticare solo perché il loro è un mondo senza tempo, il mondo dell'eterna fanciullezza. Ma nel lettore resta un senso di disagio e di tristezza che non si cancella facilmente.

Quali sono gli "insegnamenti" che si possono trarre da questa storia? Sono troppi per essere catalogati, qui ne riassumo quelli principali, oltre ovviamente al tema inquietante della scienza che sfugge di mano a chi crede di poterla dominare:

  1. Ogni gruppo, per ritrovare compattezza e concordia al proprio interno, ha purtroppo bisogno di un nemico esterno. Infatti i Puffi blu dimenticano le loro antipatie per coalizzarsi contro la minaccia ben più grave dei puffi grigi;
  2. Anche il carattere in apparenza più saggio, innocente e scherzoso ha un lato sinistro che aspetta solo di essere evocato per scatenarsi;
  3. Contro il Male è inutile il "dialogo". Il Grande Puffo cerca in ogni modo di far collaborare i suoi puffi coi nuovi venuti (oggi si direbbe che "persegue una politica di integrazione), ma i nuovi venuti ne approfittano in ogni modo, rubano i raccolti, rovinano la diga, maltrattano gli autoctoni e cercano deliberatamente la provocazione in modo da poterli dominare. Le buone intenzioni basate sulla "pace" e sul "dialogo" finiscono per provocare rovina e schiavitù.
  4. Stavolta il male viene dall'interno del villaggio, la magia del Grande Puffo ha scatenato il lato più malvagio e pericoloso dei suoi abitanti. Gargamella, al confronto, non è altro che un patetico stregone imbranato, un nemico esterno al quale ci si può quasi affezionare perché destinato perennemente a fare fiasco. Ma uno scontro tra universi paralleli è ben più profondo, e perché sopravviva il villaggio buono, quello malvagio deve scomparire.
Giovanni Romano

Eluana e gli orsi polari

Scritto il 3 settembre 2008

Trovo allucinante che sulla odierna homepage di Microsoft, tra le notizie, ci sia la caparbia ostinazione del padre (?) di Eluana di sopprimere sua figlia, e immediatamente sotto l'ansia quasi isterica per la sorte di un branco di orsi polari alla deriva su un iceberg.

Ci dovremmo preoccupare molto di più della deriva delle nostre coscienze.

Giovanni Romano

giovedì 30 luglio 2009

I cannoli, i filosofi e i ciarlatani

Scritto il 30 agosto 2008

Ascoltavo alla radio, verso mezzogiorno, in macchina, una trasmissione piuttosto interessante dedicata ai rapporti tra gastronomia e potere. L'esempio scelto era particolarmente calzante: i famosi cannoli di Totò Cuffaro, che gli costarono la carica di governatore della Regione Sicilia. Probabilmente Cuffaro ha ragione quando dice che dal punto di vista mediatico la sua foto coi cannoli in mano è stata devastante più che la sua condanna per associazione a delinquere semplice (non mafiosa, il che a quanto pare, data la mentalità corrente da certe parti, vale quanto un'assoluzione).

Quello che mi ha colpito è stato però l'intervento di un intellettuale -farei meglio a dire "il solito tuttologo"- di cui purtroppo non ricordo il nome, il quale faceva un paragone un po' a sproposito tra il profeta, "che scende dalla montagna con le tavole della Legge che nessuno può discutere", e il filosofo "che mette le sue idee a confronto con le altre e le discute sulla pubblica piazza" ovviamente senza-pretendere-di-possedere-la-verità, come va di moda dire oggi.

Ma il profeta, a differenza dell'opinionista alla moda, spesso si accorge che la gente sta adorando il vitello d'oro. Ed è questa la sua missione: richiamare la gente alla realtà e alle implicazioni di quanto sta facendo. Il discorso è un po' più complesso dal punto di vista del filosofo, ma anche qui si può facilmente notare che l'intellettuale disposto a "dialogare" all'infinito, ma senza mai riconoscere la verità, non è il filosofo ma il sofista, disposto a piegare ogni volta le sue idee a vantaggio del potere.

Ci fu un filosofo che scese, anzi visse, sulla pubblica piazza, confrontò le proprie idee con quelle degli altri, non si sottrasse alla discussione. Ma aveva il "vizio" di cercare qualcosa che non dipendeva dalle opinioni o dalle chiacchiere oziose: la verità. Per questo fu arrestato, processato e avvelenato.

Il suo nome era Socrate.

Giovanni Romano

Due riflessioni su Tolkien

Nel libro "Il Signore degli Anelli" la parola "vecchio" s'incontra molto spesso, ma -in piena controtendenza con gli scrittori suoi contemporanei- Tolkien non le attribuisce praticamente mai un significato negativo, non l'associa mai alle idee di usura, di decadimento o di semplice passatismo ottuso. Al contrario, in Tolkien "vecchio" Significa "solido", "quel che ha resistito al tempo, quel che il tempo non è riuscito a distruggere". E' l'espressione di una vittoria, non di una sconfitta. Di continuità, non di immobilismo.

Un altro elemento su cui riflettere è che la Terra di Mezzo ha strade, ma sono tutte deserte. Non sono certo i "crocevia di popoli" tanto sperticatamente esaltati dai patiti del "dialogo" e della "contaminazione". Quando le percorrono gruppi numerosi, come ad esempio i Nani in fuga dall'Ombra, si tratta sempre di presagi d'inquietudine e di pericolo. I viaggiatori possono anche essere figuri molto sinistri, come i Cavalieri Neri. Ma in genere le strade, compresa la mitica Via, sono deserte, solitarie, silenziose. E non soltanto per l'avanzare dell'Ombra. Il mondo di Tolkien è una "static, incurious civilization", per dirla con Orwell. Le sue razze diverse sono pensate per stare dove stanno, il mondo degli Hobbit è una dolce, nostalgica comunità che ogni intervento esterno può soltanto turbare o distruggere. Non è solo per la minaccia dell'Ombra che le vie di Tolkien sono deserte. Sono vie interiori, per cui passa non il commercio ma l'avventura, la crescita sofferta dei personaggi.

Giovanni Romano

mercoledì 29 luglio 2009

La tartaruga

Da qualche giorno ospitiamo una tartaruga acquatica. Come ogni anno mia sorella è andata in vacanza e ce l'ha lasciata. La conosciamo ormai da anni, ora è cresciuta e sta veramente a stento dentro il suo acquario. Il suo habitat sono gli stagni e le acque correnti, non la bacinella in cui siamo costretti a tenerla. In quello spazio stretto fino all'allucinazione, la sento sbattere ciecamente dalla mattina alla sera, fa "tum-tum" come il pulsare agitato di un cuore, tanto che si sente perfino dalle stanze vicine.

Se fossi in lei sarei già impazzito. Sta sul fondo di una vaschetta che la continene a malapena. Non può vedere niente davanti a sé, e deve guardare in alto torcendo penosamente il collo. E' immersa nell'acqua puzzolente dei gamberetti (mio padre gliene mette sempre troppi) e dei suoi stessi escrementi. Per questo sbatte, sbatte, sbatte con sforzi disperati cercando di issarsi e di affacciarsi sull'orlo. Una volta c'è persino riuscita, avevo paura che si rovesciasse sul dorso ma è rimasta lì, forse poi non ce l'ha fatta ed è ritornata giù, per continuare a sbattere ciecamente come prima.

Quella lotta continua e disperata mi fa una pena e una rabbia da non dirsi. Vedere quell'agonia senza senso mi ha completamente guarito dal desiderio di possedere animali. Quante esistenze sono simili a quelle della tartaruga, costrette dentro un buco, che si affannano e sbattono ciecamente sul fondo senza mai potersi affacciare alla vita, senza mai vedere cosa c'è oltre!

Giovanni Romano

Diventare donna, diventare uomo

E' strano che, quando una ragazza fa l'amore per la prima volta, si dice che "è diventata una donna", ma non si dice mai che dopo un'analoga esperienza un ragazzo "è diventato un uomo". Sarà la differenza fisica tra i due sessi, per cui la donna sente nella sua carne il passo senza ritorno che ha fatto. Più probabilmente è il nostro modo di pensare maschilista ma certo la concezione della sessualità è molto diversa e molto più profonda per la donna che per l'uomo. Per lei, è un mutamento di tutto il suo essere, e non solo fisicamente; per l'uomo troppe volte è solo un'esperienza da aggiungere alle altre, ma che non implica nessuna speciale maturazione, nessuna speciale responsabilità.

Giovanni Romano

giovedì 16 luglio 2009

Il sangue del Sud, gli imboscati del Nord

Al Nord il disprezzo dei meridionali è routine di vecchia data, specialmente in campo militare. Ma ogni volta che dei nostri soldati cadono o restano feriti, si viene a sapere che molto raramente il loro luogo di nascita si trova a nord del 42* parallelo. Sono i meridionali a dover pagare il prezzo del sangue anche per gli imboscati del nord che li disprezzano e al tempo stesso fanno affari dove gli altri rischiano la vita.

Giovanni Romano

Attenti al cristianesimo, è infettivo!

ieri il sito della BBC ripotava l'invito ai fedeli del vescovo (anglicano?) di Chelmsford, John Gladwin, a "non usare l'acqua santa, perché potrebbe diffondere il contagio dell'influenza suina". Inoltre, suggeriva ai preti della propria diocesi nell'Essex di evitare le visite pastorali, e se proprio era necessario andare a trovare i malati, farlo con una mascherina, guanti sterili e un camice.

Non so se ridere o piangere. Prima di tutto per la differenza tra questi consigli gelidamente borghesi e l'abnegazione evangelica dei frati cappuccini di cui si narra nei Promessi Sposi! Ma c'è dell'altro che la BBC non dice: con la percentuale assolutamente irrisoria dei praticanti anglicani, siamo sicuri che sia proprio l'acqua santa il principale veicolo di contagio dell'infuenza in Inghilterra?

Giovanni Romano

giovedì 28 maggio 2009

Uomini che odiano le donne... o uomini cui non è più permesso amarle?

Ieri "Avvenire" recensiva il film svedese di Nils Ander Oplev "Uomini che odiano le donne" tratto dal best seller del defunto Stieg Larsson "Millennium". E' un film che tratta, in modo anche troppo crudo, uno dei problemi più gravi e al tempo stesso nascosti in quella società apparentemente tanto ordinata, tollerante e pacifica: gli stupri. La conclusione "politicamente corretta" dell'autore (e purtroppo anche del recensore) è che questo si deve imputare alla "mentalità patriarcale" che ancora non si è spenta, nonostante tutte le riforme.

Non credo di poter condividere questa tesi. Secondo me gli stupri avvengono precisamente
perché la mentalità patriarcale è stata definitivamente sradicata, e con essa la figura del padre, dell'uomo responsabile. Aver dato tanto spazio all'omosessualità (con l'incapacità sia di accettare il padre sia di diventarlo a propria volta), aver considerato i maschi come anonimi "donatori" di sperma e nient'altro, o addirittura superflui per la riproduzione, ha avvelenato sentimenti ed energie che in altre epoche s'incanalavano in modo diverso e ben altrimenti costruttivo.

Giovanni Romano

Risposta aperta a Ragioneimmaginazione

Caro Giulio,

ho risposto sul mio sito alla tua osservazione riguardante l’accanimento terapeutico, qui invece rispondo per esteso al tuo post, nel quale - come ti avevo preannunciato - ho trovato ambiguità e punti non condivisibili. Avrei voluto pubblicarla direttamente sotto il tuo articolo, ma il blog non me l'ha concesso. Forse la risposta era troppo lunga. Chi volesse leggere il tuo post può cliccare qui.

E’ indiscutibile che gli uomini cerchino di vivere e soprattutto di stare bene il più a lungo possibile. Ortega y Gasset diceva che all’uomo non basta “essere” come “è” una pietra, una pianta o un animale, ma vuole il ben-essere (in tutta la densità del termine), e questo ovviamente esige la dimensione del significato.

Credo però che i casi di pazienti che “vivono attaccati alle macchine” siano tutto sommato rari (Eluana, ad esempio, non viveva attaccata a nessuna macchina, tutte le sue funzioni fisiologiche erano normali) e molto amplificati dalla propaganda dei mass media che cercano ormai apertamente di inculcare una mentalità eutanasica.

Dalle tue stesse parole, poi, emerge che il problema della sofferenza non riguarda tanto i degenti (che vogliono vivere, e vogliono qualcuno che gli stia accanto fino all’ultimo) quanto coloro che gli sono intorno, e che spesso non reggono al peso della sofferenza e soprattutto alla mancanza di speranza. Ed è proprio il termine “speranza” che va chiarito.

Dire: “Tutti gli esseri che nascono sono destinati alla morte” non è altro che un brutale truismo, e se ci fermassimo a una constatazione così ovvia e sconsolata, di fronte a un orizzonte così chiuso, dovremmo ammettere che la nostra civiltà è arrivata al capolinea. La nostra “hybris” ci ricade addosso, perché abbiamo caricato la scienza di aspettative che non può soddisfare e di una onnipotenza che non ha. Da questo punto di vista, può darsi che sia più umano e felice l’uomo cristiano, per cui la morte non è la fine di tutto, e la vita un tempo di prova in vista di una vita più grande.

Puoi certamente dire che questa è un’illusione, che il cristianesimo è una superstizione ormai superata dalla scienza, ma resta il fatto che il modo in cui guardiamo all’altro mondo determina il modo in cui viviamo in questo mondo. L’antichità pagana abbandonava gli anziani, i malati, i bambini malformati, tanto che i cristiani cominciarono a distinguersi dai pagani altri proprio perché non abbandonavano i bambini e avevano cura dei più deboli. L’ospedale è invenzione dei “secoli bui” (mai un’epoca, come l’Illuminismo, ha tanto spudoratamente calunniato un’altra).

Questo non significa - bada bene! - che la “speranza” si identifichi con la “vita a ogni costo”, bensì con la convinzione che nessun momento della vita è senza importanza, nessuna condizione è sprecata o inutile. Prima, ci si radunava tutti intorno al letto di un moribondo per ascoltare le sue ultime parole, anche nel dolore era possibile imparare e comunicare qualcosa, la morte non era semplicemente uno scandalo o una sofferenza fine a se stessa.

L’atteggiamento di Mario in ospedale ricorda invece quello di Bernard Marx in “Brave New World” (un libro da leggere assolutamente per capire il periodo che stiamo vivendo): la sua educazione scientifica, la sua vita al riparo da ogni sofferenza gli ispiravano non la pietà ma il ribrezzo di fronte a quelli che vedeva soffrire.

Chi ragiona ormai solo in termini di potere e di utilità può arrivare al sofisma di dire che ci si “accanisce contro persone inermi”. E’ possibile arrivare a mentire così tanto? Lo ripeto: sull’accanimento terapeutico la Chiesa parla chiaro, vedi art. 2278 del Catechismo:

L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'“accanimento terapeutico”. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.

Altre interpretazioni sono uno stravolgimento malizioso, anzi demoniaco, perché si esalta come un eroe chi vuole la morte e si accusa di crudeltà chi vuole curare e assistere.

Mi ha fatto pertanto molto dispiacere accorgermi che le ultime parole del tuo scritto suonano come una vera apologia dell’abbandono terapeutico.

Giovanni Romano

lunedì 18 maggio 2009

Notre Dame University - Il giorno della vergogna

Il circo mediatico che accompagna sempre Obama ha cercato di trasformare la laurea honoris causa in un suo successo, ma non ha potuto ignorare le contestazioni anche forti che il presidente ha ricevuto. Cosa è successo, in realtà? Che Obama ha potuto tirare fuori tutta la sua retorica buonista senza concedere nulla alle ragioni dell'altra parte. Mai una volta, nel suo discorso, ha usato l'espressione "difesa della vita". Ha parlato di "gravidanze indesiderate", senza accennare che i bambini sono esseri umani e che, chissà, potrebbero anche essere un dono. Ha detto che tutti dovrebbero collaborare per ridurre il numero degli aborti, ma questo era stato detto pari pari per giustificare l'introduzione della legge 194 in Italia oltre quarant'anni fa. E ci siamo ritrovati con milioni di nati in meno.

Quando Obama ha parlato mi è sembrato di rivivere il bellissimo racconto di Vladimir Solov'ev sull'Anticristo. L'Anticristo si presenta come il campione della tolleranza, della pace, della fraternità, dell'amore universale. Ma non sopporta il nome di Cristo, la sua signoria sugli uomini e sulla storia lo fa impazzire di rabbia. Lui solo, l'Anticristo, vuole essere adorato. Lui solo è buono, anzi buono più di Cristo perché dà ragione a tutti, non gl'interessa la "discriminazione" tra buoni e cattivi, tra quelli che difendono la vita e quelli che la distruggono, tra quelli che riconoscono la verità e quelli che la manipolano.

Una vittoria di Obama? A livello mediatico forse, ma anche il giorno della vergogna per la Notre Dame University, che si è contrapposta sempre più ostinatamente al Magistero della Chiesa in nome di una presunta "libertà accademica". Una "libertà" che si riduce a dire ai mass media che gli piace sentirsi dire, scandalizzando e demoralizzando i semplici fedeli. E qui "semplici" non significa "ignoranti", ma gente che non si fa ingannare dai luoghi comuni né dalla retorica. E' stata proprio una "traison des clercs", nel senso letterale della frase, e una spaccatura molto grave tra i fedeli e il magistero da una parte, gli intellettuali "cattolici" (sic!) dall'altra.

Lo schiaffo, ovviamente, non è stato tirato solo alla gerarchia cattolica americana, ma molto più in alto, al Papa stesso. E probabilmente servirà d'incoraggiamento anche a tanti "cattolici adulti" di tutto il mondo e in particolare in Italia.

Nessuna religione in questo momento è tanto odiata e combattuta come il cattolicesimo. Segno, forse, che è l'unica vera.

Giovanni Romano

domenica 17 maggio 2009

Le code, le mosche e l'eutanasia

Non avevo mai riflettuto a una piccola frase di George Orwell, un breve inciso nel racconto “La fattoria degli animali”. E’ una riflessione di Benjamin l’asino, il bastian contrario e lo scettico della compagnia, probabilmente il personaggio con cui Orwell stesso si è identificato. “Diceva che il buon Dio aveva dato agli asini la coda per scacciare le mosche, ma sarebbe stato meglio che non fossero esistite né mosche né code”.

Quando ci ho ripensato ho avuto come un lampo: un ragionamento come questo porta dritto filato all’eutanasia. E perché? Perché il meccanismo mentale è lo stesso: non prendo più posizione davanti a un problema, non accetto più il dato di realtà, semplicemente lo elimino. Certo un mondo senza mosche forse è più comodo e richiede meno sforzi, ma così facendo ho eliminato senza accorgermene un aspetto della realtà, l’ho impoverita (senza contare che le mosche, se non altro, servono come cibo a decine di specie animali e persino alle piante carnivore). E se comincio a togliere di mezzo le mosche, chi può dire dove mi fermerò? A forza di eliminare quello che non mi va, cosa mi resterà tra le mani? E quello che mi resterà avrà veramente gusto?

Giovanni Romano

lunedì 20 aprile 2009

Il Papa, i cattolici e la stampa di regime

Il 1° settembre 1939 i carri armati tedeschi penetrarono in Polonia, scatenando così la seconda guerra mondiale. Tutta la stampa del mondo libero descrisse l'invasione e la proditoria aggressione di Hitler. Ma non quella italiana, completamente asservita al fascismo. A rileggere "Il Corriere della Sera" di quel giorno si resta allibiti: le truppe tedesche avevano "risposto" alle "continue provocazioni e aggressioni" polacche e, -giacché c'erano-, in quella sola giornata "erano avanzate di almeno 80 km".

Una manipolazione così sfacciata può avvenire solo in una dittatura, direte voi. Vi sbagliate. Quello che avvenne nell'Italia fascista del 1939 sta accadendo ora, sotto i nostri occhi, sulla stampa "democratica-pluralista-antifascista" e nell'anno di grazia 2009, quando si tratta di parlare della Chiesa e dei cattolici. Prendiamo a esempio il caso del Belgio, che ha presentato -fatto grave e senza precedenti- una nota di protesta ufficiale contro le dichiarazioni del Santo Padre sul preservativo. A questa nota è seguita la ferma replica del Vaticano. Su quasi tutta la stampa italiana (vedi ad es. "La Gazzetta del Mezzogiorno", sabato 18 aprile) tale replica è stata presentata come... un attacco al Belgio!

Quale obiettività possiamo aspettarci noi cattolici da una stampa tanto faziosa, tanto appiattita sul "politicamente corretto"? Senza contare che il Belgio, dove l'ex ministro socialista Elio Di Rupo fu incriminato per pedofilia, dove un serial killer come Marcel Dutroux ha seviziato, stuprato e ucciso molte bambine con sospette complicità in alto loco, è l'ultimo paese al mondo che può permettersi di fare la morale al Papa!

Giovanni Romano

martedì 7 aprile 2009

TERREMOTO: Caritas, i numeri della solidarietà


COMUNICATO CARITAS

Per sostenere gli interventi in corso (causale "Terremoto Abruzzo") si possono inviare offerte a Caritas italiana tramite il c/c postale 347013, con carta di credito CartaSi e Diners telefonando allo 06.66177001 (orario d'ufficio) o attraverso bonifico bancario su uno di questi conti correnti:

  • Unicredit Banca di Roma - Iban IT38 K030 0205 2060 0040 1120 727
  • Intesa Sanpaolo, via Aurelia 796, Roma - Iban: IT19 W030 6905 0921 0000 0000 012
  • Allianz Bank, via San Claudio 82, Roma - Iban: IT26 F035 8903 2003 0157 0306 097
  • Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma - Iban: IT29 U050 1803 2000 0000 0011 113.

Giovanni Romano

domenica 5 aprile 2009

Due lettere da "IL FOGLIO"

Purtroppo non ricordo la data, ma queste due lettere le trascrissi perché mi sono piaciute moltissimo:

"La sottosegretaria leghista al Welfare Francesca Martini ha detto che 'bisogna evitare una mattanza che riporti il nostro paese al livello del Terzo Mondo'. Sinceramente sconvolta, ha anche confessato: "Da due giorni non guardo la TV se non per assistere a raccapriccianti immagini'. Non parlava del bambino sbranato mentre giocava, né della turista dilaniata sulla spiaggia: quelli sono solo umani, in fondo. Nel suo delirio animalisticamente corretto, aveva orrore della 'caccia al cane'. Tranquilli bambini, dal lupo randagio vi salveranno le ronde padane".


(Maurizio Crippa)


"Per il professor Veronesi morire è un diritto. Secondo questa logica nascere no è la più grande sfida che ci possa capitare quanto la più grande sfiga".

(?)

(c) IL FOGLIO, 2009

Lette, approvate e sottoscritte...


Giovanni Romano

venerdì 3 aprile 2009

Un espressino in compagnia...


L'estro e la bravura di una giovane barista mi fecero questo sinpatico regalo una mattina di settembre dell'anno scorso. Il disegno mi piacque tanto che prima di bere fotografai l'espressino col palmare. E solo oggi mi sono deciso a stampare la foto e a regalargliela come segno tangibile di riconoscenza.

Ma non è di questo, o non è solo di questo, che voglio parlare, bensì di quel che è capitato qualche giorno fa nello stesso bar. Da un po' di tempo sto leggendo seriamente TRACCE, il mensile di CL. Lo ricevo da anni ma è come se l'avessi dato sempre per scontato. Ma recenti incontri con amici molto più maturi nella fede mi hanno dato un gusto, un interesse nuovo ad approfondirlo. E mi sono accorto di essere stato veramente un idiota a trascurare una rivista così informata, precisa, approfondita, soprattutto con tante esperienze vissute. E' una rivista che non si legge come una rivista ma come un cammino insieme.

A farla breve, ho deciso di regalarne una copia anche a persone alle quali mai avevo pensato prima, tra cui la mia amica barista. Qualche giorno dopo entro, mi accomodo nella confortevole saletta interna (sì, sono un viveur, mi piace trattarmi bene) e nello scaffale dei libri, giochi e riviste vedo... TRACCE! "E' lei che l'ha messo lì?", chiedo alla signorina. "Sì, certo". "Ma almeno l'ha letto?", "Sì, ma ho potuto dare un'occhiata solo ai titoli, sa, col lavoro non c'è mai tempo". "Le è piaciuto, almeno?", "Moltissimo! Ne vorrei avere un altro, se possibile!".

Questa non me l'aspettavo proprio. Pensate un po', tra riviste che parlano di soldi, di sesso, di amorazzi o di potere ce n'è una che parla di verità, di significato, di bellezza, e fa anche vederepersone che vivono di questo e s'impegnano per questo. Chissà se qualcuno, nella saletta, prenderà curiosamente in mano quella rivista e la sfoglierà, chissà cosa potrà succedere...

Giovanni Romano