martedì 9 settembre 2014

Educazione cercasi...


Nell'imminenza dell'inizio dell'anno scolastico, posto un po' polemicamente questa immagine. I grandi discorsi e gli auguri delle autorità o di scrittori famosi mi lasciano freddo per non dir altro. Alla massima parte di loro non toccherà logorarsi giorno per giorno alle prese con bulli che fanno perdere tempo ed energie e soffocano chi vuole veramente imparare.

Ma chiediamoci: la scuola oggi trasmette realmente conoscenze? E i genitori sono effettivamente in grado di dare un'educazione ai propri figli? Comincerei dalla seconda domanda, e direi che la risposta è in gran parte negativa. Per come è organizzato oggi il lavoro (orari sempre più lunghi per una retribuzione sempre più bassa) direi che alle famiglie si vuole impedire quasi deliberatamente di educare i figli. E poi, quali sono i contenuti di questa educazione? Inutile ripetere quello che già tutti sanno. La famiglia resta ancora un punto di riferimento imprescindibile ma rischia di diventare un contenitore sempre più vuoto in maniera direttamente proporzionale alla diffusione dell'"amore" e dei "nuovi diritti".

La scuola, a sua volta, può limitarsi a trasmettere semplicemente conoscenze? Certamente no. L'insegnante educa (o dis-educa) con la sua semplice presenza. L'ambiente scolastico educa con la sua stessa esistenza. Ma a che cosa educhiamo i ragazzi? Siamo in grado di lanciare proposte "forti"? Siamo in grado di far capire che la scuola è in grado di far rigare dritto i prepotenti? Oppure ci limitiamo a rincorrere i ragazzi, cercare di accattivarci a ogni costo le loro simpatie senza fornirgli alcun reale modello di comportamento, di convinzioni, di coerenza?

Prepariamoci, tutti, una bella valigia di educazione prima di cominciare l'anno scolastico. Ho l'impressione che ne avremo bisogno.

Giovanni Romano

325 anni prima di Lincoln...

Tutti noi siamo abituati a considerare il proclama di emancipazione di Abraham Lincoln (22 settembre 1862) come il documento che fece cessare la schiavitù. Nessuno però ricorda che la Chiesa Cattolica, nella bolla Sublimis Deus emanata da Papa Paolo III il 2 giugno 1537, aveva già proclamato solennemente la libertà e l'emancipazione degli Indios da ogni e qualsiasi forma di schiavitù, scomunicando chiunque contravvenisse a quelle disposizioni.

È commovente leggere il cuore di questa bolla, emanata da uno dei pontefici più controversi della storia, tutt'altro che un modello di virtù nella vita personale, eppure così fermo, energico, chiaro e senza compromessi nel difendere la dignità umana dei popoli del Nuovo Mondo, senza nessuna delle riserve mentali di Lincoln, il quale era convinto -e non esitò a dichiararlo anche dopo la pubblicazione del suo proclama - che i neri fossero pur tuttavia inferiori ai bianchi sotto molti aspetti. Ecco quanto dichiarò il Pontefice (i neretti sono miei):

« Noi, sebbene indegni, … consideriamo tuttavia che gli stessi indios, in quanto uomini veri quali sono, non solo sono capaci di ricevere la fede cristiana, ma, come ci hanno informato, anelano sommamente la stessa; e, desiderando di rimediare a questi mali con metodi opportuni, facendo ricorso all'autorità apostolica determiniamo e dichiariamo con la presente lettera che detti indios e tutte le genti che in futuro giungeranno alla conoscenza dei cristiani, anche se vivono al di fuori della fede cristiana, possono usare in modo libero e lecito della propria libertà e del dominio delle proprie proprietà; che non devono essere ridotti in servitù e che tutto quello che si è fatto e detto in senso contrario è senza valore; che i detti indios ed altre genti debbono essere invitati ad abbracciare la fede in Cristo a mezzo della predicazione della parola di Dio e con l’esempio di una vita edificante, senza che alcunché possa essere di ostacolo ».

Parole che non hanno nulla da invidiare, quanto a nobiltà ed energia, al proclama di Lincoln. Con la differenza che furono scritte solo 325 anni prima della Guerra di Secessione.

Giovanni Romano

sabato 6 settembre 2014

Scacchi vs Sudoku: segno dei (passa)tempi...

Confrontare il sudoku con gli scacchi non ha evidentemente senso. Gli scacchi sono una competizione (fosse pure da soli contro il computer), il sudoku è un semplice passatempo, per quanto ingegnoso nella sua semplicità, e per quante sofisticate strategie siano disponibili per venire a capo della soluzione.

Perché allora scrivere una breve riflessione accostando due giochi che hanno scopi e applicazioni così diversi? Mi sembra interessante confrontarli precisamente dal punto di vista del puro passatempo. Provate a guardare la scacchiera a sinistra e il sudoku a destra (vi avverto, è molto difficile...). Un bravo scacchista osserverebbe la posizione, troverebbe le debolezze di ciascuno dei due colori (è evidente, ad esempio, che il Nero è in vantaggio di materiale e ha ben due pedoni passati sulla colonna "A"), individuerebbe le strategie più opportune sia per il Bianco che per il Nero. Senza contare che uno dei due contendenti potrebbe sbagliare e far ribaltare inaspettatamente la situazione. Ma probabilmente non esiste un modo univoco di vincere, di conseguenza sarebbe possibile impostare più di un ordine di mosse, specialmente per il colore in vantaggio (anche perché questa è una posizione, non un problema, dove la chiave deve essere una e una sola).

Anche il solutore del Sudoku dovrà impostare una strategia, andando ad esempio alla ricerca del singolo nascosto, ma nel suo caso la soluzione è univoca, la via da seguire è unica. Ogni numero posizionato correttamente facilita il posizionamento degli altri secondo regole precise e non eludibili.

Non è questa però la differenza più importante. La differenza decisiva è in quello che accade alla fine di una partita a scacchi o dopo che lo schema del Sudoku è risolto. Quest'ultimo perde ogni attrattiva, diventa una semplice gabbia di numeri ormai collocati definitivamente al loro posto. Per risvegliare l'interesse del solutore servirebbe un altro schema, e poi un altro e un altro ancora... Con gli scacchi invece non è così, ogni partita presenta spunti di approfondimento e di discussione a distanza di anni o addirittura di secoli. Una partita a scacchi non è mai propriamente "finita", ha sempre qualcosa da dire a chi la studia. La meccanicità ripetitiva del sudoku può generare dipendenza, l'infinita creatività degli scacchi no.

Questa differenza ha qualcosa da dire anche a noi, Il Sudoku è davvero il passatempo per il nostro tempo, un esercizio usa-e-getta che impegna a fondo la mente ma non la spinge realmente a riflettere.

Giovanni Romano

giovedì 4 settembre 2014

Non chiamateli "donatori"!

Colpisce il tono quasi esultante con cui i TG nazionali (pagati con le nostre tasse) riportano lo smantellamento completo dei divieti all'eterologa e il via libera al Far West procreativo.

A parte l'ennesima dimostrazione dell'irrilevanza della volontà popolare, con un referendum assolutamente disatteso; a parte la demolizione pezzo per pezzo di quel poco che restava della legge 40 per via giudiziaria; a parte le regioni che si buttano a corpo morto nell'iniziativa legiferando al posto dello stato, colpisce l'uso di termini deliberatamente falsi e fuorvianti per mistificare la realtà.

Se noialtri cittadini siamo impotenti a fermare questa deriva, evitiamo almeno di usare la parola "donatore" che nobilita indebitamente coloro che non intendono assumersi alcuna responsabilità genitoriale. Chiamiamoli con il loro vero nome. Chiamiamoli fornitori. Fornitori e basta.

Giovanni Romano

martedì 19 agosto 2014

Versarsi acqua in testa. E bersi il cervello



Più conosco Internet più sono convinto che induca comportamenti gregari e conformisti. Comparire sotto gli occhi di una platea potenzialmente sterminata, finire sotto gli occhi inquisitori di un'opinione pubblica in massima parte orientata al “politically correct” e più che mai aggressiva verso chi dissente finisce per scoraggiare quelli che pensano con la propria testa. Specialmente la gente di spettacolo, gli intellettuali, i filosofi à la page, coloro insomma che hanno qualcosa da perdere, sono i primi ad allinearsi al mainstream (quando non sono loro a crearlo consapevolmente). Aggiungiamo poi come la Rete facilita la voglia di esibizionismo a buon mercato, e avremo la ricetta ideale per campagne buoniste, chiassose, ambigue, dove tutto si gioca sull'immagine e che non chiedono nessun sacrificio autenticamente personale.

Questo è il caso dell'ALS Bucket Challenge, la campagna in cui persone note e meno note si fanno riprendere mentre si buttano un secchio d'acqua gelida in testa per “sensibilizzare” alla lotta contro la SLA. Sarebbe un'ottima iniziativa, per quanto discutibilmente “strillata”, se non ci fosse una tara inaccettabile per un cattolico: la campagna mira a raccogliere fondi per la sperimentazione sugli embrioni umani. In altre parole, pur di trovare una cura probabile si condannano a morte certa degli esseri umani che non potranno mai vedere la luce.

Riporto qui il giudizio del sito americano The Deacon's Bench:

L'abbiamo visto tutti, e molti di voi l'avrete probabilmente fatto. Molte celebrità, uomini politici, e persino sacerdoti lo hanno fatto. C'è una gran quantità di bene che può derivare dall'accrescere la consapevolezza su una malattia così terribile. Dal 29 luglio scorso, 5,5mln$ sono stati raccolti per la ricerca sulla SLA. Il mio problema con la ALS Bucket Challenge è che questa associazione sostiene la ricerca sulle cellule staminali embrionali.

(…)

San Giovanni Paolo II disse nel 2003:

'Qualunque trattamento che sostenga di salvare vite umane, ma che sia basato sulla distruzione delle vita umana nel suo stato embrionale, è logicamente e moralmente contraddittorio, come lo è qualunque produzione di embrioni umani per lo scopo diretto o indiretto di sperimentazione o di eventuale distruzione.'

Mentre non posso donare alla ALS Association, certamente pregherò per coloro che soffrono di questa malattia. Mi darò anche da fare per trovare un ente benefico che non violi la santità della vita umana.” [ecco il link, N.d.R.]

C'è poi un altro aspetto di questa campagna che un altro commentatore ha messo in luce, sempre sullo stesso sito: la grande superficialità e l'appagamento della propria vanità:

La questione principale, però, è la mentalità narcisistica che propone. Un attivismo che si limita agli hashtag non è vero attivismo. Buttarsi un secchio d'acqua ghiacciata in testa non fa di voi un eroe. E nemmeno postarlo sui social media e sfidare altri a fare lo stesso.

Diciamolo molto chiaramente. Io sono totalmente a favore di raccogliere denaro per la SLA. È una malattia terribile, progressiva, mortale per la quale non esistono cure. Ho visto mio zio Chris, un orgoglioso pilota della Marina, ridotto su una sedia a rotelle, col petto affannoso ad ogni respiro, prima che la malattia se lo portasse via.

Così, invece di sprecare un bel po' di galloni d'acqua fredda e strillare sui tetti la propria inconcludenza, io avrei un'idea migliore. C'è un sacco di organizzazioni in questo paese che hanno bisogno del vostro tempo, della vostra attenzione, della vostra disponibilità a donare.”

Unauthorized translation by
Giovanni Romano

domenica 17 agosto 2014

Diritti del bambino, non "diritto al bambino"!

Dall'Associazione "Progetto Uomo" di Bisceglie (BA) ricevo e pubblico volentieri questo coraggioso manifesto:

La FIVET e il presunto “diritto al bambino” contro i diritti del bambino

Lo scorso 3 agosto a L'Aquila sono nati i gemelli (un maschio e una femmina) al centro dello scandalo sullo scambio di embrioni in provetta avvenuto nell’ospedale Pertini di Roma. Nel nosocomio romano, infatti, gli embrioni creati attraverso l’inseminazione artificiale di una coppia erano stati per sbaglio impiantati nell’utero di un’altra donna. Appena partoriti, ne è stata dichiarata la nascita dalla coppia gestante, aprendo una nuova polemica per decidere a chi appartenessero i due bambini. Non solo è grave che i piccoli si ritrovino con 4 genitori, di cui 2 biologici e 2 legali, ma è ancora più grave il fatto che a tenere i gemellini sarà la coppia di genitori legali. Il giudice del tribunale civile di Roma ha infatti respinto ogni ricorso dei genitori biologici, impedendo che i bambini stiano con la coppia di genitori di cui portano il corredo cromosomico.

“Per noi è finalmente arrivato il tempo di essere una famiglia" hanno aggiunto i genitori legali: una famiglia, però, nata dall’assegnazione di embrioni di un’altra coppia. È molto triste vedere come, armate di buoni sentimenti, le due coppie si siano contese l’affidamento degli embrioni sin dal loro attecchimento, come si potrebbe contendere qualsiasi altro oggetto. Tutti, dagli avvocati fino ai giornali, hanno alzato un polverone sul “dramma” dei quattro genitori, ma nessuno ha pensato minimamente che prima di tutto occorre tutelare i bambini e i loro diritti. Ma questo non ci stupisce più di tanto, perché la mercificazione dei bambini (il Bambino Oggetto) è il principio di base della fecondazione assistita, omologa o eterologa che sia. La fecondazione artificiale è una pratica che ha inventato e diffuso il presunto “diritto ad essere genitori” contro il sicuro diritto dei bambini a non essere trattati come oggetti di produzione e ad avere i genitori biologici che siano anche legali.

Ma essere genitori non è un diritto. Al contrario, sono i bambini ad avere diritto ad una coppia di genitori (maschio e femmina, per chi non ricorda come funziona la cosa [N.d.R.]). Questa è una “svista” imbarazzante da parte del nostro sistema giuridico, e di tutte le figure che ci ruotano intorno. Il fatto che i gemelli, per sbaglio, hanno una coppia di genitori diversa da quella di cui portano l’impronta biologica è aberrante.

Secondo il giudice, la sua sentenza è giustificata e universalmente riconosciuta dal sapere scientifico (non citando le fonti), perché il legame tra madre e figli si stabilisce durante la gestazione, non per la diretta consanguineità ma quanto piuttosto per il rapporto simbiotico tra gestante e bambino che avviene nell’utero. A rifletterci un attimo, questa tesi va a creare un cortocircuito anche con il cosiddetto “utero in affitto”. Secondo la sentenza, infatti, non è possibile recidere il legame tra “mamma e gestante” e il bambino dovrà essere necessariamente della donna che lo ha portato in grembo e non della coppia che lo ha “ordinato”.

Appunto … i bambini oggetto. Follia.

Direttivo “Comitato Progetto Uomo”

lunedì 26 maggio 2014

Elezioni UE: nel paese dei ciechi l'orbo è re

Dalle elezioni per il Parlamento Europeo il PD è uscito più forte che mai e ora Renzi si avvia, salvo imprevisti, a un governo di legislatura. Il M5S e FI pagano una campagna elettorale che definire stolta è dir poco. La “moderazione” apparente di Renzi, che accortamente non è sceso al livello dei suoi avversari, gli ha regalato un risultato al di là di ogni aspettativa e per giunta sembra avergli conferito quella legittimazione democratica che gli mancava. Il voto italiano è il più "europeista" tra quello dei paesi di primo piano della UE, ma questo è avvenuto grazie a un paradosso. Il PD ha vinto perché queste elezioni non avevano affatto come tema principale l'Europa, ma sono state intese come un plebiscito pro o contro il governo per fini di politica interna. Ora chi ha voluto la prova di forza è stato servito.

È stato Renzi a vincere, o è stato il demerito dei suoi avversari? Probabilmente entrambe le cose. Renzi ha saputo scippare alcuni temi cari al centrodestra senza realmente condividerne le idee. È stato il primo politico della sinistra che ha avuto l'intuizione che gli elettori del centrodestra andavano corteggiati anziché demonizzati, e questa tattica ha ampiamente pagato. Il comportamento del M5S è stato incredibile, ai limiti della follia suicida. Ha condotto una campagna elettorale basata esclusivamente su insulti, minacce, rivendicazioni insensate di vittoria anticipata che mascheravano l'assoluta assenza di idee e proposte. Ha ragione chi ha scritto che il M5S è stato forse uno specchietto per le allodole, un falso partito di opposizione che doveva incanalare il malcontento in una direzione innocua per chi siede nella stanza dei bottoni e non rende conto a nessuno del proprio operato.

Sulle forze di centrodestra sarebbe meglio stendere un velo di pietoso silenzio. Più che di una sconfitta bisognerebbe parlare di una rotta. Personalismi, voltafaccia, scismi, meschine ripicche e illusioni velleitarie di un ritorno alle origini hanno tolto ogni credibilità a Berlusconi e a FI. Inutile incolpare solo le toghe rosse. Il movimento non c'era più da anni, e solo pochi illusi si aggrappavano fideisticamente al nome del Capo ripetendolo come un mantra. Il NCD gongola della sua strepitosa quota al 4%. Resta da spiegare in che modo riuscirà d'ora in poi a influenzare il PD che ha preso dieci volte tanto. In conclusione, Renzi ha vinto perché “nel paese dei ciechi, l'orbo è re”. Di fronte all'inconcludenza velleitaria delle altre forze politiche, il PD è apparso come l'unica alternativa seria e credibile, anche perché il governo sembra voler mantenere tutte le sue promesse a cominciare dai famosi 80€ in più nella busta paga. Ma manterrà anche ben altre promesse, come vedremo subito.

Cosa è successo intanto al voto cattolico? E soprattutto, esiste ancora un voto cattolico? Io credo che queste elezioni siano le prime ad averne certificato definitivamente e irrimediabilmente il decesso. È stato il voto più laico che si sia mai verificato finora nella storia della Repubblica. Non occorre essere dei geni per capire che quello delle europee è stato un voto contro la vita e contro la famiglia, un voto che ci porterà dritto filato ai “nuovi diritti civili”; un voto che ribadirà ancora più strettamente le catene dell'invadente burocrazia dello stato e della UE; un voto a favore di una sempre più grave espropriazione della nostra sovranità nazionale; un voto che spalanca senza più rimedio le porte a un immigrazionismo incontrollato. In questa campagna elettorale i cattolici non sono esistiti, punto e basta. Nella massima parte si sono accodati a Renzi pensando che fosse “il male minore” (come mi è toccato sentire da un prete tutto contento di averlo votato). Il popolo cattolico che si mobilitò con Ruini non esiste più, è rimasto “satisfatto e stupido”, per dirla con Machiavelli.

Le cause di questa sconfitta sono molteplici ma una mi sembra particolarmente importante: la debolezza culturale, l'incapacità di porsi sulla scena pubblica con la propria identità e la propria storia, la ricerca del compromesso a tutti i costi. La prova a contrario è il risultato del voto in Francia, in Inghilterra e nella calunniatissima Ungheria, dove i partiti di destra non hanno avuto paura di presentarsi come tali, e dove hanno raccolto la maggioranza dei consensi.


Anche se non si tratta di partiti dichiaratamente cattolici, che anzi non hanno nelle loro priorità la promozione dei valori non negoziabili (a parte l'Ungheria), quel che interessa qui è constatare che la chiarezza e la capacità di affrontare di petto il "politically correct" pagano sempre. Una chiarezza che al mondo cattolico è clamorosamente mancata e che costerà danni irreversibili al tessuto morale e umano del nostro paese.

Giovanni Romano

giovedì 22 maggio 2014

Hannah Arendt e Rita Levi Montalcini (una correzione)

Di recente mi sono imbattuto sul sito di Culturacattolica.it in un aneddoto molto interessante sulla vita della grande pensatrice ebrea Hannah Arendt:

Al ritorno da Gerusalemme, nel 1962 [dove aveva assistito al processo contro Eichmann, esperienza da cui sarebbe nato il suo libro più celebre, "La banalità del male", N.d.R.], la Arendt si mette alla macchina da scrivere giorno e notte, tra montagne di fascicoli processuali e una sigaretta dietro l’altra (letteralmente). Un mattino il marito, vedendola al lavoro, sta per uscire di casa in punta di piedi. Hannah lo raggiunge sull’uscio per rivolgergli un curioso e dolce rimprovero: «Come puoi lasciarmi così, senza un bacio e un buffetto?». Lui: «Non si disturbano i grandi filosofi mentre pensano». La risposta di lei non si fa attendere: «Ma senza bacio non riescono a pensare!» (Link).

Mio malgrado, ho paragonato queste parole a quel che disse Rita Levi Montalcini in occasione del suo centesimo compleanno:

Il corpo faccia quel che vuole, io sono la mente. (Link).

Queste parole, pur comprensibili alla luce della cecità progressiva che colpiva la scienziata, mi hanno sempre dato l'impressione di una grande freddezza, quasi di arroganza. Qui si tocca con mano la distanza che separa l'umanesimo dallo scientismo. Con tutto il rispetto per l'osannatissima Levi Montalcini, se dovessi prendere posizione tra le due sceglierei senz'altro Hannah Arendt. Il suo è un pensiero che non riduce l'uomo all'attività puramente intellettuale, un pensiero che non ha bisogno di censurare né di disprezzare niente. Per la Levi Montalcini l'umano era solo materiale biologico da manipolare (da qui le sue battaglie per l'aborto e la fecondazione artificiale); al contrario la Arendt non ha mai perso di vista che il punto di partenza per conoscere la realtà è l'affettività, la ricchezza e l'approfondimento delle relazioni umane, non la loro eliminazione. E se dovessi dire quale delle due lascerà al mondo l'eredità spirituale più profonda, ricca e duratura indicherei senza esitazione Hannah Arendt.

Giovanni Romano

P.S: Di recente mi sono imbattuto in un'altra citazione della Montalcini che corregge in parte l'impressione negativa che mi avevano fatto le sue parole di cui sopra. La frase è questa:

Rare sono le persone che usano la mente.
Poche coloro che usano il cuore
e uniche coloro che usano entrambi.

Questo rende senz'altro giustizia alla scienziata italiana, ma credo che la semplicità di cuore (che forse porta a usare bene anche la mente) è più diffusa di quanto lei pensasse.

domenica 11 maggio 2014

Lettera aperta agli immigrazionisti

Quando ho letto la "Lettera ai candidati europei" a cura di molte organizzazioni cattoliche tra cui la Fondazione Migrantes, il mio primo pensiero era quella di cestinarla immediatamente. Poi mi sono immedesimato nei panni di un candidato cattolico alle elezioni europee e ho pensato che simili balordaggini non dovevano restare senza risposta. Ecco quanto ho scritto:

Cari Signori,

ho letto con attenzione, da cima a fondo, il vostro appello in vista delle elezioni europee. Da cattolico che parla ad altri cattolici non posso non notare con dolore che avete assolutamente trascurato i temi più brucianti sui quali si giocheranno le prossime elezioni europee, e che determineranno i nostri destini non meno dell'incontrollata marea umana che sta invadendo il continente europeo.

Non avete speso una parola, nemmeno una, sui temi etici più scottanti del momento: la promozione della cultura della morte e la lotta contro l'obiezione di coscienza all'aborto; l'attacco e la distruzione contro la famiglia naturale, l'eliminazione delle "vite inutili" con l'eutanasia. 

Nemmeno, a quanto pare, v'interessa trattare dell'oppressione fiscale che pesa sulle famiglie e sulla parte più produttiva del paese, e la lontananza autoreferenziale di istituzioni europee totalmente distaccate dalla vita quotidiana dei cittadini che dicono di rappresentare ma che pretendono di regolare con pignoleria maniacale.

Per quanto riguarda l'immigrazione (sarebbe più giusto parlare di una invasione, viste le modalità  a volte persino violente con cui avviene, basti pensare il vero e proprio assedio alle città spagnole di Ceuta e Melilla sulla costa del Marocco) mi sembra di capire che voi la consideriate un bene in sé. Permettetemi di dissentire, e di precisare che quanto dirò non rappresenta un dialogo con voi, perché il mondo cattolico parla ormai due o più lingue diverse, e quello che sembra importantissimo a una parte è irrilevante per l'altra. Scrivo solo per esporre le mie ragioni, senza pretendere che vengano capite.

Voi definite "vecchia, chiusa, rancorosa e xenofoba" un'Europa che si preoccupa - a mio avviso giustamente - dell'arrivo di milioni di persone senza realistiche prospettive economiche di inserimento, con il pericolo di creare ghetti e società chiuse all'interno della società, o peggio ancora di dare spazio a culture aggressive come quella islamica. Non vi dice niente l'eliminazione silenziosa del prosciutto e della carne di maiale dalle mense scolastiche, il piano d'infiltrazione delle scuole pubbliche da parte degli islamisti scoperto di recente in Inghilterra, il riconoscimento della sharia da parte dei tribunali inglesi e l'imposizione del velo alle donne ovunque i musulmani sono presenti? Senza parlare della lotta senza quartiere alle preghiere e ai simboli cristiani in tutta Europa, il Crocifisso in primo luogo, condotta sia contro i luoghi sia contro le persone? Questi non sono argomenti importanti per voi, che siete sacerdoti cattolici? Vogliamo ritrovarci in una situazione come quella nigeriana?

Certo, voi rispondereste che ci vogliono il dialogo e l'accettazione delle altre culture. Ma le altre cultura presenti in Europa sono forse esentate dal prendere in considerazione la nostra e i suoi valori? Dobbiamo sempre e soltanto sentirci in colpa per il solo fatto che esistiamo? Di fronte all'altro dobbiamo sempre presentarci senza volto né storia né identità?

Nella vostra lettera avete dato per scontato il suicidio demografico dell'Europa senza preoccuparvi di individuarne le cause né tantomeno di suggerire dei rimedi, se non permettere l'arrivo di popoli che non conoscono il nostro modo di vivere e che a volte persino lo disprezzano. Non posso essere d'accordo in nessun modo con una visione tanto unilaterale, ristretta e superficiale di un problema così vasto come quello della ricostruzione morale e demografica dell'Europa. Dichiaro quindi subito di respingere il vostro appello e di battermi fin da ora per valori molto più profondi che non quelli del vostro superficiale immigrazionismo.

Distinti saluti,

Giovanni Romano

sabato 19 aprile 2014

La pseudo-democrazia del Web e l'omocensura a Gianfranco Amato

[Ultim'ora: la pagina Facebook è ricomparsa con il nome di "Avvocato Gianfranco Amato fanpage". Ritengo tuttavia che i giudizi espressi nel mio post restino validi e pertanto non li cancello.]

Che Grillo fosse un illuso lo sapevamo. Il Web è un posto dove domina tutto fuorché la democrazia. La prima discriminazione è tra chi ha le risorse tecniche e le conoscenze per accedervi, e chi no. La seconda è il pensiero (?) "politically correct" che imperversa sulla Rete (troverete molta più solidarietà per le balene, i delfini e i gorilla di montagna che per gli esseri umani, fate la prova). La terza, probabilmente la più importante, è che il potere è in mano agli amministratori dei social networks, gente anonima che decide senza appello quali contenuti devono passare e quali no. Si è tornati ai tempi dell'Inquisizione: accusato da delatori anonimi, processato da giudici senza volto, tocca all'imputato difendersi perché presunto colpevole.

L'ultimo episodio, veramente molto grave, è stata la soppressione della pagina Facebook dell'Avv. Gianfranco Amato che in queste settimane sta conducendo una battaglia coraggiosa, ma impari, contro la deriva antropologica e giuridica dei "nuovi diritti". Ecco qui l'incredibile motivazione di Facebook:



Pensavo che un sito Web americano esagerasse quando ha riportato la notizia che il Dept. of Justice USA sta considerando seriamente di considerare "hate speech", incitamento all'odio, l'uso dei termini "mamma" e "papà", ma a questo punto mi devo ricredere, visto ciò che è accaduto all'Avv. Amato. È "incitamento all'odio" dire che la famiglia è composta dall'uomo e dalla donna? È "incitamento all'odio" segnalare i pericoli di un documento, quello dell'UNAR, che incoraggerebbe persino le denunce anonime? 

In segno di solidarietà con l'Avv. Amato, pubblico qui una mia recensione inedita al suo libro "Omofobia o eterofobia? - Perché opporsi a una legge ingiusta e liberticida", pubblicato da Fede & Cultura nel gennaio scorso:


Gianfranco Amato - “Omofobia o eterofobia?” (Perché opporsi a una legge ingiusta e liberticida)
– Fede & Cultura, 16 Euro, pp. 207

Raramente un libro è arrivato in un momento più drammatico. Il sovvertimento antropologico istigato dagli USA di Obama e dalla UE sta per cogliere i suoi frutti con l'approvazione del rapporto Lunacek. Una propaganda martellante a senso unico dipinge da anni su tutti i media gli omosessuali come vittime di continue discriminazioni, violenze, calpestamento dei propri diritti. La famiglia naturale viene penalizzata e relativizzata come solo una delle unioni possibili, in nessun caso meritevole di maggior tutela rispetto al “matrimonio” gay, alle convivenze o alla poligamia. Non ci si è arrestati di fronte al falso pur di creare a tavolino i “casi pietosi”  necessari per fomentare un'atmosfera di continuo allarme sociale e far passare delle leggi duramente repressive verso chiunque si azzardi a obiettare contro i “nuovi diritti”.

Gianfranco Amato, presidente nazionale dell'organizzazione Giuristi per la Vita, ci offre un documentatissimo, serrato dossier sul modo in cui questo processo viene spinto a tappe forzate anche in Italia, sulle discriminazioni – queste sì reali! – che subiscono in particolare i cristiani quando le loro convinzioni entrano in rotta di collisione con la mentalità che si vuole imporre.

Prima di tutto, l'Autore smonta la mistificazione secondo cui gli omosessuali sarebbero giuridicamente penalizzati rispetto agli “etero”. In realtà, Amato dimostra che le leggi esistenti offrono già una completa tutela dei diritti alle persone omosessuali tanto sotto il profilo civile quanto sotto quello penale. In secondo luogo, viene presentata una panoramica inquietante sui casi di attacchi, umiliazioni e sanzioni penali ai danni di chiunque abbia preso posizione in difesa della famiglia naturale (in Italia il caso Barilla, in Inghilterra e negli USA i predicatori di strada, i sacerdoti e i semplici cittadini cristiani che ad esempio si sono rifiutati di preparare una torta per le nozze di due lesbiche). 

La parte più corposa del libro è dedicata all'esame critico del documento dell'UNAR sulla prevenzione delle discriminazioni “basate sull'identità di genere” e soprattutto del disegno di legge Scalfarotto che introduce nuove, esorbitanti sanzioni per chiunque si macchi del reato di “omofobia”.

Come fa notare l'Autore, entrambi questi documenti presentano implicazioni molto pericolose. Il primo perché introduce una non meglio specificata “rete di antenne” per “intercettare e raggiungere le sacche di discriminazione omofoba presenti nel nostro paese” fino a prevedere la possibilità di denunce anonime. Il secondo perché, in mancanza di una definizione precisa e univoca del reato di “omofobia”, lascia alla discrezione del giudice (e persino dell'accusatore!) stabilire se si è in presenza di un comportamento omofobo oppure no. Senza contare che in questo modo si violerebbero due principi stabiliti dalla Costituzione: la libertà di pensiero e di espressione di cui all'articolo 21 perché ogni manifestazione critica verso l'omosessualità viene parificata all'”incitamento all'odio”, e il principio di uguaglianza sancito dall'articolo 3 perché lo stesso crimine verrebbe punito in modo diverso secondo che sia perpetrato ai danni di un omosessuale o di un eterosessuale.  Come osserva acutamente l'avv. Amato, il fine ultimo di questa norma è di passare da un criterio quantitativo di punizione del reato a un criterio qualitativo, perché considera implicitamente l'omosessualità come un valore da tutelare in sé.

Di particolare interesse, infine, è la documentazione dei lavori parlamentari che hanno accompagnato l'iter del disegno di legge Scalfarotto: sedute notturne, tempi strettissimi e contingentati, brutali interruzioni contro le opinioni dissenzienti, ingenuità e tatticismi di corto respiro da parte di alcune forze politiche che non hanno saputo né voluto opporsi in modo efficace (FI in primo luogo), tradimento dei patti da parte del PD hanno condotto all'approvazione di questa legge “ingiusta e liberticida” alla Camera, e anche quella al Senato sembra ormai certa. 

Con l'aria pesante che tira, sarebbe il caso di invitare chiunque abbia a cuore la libertà e la famiglia a comprare e leggere subito questo libro. Domani potrebbe essere illegale.

Giovanni Romano

sabato 29 marzo 2014

Anche le famiglie sanno leggere (mi spiace per Scalfarotto)

L'intervento di Ivan Scalfarotto, sottosegretario alle riforme, diffuso dall'Agenzia ANSA il 24 marzo scorso, ribatteva al collega Gabriele Toccafondi che in un'intervista al settimanale TEMPI aveva espresso gravi perplessità per una sictcom gay destinata alle scuole, e protestava perché Vladimir Luxuria era stato invitato a un'assemblea scolastica a Modena senza che i genitori dei ragazzi fossero informati e senza alcun contraddittorio.

Vale la pena commentare per esteso la dichiarazione di Scalfarotto perché mostra molto bene le bugie e i sofismi con cui si cerca di far passare l'ideologia del gender e l'imbavagliamento di chi la pensa diversamente. Tanto per cominciare, l'intervento si apre con un tono di supponente ironia verso il collega che viene trattato da irredimibile troglodita: Se avesse letto il testo licenziato dalla Camera, il sottosegretario Toccafondi saprebbe che la legge protegge espressamente il diritto di opinione, che del resto è protetto dall’articolo 21 della Carta fondamentale.”

Effettivamente il testo licenziato dalla Camera e presentato al Senato è piuttosto annacquato rispetto al disegno di legge originalmente presentato dallo stesso Scalfarotto il 13 marzo 2013 (vale la pena leggerlo qui). Ma il merito non è certamente di Scalfarotto, che nella stesura originale e nella sua relazione di accompagnamento al disegno di legge non accennava minimamente alla libertà di opinione. Alcune delle sue affermazioni, al contrario, erano decisamente inquietanti. Ad esempio, il disegno di legge proponeva di sostituire all'espressione propaganda di idee discriminanti (di cui al decreto legge 26 aprile 1993 n.122) la mera diffusione. Chiunque può vedere che questo è un concetto interpretabile con larghissimo arbitrio: sotto questa mannaia l'omelia di un sacerdote, la citazione di un versetto biblico, il rifiuto di partecipare a una festa di matrimonio gay o la semplice espressione del proprio disagio di fronte a una coppia omoparentale sarebbero tutti da considerare “diffusione di idee discriminanti” e come tali da punire con la reclusione fino a un anno e sei mesi? Altrettanto dicasi per la sostituzione della parola finalità con la ben più vaga motivi, e istigazione (comportamento definito con molta precisione dal Codice Penale, ad esempio nell'art.414) con incitamento. Inoltre l'art. 5 del disegno di legge stabiliva che la circostanza aggravante dell'”omofobia” “è sempre considerata prevalente sulle ritenute circostanze attenuanti”. Come difesa della libertà di espressione non c'è male.

L'ironia si fa sofisma quando Scalfarotto nega che ci fosse bisogno di un contraddittorio per Luxuria: “Quanto alla partecipazione di Vladimir Luxuria a un’assemblea scolastica – aggiunge – il segretario Toccafondi dice che in questi casi ci sarebbe bisogno di contraddittorio. Questo e’ un concetto che fa a pugni con il buon senso. Forse che quando invitiamo nelle scuole altre minoranze c’e’ bisogno di contraddittorio? Toccafondi suggerisce forse di invitare i negazionisti quando si parla di antisemitismo o il Ku Klux Klan quando si parla di razzismo? E, infatti, a questo serve l’Unar: a combattere tutte le discriminazioni, secondo le innumerevoli raccomandazioni di Unione Europea e Consiglio d’Europa sull’argomento.”

Se c'è qualcosa che fa a pugni col buon senso sono proprio argomentazioni come queste. Paragonare le famiglie ai negazionisti dell'Olocausto o al Ku Klux Klan è oltraggioso a dir poco. È una tattica ben collaudata: soffocare un dibattito minimizzando la posta in gioco (ma se si trattasse semplicemente di buon senso, perché chiamare in causa l'UE e il Consiglio d'Europa, due organizzazioni che da sempre spalleggiano gli attacchi alla famiglia?). Il risultato pratico è che i genitori non c'entrano più niente con l'educazione dei propri figli.

Di particolare interesse la conclusione di Scalfarotto, che rivela forse involontariamente i retroscena del suo modo di pensare: vergogna per la propria cultura di appartenenza, complesso di inferiorità verso il Nordeuropa, supino adeguamento agli stereotipi imposti dall'UE, fino a una conclusione imprevista che mette davvero a disagio:

E’ piuttosto l’Italia ad essere in una posizione pochissimo invidiabile di fanalino d’Europa sul tema dei diritti e delle libertà della persona: parlo di diritti Lgbt, ma penso anche alla vicenda delle carceri e al recente richiamo del Capo dello Stato sul fine vita”.

Vi sembra normale che un discorso partito da tutt'altre premesse debba concludersi con un accenno così funereo al fine vita? E come mai, nella cultura politica della sinistra, le rivendicazioni sulla parità vanno sempre insieme con quelle sulla morte?

Giovanni Romano

venerdì 28 marzo 2014

Miopia fiscale e disoccupazione

Una mia amica è andata dall'estetista e mi ha raccontato di aver trovato una brava titolare, scrupolosa e preparata. Era oberata di lavoro ma non poteva assumere nessuna collaboratrice – così ha detto – per via delle tasse troppo alte di cui l'avrebbero caricata se avesse allargato la propria attività (già così il suo reddito se ne andava quasi tutto in tributi). Ha dovuto anche rimandare indietro alcune donne che si erano offerte di lavorare in nero, perché una visita dell'Ispettorato del lavoro l'avrebbe rovinata e costretta a chiudere.

Una storia banale, si dirà. In giro c'è molto di peggio, storie di disperazione che arrivano fino al suicidio, esempi rivoltanti di meschinità burocratica e rapacità delle banche e del fisco. Come pure sono banali le conclusioni che se ne possono trarre: la paranoia fiscale del governo (e del vero padrone, la UE) è la prima causa della disoccupazione e della mancata crescita invocata solo a parole proprio da chi ci ha mandati alla rovina.

Ma il lato peggiore di questa storia, quello che lascia l'amaro in bocca, è che sia considerato normale che una donna laboriosa e intraprendente sia costretta a faticare da sola senza poter né allargare né migliorare la propria attività; che sia considerato normale impedire di assumere grazie ad assurde barriere fiscali (che si traducono in una perdita secca per lo stato, dal momento che i disoccupati non pagano le tasse, o pagano molto meno di quello che pagherebbero se venissero assunti); che sia considerato normale considerare il lavoratore indipendente solo come un ladro, un potenziale evasore da braccare con i cani e spremere come un limone anziché un produttore di lavoro e di ricchezza.

Si dice che ogni popolo ha il governo che si merita. Sarebbe vero se avessimo il potere di eleggere il governo che ci meritiamo, ma siamo già al terzo esecutivo che non risponde al popolo sovrano. Forse lavoratrici come lei meritano un governo migliore, molto migliore.

Giovanni Romano

lunedì 24 marzo 2014

Dante, gli ignavi e il paradosso del Limbo



Agli occhi di un lettore del XXI° secolo l'Inferno di Dante presenta aspetti decisamente strani, per non dire paradossali. Ad esempio gli assassini sono puniti meno severamente degli usurai, degli sfruttatori di prostitute, degli indovini, dei ladri e dei falsari. Alcuni di questi paradossi possono essere spiegati con la fede nell'immortalità dell'anima e la concezione organica e comunitaria della società medievale: togliere la vita fisica a una persona (destinata comunque alla vita eterna) era meno grave che corromperle l'anima e destinarla all'eterna dannazione, oppure rovinarle la vita terrena con l'usura e il furto.

C'è tuttavia un paradosso più sottile, più profondo, che non riesco tuttora a spiegarmi: come mai Dante ha collocato nell'Antinferno le anime degli ignavi mentre quelle dei pagani meritevoli e giusti, e quelle dei bambini incolpevoli morti senza battesimo, si trovano nel Limbo, che pur essendo un luogo senza pene è un girone infernale a tutti gli effetti, collocato al di là dell'Acheronte? Tra gli ignavi ci saranno indubbiamente dei battezzati, specie se s'identifica con Papa Celestino V “colui che fece per viltade il gran rifiuto”. Inoltre, il comportamento indifferente verso Dio costituisce di per sé un'offesa a Lui, e non può certo essere attribuito a ignoranza incolpevole. Le anime di chi ha agito rettamente secondo la legge morale non dovrebbero essere dunque collocate più in alto di quelle degli ignavi?

Vorrei che qualche esperto di filosofia tomistica medievale mi chiarisse le idee, per farmi capire la scelta di Dante in base ai criteri del suo tempo.

Giovanni Romano

lunedì 10 marzo 2014

Quando vi chiederanno cosa significa "morire con dignità"...

... pensate a Mario Palmaro (nella foto), insegnante, giornalista, cattolico di grande e limpida fede. Uno dei pochi che non si sono mai arresi al politicamente corretto e al buonismo bugiardo che stanno prendendo sempre più piede nella Chiesa.

Non l'ho mai conosciuto di persona ma ho letto con passione i suoi libri e i suoi interventi sempre coraggiosi e controcorrente. Il suo era "Sì, sì, no, no", senza ambiguità e cedimenti o compromessi con le mode del pensiero dominante. È come se avessi perso un amico, anche se sono sicuro che da dove è ora pregherà per noi, per le nostre difficoltà e per il nostro mondo che corre ciecamente alla rovina.

Mi permetto di riportare la sua ultima testimonianza, scritta poco tempo prima della morte avvenuta ieri. Spero che di fronte a parole così vere e profonde chi blatera di eutanasia e di "morte dignitosa" sosti almeno per un attimo in rispettoso silenzio.

"Con la malattia capisci per la prima volta che il tempo della vita quaggiù è un soffio, avverti tutta l’amarezza di non averne fatto quel capolavoro di santità che Dio aveva desiderato, provi una profonda nostalgia per il bene che avresti potuto fare e per il male che avresti potuto evitare. Guardi il crocifisso e capisci che quello è il cuore della fede: senza il Sacrificio il cattolicesimo non esiste. Allora ringrazi Dio di averti fatto cattolico, un cattolico “piccolo piccolo”, un peccatore, ma che ha nella Chiesa una madre premurosa.

Dunque, la malattia è un tempo di grazia, ma spesso i vizi e le miserie che ci hanno accompagnato durante la vita rimangono, o addirittura si acuiscono. È come se l’agonia fosse già iniziata, e si combattesse il destino della mia anima, perché nessuno è sicuro della propria salvezza.

D’altra parte, la malattia mi ha fatto anche scoprire una quantità impressionante di persone che mi vogliono bene e che pregano per me, di famiglie che la sera recitano il rosario con i bambini per la mia guarigione, e non ho parole per descrivere la bellezza di questa esperienza, che è un anticipo dell’amore di Dio nell’eternità. Il dolore più grande che provo è l’idea di dover lasciare questo mondo che mi piace così tanto, che è così bello anche se così tragico; dover lasciare tanti amici, i parenti; ma soprattutto di dover lasciare mia moglie e i miei figli che sono ancora in tenera età. Alle volte mi immagino la mia casa, il mio studio vuoto, e la vita che in essa continua anche se io non ci sono più. È una scena che fa male, ma estremamente realistica: mi fa capire che sono, e sono stato, un servo inutile, e che tutti i libri che ho scritto, le conferenze, gli articoli, non sono che paglia.

Ma spero nella misericordia del Signore, e nel fatto che altri raccoglieranno parte delle mie aspirazioni e delle mie battaglie, per continuare l’antico duello". (Mario Palmaro, 5 giugno 1968 - 09 marzo 2014)

venerdì 14 febbraio 2014

Chi ha vinto nel caso Cutrì?


È ancora fresca nella memoria la drammatica evasione del latitante calabrese Cutrì, la cui fuga è costata la vita a un suo fratello e si è conclusa con il suo arresto e quello di tutta la banda.

Fa veramente impressione vedere le riprese del covo dove si era rifugiato. Un ambiente squallido, schifosamente abbandonato, disordinato e sporco, molto peggiore di una cella. A guardarlo tornano in mente le parole di Victor Hugo sulla fuga di Jean Valejan: la “libertà” dell'evaso è fatta di ansia e di trasalimenti continui, di terrore, di ferocia, di impossibilità di inserirsi nel mondo delle persone normali.

Ne valeva la pena? Valeva la pena perdere un fratello per ritrovarsi braccato come una bestia, progressivamente isolato e poi sconfitto? Una domanda che probabilmente non avrà nemmeno sfiorato Cutrì. Per quella gente, e per quella mentalità, contano l'onore, la vendetta. E questo li trascina in una spirale di violenza senza fine. C'è poco da dubitare che, se fosse riuscito a prendere il largo, Cutrì prima o poi avrebbe organizzato un agguato o un attentato alle forze dell'ordine per vendicare il fratello morto. Come dimostra chiaramente anche l'appello di sua madre ad “andare fino in fondo”, l'importante era sfidare l'autorità, dimostrare di essere il più forte contro tutto e tutti. A questi livelli, la criminalità non è solo questione di denaro ma soprattutto di potere.

Per questo ho trovato inadeguate le parole dell'ex ministro dell'interno Alfano quando ha detto che si trattava di una “vittoria dello stato”. Avrebbe fatto meglio a dire che si trattava di una vittoria della legge. Lo stato è una macchina cieca che chiunque abbia il potere può manovrare a suo piacimento, senza rendere conto ai cittadini (come stiamo vedendo in queste ore) mentre la legge, almeno in teoria, è imparziale, vale per tutti, per il ministro come per il delinquente, e difende prima di tutto non il potere ma i pacifici cittadini che hanno diritto di essere protetti dal capriccio e dalla crudeltà di un criminale.

Giovanni Romano

giovedì 13 febbraio 2014

Snoopy. le stelle cadenti e la pretesa cristiana

Avevo scelto questa foto come immagine di copertina per il mio profilo Facebook, aggiungendovi una bella meditazione di Benjamin Franklin:





Con benevola ironia, un mio amico ateo mi ha risposto con un'altra immagine:




Sul momento ho pensato che il mio amico avesse ragione. Forse guardando il cielo guardiamo solo la proiezione di noi stessi, ma in realtà non c'è cosa stabile nell'intero universo, e le stelle meno di tutti... È illusorio aggrapparsi a segni che sono pura apparenza.

E poi, qualche ora dopo, chissà come mi è venuto in mente un versetto del Vangelo di Marco (13,31) che mi ha quasi fatto sobbalzare, tanto rispondeva a questa sfida con un'altra sfida:

Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

Fino a quel momento non avevo colto la profondità e la radicalità della pretesa di Cristo. Chi è costui che non ha avuto paura di sfidare nemmeno le stelle cadenti, anzi l'intero universo, tutto il tempo e tutto lo spazio? O è una pretesa assolutamente folle, insensata, fatta da uno sconosciutissimo ex falegname che si era autonominato maestro, oppure la risposta è proprio lì, nell'affermazione sicura e pacata di una Presenza che non verrà mai meno, di una verità che niente potrà mai distruggere, nemmeno la caduta delle stelle. Arrivare a dire quelle parole significa affermare di essere né più né meno che il centro di tutto l'universo. Significa dichiarare di essere più essenziale per l'uomo che le stelle e il cosmo. Il cielo e la terra possono passare - e passeranno - ma la Sua presa sul cuore e sul destino dell'uomo non passerà.

Per questo è sbagliato, secondo me, che la Chiesa oggi parli continuamente di "sfide", quasi che queste vengano dal mondo e la costringano spesso sulla difensiva, o a pietosi adattamenti. No, è la Chiesa a dover sfidare il mondo con la sicurezza di Uno che non ha avuto paura nemmeno delle stelle cadenti.

Giovanni Romano

venerdì 31 gennaio 2014

Anobii, se ci sei... batti un colpo!

Da tempo ormai sono iscritto al social network dei libri Anobii.com, dove ne ho inserita una quantità che probabilmente mi basterà per tutta la vita e che quasi certamente non riuscirò a finire anche a causa del tempo che passo al computer.

Di solito l'aggiunta di un nuovo libro è molto facile, dato lo sterminato database di volumi finora catalogati dagli utenti (nel momento in cui scrivo sono 41.914.333): basta immettere il titolo o il codice ISBN e il libro viene immediatamente inserito nel proprio scaffale.

Se poi il titolo non è stato ancora catalogato, niente paura: è sempre possibile introdurre i dati in una schermata che il sito mette a disposizione, e così si collabora alla crescita del database e ai contatti tra gli utenti. Tra la segnalazione di un nuovo testo e l'inserimento da parte di Anobii passano in media due o tre giorni.

Tutto ciò premesso mi chiedo: come mai Anobii non fa ancora comparire nel mio scaffale il libro dell'Avv. Amato di cui all'illustrazione, anche se ne ho creato la scheda da almeno una settimana? Forse l'argomento è troppo delicato, e il libro non è "politicamente corretto"? È vero che a volte Anobii funziona a singhiozzo, ma come diceva Andreotti: "A pensar male si fa peccato ma ci si azzecca quasi sempre".

ULTIM'ORA: Il libro è stato finalmente inserito. Grazie Anobii, ora spero che lo inseriscano anche altri.

Giovanni Romano

giovedì 30 gennaio 2014

"Mappa contro l'intolleranza" o strumento di schedatura?


Guardate questo disegno. Si riferisce a un articolo pubblicato dal quotidiano "La Stampa" il 16 gennaio scorso (link) relativo alla "Mappa dell'intolleranza", un software che non si limita a monitorare i tweet che contengono messaggi di odio contro le donne, gli omosessuali, i disabili, ma è capace anche di individuarne la provenienza attraverso la geolocalizzazione, e creare così una mappa delle aree più a rischio.

È vero che l'anonimato su Twitter offre un terreno di coltura fin troppo facile per l'insulto, il cyberbullismo o il cyberstalking, ma questa iniziativa è criticabile sotto due aspetti. Il primo è l'inquietante invasività del controllo informatico che certamente non si fermerà alle aree geografiche e arriverà fino al domicilio dei veri o presunti molestatori. Con il rischio di incolpare persone perfettamente innocenti. Sappiamo bene come gli hackers più esperti sono in grado di lanciare i loro attacchi da computers infetti e usati come "zombies" alla totale insaputa dei loro proprietari.

Il secondo aspetto è che si tratta di una mappa a senso unico e "politically correct". Solo alcune parole vengono monitorate (quelle illustrate nel disegno ne sono un esempio) e per giunta ad arbitrio dei programmatori. Nessuna offesa contro i cristiani, ad esempio, viene ritenuta degna di segnalazione. Non compaiono hashtags come #fanatico, #bigotto, #omofobo, #fascista, #clericale e via vituperando.

Che valore avrebbe quindi questa mappa se non quella di una pericolosa schedatura? D'altronde non si tratta di un'iniziativa isolata, ma s'inserisce in una rete a maglie sempre più strette che mira a controllare il pensiero e la libertà di opinione. Lo conferma il documentatissimo dossier Omofobia o Eterofobia? dell'Avv. Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la Vita, pubblicato da Fede & Cultura, di cui citiamo due passaggi particolarmente significativi.

In riferimento al documento dell'UNAR sulle strategie anti-discriminazione, si legge a pag.86:

"Per promuovere efficacemente" le misure e il piano strategico proposte anche a livello locale "Risulta utile coinvolgere le reti di prossimità quali ad esempio i centri regionali antidiscriminazione, i nodi provinciali, le antenne UNAR e le altre strutture messe in campo agli organismi del decentramento amministrativo (circoscrizioni, municipi eccetera) con l'obiettivo di intercettare e raggiungere in modo capillare" le sacche di discriminazione omofoba presenti nel nostro paese. Poiché non è precisato, occorre chiedersi cosa siano le "antenne UNAR": uffici, sportelli, organismi di controllo, delatori sotto copertura, spie? [Il neretto è mio, N.d.R.]
Alla pagina successiva si accenna a una prospettiva ancora più inquietante:

"... è stato attivato un indirizzo di posta elettronica dedicato (...) cui possono essere inviate, anche in forma anonima, segnalazioni di atti discriminatori". [Anche qui il neretto è mio, N.d.R.]

Giustamente Amato conclude: "Si percepisce nella lettura un vago e sinistro sentore orwelliano".

Un sentore tutt'altro che vago, purtroppo. Lo psicoreato avanza a grandi passi, e chiunque si azzarda a dissentire sentirà prima o poi bussare alla sua porta la Psicopolizia.

Giovanni Romano

venerdì 17 gennaio 2014

Ma siamo sicuri che sia un errore?

Qualche giorno fa, il noto quiz L'Eredità ha proposto un quesito: su che cosa si fonda la Repubblica italiana?

La risposta che vedete nella foto ha scatenato le facili ironie della Razza Eticamente Superiore. Quelli che leggono sempre La Repubblica, per intenderci, e che si autodefiniscono colti, illuminati e progressisti. Mi sembra quasi di sentire il loro grido scandalizzato: com'è possibile tanta ignoranza, tanta mancanza di senso civico? Mi sembra di vederli guardare con una smorfia di beffardo compatimento "quei due poveri ignoranti abbrutiti da venti anni di berlusconismo"...

Io trovo però che forse ha più ragione l'ingenuità dei concorrenti, che hanno fatto riferimento a una realtà  tangibile come la famiglia, rispetto a una definizione arida e astratta quale quella di "lavoro". Prima di tutto perché oggi di lavoro ce n'è ben poco, specialmente per i giovani di quell'età, e richiamarsi a un valore così evanescente rischia di suonare vuota retorica. In secondo luogo, nemmeno i costituzionalisti più smaliziati sono riusciti a mettersi d'accordo su una definizione soddisfacente di cosa rappresenti il lavoro come valore.

A parte il complesso di superiorità, forse la reazione della Razza Eticamente Superiore nasconde paura e nervosismo di fronte alla verità elementare che nel quiz è balenata per un attimo: la famiglia è un nucleo naturale che viene prima dello stato e costituisce anche un ostacolo potenziale alle sue pretese totalitarie. Un'evidenza che in questo momento è particolarmente sotto attacco, e che si cerca inutilmente di esorcizzare con beffe e spiritosaggini a buon mercato.

Giovanni Romano

sabato 4 gennaio 2014

Bellezza, una parola dimenticata

Il 1° gennaio, se ben ricordo, la presidentessa della Camera Laura Boldrini ha assistito a un concerto di musica jazz con la partecipazione della giovanissima ma già affermata sassofonista cilena Melissa Aldana. Intervistata da Radio 3 sulle sue impressioni della manifestazione, ha risposto: "Bellissima! Ecco cos'è la musica: è meticciato, è mescolanza, è contaminazione!".

Apprezzo la passione della presidentezza Boldrini per il jazz, ma mi chiedo se i nostri politici, tranne qualche lodevole eccezione, debbano per sempre e comunque parlare per luoghi comuni e frasi fatte. Perché lei non ha detto semplicemente che la musica è bellezza? Né il meticciato né una esasperata "purezza" sono dei valori in sé. È l'artista che attinge liberamente al suo vissuto e al repertorio di esperienze di altri artisti per creare un prodotto inconfondibilmente suo, che può benissimo essere debitore a un'infinità di stili, ma si impone come un'esperienza nuova, una nuova scoperta, una parola mai detta prima che raggiunge e tocca tutti. Nell'arte la bellezza è data dal punto di arrivo, non dall'accumularsi del materiale di partenza.

Giovanni Romano