martedì 31 dicembre 2013

Schumacher, dove comincia la vera "pietas"



"Prima di chiamare felice qualcuno, aspetta l'ultimo giorno della sua vita". Così recitava un adagio degli antichi Greci, e mai come nel caso di Schumacher è sembrato tanto appropriato. Un uomo che dalla vita ha avuto praticamente tutto, un vincitore nato, un campione osannato da tutto il mondo, ricco, famoso e amico di molti potenti, in pochi istanti si è ritrovato a lottare per la vita col cranio frantumato, e anche se riuscisse a sopravvivere (cosa che gli auguriamo di cuore) non tornerà mai più a essere quello di prima e quasi certamente trascorrerà il resto dei suoi giorni con menomazioni gravissime.

I Greci forse avrebbero visto in questo incidente (che Schumacher avrebbe potuto benissimo evitare, va detto) una manifestazione dell'invidia degli dei che non permetto all'uomo di essere troppo felice, o lo puniscono per la sua hybris quando crede di bastare a se stesso.

Fin qui forse si sarebbe fermata la loro saggezza, e sarebbe diventata contemplazione rassegnata del male altrui. Ma nel caso di Schumacher sta accadendo qualcosa di diverso. Tutto il mondo gli si sta stringendo intorno, segue i bollettini medici, tantissimi stanno pregando per lui. Schumacher ci appartiene come ci appartengono i vincenti perché in loro vediamo il riscatto delle tante sconfitte, delle tante umiliazioni, delle tante mediocrità di cui è fatto il nostro anonimo quotidiano. Sarà stato anche un pilota “freddo” e “antipatico” (cosa che non ho mai personalmente avvertito) però era un combattente leale, un uomo di coraggio, un asso di prim'ordine, il cui valore si è imposto a tutti gli sportivi e anche a quelli che non s'intendevano di automobilismo. Era così famoso da essere diventato una parte della nostra vita, per questo sentiamo così acutamente lo shock della sua improvvisa disgrazia.

Ma la simpatia e la solidarietà verso Schumacher hanno anche un risvolto più profondo, intriso di pietas cristiana forse inconsapevole ma irreversibile. Ci sentiamo partecipi del suo destino in quanto esseri umani, ma la sua sorte non è solo il pretesto per un ammonimento di saggezza. Gli auguri di “vincere anche questa gara”, per quanto un po' ingenui, sono espressione sincera del desiderio che la vita umana sia fatta per un destino di felicità e non semplicemente il bersaglio di un fato invidioso.

Nell'ondata di simpatia e di solidarietà verso Schumacher si è avvertito il sussulto di un'umanità non ancora perduta, una solidarietà autenticamente umana simile a quella che è insorta contro la barbarie degli animalisti che hanno augurato la morte a Caterina Simonsen. Ma proprio qui comincia la vera pietas, di cui forse nessuno ha ancora parlato. La vera pietas sarà accogliere, curare, accudire uno Schumacher del tutto diverso dall'uomo forte e vincitore che era. Accoglierlo e volergli bene nella sua debolezza, nella sua impotenza, nella sua incapacità di rispondere ai familiari e agli amici. Accoglierlo nelle sue piccole vittorie contro il coma, se ci saranno (come ci auguriamo che ci siano), e anche se non ci saranno, per anni e anni. Guardarlo e rispettarlo come un essere umano fino all'ultimo giorno della sua vita, non come un “caso pietoso” da togliere di mezzo. Sarà questa una pietas ben diversa dalla commozione momentanea che si prova per pochi giorni, fino a quando la notizia è dimenticata. Solo così potremo dire di avere voluto veramente bene a Michael Schumacher, e di averlo aiutato a vincere la sua ultima corsa.

Giovanni Romano

sabato 22 giugno 2013

Un tributo controcorrente a Tommaso Moro

Forse “Utopia” appartiene a quella categoria di libri che vengono molto più citati che letti. Nemmeno io, lo ammetto, ne ho fatto una lettura particolarmente approfondita, e quello che sto per scrivere non ha nessuna pretesa di completezza né -purtroppo- di rigore scientifico. Voglio però soffermarmi su alcune caratteristiche di quest'opera che salterebbero senz'altro agli occhi di un lettore di media cultura come me.
Innanzitutto la radicale divisione del libro in due parti. Nella prima, un gruppo di uomini autorevoli discute delle condizioni non certo prospere dell'Inghilterra sotto il regno di Enrico VIII: povertà, vagabondaggio, malavita, gravissimi squilibri sociali (che la rottura con la Chiesa Cattolica aveva contribuito a esasperare). È una critica a fondo, una denuncia impietosa dei mali cui stava conducendo il dispotismo cinico, capriccioso e senza scrupoli del monarca Tudor. Alla discussione assiste uno Straniero che alle uscite degli altri non nasconde un'aria di ironica, divertita superiorità, come a dire: “Eh, ma se sapeste come si fa dalle mie parti...”. Dal momento che le soluzioni proposte dai vari personaggi si rivelano fallaci, inique o insufficienti, lo Straniero viene sollecitato a rompere il suo ironico riserbo e a dire da dove viene, e quale regime politico governi la sua terra, se lui afferma di esserne tanto soddisfatto e se ne vanta la perfezione su tutti gli altri.
Inizia così la seconda parte del libro con la descrizione dell'isola di Utopia, che in pratica è tutta un interminabile monologo dello Straniero. Quanto la prima parte era vivace e puntuale nella descrizione di una situazione di fatto vista dalle molteplici angolazioni dell'esperienza, tanto la seconda è pedante, monocorde, stucchevole nella sua pignoleria teorica, e soprattutto quasi angosciosa nella descrizione di un mondo assolutamente simmetrico più che armonico, un canovaccio senza smagliature dove l'errore, la varietà, l'imperfezione, e soprattutto l'imprevisto e l'amore sono aboliti alla radice. Tutti si alzano di buon mattino (non vi ricorda l'ora legale?), tutti vanno a lavorare, tutti partecipano alle feste, tutti vestono più o meno alla stessa maniera (non vi ricorda niente anche questo?), tutti nascono, vivono e muoiono secondo un copione immutabile. E soprattutto – caratteristica davvero agghiacciante – tutti sono felici. Un ingranaggio talmente perfetto che può funzionare – e funziona – per secoli e secoli senza la minima deviazione. Thomas More è disposto ad ammettere che esisterà sempre una minoranza, per quanto ridicolmente esigua, di disadattati che non vorranno saperne di essere felici, virtuosi e produttivi a comando, ma niente paura: per loro ci sono i lavori forzati. A giusto titolo Aleskandr Solzenicyn, nel suo romanzo Il primo cerchio, lo accusava di essere stato l'antesignano dei lager.
Stupisce che, a differenza della prima parte, nessuno quasi interloquisca, nessuno faccia domande allo Straniero. Il dibattito si spegne completamente, tutti ascoltano in religioso silenzio. Può darsi che Thomas More l'abbia fatto per due ragioni: per dare la maggiore completezza possibile all'esposizione delle proprie idee, e perché totalmente scettico verso i rimedi politici tradizionali. In ogni caso, con questo procedimento il libro perde molto in mordente e vivacità.
La seconda caratteristica è l'assoluta mancanza dei nomi in Utopia. Non ci viene tramandato il nome di un solo sovrano, di un solo ministro, di un solo cittadino. Nemmeno lo Straniero ha un nome. Questo è molto significativo. Da un lato può essere una polemica dell'autore contro i “grandi della storia” che lasciano un nome quando si lasciano dietro una scia di lutti, di sangue e di distruzione. Ma dall'altro rivela il limite in assoluto più grave del libro: l'automatismo dei meccanismi sociali priva le persone del loro volto, le cancella come esseri umani. Avere un nome nella storia significa essere capaci di decidere e di agire, nel bene o nel male. Significa avere introdotto una novità, significa essere capaci di far fronte all'imprevisto, significa prendersi delle responsabilità. Nulla di tutto questo troviamo in Utopia. Bertholt Brecht scriveva a gran torto: “Beato il popolo che non ha bisogno di eroi”. Possiamo interpretarlo nel senso migliore se teniamo presente che per lui era il popolo che doveva diventare una specie di “eroe collettivo”, dove ciascuno, in un'emergenza, avrebbe saputo prendere il proprio posto e sacrificarsi senza bisogno di eroi vicari. Ma la storia lo ha ampiamente smentito. Anche in una società ipercollettivista c'è bisogno di qualcuno che prenda l'iniziativa, che col suo esempio scuota la massa dalla sua apatia. Anzi sono proprio le società più collettiviste quelle che coltivano in modo più esasperato il culto degli eroi, perché chiedono all'uomo comune delle prestazioni che vanno oltre le sue possibilità. Anche all'osservatore più simpatetico, penso, l'isola di Utopia appare come una galleria di manichini anonimi e perfettamente intercambiabili, nessuno dei quali ha valore o interesse di per sé.
Che questa opera sia stata scritta da un pensatore di sicura fede cattolica non può non stupire. Saranno state forse le condizioni tutt'altro che ottimali del regno di Enrico VIII, le ferite che lui aveva inferto al tessuto sociale inglese con lo scisma anglicano a suggerire a More la fuga nella sua Utopia? Non mi sentirei di escluderlo. Quel che è certo è che la Chiesa ha canonizzato Thomas More per la sua fedeltà a Roma e al matrimonio cattolico a costo della vita, non per la deprimente, monotona esposizione della perfezione di Utopia. Che tra parentesi in nessun momento dà spazio al peccato originale e alla salvezza cristiana.
Giovanni Romano

mercoledì 12 giugno 2013

Il bavaglio alla famiglia - La lettera mai pubblicata del Forum delle Associazioni Familiari

Da tempo penso che sarebbe opportuno uno studio sulle strategie di neutralizzazione della volontà popolare maggioritaria in nome dei "nuovi diritti". Tali strategie sono essenzialmente due: gli interventi della magistratura che "creano" diritti e smontano il risultato dei referendum (basta ricordare cosa accadde in California con il referendum sulla Proposition 8 che riconosceva come legittimo solo il matrimonio tra uomo e donna, approvato a larghissima maggioranza e annullato dai giudici) e la censura mediatica. Un esempio è la lettera molto chiara che il Forum delle Associazioni Familiari ha inviato al Corriere della Sera che aveva pubblicato con molto zelo gli interventi a favore delle "nozze" gay. Va da sé che il Corriere si è ben guardato dal dare voce all'opinione contraria. Pubblico qui questo intervento sperando che qualcuno lo legga e lo rilanci, da sotto i massi della censura laica.

Giovanni Romano

Per far sentire la voce delle famiglie sul tema dei diritti delle persone omosessuali a seguito degli interventi di Stefania Prestigiacomo (9 giugno), di Barbara Pollastrini (10 giugno) e di Ivan Scalfarotto (11 giugno), tutti ospitati dal Corriere della sera, il Forum inviato una lettera, a firma del presidente Francesco Belletti, al direttore De Bortoli.

La lettera, che è stata con molta cortesia respinta, diceva:

Gli interventi pubblicati dal Corriere erano tutti orientati a caldeggiare l’urgente riparazione di un ipotetico torto, subìto dalle persone omosessuali per i cosiddetti diritti civili negati. In base a tali illuminati interventi, l’Italia, in quanto cattolica, impedirebbe l’avanzare della civiltà dominante del nord Europa, che ha concesso la gioia del matrimonio alle coppie omosessuali. Quasi che il nostro Paese sia una landa incivile e arretrata perché gli omosessuali non possono sposarsi. Anche la citazione del card. Martini appare strumentalizzata, per convertire alla più moderna fede omosessualista quella “parte reazionaria del popolo cattolico” che non l’ha ancora abbracciata.
 Ma sono davvero negati, questi diritti? E quali? Il diritto ad amarsi? Il diritto a convivere? Il diritto a non avere i propri redditi assommati nel computo delle imposte? Il diritto a nessun obbligo giuridico di mantenimento verso alcuno? Sarebbe invece più serio evidenziare che oggi le coppie omosessuali hanno molti meno obblighi rispetto alle coppie sposate: possono avere due prime case senza problemi fiscali, sono trattate con inusuale riguardo da fisco, pubbliche amministrazioni, aziende, mass media, istituzioni. Anche la richiesta di estensione di strumenti come la reversibilità delle pensioni o la quota di “legittima”, in termini di eredità, sono connessi, nelle proposte in discussione oggi, come nuovi diritti, totalmente scollegati da quei doveri di reciprocità, di stabilità, di fedeltà, di assistenza e cura, che la famiglia invece esige. Il progetto di legge Galan per le “unioni omoaffettive”, per esempio, chiede tutto ciò, ma consente di sciogliere tale unione dopo soli tre mesi di separazione. Bell’impegno, per chi poi pretende reversibilità permanente della pensione!
 Stupisce che questi “paladini” dei cosiddetti diritti civili siano gli stessi che rimangono drammaticamente e costantemente silenziosi di fronte all’urgenza di dare finalmente una mano alle famiglie che ogni giorno costruiscono l’Italia, curano i propri figli, li preparano ad essere cittadini di domani, assistono i propri anziani e disabili, garantiscono la coesione sociale, subiscono sistematicamente un fisco che penalizza i carichi familiari, mentre sono abbandonate nei loro bisogni, senza nulla in cambio che una quotidiana diffamazione, perché la famiglia pare solo il luogo della violenza.
 È invece evidente a tutti che l’Italia ha retto alla crisi soprattutto grazie alle famiglie, che hanno saputo gestire di generazione in generazione i propri risparmi a beneficio dei figli e dei nipoti, sostenere i propri giovani disoccupati, accudire i propri figli disabili e genitori anziani. Altro che Italia arretrata, reazionaria, etc., Proprio sulla centralità della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna si fonda questa meravigliosa rete di solidarietà che tiene insieme il Paese.
 Come opportunamente ricordava Francesco D’Agostino (Avvenire, 8 giugno) “il matrimonio non esiste per garantire la sensibilità dei coniugi, ma per consentire la costruzione di comunità familiari, alle quali la società (per mezzo dello Stato) affida i progetti intergenerazionali di convivenza”. Custodire i diritti individuali delle persone si può e si deve, con gli strumenti giuridici necessari. Attaccare la famiglia eterosessuale e genitoriale per questo è invece pessima scelta, che i movimenti di persone omosessuali per primi dovrebbero riconoscere come perdente. E anche il prezioso tema della lotta all’omofobia e a ogni discriminazione non deve essere brandito come un’arma per gli interessi di pochi, ma diventare terreno di confronto e di condivisione per il bene di tutti.

Bari - Roma, 11.6.2013

martedì 11 giugno 2013

Il leone di Philadelphia e i giochetti di Obama

L'arcivescovo Charles J. Chaput di Philadelphia dice che gli americani devono svegliarsi di fronte alle minacce contro la libertà religiosa, date le nuove rivelazioni sull'attività dell'IRS (1) che prende di mira i gruppi religiosi, nonché sulle continue vessazioni imposte dall'obbligatorietà dell'HHS (2).

“I giorni in cui gli americani potevano dare per scontata la libertà religiosa come la intendevano i padri fondatori sono finiti. C'è bisogno che ci svegliamo”, ha dichiarato l'arcivescovo Chaput nella sua rubrica del 24 maggio per il sito Catholicphilly.com.

“La pressione mirata dell'IRS sugli individui e le organizzazioni religiose ha attirato ben poca attenzione dai media. Né dovremo aspettarcene nessuna nel prossimo futuro”, ha detto.

“Ma l'ultima porcheria dell'IRS è una avvisaglia del trattamento di sfavore che i gruppi religioso dovranno affrontare in futuro, se resteranno addormentati durante il dibattito nazionale sulla libertà religiosa che si sta svolgendo ora”.

Sebbene la controversia sull'IRS si fosse all'inizio focalizzata sulle accuse all'agenzia di aver preso di mira in modo selettivo i gruppi conservatori del “Tea Party” con richieste vessatorie, sono state portate alla luce ulteriori irregolarità contro altri gruppi e individui.

Anne Henderschott, una docente universitaria e scrittrice cattolica, ha dichiarato che la verifica fiscale a suo carico dell'IRS si è concentrata sui suoi scritti che criticavano il Presidente Obama e la legislazione sanitaria del 2010 [questa legislazione ha introdotto l'assicurazione sanitaria obbligatoria a carico dei datori di lavoro che copre anche le spese per aborto, contraccezione ecc. senza fare eccezione per le organizzazioni religiose, N.d.T.]. Ha detto che la verifica l'ha scoraggiata dal criticare il Presidente.

L'IRS ha chiesto ai gruppi pro-life di presentare grandi quantità di scartoffie. L'agenzia ha chiesto ai gruppi di promettere che non avrebbero protestato contro la Planned Parenthood (3) o di dichiarare di avere intenzione di educare il pubblico su entrambi gli aspetti della questione abortista. Un impiegato dell'IRS, a quanto risulta, passò di nascosto una lista confidenziale di donatori della National Organization for Marriage alla Human Rights Campaign, sostenitrice del “matrimonio gay”, il cui presidente è stato nominato co-presidente della campagna elettorale di Obama.

L'arcivescovo Chaput ha detto che gli obblighi del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) esercitano pressioni simili sui gruppi religiosi.

Sebbene i vescovi cattolici abbiano da lungo tempo appoggiato l'accesso alla copertura assicurativa sanitaria per adeguate cure mediche, ha detto, “l'assicurazione sanitaria si è trasformata in una battaglia di libertà religiosa provocata per intero – e senza alcun motivo – dall'attuale amministrazione della Casa Bianca”.

Ha detto che l'amministrazione Obama, nonostante “alcune piccole concessioni”, si rifiuta di fare marcia indietro o di “modificare ragionevolmente” l'obbligo che richiede la copertura assicurativa per le sterilizzazioni, i contraccettivi e le droghe abortive. L'arcivescovo Chaput dice che questo obbligo “viola le convinzioni morali e religiose di molti individui, dei datori di lavoro privati e di organizzazioni affiliate e ispirate religiosamente”.

Ha detto che l'obbligo “può essere inteso soltanto come una forma di coercizione”.

“L'accesso alla contraccezione gratuita non è un problema in nessuna parte degli Stati Uniti”, ha detto l'arcivescovo. L'obbligo è dunque una dichiarazione ideologica di principio, l'imposizione di una opzione preferenziale per l'infertilità. E se milioni di americani dissentono da questi princìpi – peggio per loro”.

Ha dichiarato che queste controversie mostrano che il dibattito sulle questioni di morale sessuale ha bisogno di “una parallela e vigorosa difesa della libertà religiosa”.

La conferenza episcopale degli Stati Uniti terrà un'altra Quindicina [di giorni] per la Libertà dal 21 giugno al 4 luglio. Come l'anno scorso, comprenderà manifestazioni pubbliche, veglie di preghiera e messe per la difesa della libertà religiosa.

(c) Catholic News Agency, 2013
Unauthorized translation by
Giovanni Romano

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1. Internal Revenue Service: l'agenzia delle entrate USA.
2. US Department of Health and Human Services: corrisponde al nostro Ministero della Salute.
3. La più potente organizzazione abortista e contraccettiva degli USA.

sabato 4 maggio 2013

Biagio Marin e Prezzolini: il fraintendimento della fede.

In questo periodo la mia presenza sul blog è fatta sempre più scarsa, sia per la  mia connaturata pigrizia sia per motivi di studio. Ho ritrovato tra i miei documenti una lettera (non pubblicata) che inviai ad Avvenire il 2 settembre del 2011 (!) su uno scambio di lettere tra Biagio Marin e Prezzolini. Il tema però mi sembra non avere perso nulla della sua attualità, per questo lo ripropongo qui.

Caro Direttore,

lo so, ci sono ben altri argomenti di cui trattare, e riprendere dopo quasi due mesi l'articolo “Prezzolini e Marin, lettere dell'amicizia” (15 luglio scorso) può sembrare un'oziosa perdita di tempo. Ma gli argomenti – l'interpretazione del Concilio, la fede, la modernità e la Chiesa cattolica – sono di quelli che non passano, e dà tristezza vedere con quanta superficialità non scevra di superbia Biagio Marin abbia “liquidato” la Chiesa e la cultura che nasce dalla fede, con accuse che Marco Roncalli ha definito giustamente “assurde”. Non si tratta però di una semplice questione di temperamento. Le radici del suo pensiero e gli esiti cui ha condotto si sono dimostrati disastrosi per il cristianesimo e per l'uomo come tale.

Ho conosciuto per mia sfortuna uno di quei preti “più liberali dei laici” auspicati da Marin. Tutti lo stimavano e ammiravano il suo “anticonformismo” che in pratica consisteva nello scagliarsi spesso contro le gerarchie ecclesiastiche e il Magistero, senza mai criticare gli esiti più aberranti e disumani del laicismo secolarista. La gente concentrava la sua ammirazione su di lui, ma il sacerdote non faceva quasi nulla per richiamarli a Cristo. Uomo di singolare aridità spirituale (la sua cristologia era praticamente inesistente,e su questo ritornerò), della sua parrocchia aveva fatto un deserto, e i pochi rimasti si sentivano autorizzati a disprezzare i fedeli di tutte le altre parrocchie perché loro soli si sentivano “veri” cristiani, loro soli avevano il “coraggio” di contestare la gerarchia, loro soli erano gli “adulti” che “avevano capito che cosa fosse “il vero cristianesimo” che non aveva bisogno di statue, processioni, rosari e forse anche preghiere tout court (a me fu sconsigliato di dire l'Angelus tre volte al giorno, del rosario si rideva apertamente). Si insisteva molto sulla Bibbia, ma solo per trovare conferme a quello che già si pensava. Senza accorgercene stavamo diventando una congregazione protestante. Si era dimenticata la disarmante riflessione di C.S. Lewis nelle “Lettere di Berlicche”: “Non far mai venire in mente al tuo paziente che se Dio ha avuto misericordia di lui, ne ha avuta altrettanta per il droghiere un po' viscido che gli siede accanto nel banco”. Fortunatamente alcuni incontri con quelli che Marin avrebbe bollato come dei cattolici “libidinosi di potenza” mi fecero riscoprire la bellezza del cattolicesimo e la ragionevolezza della fede cristiana. La mia vita prese una strada meno segnata dal lamento e dalle recriminazioni.

È fin troppo facile liquidare la teologia come “un farnetico da pazzi” dimenticando che essa esprime potentemente la tensione dell'uomo verso l'infinito. Solo Goethe si poté permettere di lasciar cadere la teologia per far intraprendere a Faust la sua grandiosa avventura, ma alla teologia dovette ritornare con la preghiera finale del Doctor Marianus. La strada più comoda, quella che prese Marin - e più di recente Ermanno Olmi con “Centochiodi” - fu invece quella di sbarazzarsi delle domande per non sentirsene interpellati.

Particolarmente allarmante e al tempo stesso rivelatrice è la rivolta contro la cristologia, cioè contro l'umanità di un Dio che ha accettato - e redento – la carne in tutta la sua concretezza, in tutta la sua fatica, in tutto il peso del suo limite. È più comodo un Dio ridotto a Parola, il dio del Libro al quale si può far dire tutto quel che ci piace sentirci dire. È facile leggere Meister Eckhart – il sermone “Sulla povertà” l'ho letto anch'io –, inebriarsi con gli straordinari voli della sua altissima intelligenza speculativa, e alla fine sentirsi autorizzati a essere “liberi da Dio”. Un cristianesimo “dalle nuvole in su” che fa molto comodo a chi detiene il potere su questa terra.

L'accusa non solo più assurda ma anche più ingiusta che Marin poteva muovere alla Chiesa è di concedere valore a una persona quasi a proprio arbitrio. La Chiesa non attribuisce, ma riconosce il valore infinito di ogni persona, e per essa – come per il suo Signore – davvero “Nessuno (…) è abbastanza idiota, che essa non lo possa consacrare 'sacerdos'”. Marin lo scrive con sarcasmo, ma se la Chiesa discriminasse come lui e si rivolgesse solo agli “intelligenti” o agli immancabili “onesti” non avrebbe mai ordinato un santo come il Curato d'Ars, e Cristo si sarebbe scelto altri discepoli.

C'è soltanto da rabbrividire nel constatare quanto si sia fatta strada la mentalità di cui Marin era antesignano forse inconsapevole, e a quali esiti stia conducendo. È il mondo, non la Chiesa, ad essersi arrogato “empiamente” il diritto di stabilire chi è abbastanza intelligente, bello, prestante per nascere o per essere tenuto in vita. A questa deriva non può essere argine sufficiente un generico “senso religioso” o un'ammirazione intellettuale per i Vangeli. Può esserlo solo la concretezza di un Fatto che vive nei Sacramenti (e qui l'accusa di “sacramentalismo magico” sfiora la blasfemia). Se è sbagliato idolatrare l'istituzione e dimenticare lo Spirito, altrettanto grave è denigrare sistematicamente la forma storica e dunque reale che Cristo stesso ha stabilito per la trasmissione del suo messaggio. Anche perché spesso e volentieri si scambia per voce dello Spirito quello che passa per la testa a noi...

Un'ultima osservazione a proposito di Prezzolini. Alcuni dei suoi giudizi sulla “protestantizzazione della Chiesa” sono particolarmente acuti, e seppe vedere la deriva dove Marin e tanti altri vedevano solo progresso. Ma anche lui partiva da presupposti laici di pura efficacia storica che non gli facevano cogliere in pieno la portata del fatto cristiano. Non si può essere semplicemente “cattolici alla vecchia maniera”. Qualsiasi aggettivo, qualsiasi specificazione accanto alla parola “cattolico” è altamente pericolosa perché ne mutila l'universalità e l'asservisce a un'idea di parte. La riscoperta del sacro, in sé indispensabile, passa dallo stupore di un incontro inaspettato, da una vita che cambia imprevedibilmente, da una circostanza in cui si vede all'opera una forza che non è nostra. Le forme sono destinate a isterilirsi in due casi: o quando si perde di vista l'essenziale o quando si resta abbarbicati alla lettera dimenticando la fantasia creatrice di Dio. Peccato che questo sia sfuggito a due uomini di valore come Marin e Prezzolini.

Cordiali saluti,

Giovanni Romano

sabato 30 marzo 2013

Il martirio silenzioso di Benedetto XVI

Ho trovato su Twitter una bellissima riflessione di Elizabeth Scalia sul martirio silenzioso di Benedetto XVI dopo il suo ritiro. Lo traduco qui allegando il testo originale:

Molta gente potrà restare sorpresa nell'apprendere che nel 2007 Papa Benedetto XVI visitò i detenuti dello stesso carcere [minorile] che Papa Francesco ha visitato il Giovedì Santo, e celebrò la Messa coi ragazzi, sebbene non il Giovedì Santo.

Menziono questo a causa delle osservazioni sconcertanti che sto vedendo da parte di persone cui piacerebbe far finta che fino ad ora la Chiesa e i suoi Papi siano stati noncuranti verso i poveri e gli ultimi. Sentimenti come questi possono provenire solo da ignoranza o da deliberata malafede.

Parlando di umiltà papale, mentre io sono certamente ammirata e stimolata dagli esempi di Papa Francesco, vale la pena di far notare che Benedetto sembra aver accettato che si parli male di lui, che venga incompreso e persino messo da parte per amore di Cristo e della sua chiesa, e per amore delle opere dello Spirito Santo. Anche questo è un genere di umiltà assolutamente ammirabile, punto per punto altrettanto pieno di abnegazione e di imitazione di Cristo quanto la volontà di vivere con semplicità e di lavare i piedi agli altri. Vale la pena di riflettere a tutti questi esempi di umiltà papale durante questo Triduo, siete d'accordo anche voi?

Unauthorized translation by
Giovanni Romano

Many people may be surprised to learn that in 2007, Pope Benedict XVI visited the inmates at the same detention center Pope Francis visited today, and shared Mass with the kids, although it was not on a Holy Thursday. 

I mention this because of the weird remarks I am seeing from people who would like to pretend that until now the church and its popes have been negligent of the poor and the marginalized. These are sentiments that can only come from a place of ignorance or willful malice.

Speaking of papal humility, while I am certainly admiring of and challenged by the examples of Pope Francis, it's worth mentioning that Benedict seems content to be maligned, misunderstood or even cast aside for the sake of Christ and his church, and the workings of the Holy Spirit. That's a pretty admirable sort of humility, too, every bit as self-abnegating and Christlike as the willingness to live simply and wash the feet of others. Worth pondering all of our examples of papal humility, this Triduum, don't you think?

sabato 9 marzo 2013

Piccola censura (de sinistra) cresce...

Giovedì scorso, 7 marzo, le riviste TV (in particolare TV Mia) segnalavano nella programmazione di prima serata su RAI1, dopo Affari tuoi, una replica dello sceneggiato Lo scandalo della Banca Romana. È stato invece trasmessa la commedia romantica New in town - Una single in carriera con Renée Zellweger.

Nessuno mi toglie dalla testa il sospetto che si siano volute evitare delle spiacevoli analogie con lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena, perché gli spettatori non tirassero imbarazzanti conclusioni. Ma il MPS non appartiene alla parte politica che ha sempre strepitato per la "libertà d'informazione" e "il pensiero critico"?. Per non parlare delle ben più minacciose censure e blindature dell'informazione che promette Grillo. Stiamo freschi...

Giovanni Romano

domenica 24 febbraio 2013

Sommessa risposta a Corrado Guzzanti

Tempo  fa, ho trovato su Facebook questo intervento di Corrado Guzzanti che riporto di seguito. Mi sembra lo spunto per discutere di cosa sia oggi l'offesa al senso religioso, e di come rispondere a certe provocazioni.

In merito all'offesa confesso di non capire esattamente cosa sia il "sentimento religioso" perché sfortunatamente non ne sono dotato. Ho sempre pensato che essere intimamente credenti non possa essere troppo diverso dall'essere intimamente liberali, o socialisti, o vegani. Si tratta di amare e riconoscersi in delle idee, in una visione della società e del mondo, e le idee non sono sacre e intoccabili solo perché noi crediamo così fortemente in esse; vivono nel dibattito pubblico, confrontandosi e dovendo convivere con idee diverse e a volte opposte. Spero di non offendere nessuno se affermo che l'esistenza di un creatore, l'inferno, il paradiso, l'immortalità dell'anima, il giorno del giudizio ecc. siano, fino a spettacolare prova contraria, soltanto delle idee, delle opinioni che si è liberissimi di sostenere purché non si tenti di imporle agli altri come un tabù inviolabile. Che il sentimento religioso non possa reclamare una superiore legittimità, perché supportato, mi dicono, da pervasiva e speciale intuizione, appare evidente dal fatto che le credenze religiose sono tante, più di quelle da cucina dell'Ikea, e producono purtroppo affermazioni contrastanti. Un buddista e un cattolico, egualmente persuasi della loro fede, saranno certi di saperla molto lunga sull'origine e il senso dell'uomo e dell'universo, ma almeno uno di loro, al momento del trapasso, avrà una sorpresa. Ciò dovrebbe suggerire che convinzione "sentimentale" profonda e verità siano sostanzialmente due cose diverse.
(Corrado Guzzanti)

L'ateo è colui che non crede a nulla
e pretende che gli altri credano a lui”

Non riconosco a Corrado Guzzanti alcun coraggio morale, ma una notevole dote di furbizia sì. Con il brano che ho citato mette sapientemente le mani avanti per proteggersi dall'accusa di “offesa al sentimento religioso” (e specialmente al sentimento religioso cristiano, anche se non lo afferma esplicitamente. Offendere altri sentimenti religiosi come ad esempio quello islamico può costare molto, molto di più). E non fa queste dichiarazioni soltanto per sé: la sua è una vera e propria teorizzazione del disprezzo antireligioso che prima o poi dovrebbe diventare – anzi sta già diventando – dottrina politica fino a istituzionalizzarsi in norma giuridica, in modo da mettere al riparo chiunque, à la Odifreddi, affermi che il cristiano è un imbecille tout court.

Andiamo però a vedere cosa c'è dietro le sue affermazioni, esaminandole una per una.

In merito all'offesa confesso di non capire esattamente cosa sia il "sentimento religioso" perché sfortunatamente non ne sono dotato.

Prima di tutto si parte da un equivoco, certo deliberato: che la religione sia soltanto sentimento, o peggio ancora sentimentalismo. Lui afferma di esserne “sfortunatamente” privo, ma non si evince che ne senta la mancanza, anzi piuttosto il contrario. Un po' come essere privi di orecchio musicale o di sensibilità per la poesia: un piccolo difetto forse, ma si vive benissimo lo stesso.

Ho sempre pensato che essere intimamente credenti non possa essere troppo diverso dall'essere intimamente liberali, o socialisti, o vegani. Si tratta di amare e riconoscersi in delle idee, in una visione della società e del mondo, e le idee non sono sacre e intoccabili solo perché noi crediamo così fortemente in esse(...) Ciò dovrebbe suggerire che convinzione "sentimentale" profonda e verità siano sostanzialmente due cose diverse.

Il sentimento religioso, come lui lo intende, è qualcosa che ci si forma da sé a forza di autosuggestione, così che tanto più è fermamente creduto tanto maggiore è la prova della sua falsità. Un bel sofisma, ma non è niente altro che il vecchio giochetto laicista del “testa vinco io, croce perdi tu”: se non si crede abbastanza si è ipocriti, e se si convinti si è fanatici. In ogni caso quel che interessa al laico è affermare spocchiosamente la propria “superiorità”.

Ma il “sentimento” religioso è tutto qui, una convinzione totalmente irrazionale e arbitraria? E se per assurdo lo fosse, bisognerebbe almeno chiedersi da cosa nasce e perché. Nemmeno le peggiori crisi di follia nascono totalmente nel vuoto, alla base c'è pur sempre un motivo reale, e ad essere aberrante è la risposta, non la domanda. Qui è in gioco la spinta irresistibile, costitutiva dell'uomo a chiedersi perché, a porsi domande, a interrogarsi sul significato di ogni cosa. Anziché banalizzare la questione a “sentimento religioso” come fa Guzzanti, sarebbe più corretto parlare di senso religioso come fa Don Giussani: il bisogno che ha ciascuno di trovare un significato, anche inconscio, per cui valga la pena vivere i cinque minuti successivi della propria vita. In questo senso, come Giussani nota acutamente, l'ateismo in senso etimologico è impossibile.

Che il sentimento religioso non possa reclamare una superiore legittimità, perché supportato, mi dicono, da pervasiva e speciale intuizione, appare evidente dal fatto che le credenze religiose sono tante, più di quelle da cucina dell'Ikea, e producono purtroppo affermazioni contrastanti.

Qui siamo ancora sul terreno di Guzzanti che usa un argomento tipico dell'illuminismo: la varietà delle credenze religiose, molte delle quali si contraddicono a vicenda, non è forse una prova ulteriore della loro falsità, o quanto meno della loro soggettività? Osservo di passaggio che paragonare il numero delle credenze religiose a quelle dell'IKEA non è tolleranza, è disprezzo, più o meno come quello di Anatole France quando scrisse che “chiunque è libero di inginocchiarsi davanti a una cipolla alle quattro del mattino e chiamarla il suo dio”. Come se il senso religioso non avesse nulla a che vedere con la ragione in quanto tale! In questo modo si liquida sbrigativamente tutto il patrimonio di riflessione filosofica, di poesia, di arte, di preghiera che esso ha generato ovunque, anche se sarebbe probabilmente troppo pretendere da Guzzanti un approfondimento culturale in questo senso.

Ci sono due risposte al suo argomento. La prima è: quale religione, o meglio quale atteggiamento di fronte all'esistenza corrisponde di più ai bisogni fondamentali dell'uomo? Una religione che dà per scontato che alcuni esseri umani, bambini compresi, debbano essere sacrificati per placare l'ira degli dei, oppure una religione che li mette addirittura al primo posto? (“Se non ritornerete come bambini...”). Una religione che predica l'odio e la sottomissione contro gli “infedeli” kafir oppure una religione che ingiunge di amare anche il nemico (Guzzanti compreso)? Un modo di pensare laicista che considera “altruista” e “pietoso” dare la morte ai malati oppure una religione che non li abbandona e cerca di alleviare le loro sofferenze?

La seconda risposta è che il cristianesimo, prima ancora di essere una teoria, è un avvenimento storicamente verificabile. Non sto qui a riassumere le testimonianze degli storici, numerose e inconfutabili (i primi vangeli risalgono ad appena trent'anni dopo la crocifissione, mentre per la vita di Alessandro Magno scritta da Plutarco bisognò attendere oltre 400 anni). Basta anche chiedere a qualunque docente di antropologia culturale o di storia delle religioni quanto sia fondamentalmente inspiegabile la nascita e soprattutto la diffusione del cristianesimo nel mondo antico. Ida Magli scrisse che qualunque personaggio storico si può comprendere con le categorie del proprio tempo, tranne Cristo. Il suo messaggio è assolutamente nuovo e diverso rispetto a tutte le idee correnti nel mondo giudaico e pagano, è imparagonabile con qualsiasi altra dottrina insegnata prima, eppure si diffuse con una rapidità stupefacente, e non soltanto tra gli schiavi. E qui si trova implicitamente la risposta a un'altra osservazione di Guzzanti:

le idee non sono sacre e intoccabili solo perché noi crediamo così fortemente in esse; vivono nel dibattito pubblico, confrontandosi e dovendo convivere con idee diverse e a volte opposte.

Appunto. Il cristianesimo visse e si confrontò nel dibattito pubblico, un dibattito pubblico che cercò di emarginarlo o con lo scherno indifferente (come capitò a San Paolo nell'Aeropago) oppure con la violenza delle persecuzioni. Tuttavia, senza appoggiarsi ad alcun potere, almeno nei primi secoli, il cristianesimo conquistò i cuori, le menti, le intelligenze di popolazioni sempre più vaste, fu trovato più umano e persuasivo, più vero della selva di religioni che popolavano il mondo pagano. Mi viene il sospetto che quando Guzzanti invoca rumore di fondo del dibattito pubblico lo faccia in realtà per non ascoltare, per non sentirsi interrogato da quel che non vuole sentire, per non essere costretto a porsi la domanda: “E se avessero ragione?” e dunque per non cambiare vita di conseguenza, in quanto nel cristianesimo dottrina e vita sono tutt'uno. È questo, in fondo, quel che dà fastidio a chi non crede: dover prendere posizione, non poter scegliere a proprio comodo e secondo la propria personale convenienza, doversi confrontare – questo sì, e non teoricamente – con il Realmente-Altro.

Spero di non offendere nessuno se affermo che l'esistenza di un creatore, l'inferno, il paradiso, l'immortalità dell'anima, il giorno del giudizio ecc. siano, fino a spettacolare prova contraria, soltanto delle idee, delle opinioni che si è liberissimi di sostenere purché non si tenti di imporle agli altri come un tabù inviolabile. (…) Un buddista e un cattolico, egualmente persuasi della loro fede, saranno certi di saperla molto lunga sull'origine e il senso dell'uomo e dell'universo, ma almeno uno di loro, al momento del trapasso, avrà una sorpresa.

Se Guzzanti avesse letto il Card. Biffi si sarebbe probabilmente risparmiato questa osservazione, perché è stato proprio questi a scrivere: “Il credente è uno che si aspetta molte sorprese”. Bisogna vedere però quali sorprese. Se ha ragione il buddista, nella migliore delle ipotesi ci aspetta il Nirvana, cioè un indeterminato Nulla o un Tutto ugualmente indeterminato: in entrambi i casi, però, l'io non c'entra più nulla con l'essere. Se ha ragione il cattolico, troverà un mondo notevolmente più vario, animato e gioioso (se va in paradiso) oppure molto, ma molto doloroso (se va all'inferno). In ogni caso un mondo nel quale la sua individualità non scomparirà, ma conoscerà la verità.

E se fossi in Guzzanti starei attento a chiedere “spettacolari prove contrarie”. Primo perché mi ricorda sgradevolmente quel che i farisei dissero a Cristo sulla croce (“Avanti, scendi che ti crediamo!”, e l'avevano visto risuscitare Lazzaro!). Secondo, perché Cristo stesso rifiutò di dare spettacolo dei propri poteri (“Se sei figlio di Dio, buttati giù che verranno gli angeli a sorreggerti”). Terzo, infine, perché se proprio si insiste Dio potrebbe mandarci una “spettacolare prova contraria” come quella che capitò a Sodoma e Gomorra...

Giovanni Romano

martedì 5 febbraio 2013

Scusi, mi fa vedere l'apertura mentale?

Molto tempo fa, addirittura il 4 dicembre del 2006, rilanciai un appello contro il gioco Rule of Rose perché particolarmente sadico e violento. Lo feci con tanta più convinzione perché avevo letto le recensioni sulla stampa specializzata (la rivista Computer Idea, non certo di area cattolica).

Il post giacque dimenticato per altri anni, fino a quando si vece viva una blogger, una certa "Queer" (un soprannome non certo scelto a caso) che mi mandò questo commento (potete trovarlo anche sul post originale):

Credo che la vostra sia solo ignoranza, ben miscelata ad una dose sovrumana di pregiudizi.
Io ho giocato a questo gioco e sono fiera di dirvi che si tratta di una sottilissima analisi psicologica di temi assolutamente delicati e veritieri. Non c'è niente di più perverso rispetto a ciò che accade realmente ovunque, nella realtà di tutti i giorni. A questo punto, i vostri cari pargoletti potete ibernarli e scongelarli tra qualche secolo, se ritenere un gioco simile la quint'essenza dell'orrore e della violenza. 
Aprite gli occhi. E la mente.
Sul serio.
Al che io risposi:

Ti faccio una domanda senza ironia: e ti prego di rispondermi seriamente: qual è la "sottilissima analisi psicologica di temi assolutamente delicati e veritieri" che hai trovato in questo gioco? Ti ringrazio in anticipo.

A parte gli insulti gratuiti e l'arroganza, sono almeno sei mesi che attendo una risposta. Che non è mai arrivata.

Giovanni Romano

martedì 18 dicembre 2012

I Comandamenti secondo Benigni

Ieri sera l'ormai Poeta Laureato Ufficiale (e tra poco Grand'Ufficiale, se già non lo hanno nominato a questa carica) ha detto che mentre i dieci Comandamenti dicono sempre "No, no, no", la Costituzione dice "Sì, sì, sì". Non ho il tempo per discutere a fondo una posizione del genere, che di ogni desiderio -o capriccio- fa un diritto. Mi limito a chiedermi: e se seguissimo il consiglio dell'Illustrissimo? La via più semplice sarebbe buttar via i Comandamenti ridotti ormai a una anticaglia reazionaria, ma prima di farlo suggerirei di modificarli oppurtunamente, invertendo tutti i "no" e i "si", e stare a vedere quello che succede. Proviamo....

  1. Avrai qualche altro Dio fuori di me (è il multiculturalismo, bellezza!)
  2. Nomina il nome di Dio invano (la bestemmia contro il Dio cristiano è forse reato? Bigotto chi lo pensa!)
  3. Non ricordarti di santificare le feste (infatti, ora i negozi e i centri commerciali sono aperti anche la Domenica e le feste comandate)
  4. Non onorare il padre e la madre (qui gli esempi sono superflui. Per informazioni rivolgersi a Erika e Omar)
  5. Sì, uccidi (a norma di legge, per carità! Con l'aborto e l'eutanasia)
  6. Sì, commetti atti impuri (non occorrono esempi)
  7. Sì, ruba (tanto sarai giustificato come una "vittima della società", a meno che non sia di un partito diverso dalla sinistra)
  8. Sì, dì pure falsa testimonianza (tanto la verità non esiste, esistono solo le opinioni)
  9. Desidera la donna d'altri (altrimenti il divorzio che ci sta a fare? E tanti attori, scrittori e registi "controcorrente" come camperebbero?)
  10. Desidera la roba d'altri (è giustizia sociale, no?).
Mi sorge un dubbio: ma non è giù questa la società in cui viviamo? E allora dov'è "l'anticonformismo" di Benigni? Che coraggio morale ci vuole a dire quello che già dicono ogni giorno i mass-media? Che merito c'è a pensare quello che già pensano tutti?

Giovanni Romano

P. S.: Dimenticavo che ora non si deve più parlare di padre e madre, ma di progenitore A e progenitore B. A questo punto tanto vale buttar via i Comandamenti e fidarci di chi vuole farci dire sempre "Sì si si si si si si si....".

domenica 9 dicembre 2012

Soluzione del "Racconto di Natale" del 26 dicembre 2011

Il 26 dicembre scorso postai un problemia di scacchi che aveva a tema un racconto di Natale, invitando i lettori a risolverlo. Oggi mi è stato gentilmente chiesto di fornire la soluzione, e lo faccio molto volentieri. La posizione iniziale era la seguente:





Il Bianco annunciò il matto in sette mosse, e la partita si svolse come segue (le note sono in formato .PGN, chi ha un programma come l'ottimo Chesspad 2.0 può fare copia/incolla e vedere le mosse man mano che vengono giocate):


[Event "Racconto di Natale"]
[Site "Circolo d'Ixe in Val di Zeta"]
[Date "????.??.??"]
[Round "?"]
[White "Satana"]
[Black "Babbo Natale"]
[Result "1-0"]
[SetUp "1"]
[FEN "N7/2p2kn1/Q1r5/2r1pN2/4P3/q3p3/4K3/2R3R1 w - - 0 1"]

1. Rxg7+ Kf6 2. Qxc6+ Rxc6 3. Rxc6+ Qd6 4. Rxd6+ cxd6 5. Nc7 d5 6. Nxd5+ Ke6 7.
Re7#

Ma il diavolo non poté cantar vittoria all'ultima mossa, perché sulla scacchiera si era formata l'immagine di una Croce:


Così scomparve con un urlo, in una fiammata e lasciando dietro l'immancabile puzza di zolfo. E la gerla coi regali di Babbo Natale fu salva.

Buon Natale a tutti,

Giovanni Romano

mercoledì 14 novembre 2012

Perché Voltaire è ancora con noi?


François-Marie Arouet, detto Voltaire, è doppiamente un mostro sacro. Lo è per coloro che lo difendono e lo citano a ogni pie' sospinto, ma lo è altrettanto – in negativo, ovviamente – per coloro che lo attaccano e cercano di sminuirne l'influenza o quanto meno la reputazione.

In effetti c'è molto da attaccare in Voltaire. Mai la sua tanto conclamata “tolleranza” si indirizzò verso i cattolici che venivano perseguitati per la propria fede, fossero in Inghilterra o in Giappone (si veda il “Dizionario filosofico” alla voce omonima, dove arrivò a plaudire apertamente alla spaventosa strage dei cristiani che si verificò nel 1637 e nella quale perirono 30.000 cattolici). È ormai dimostrato che non scrisse mai le arcinote parole “Detesto ciò che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”. Appoggiandosi alle sue amicizie altolocate e al suo cospicuo patrimonio non esitò a schiacciare e a stroncare la carriera di tutti gli scrittori che avrebbero potuto fargli ombra, per non parlare di come distrusse la reputazione di Jean-Jaques Rousseau con i suoi velenosi libelli anonimi.

Era un aperto antisemita (anche qui basta leggere il “Dizionario filosofico”) e in barba alle sue commoventi pagine sull'uguaglianza considerava i neri come una razza culturalmente e biologicamente inferiore. Molto abile e spregiudicato negli affari, si arricchì con oculati investimenti nelle compagnie che commerciavano lo zucchero. Peccato sapesse benissimo quanto questo commercio dipendesse dalla tratta e dallo sfruttamento degli schiavi. In campo scientifico non ebbe una sola idea originale, al massimo si limitò a essere un divulgatore scientista, una specie di Piero Angela ante litteram.

Com'è possibile dunque che una figura del genere possa essere un punto di riferimento culturale, un'ispirazione, una pietra d'inciampo con la quale bisogna fare i conti, volenti o nolenti? È solo perché riuscì a trovare gli slogan adatti a un'epoca sempre più intellettualmente orgogliosa, anzi autoreferenziale fino alla vanità? È solo perché ha saputo solleticare la mai sopita tentazione dell'uomo di fare a meno di ogni riferimento trascendente e d'incoronarsi Dio? (“No, non guardare il cielo! Guarda quanto è grande il mio cervello!”). È solo perché, banalmente, ha predicato bene anche se ha razzolato male?

In realtà c'è più di questo, una ragione più profonda che probabilmente è il segreto del successo e della permanenza di Voltaire. Se si leggono bene i suoi scritti, specialmente quelli polemici, al fondo c'è un acuto senso del dolore e la consapevolezza di una dignità ferita. Poco importa qui che il dolore degeneri in rabbia velenosa, e che il senso della dignità ferita si trasformi fin troppo facilmente in un egocentrismo cinico e smisurato: il sostrato autentico c'è, la ferita è aperta. Chi legge il Candido, ad esempio, con i suoi personaggi senza alcuna profondità né vita interiore, sballottati tra vicissitudini tanto improbabili quanto crudeli come nei romanzi di Sade, a un certo punto si imbatte in una figura impressionante, in un personaggio descritto con troppa partecipazione per essere solo una macchietta ideologica: il dottor Pangloss ormai povero e mendìco, come se in lui si concentrasse tutto il dolore per un destino incomprensibile, per una di quelle cadute senza riparo nella malattia e nella miseria che nel XVIII secolo erano all'ordine del giorno (e non solo allora, ci stiamo ritornando).

È questo senso di desolazione, di ingiustizia subita e di rivolta contro l'assurdità del reale, ben più che il valore della sua filosofia, che è forse il nocciolo autentico della permanenza e della vitalità di François-Marie Arouet, detto Voltaire.

Giovanni Romano

venerdì 18 maggio 2012

Lo scivolone della ministra Fornero

In merito all’intervento del ministro Fornero alle celebrazioni della Giornata internazionale della famiglia del 15 maggio il Forum delle associazioni familiari ha indirizzato una lettera aperta al ministro. Ecco il testo:

Quello del ministro Fornero, ieri nella Sala della Lupa, è stato un gran brutto scivolone tanto più perché piovuto su un evento istituzionale che nel nome della Giornata internazionale della Famiglia dell’Onu, per la prima volta riusciva a mettere insieme istituzioni e società civile attorno alla famiglia.

Il ministro ha mancato di ascolto nei confronti del lavoro dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia che nel suo Rapporto biennale aveva tracciato una fotografia della famiglia italiana che in due minuti è stata ridotta a carta straccia. Ma le famiglie, quelle autentiche ritratte dall’Osservatorio e non quelle molto più fantasiose del ministro, sono ormai all’angolo, grazie alle stangate e ad un regime fiscale che da troppo tempo penalizza proprio le famiglie e le famiglie con figli.

Ha mancato di ascolto nei confronti del padrone di casa, il presidente Fini, che aveva fatto un intervento mirato alle reali necessità della famiglia, e al suo insostituibile ruolo come “motore di sviluppo del Paese”.

Ha mancato di ascolto nei confronti del ministro Riccardi che aveva lavorato, insieme all’Osservatorio, per costruire una grande alleanza istituzionale e sociale intorno alla famiglia. Di questa alleanza ha bisogno il Paese, per uscire dalla crisi, di un sostegno diretto, concreto e urgente alle famiglie, non di generiche rivendicazioni di presunti diritti riservate a pochi gruppi sociali.

Ha poi mancato di ascolto verso tutti i genitori e alla loro quotidiana fatica educativa e lavorativa. Salita in cattedra, ha preteso di insegnare come si deve essere genitori, anziché impegnarsi su concreti sostegni diretti, e ha preteso di dire alle coppie come devono lavorare, anziché riconoscere la libertà di scelta di uomini, donne, coppie, famiglie. Dal governo il Paese si aspetta libertà e promozione, non insegnamenti un po’ antiquati su come vivere!

Ha mancato di ascolto (e di rispetto) nei confronti della Costituzione, che non ha alcun dubbio su cosa si intenda per famiglia, e che attorno al riconoscimento della “famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” costruisce il patto di responsabilità pubblica delle famiglie, che hanno diritti e doveri. Col suo intervento ha spostato l’attenzione sul tema del riconoscimento delle coppie di fatto; ma davvero questa è una priorità per il nostro Paese? Ma avete parlato con i genitori, con i lavoratori, con le famiglie separate, con le famiglie vedove, con le famiglie che hanno figli disabili, con chi diventa povero perché gli nasce un figlio? Più ascolto, più osservazione, meno ideologia”!
Perché il ministro Fornero non denuncia piuttosto la totale inosservanza dell’art. 31, e fa qualcosa in tal senso? Dove sono le politiche previste dai Padri costituenti?

Ma soprattutto ha mancato di ascolto nei confronti dei bisogni veri delle vere famiglie sui quali l’incessante lavoro dell’associazionismo e dell’intera società civile era finalmente riuscito a concentrare l’attenzione delle Istituzioni. Si era, fino alla mattina di ieri, sulla soglia dell’approvazione definitiva del Piano famiglia da parte del governo, sia pure fortemente ridimensionato rispetto a quello tracciato dalla Conferenza sulla famiglia del 2010. Un Piano sul quale c’era – e c’è – la convergenza anche di Regioni e Comuni, di gran parte del sindacato e delle associazioni che riuniscono e rappresentano le famiglie. Un Piano dove finalmente si introduce come non più rinviabile un fisco più equo per le famiglie con carichi familiari – equità, non privilegi - grazie anche alla proposta del Forum del “FattoreFamiglia”. Ma il ministro Fornero ha semplicemente ignorato la questione. L’intervento del ministro Fornero ai presenti è quindi suonato come un sostanziale veto, o comunque un segnale di totale disinteresse rispetto ad un percorso che, dalla Conferenza nazionale di Firenze del 2007, con il ministro Bindi, passando attraverso la Conferenza nazionale di Milano del 2010, con il sottosegretario Giovanardi, ha portato finalmente per la prima volta la famiglia nell’agenda strategica del governo, con un Piano nazionale. 

Con il suo intervento il ministro Fornero ha sostanzialmente affermato che altri sono i problemi, altre sono le priorità, rischiando di riportare in alto mare proprio quel Piano – a meno che il Piano stesso non venga sterilizzato e reso “puro documento di intenti”. Ma su questo non possiamo che chiedere vigilanza e garanzie al ministro Riccardi e al presidente del Consiglio Monti.

Francesco Belletti
presidente

giovedì 17 maggio 2012

A quando una giornata contro la cristofobia? Certo non in Inghilterra...



La mano pesante dei tribunali sta perseguitando i cristiani
e li sta costringendo alla clandestinità, dice Lord Carey

I cristiani sono stati scacciati dai loro posti di lavoro e costretti a tenere nascosti i loro valori grazie alla mano pesante dei tribunali, ha dichiarato un ex Arcivescovo di Canterbury.

Lord Carey ha detto che i cristiani vengono trattati da bigotti e stanno affrontando lo stesso tipo di persecuzione cui erano soggetti una volta gli omosessuali.

Ha anche ribadito che la campagna per i diritti umani è andata troppo oltre che ora è politicamente motivata.

In un appello diretto alla Corte Europea dei Diritti Umani, Lord Carey ha ammonito che i credenti stanno venendo “pesantemente insultati” e “costretti ad andare in clandestinità” per opera della magistratura e dello stato.

Il suo attacco viene prima di una storica sentenza sulla libertà religiosa da parte della corte di Strasburgo il 4 settembre.

L'impiegata al check-in Nadia Eweida e l'infermiera Shirley Chaplin sostengono di essere state discriminate quando i loro padroni gli anno proibito di indossare croci sul posto di lavoro.

La corte ascolterà anche il caso di un funzionario di stato civile cristiano che si è rifiutato di condurre cerimonie di unione civile e del consigliere Gary MacFarlane, licenziato per avere ammesso di sentirsi a disagio nel somministrare terapia sessuale alle coppie gay.

Nel suo appello alla corte, letto dal Daily Telegraph, Lord Carey ha detto che l'espressione dei valori cristiani tradizionali è stata “bandita” in Inghilterra man mano che il paese è stato afferrato nella morsa di un “conformismo secolarista di credenze e di condotta”.

I cristiani sono esclusi da molti settori lavorativi semplicemente a motivo della loro fede; fede che non è contraria al bene comune”, ha detto.

Sono ora i cristiani a essere perseguitati, spesso ricercati e incastrati dagli attivisti omosessuali.

I cristiani sono ridotti in clandestinità. Sembra esserci una chiara ostilità contro la fede cristiana e contro i valori giudeo-cristiani. Chiaramente le corti del Regno Unito hanno bisogno di orientamento.

Le corti britanniche hanno mancato di difendere i cristiani in 'un caso dopo l'altro'”, ha detto Lord Carey.

E se le regole contro l'indossare le croci ed esprimere le proprie convinzioni religiose non verranno capovolte, i cristiani dovranno affrontare un “bando religioso” sul lavoro.

C'è anche una spinta a “rimuovere i valori giudeo-cristiani dalla pubblica piazza” dal momento che le corti hanno “sistematicamente applicato le leggi sull'uguaglianza per discriminare contro i cristiani”.

Le persone di fede vengono trattate da “bigotti”, ha detto Lord Carey, aggiungendo: “In un paese dove i cristiani possono essere licenziati per aver manifestato la loro fede, sono svillaneggiati dagli apparati dello stato, vivono nella paura di rappresaglie e anche dell'arresto per avere espresso le loro opinioni in materia di etica sessuale, qualcosa sta andando decisamente storto.

È qualcosa che influenza la bussola etica e morale del Regno Unito”.

Keith Porteous-Wood, direttore esecutivo della National Secular Society, ha dichiarato: “L'idea che esista una qualche specie di soppressione della religione in Inghilterra è ridicola.

Anche nella Convenzione Europea sui Diritti Umani, il diritto alla libertà religiosa non è assoluto – non è una licenza per calpestare i diritti degli altri. Questo sembra essere quel che Lord Carey vuole fare”.

La scorsa settimana David Cameron ha chiamato i cristiani alla “riscossa” in Inghilterra. Ha citato l'avvertimento di Lord Carey secondo il quale i cristiani stanno affrontando una “graduale marginalizzazione” dopo che al consiglio comunale di Bideford nel Devon è stato proibito da un tribunale di aprire le sue sedute con una preghiera.

Il suo impegno per proteggere i cristiani è stato immediatamente sabotato da un documento preparato dall'Home Office che ha dichiarato che i cristiani dovrebbero tenere per sé la loro fede sul posto di lavoro.

E non finisce qui...

(c) Daily Mail, 2012 AD
Unauthorized translation by 
Giovanni Romano

P.S.: Porteous-Wood ha ragione. Nessuno in Inghilterra si sogna in questo momento di sopprimere la religione... musulmana, Sikh o buddista.

venerdì 27 aprile 2012

Il regime non perde tempo. Ora tocca a CL.

Riporto e sottoscrivo integralmente il comunicato stampa di Comunione e Liberazione sugli ultimi attacchi mediatico-giudiziari di cui il Movimento è stato fatto oggetto in questi giorni. Da una stampa tanto asservita al laicismo non ci si poteva aspettare niente di diverso.

Comunione e Liberazione è intervenuta con un comunicato stampa ufficiale per denunciare quello che viene definito "un linciaggio mediatico". Il riferimento è alle notizie circolate sui massimi organi di stampa nazionali secondo le quali il movimento fondato da don Luigi Giussani sarebbe stato destinatario di tangenti da parte dell'amministratore delegato di Finmeccanica, Giuseppe Orsi. Nel caso in questione, l'a.d. di Finmeccanica sarebbe indagato per aver contribuito a versare una tangente di dieci milioni di euro alla Lega Nord in una vendita al governo indiano di elicotteri. Alla Lega è stata poi aggiunta Comunione e Liberazione come possibile destinataria di parte della tangente. Riportiamo il testo del comunicato stampa che Comunione e liberazione ha diffuso in merito a questa vicenda.

Da alcuni mesi il nome di Comunione e Liberazione è costantemente associato sui mass media a vicende politico-giudiziarie di suoi appartenenti o di persone che hanno rapporti con alcuni di essi, in una continua identificazione del movimento nel suo insieme con le responsabilità di singoli e, viceversa, con l’attribuzione di responsabilità individuali - nel bene e nel male, di qualunque natura esse siano, essendo ancora da dimostrare se sono stati commessi reati - a CL in quanto tale.
Finora le nostre precisazioni al riguardo sembrano essere state inutili, comprese quelle rese da don Carrón in una recente intervista: «Noi teniamo alla natura dell’esperienza cristiana. E l’esperienza cristiana ha a che vedere con tutto. A voler verificare se la fede serve ad affrontare tutte le sfide, si corrono rischi. Nessuna istituzione, né la Chiesa né un partito, può evitare gli errori dei singoli. E questi non possono essere attribuiti alla comunità. Sarebbe ingiusto. Ciascuno è personalmente responsabile di quel che fa. Perciò l’identificazione non è legittima, vale per Cl come per qualsiasi altra istituzione. E noi dobbiamo sempre mantenere quella che don Giussani chiamava “una irrevocabile distanza critica” e non vi rinunceremo mai. Siamo una comunità cristiana e non un partito o una corrente» (Corriere della Sera, 16 gennaio 2012).
A dispetto di queste parole di chiarimento, oggi leggiamo sui giornali l’incredibile accusa di tangenti Finmeccanica a CL, quale emergerebbe dalle dichiarazioni di un ex dirigente dell’azienda, che lo avrebbe appreso da fonti non meglio precisate. CL non c’entra nulla, ma i titoli, i sottotitoli e gli articoli sono pieni di riferimenti diretti al movimento, salvo precisare che «i pm verificano le dichiarazioni». Intanto l’infamante accusa è stata lanciata. Quali saranno le conseguenze sull’opinione pubblica?
Torna alla mente un altro momento della vita di CL, il 1976: allora l’accusa - rivelatasi dopo tre anni assolutamente infondata  di finanziamenti della CIA a Comunione e Liberazione scatenò una campagna diffamatoria sui principali organi di informazione, alimentando un clima di sospetto veramente allarmante, che giunse fino al dileggio e all’ostilità negli ambienti di vita e di lavoro verso persone colpevoli solo di portare il nome di “ciellini” e causò violenze nei confronti di persone e sedi del movimento in tutta Italia.
A questo punto ci domandiamo: come impedire il linciaggio mediatico? E come assicurare il rispetto delle procedure e delle garanzie giuridiche?
Il peso di menzogne contro un’esperienza che tanti - anche autorevolmente - riconoscono come «una risorsa per il nostro Paese» sta assumendo il volto di un calvario che sinceramente pensiamo di non meritare. In ogni caso, è stato dato mandato ai legali di tutelare l’onorabilità di Comunione e Liberazione.

martedì 27 marzo 2012

Perché sono grato ad Antonio Tabucchi

Forse ricorderete come fu ostracizzato Rocco Buttiglione dalla carica di commissario europeo nel 2004 per la sua posizione di cattolico sugli omosessuali e l'omosessualismo. A nulla gli servì difendersi -in modo un po' goffo in verità, e anche alquanto ambiguo- sostenendo che le sue erano solo opinioni personali che non avrebbero inciso in alcun modo sulla sua condotta di alto responsabile della UE. E a nulla gli servì invocare l'arcinota e abusatissima frase di Voltaire "Detesto ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo".

Qui non m'interessa ricordare l'ignobile linciaggio morale al quale venne sottoposto, né m'interessa richiamare l'attenzione sul fatto ben più pericoloso che un cattolico, secondo la vulgata UE, non dovrebbe avere nemmeno diritto alle sue opinioni private.

Qui m'interessa richiamare quello che scrisse Antonio Tabucchi sull'Unità del 25 ottobre 2004, il giorno dopo la cacciata di Buttiglione. C'è un passo particolarmente significativo che vale la pena di citare, a pagina 1. L'autore discute le affermazioni di un  soi-disant "razzista" con cui gli è capitato di parlare in treno:

Probabilmente si attendeva che gli rispondessi che si trattava di una opinione personale sacrosanta, e che mi sarei fatto ammazzare piuttosto che impedirgli di esprimere la sua opinione, secondo quell’adagio devastante falsamente attribuito a Voltaire che in Italia è servito da sdoganamento alle dichiarazioni più nefande. Poiché al contrario del falso adagio illuminista... ecc. .

Anche qui non m'interessa discutere il merito dell'articolo ma questa affermazione assolutamente sorprendente. Delle due l'una: o ha mentito la secolare vulgata illuminista, sempre pronta a sbandierare la "tolleranza" (ma mai verso i cattolici e i credenti in generale) oppure ha mentito Tabucchi pur di dare addosso a Buttiglione. E temo purtroppo che sia stato Tabucchi a mentire, perché non ha portato la minima prova di affermazioni tanto apodittiche e di tale portata.

Dico "temo purtroppo" perché vorrei proprio che Tabucchi avesse ragione. Se fosse vero quello che lui ha affermato, se fosse vero che mai Voltaire avesse pronunciato o scritto quella frase, i cattolici si sentirebbero finalmente liberi dal benché minimo debito di gratitudine, dalla benché minima soggezione intellettuale verso la iena di Ferney.E di questo gli sarei perennemente grato.

Quasi certamente la frase di Tabucchi è solo una battuta polemica. Ma c'è un altro punto dell'articolo sul quale vale la pena che i cattolici riflettano anche oggi:

E poi: possibile che un uomo fornito di saldi principi quali quelli dell’onorevole Buttiglione si dica disposto a sacrificarli, direi a rinnegarli, promuovendo l’integrazione sociale e i diritti civili di categorie o di persone di cui ha un’opinione così negativa? Possibile, mi chiedo, che un uomo di pensiero sia disposto a rinunciare agli ideali su cui si basano la sua filosofia e la sua morale per un modesto impiego da parlamentare europeo?

Ferma restando la prova d'intolleranza laicista che ha dato la UE in quell'occasione. bisogna ammettere che Tabucchi non aveva tutti i torti. Troppi compromessi rischiano di rendere i cattolici "a Dio spiacenti ed a' nimici Sui". Quando lo scontro arriva a livelli di tale asprezza, forse un cattolico farebbe meglio ad andarsene da istituzioni così contaminate scuotendo con disprezzo la polvere dalle sue scarpe.

Giovanni Romano

venerdì 16 marzo 2012

Lettera aperta a Roberto Benigni sulla Divina Commedia

Stimatissimo Signor Benigni,

mi rivolgo a Lei con il rispetto dovuto a un regista che ha saputo affermarsi a livello internazionale e a un uomo di cultura che ha divulgato l'amore per la Divina Commedia a beneficio di un grandissimo pubblico.

Lei certamente non ignora che in questi ultimi giorni un comitato di "esperti" stipendiati dall'ONU ha chiesto ufficialmente la messa al bando del capolavoro universale di Dante in nome di deliranti accuse di "antisemitismo", "razzismo", "islamofobia" e "omofobia". La meschinità paranoica di queste accuse non ha bisogno di essere dimostrata. Starebbe a quegli "esperti" dimostrare, se mai, quali pogrom, quali crociate, quali roghi di omosessuali siano stati istigati dai versi danteschi.

Da Lei però, mi dispiace dirlo, finora non ho letto un solo intervento né alcun pronunciamento in difesa di Dante. L'autorevolezza di regista che Lei si è conquistata a livello mondiale, la popolarità che Lei ha meritatamente acquisito con le Sue letture pubbliche dei canti più belli della Divina Commedia La metterebbero in grado di fare da buon contrappeso a delle tesi che definire faziose, inquisitorie e deliberatamente distorte è poco. Mi dispiace ancor di più aver dovuto riscontrare un analogo mutismo a livello del Ministero della Pubblica Istruzione, quasi che la cosa non riguardasse l'intera cultura italiana e la sua immagine nel mondo.

Se è stata superficialità da parte mia La prego vivamente di perdonarmi. non esiterò a cancellare questo intervento.

Codialmente,

Giovanni Romano

giovedì 8 marzo 2012

E poi dicono che le donne belle non sono intelligenti! (Omaggio per l'8 marzo)

Molto strana e interessante la storia di Hedi Lamarr, una diva del cinema tedesco poi trasferitasi a Hollywood e diventata cittadina americana durante la seconda guerra mondiale. Il suo hobby (in realtà era una professione mancata, data la serietà con cui ci si applicava) era nientemeno che... l'ingegneria elettronica. 

Come scrive il sito Cbsnews, aveva attrezzato una stanza della propria grande villa come studio con tanto di tecnigrafo, libri specializzati e tutto l'occorrente per i calcoli e la progettazione. E tra un film e l'altro riuscì a mettere a punto un apparato concettualmente modernissimo, un radiocomando a frequenza variabile per la guida dei siluri che fece regolarmente brevettare, cedendo poi gratuitamente i diritti di sfruttamento alla Marina degli Stati Uniti. 

Per capire quanto seria, importante e rivoluzionaria fosse la sua invenzione, bisogna tener conto che in quello stesso periodo gli scienziati nazisti stavano lavorando a Jagschloss, un radar a frequenza variabile per la guida caccia, non “accecabile” dalle contromisure elettroniche alleate. Fortunatamente ne entrarono in funzione solo pochi esemplari. Ma la marina USA ignorò completamente il contributo di Hedi Lamarr. Non sembrava concepibile che una diva del cinema fosse capace di studi tanto approfonditi e tanto seri.

La tecnologia della frequenza variabile è oggi alla base di tutti i moderni radar e apparecchi di radioguida militari, nonché dello stesso Wi-Fi. Solo dopo molti anni è emerso il talento dimenticato di Hedi Lamarr, che soffrì per tutta la vita di essere considerata solo un bel corpo, una bella immagine e nulla più, mentre aveva un formidabile potenziale di intelligenza e di carattere.

Giovanni Romano