sabato 24 dicembre 2016

Si, il popolo ha bisogno di eroi

In queste ore durissime, nell'imminenza di feste natalizie piu` che mai a rischio per il fanatismo e la crudelta` dei terroristi islamici, sono state sollevate molte polemiche sulla decisione di divulgare i nomi e le fotografie di Luca Scatà e Christian Movio, i due agenti che hanno affrontato e ucciso a Sesto San Giovanni Anis Amri, il macellaio di Berlino. Averli tanto esaltati come eroi, si e` detto, li ha esposti sconsideratamente alle rappresaglie jihadiste.

Anche ammettendo che si sia trattato di un errore dovuto a imprevidenza o dilettantismo, sono polemiche sterili perche` ormai il danno e` fatto. E in ogni caso c'e` poco da dubitare che i terroristi sarebbero prima o poi venuti a sapere la loro identita` anche se non fosse stata rivelata. Non dimentichiamo come venne profanata la tomba di Francisco Javier Torrontera, un agente delle forze speciali spagnole caduto nell'assedio agli attentatori di Madrid nell'aprile del 2004 (vedi  questo link).

Quello che preoccupa forse piu` delle rappresaglie islamiche e` questa atmosfera di pavidita` e di rassegnazione, quasi che avessimo a scusarci di avere eliminato un assassino per paura di attirarci addosso una vendetta che verra` comunque e che nessuna sottomissione varra` a evitare. Tanta vilta` morale finisce per sminuire il valore del gesto di chi ha affrontato e vinto il terrorista a rischio della propria vita.

Pur con tutti i rischi del caso, in un certo senso e` stato bene aver diffuso i volti e i nomi dei due agenti. E` stato un segnale inequivocabile di avvertimento ai terroristi: in Italia ci sono persone disposte ad affrontare la minaccia, che sono pronte a "metterci la faccia", uomini di fronte alle quali nessun jihadista puo` illudersi di cavarsela a buon mercato. Contrariamente a quel che pensava il borghesissimo Bertholt Brecht, un popolo ha bisogno di eroi, e ne ha bisogno piu` che mai ora, quando lo scopo preciso dei terroristi e` quello di renderci muti, spaventati, disposti a nascondere la nostra identita` e le nostre convinzioni, gia` schiavi nello spirito in attesa di essere incatenati anche nel corpo. Come ha scritto quasi profeticamente l'agente Scatà, "la paura e` una reazione, il coraggio e` una scelta". Reagire e` il primo passo per liberarci dalla soggezione e dalla sottomissione.

Per questo il mio ringraziamento personale, e quello di milioni di italiani non ancora rimbambiti dal buonismo, va a Luca Scatà e Christian Movio con i migliori auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo!

Giovanni Romano

martedì 20 dicembre 2016

La psicopolizia del Web

Riporto qui la lettera che scrissi ad Avvenire il 21 Novembre scorso in merito alle polemiche suscitate dalla vittoria di Donald Trump e alle insinuazioni (condivise anche da Avvenire, sembra di capire) che fosse stata propiziata dalla diffusione di notizie false propalate ad arte per screditare la Clinton. Ora, a parte tutta la pesantissima campagna di denigrazione contro Trump e il suo elettorato sulla quale il quotidiano della CEI non ha speso nemmeno una parola, il rimedio prospettato dall'articolista mi sembra peggiore del male. Ecco il mio testo:

Spett.le Redazione,
ho letto con interesse il pezzo di Gilio Rancilio datato sabato 19 novembre, e devo dire di avere alcune riserve tanto sul merito quanto sul metodo. I contenuti sono ovviamente inoppugnabili, ma il tono generale dell’articolo sembra insinuare che Trump sia stato eletto in buona misura grazie alla diffusione di menzogne propalate ad arte contro la Clinton. Peccato che anche l’ex presidente Obama abbia fatto un uso intensivo dei social networks in occasione di entrambe le sue campagne elettorali senza che nessuno abbia trovato nulla da eccepire.

Ancora meno condivisibile, secondo me, è l’aver accennato senza apparenti obiezioni ai “poliziotti del web”. Ma chi controlla i controllori? Chi garantisce che questo controllo non diventi una psicopolizia per imporre il pensiero unico “politically correct”? Quanto sono realmente imparziali strumenti come il software elaborato in 36 ore dai quattro studenti di Princeton o la “mappa contro l’intolleranza” di cui parlò La Stampa del 15 gennaio 2014 che in realtà può trasformarsi in un pericoloso strumento di schedatura? (ne ho scritto sul mio blog, questo è il link abbreviato: http://tinyurl.com/hmztccd). Come mai su Facebook o Twitter si viene immediatamente bannati se si critica l’omosessualismo, ma le bestemmie “rispettano gli standard della comunità”? Come mai la Apple ha tolto dal proprio store la Dichiarazione di Manhattan dove le confessioni cristiane difendevano il matrimonio tra l’uomo e la donna? Sarebbero questi i poliziotti del Web o piuttosto i suoi carcerieri?

Purtroppo condivido in pieno la conclusione: ormai la verità non interessa più anche quando viene conosciuta. Ma mi chiedo se un articolo come quello di Rancilio sarebbe stato pubblicato se avesse vinto la Clinton. Consentitemi di dubitarne.

Distinti saluti,
Giovanni Romano

venerdì 11 novembre 2016

Riflessione politicamente scorrettissima su San Martino

Oggi la Chiesa ricorda San Martino, un santo caritatevole ma tutt'altro che buonista. Quando incontrò il povero, infatti, divise il suo mantello con lui facendo due parti uguali. Ma usò la spada, giusto nel caso che al povero venissero strane idee e volesse approfittare della situazione...

Come tanti finti poveri di adesso.

Giovanni Romano

giovedì 1 settembre 2016

Gli insegnanti "deportati": una cattiva divisione del lavoro

La cosiddetta "legge sulla buona scuola" ha riportato alla ribalta, e anzi aggravato, un fenomeno sul quale bisognerebbe riflettere seriamente, un male endemico del nostro paese, quella che io chiamo la cattiva divisione del lavoro tra un Nord "produttivo" e un Sud "impiegatizio".
Questo divario e` venuto fuori con particolare crudezza nel momento in cui, con l'inizio del corrente anno scolastico, in forza della legge di cui sopra centinaia di insegnanti meridionali sono stati costretti a scegliere se trasferirsi al Nord per ottenere il tanto sospirato posto di ruolo o finire definitivamente per strada dopo anni di precariato.
Non e` mia intenzione esporre qui l'ennesimo cahier des doléances di una categoria fin troppo bistrattata, i giornali e i social networks ne sono gia` pieni. Quello che mi interessa sono alcune reazioni che denotano assoluta incomprensione del problema in se` e nelle sue conseguenze a lungo termine.
Ho sentito pronunciare da una dirigente scolastica un discorso piu` o meno di questo tenore: "Ma che volete che sia, quando eravamo supplenti tutti abbiamo dovuto viaggiare, adattarci, arrangiarci... E adesso cosa pretendiamo, che il lavoro venga a casa nostra? Siamo noi che dobbiamo andarlo a cercare, non viceversa! Io stessa non esiterei a trasferirmi se fosse necessario. Non fanno cosi` gia` i docenti universitari?".
Proprio vero che il sazio non crede al digiuno! Fuor di metafora, e` preoccupante il gap che si sta creando tra una classe dirigente sempre piu` ristretta e autoreferenziale e una moltitudine di esecutori sempre piu` espropriati di ogni potere. Innanzituto, il paragone coi docenti universitari o coi presidi e` fuorviante: a parte la vistosa differenza di reddito in favore di queste due categorie, i primi non di rado alloggiano spesati. Un insegnante deve pagarsi tutto di tasca propria in localita` dove il costo della vita e` ben maggiore che al Sud, con uno stipendio fermo da tempo immemorabile. Anche nella migliore delle ipotesi, che speranze ha di mettere da parte qualcosa per il futuro?
Veniamo pero` al secondo e piu` grave aspetto del problema: la cattiva divisione del lavoro. E` una categoria interpretativa fin troppo rozza, sono il primo ad ammetterlo. Il Nord ha numerose eccellenze di alta cultura (il Salone del Libro, la Biennale a Venezia, il Politecnico di Torino solo per fare qualche esempio), cosi` come il Sud, specialmente negli ultimi anni, ha sviluppato sacche di imprenditoria dinamica e innovatrice. Tuttavia qui si discute dell'istruzione media che viene impartita dalla scuola di stato, e della media imprenditoria diffusa sul territorio. Prima ancora che recriminare sulla "deportazione" degli insegnanti (fenomeno comunque traumatico e negativo) dovremmo chiederci perche` la maggioranza assoluta degli insegnanti proviene dal Sud, e perche` al Nord sono scarsissimi gli autoctoni che decidono di intraprendere questo lavoro.
Il motivo e` crudamente economico: perche` mai il figlio o la figlia di un imprenditore quantomeno benestante dovrebbero scegliere l'insegnamento con la sua snervante trafila di precariato, subordinazione e trasferimenti se possiedono gia` un lavoro che li rendera` indipendenti e ben remunerati senza bisogno di spostarsi da casa propria? E` vero che la crisi e la dissennata politica fiscale dei nostri governi hanno in parte distrutto questo modello, ma al Nord l'idea di imtraprendere, di farcela da soli, di non mendicare un posto ma trovarsi un lavoro resta ancora valida.
Quale sfogo occupazionale puo` invece trovare la piccola borghesia meridionale, dal momento che ancora adesso, al netto delle eccezioni di cui sopra, le attivita` imprenditoriali sono monopolizzate da pochi potenti, ostacolate in ogni modo dalla burocrazia, non di rado possedute da imprese estere che nulla curano dell'occupazione o del futuro dei propri lavoratori? Per i piu` restano soltanto la carriera militare, le forze dell'ordine e il pubblico impiego, ivi compresa la scuola.
Questo ha portato a una colonizzazione incrociata in cui le due parti del paese parlano linguaggi diversi e si sopportano malvolentieri: il Sud si sente economicamente colonizzato e sfruttato dal Nord, il Nord si sente soffocato e incompreso da una burocrazia importata dal Sud.
Il problema e` particolarmente delicato nella scuola: quale istruzione va a impartire, sia pure con tutta la sua buona volonta`, chi non conosce il territorio e la sua storia, chi incolpevolmente ne ignora la mentalita`, le tradizioni, le sfumature? E` un problema strutturale, non di cultura e nemmeno di bravura. In una scuola cosi` impostata si finisce inevitabilmente per parlare un linguaggio standardizzato, astratto, lontano dalla vita reale, un discorso, piu` che un insegnamento. Ed e` questo probabilmente il risultato che lo stato cerca deliberatamente di ottenere: l'omologazione del modo di pensare, l'imposizione di un pensiero unico. Lo ottiene, ma a prezzo della sterilita` e dell'incomunicabilita`tra il popolo e l'istituzione, tra un discorso ufficiale in cui nessuno realmente crede e una vita che non trova strumenti culturali per esprimersi.
Chi scrive queste righe ha vissuto sulla propria pelle questa esperienza. Per sei indimenticabili anni ho vissuto in Maremma e l'ho dovuta lasciare, con rimpianto infinito, proprio quando avevo iniziato ad assimilare una cultura, una storia, un modo di pensare costruito da innumerevoli generazioni di cui nemmeno immaginavo l'esistenza e di fronte alle quali ero semplicemente un ospite temporaneo. Me ne sono dovuto andare proprio quando anche le buche per la strada cominciavano a diventare un problema mio.
Se questo modello di scuola continuera` (e non c'e` nessun segno che mostri un'inversione di tendenza, anzi!) ne pagheremo il prezzo non solo coi disagi dei docenti che dovranno trasferirsi - cosa di cui allo stato non importa nulla - ma ben piu` gravemente col distacco tra un "paese legale" autoreferenziale e autoritario e un "paese reale" sempre piu` apatico o peggio ancora risentito senza sbocchi.
Giovanni Romano

venerdì 19 agosto 2016

La trappola del burkini

Com'era prevedibile, il divieto al burkini imposto sulle spiagge francesi ha fatto discutere e ha avuto ampia eco in Italia. Sotto questo aspetto ho trovato stupefacente la reazione di ambienti cattolici che potrebbero essere definiti senz'altro come "conservatori": una compatta levata di scudi in difesa di questo "costume da bagno" (sic!), con una veemenza che forse non si è vista nemmeno quando si è trattato di difendere uomini e donne cristiani licenziati e discriminati solo perché portavano al collo il Crocifisso.
Da un certo punto di vista questa posizione fa onore al cattolicesimo perché conferma che difendere la libertà religiosa - in senso cristiano - significa difendere la libertà di tutti. Mi sembra però che stavolta persino intellettuali e giornalisti del calibro di Costanza Miriano, Massimo Introvigne e Giuliano Guzzo abbiano clamorosamente mancato il punto della questione.
Può essere interessante un'esposizione sia pure molto sommaria delle critiche più diffuse a questo provvedimento:
  1. È un divieto ridicolo, i problemi sono altri (crisi economica, disoccupazione, terrorismo, ecc.);
  2. Il burkini è soltanto un costume da bagno, e sulla spiaggia ognuno è libero di vestirsi come vuole;
  3. Chi l'ha detto che le donne islamiche siano "costrette" a portare il velo o il burkini? Non portano il velo anche le suore, senza che nessuno trovi niente da ridire?
  4. Prima di condannare il burkini, pensate alle nudità esibite dalle donne occidentali sulle spiagge;
  5. Se si proibisce di portare il burkini alle donne musulmane, prima o poi proibiranno tutti i simboli religiosi, soprattutto quelli cristiani.
Non vale nemmeno la pena di discutere la critica n.1. è il classico espediente che si adotta quando si vuole eludere una questione. Discuterò per ultima la critica n.2 perché ha a che vedere direttamente con il nocciolo del nostro argomento.
Critica n.3: è certamente vero che molte donne islamiche portano il velo di loro spontanea volontà, ma non si può ignorare in nessun modo la fortissima pressione sociale e culturale che lo impone di fatto a tutte le musulmane (e non soltanto a quelle che hanno liberamente scelto di portarlo, come le suore). Per non parlare della costrizione a portare il velo anche alle occidentali nei paesi islamici. Coloro che difendono con foga il burkini sembrano aver passato un colpo di spugna sui gravissimi episodi di intimidazione, percosse e persino uccisioni di donne musulmane che hanno cercato di vestirsi all'occidentale. A parte il caso di Hina, io stesso sono stato testimone diretto delle botte e dei lividi inflitti a una mia alunna marocchina dal padre solo perché la ragazza si vestiva come le altre sue compagne. Il paragone con le suore, poi, è assurdo e improponibile anche per un'altra ragione: il velo islamico (come anche i veli portati dalle donne fin dalla più remota antichità) è segno del possesso dell'uomo sulla donna. Il velo delle suore è, al contrario, il segno dell'emancipazione femminile dal possesso maschile attraverso la verginità e la libera donazione di se stesse soltanto a Dio.
Critica n.4: mi ricorda certi alunni che quando vengono rimproverati si mettono a protestare: "Professore, ma non sono solo io!". Anche questo è un modo abbastanza infantile per eludere il problema, ma il punto merita di essere discusso più a fondo. Io non sono certamente un sostenitore del nudismo, ma non si può tacere che la nostra civiltà ha un rapporto più positivo delle altre con il corpo e con la bellezza che esso esprime. è giusto parlare di mercificazione e banalizzazione del corpo, specialmente di quello femminile, ma non si può dimenticare nemmeno quanto disse Papa Giovanni Paolo II proprio nella Cappella Sistina a proposito della "teologia del corpo". Il corpo umano è dono di Dio, e prima del peccato originale era bellezza primigenia, coronamento della Creazione. Non si deve abusare ma nemmeno nascondere con una morbosa suscettibilità che forse nasconde desideri inconfessati.
Critica n.5: è forse la più infondata di tutte. I simboli religiosi di qualsiasi tipo sono già formalmente proibiti nelle scuole francesi (e solo i musulmani si fanno un punto d'onore di ignorare e sfidare questo divieto, mentre i cristiani obbediscono docilmente). In Inghilterra la situazione è anche peggiore perché la pressione anticristiana (e solo anticristiana, ci tengo a specificare) mette al bando la Croce mentre accetta senza protestare il velo islamico o il turbante dei Sikh. Il divieto al burkini non aggiunge nulla alla persecuzione strisciante di cui già soffrono i cristiani in Europa.
Arriviamo infine al nocciolo della questione con la critica n.2. Affermare che il burkini sia un semplice "costume da bagno" significa prima di tutto contraddirsi con la critica n.5, e in secondo luogo ignorare di proposito la mentalità da cui proviene. Partiamo da una considerazione del tutto laica. Nessun modo di vestire, in nessun caso, è una questione puramente privata. Con il nostro modo di vestire comunichiamo i nostri gusti, il nostro stato d'animo, il nostro status sociale, e naturalmente anche la nostra cultura di appartenenza, che ne siamo consapevoli o no. Ma nel caso dei musulmani c'è un'altra osservazione da fare: nella cultura islamica non esistono spazi neutri in nessun ambito del vivere, nessun comportamento è moralmente indifferente ma ogni manifestazione umana (e a maggior ragione il modo di vestirsi) è direttamente riconducibile a Dio. Da questo punto di vista il burkini non è semplicemente "un altro modo di vestire" ma un atto deliberato di disprezzo e di rifiuto della nostra civiltà. Non è soltanto chiudere il corpo femminile in un involucro ma anche chiudersi dentro un ghetto culturale.
Sottovalutare questo aspetto di sfida porta a sottovalutare anche l'invadenza con cui i musulmani non solo osservano le proprie usanze (e questo potrebbe essere anche accettabile) bensì le impongono agli altri ogniqualvolta si sentono abbastanza forti per farlo, o non incontrano una risoluta opposizione. Nelle mense scolastiche del Nord gli alunni non musulmani non possono più mangiare salumi: sono stati eliminati "per non offendere i musulmani" (e qui la parola offendere sottintende il rischio di violente ritorsioni). Nelle piscine tedesche si va verso orari o giorni separati per uomini e per donne perché cosi` vogliono i musulmani (altrimenti "si offendono"...). A Rimini una spiaggia è stata riservata in esclusiva alle donne musulmane e chiusa a tutti gli altri. Più di una volta, in Inghilterra, i conducenti pakistani di taxi e autobus hanno rifiutato di prendere a bordo ciechi accompagnati dai cani perché per l'Islam i cani sono animali "impuri". Le docenti cristiane delle public schools acquistate dai musulmani hanno dovuto indossare il velo o essere licenziate. E si potrebbe continuare con innumerevoli altri esempi.
Di fronte a tutto questo, possiamo davvero ridicolizzare o minimizzare la questione del burkini? Personalmente trovo del tutto giustificato il provvedimento preso dal governo francese, tanto più coraggioso alla luce delle aggressioni, delle sofferenze e dei lutti che l'Islam ha già inflitto a quella nazione e che probabilmente ancora le infliggerà. Davvero non capisco come possano sottovalutare il problema dei cattolici a tutta prova che fino al giorno prima lanciavano alte grida d'allarme sull'invasione islamica e sul tramonto della nostra civiltà.

Giovanni Romano

mercoledì 8 giugno 2016

La strage di Debre Libanos: una precisazione dolorosa ma necessaria




Il 18 maggio scorso il quotidiano La Stampa pubblicava un articolo dirompente su una delle peggiori atrocità mai compiute dalle forze armate italiane: la strage di Debre Libanos, un monastero copto fondato in Etiopia nel XIII secolo dal santo Teclè Haimanòt, principale centro religioso del paese.

In quella che è stata definita “la più grande strage di religiosi cristiani mai avvenuta in Africa”, le truppe italiane al comando del Maresciallo Rodolfo Graziani compirono una spietata rappresaglia contro il clero e i fedeli copti, accusati senza prove di avere organizzato l'attentato del 19 febbraio 1937 ad Addis Adeba  in cui Graziani era rimasto gravemente ferito e sette persone erano morte. Il generale Maletti ricevette l'ordine di circondare l'area del monastero di Debre Libanos il 18 maggio successivo, in occasione della festa di San Michele che richiamava pellegrini da tutta l'Etiopia. Ai pellegrini fu permesso di entrare ma non di uscire. Con il passare dei giorni il monastero si trasformò in una trappola mortale nel momento in cui i soldati lanciarono l'attacco sulla folla e sui monaci indifesi. Secondo testimonianze oculari il numero delle vittime fu di circa duemila, di cui almeno la metà monaci, sacerdoti e diaconi. Alcuni soldati italiani, presi dal rimorso per quanto erano stati costretti a fare, donarono ai superstiti del monastero gli ombrelli bianchi coi quali si erano riparati dal sole nei giorni precedenti.

Basterebbe questo episodio da “armadio della vergogna”, trasmesso in docufilm da TV2000 il 21 maggio scorso, a sfatare una volta per tutte il mito degli “Italiani-brava-gente”. Ancora più vergognoso è il silenzio totale che ha accompagnato queste rivelazioni che avrebbero dovuto provocare un esame di coscienza e una revisione della nostra storia. Nel modo in cui è stata data la notizia, tuttavia, c'è un particolare che stona e che dovrebbe far riflettere: l'enfasi con cui si è messo in rilievo che a compiere la strage “non furono le milizie islamiste” e che il numero dei morti fatti dagli italiani superava quello della strage compiuta dagli ottomani in quello stesso luogo nel luglio del 1531. 

Tanta premura nel difendere l'islam mi sembra alquanto fuori luogo. Bisogna infatti notare almeno tre elementi:

  • le vittime del 1937 furono massacrate dopo un attentato perché sospettate di essere terroristi e ribelli, ma non in odium fidei. Quella di Graziani fu una strage che prese le mosse da motivi abbietti di vendetta personale e di puro terrore, ma non fu diretta contro i copti in quanto cristiani;
  • alcuni – pochissimi – soldati italiani dimostrarono rimorso per quanto avevano fatto, e a nessuno passò per la mente di giustificare la loro azione con motivi religiosi;
  • infine, a costo di apparire cinici, il numero delle vittime della strage ottomana del 1531 non dovrebbe essere considerato soltanto in senso assoluto ma anche relativamente alla probabile popolazione etiope dell'epoca.


In conclusione, se nessun italiano può né deve sentirsi scusato per una strage tanto infame, a maggior ragione nessuno può sentirsi autorizzato a tracciare paralleli arbitrari e fuorvianti tra quella che fu una rappresaglia militare - per quanto aberrante- e le stragi di cristiani perpetrare a sangue freddo e senza alcun rimorso dalle armate ottomane e dai terroristi islamici.

Giovanni Romano

domenica 17 gennaio 2016

Via la Croce, ecco a voi il flipper!

Nelle sue rubriche dedicate alle "stranezze", non di rado La Settimana Enigmistica pubblica le storie bizzarre di preti (per lo piu` pastori protestanti inglesi o americani) che pur di attirare i fedeli attrezzano la chiesa coi biliardini, si esibiscono come funamboli o cantanti, raccontano barzellette su Gesu` per divertire e intrattenere la propria congregazione (1).

Leggo sempre episodi del genere con un senso di pena e di disagio (2). Quel che dovrebbe essere un Mistero, la storia piu' grande mai raccontata, la speranza piu' grande mai data agli uomini, banalizzato come un fenomeno da baraccone degno tutt'al piu` della curiosita' oziosa e divertita di una rivista di evasione... 

Quanto siano efficaci questi sistemi e` facile immaginare, non e` il caso di ripeterlo qui. L'equivoco di fondo (che nasce probabilmente a monte, da un errore assai più grave nella formazione di questi sacerdoti e/o pastori) e` duplice: da un lato credere nella propria bravura e dunque concentrare l'attenzione su di se' distogliendola da Cristo; dall'altro offrire al loro "pubblico" quello che già trova comodamente dappertutto. Perché si dovrebbe  andare in chiesa se i predicozzi inflazionati sulla bontà, la tolleranza, l'accoglienza si possono ascoltare ogni giorno da tutti i pulpiti laici? Perché il cuore dovrebbe commuoversi se il sacerdote insiste più sul riscaldamento globale che non sulla nascita o la passione di Gesù? Abbiamo cosi paura del silenzio e della preghiera che ci affidiamo alle battute di un comico à la page nell'illusione di essere "rivoluzionari" e "originali"? Che cosa e` più importante, essere originali o essere veri? Ci siamo dimenticati dell'ammonimento di Cristo sul sale della terra che perde il suo sapore (Mt 5, 13)?

Queste considerazioni trovano una puntuale e amara conferma dai numeri costantemente in calo dei partecipanti alle udienze papali e ancor più di coloro che frequentano la Messa domenicale. Della confessione poi è meglio non parlare. Non si tratta solo di apatia ma peggio ancora di distanza tra gli esseri umani, un disinteresse sostanziale al destino dell'altro e ancora più a fondo la perdita della Speranza. Chi ricorre a queste iniziative non riconosce più di essere uno strumento inadeguato e che in realtà colui che opera è un Altro. La conversione comincia innanzitutto da noi stessi, non dalle nostre iniziative più o meno "originali". Altrimenti l'interesse della gente cesserà nel momento preciso in cui cesserà la novità.

Giovanni Romano

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1. Dimenticando pero` di citare l'umorismo di Gesu` vedi ad esempio il capitolo 6 del Vangelo di San Matteo quando Gesù traccia un ritratto decisamente satirico degli ipocriti con le facce lunghe che fanno finta di digiunare o strombazzano le proprie elemosine.

2. Per strana coincidenza, appena tre giorni fa La Settimana Enigmistica (n.4373 del 14 gennaio 2016) ha pubblicato  a pag. 4 un ennesimo esempio di queste bizzarrie: un reverendo statunitense ha scommesso di pagare il tatuaggio a tutti coloro che si fossero fatti incidere sulla pelle il logo della sua parrocchia. Con questa sconsiderata iniziativa si è trovato sommerso da almeno una ventina di fatture piuttosto salate, e altri sono già in coda...

giovedì 24 dicembre 2015

"Solo un Dio ci puo` salvare..."


Cosi` scrisse Heidegger in una citazione ormai arcinota, e a una considerazione superficiale le sue parole potrebbero contenere una buona dose di ironia o di tragicita`. Come puo` salvarci un Dio che da Nietzsche in poi era stato dichiarato ufficialmente morto? Come si poteva scrivere una frase del genere dopo quasi cinque secoli nei quali il pensiero occidentale, dall'Umanesimo in poi, era consistito in grandissima misura nello sforzo di emanciparsi da qualsiasi apporto che sfuggisse al calcolo della Ragione? Con quale stato d'animo, se non di amara delusione, si poteva tornare a invocare l'intervento divino quando sembrava che nessun traguardo fosse ormai precluso alla Tecnica?

Ogni illazione sull'ironia, pero`, viene a cadere quando si legge la seconda parte della frase: ",,,. Occorre preparare l'attesa". Non si puo` attendere se non Chi esiste. Non si puo` desiderare se non quello che manca a ogni nostro risultato, che sara` sempre al di la` di qualunque cosa si riesca a produrre con le nostre mani, eppure e` sempre presentito come un ospite che sta per suonare alla porta.

Cosi`, da un anno all'altro, da una generazione all'altra, l'umanita` attende Qualcuno che la possa salvare. Attende a dispetto di tutto. A dispetto degli spregevoli avvoltoi che puntualmente insudiciano il Natale con la propaganda del suicidio assistito. A dispetto delle violenze che sembrano incrudelire a bella posta proprio quando sta per arrivare semplicemente un Neonato. A dispetto della permalosita` vera o piu` spesso presunta di altre religioni per le quali non accade e non puo` accadere mai nulla. A dispetto della nostra superficialita` che ci fa scambiare l'attesa con l'accumulo di beni e lo stordimento di feste che tradiscono la Festa, per non pensare fino allo strazio al nostro limite e non sentire il bisogno fino alla disperazione.

Occorre preparare l'attesa di qualcuno che non si conosce. Questo e` il punto massimo e piu` nobile al quale puo` arrivare il pensiero laico. I cristiani invece sanno Chi sta per arrivare. Sanno cosa significa stupirsi e sostare commossi di fronte a un avvenimento ripetuto letteralmente miliardi di volte (la nascita di un bambino) ma che nel Natale contiene una carica di speranza, di fiducia, di rinnovamento inimmaginabili. Abbiamo bisogno di tutto, e la risposta e` un Bambino totalmente bisognoso di noi. Il Natale e` una festa bellissima anche da un punto di vista laico perche` fa capire che i bambini sono i benvenuti. Volerlo dimenticare o peggior ancora censurare e` il sintomo piu` grave dell'invecchiamento terminale della nostra civilta`. Per questo, il mio augurio quest'anno va a tutti coloro che non dimenticano e continuano a stupirsi per questo avvenimento e per la sua assoluta gratuita`.


BUON NATALE

sabato 28 novembre 2015

Una strage che fa comodo a chi vive di stragi

Il pazzoide - o forse l'agente provocatore - che ha assalito una clinica abortista della Planned Parenthood a Colorado Springs negli USA - ha distrutto in mezza giornata il lavoro di mesi, anche di anni, condotto dalle organizzazioni pro-life che si sono battute e si battono, spesso di fronte a una opposizione durissima e violenta, all'ostilità mediatica delle star e degli opinionisti più in vista (basti pensare a Oprah Winfrey). Per non parlare dell'amministrazione Obama, una delle più ideologiche e divisive che l'America si sia mai data, che ha elevato l'aborto a "diritto umano fondamentale".

Tutto il lavoro paziente di persuasione, di dialogo, di accoglimento del dolore e della sofferenza di donne indotte o spinte ad abortire o dai loro uomini o plagiate dalla mentalità edonista per cui il bambino è solo un peso, tutto questo lavoro è andato in fumo proprio quando, lentamente ma sicuramente, il movimento pro-life stava guadagnando terreno e più di una clinica della Planned Parenthood era stata chiusa perché i medici e gli infermieri erano diventati tutti obiettori. Un metodo molto più pericoloso agli occhi degli abortisti, perché una coscienza risvegliata è molto più forte che non le bombe e i fucili.

Al di là della scontata condanna della violenza, questa strage dovrebbe far riflettere su quanto sia stata grave la ferita che l'amministrazione Clinton prima, quella Obama poi, hanno inflitto alla coscienza di un popolo che nel corso degli anni ha vissuto l'aborto con un disagio via via maggiore.

Fa davvero specie che Radio24, nel riferire oggi la notizia, abbia usato il termine "consultorio familiare" per una istituzione dove l'unico "consiglio" è quello di abortire e dove l'omicidio di bambini è pratica normale e quotidiana.

Questa strage è stata il miglior regalo possibile per chi vive sulla strage dei neonati.

Giovanni Romano

sabato 17 ottobre 2015

La lezione dimenticata di San Tarcisio

Non date le cose sante ai cani
e non gettate le vostre perle davanti ai porci,
perche' non le calpestino con le loro zampe
e poi si voltino per sbranarvi

Mt 7,6


Credo che pochi cattolici ormai conoscano la storia di Tarcisio, il ragazzino martire a causa dell'Eucarestia che portava segretamente ai cristiani incarcerati per la loro fede nell'agosto del 257 d.C.. Narra la leggenda che mentre si recava al carcere alcuni ragazzacci, incuriositi dalla cassetta che portava tra le braccia con tanta cura, cominciarono a seguirlo e a importunarlo, chiedendogli cosa avesse di cosi' prezioso. Non avendo avuto risposta, cercarono di strappargliela dalle mani, ma qui avvenne il miracolo: le braccia di Tarcisio sembravano diventate d'acciaio, per quanti sforzi facessero non riuscirono a fargli minimamente allentare la presa. Allora lo scherno divenne odio e lo colpirono tutti insieme con pugni, calci, pietre fino a ridurlo in fin di vita. Ma Tarcisio continuava a tenere stretta sul cuore quella cassetta che per lui era piu' importante della vita. In quel momento passo' Quadrato, un robusto centurione anche lui cristiano, che quando vide quel linciaggio intervenne e mise in fuga il branco. Tarcisio ebbe appena il tempo di affidargli le Ostie consacrate, poi gli mori' tra le braccia.

Non ho potuto fare a meno di pensare a questo giovanissimo martire quando ho letto che al Sinodo sulla famiglia un vescovo ha riferito di un episodio che per molti aspetti e' agli antipodi del sacrificio di Tarcisio. Al momento di ricevere la sua Prima Comunione, un ragazzino avrebbe spezzato l'Ostia consacrata e ne avrebbe dato la meta' al padre, divorziato risposato che non avrebbe ne' potuto ne' dovuto prenderla.

Dire che si e' trattato di un abuso liturgico e' poco. E' stato un sacrilegio in piena regola perche' nessun laico, tantomeno un ragazzino, puo' permettersi di dare il Corpo di Cristo a suo arbitrio, tantomeno a chi e' indegno di riceverlo perche' non si pente e non ha nessuna intenzione di cambiare vita. "Ma era suo padre!", mi si obbietterà. "Il ragazzo stava vivendo il momento piu' bello della sua vita, ha visto che il padre soffriva di vedersi escluso da quella festa, e ha voluto condividere Gesu' con lui. Cosa c'e' di male?".

In altre parole, si passa dall'etica del sacrificio all'etica della gratificazione, quasi che l'Eucarestia sia un gettone, un lasciapassare di socializzazione o peggio ancora un "diritto". E stiamo attenti a compatire certe "sofferenze", perche' proprio in nome della pieta' sono stati introdotti i tre stadi di abolizione dell'uomo: divorzio, aborto ed eutanasia!

Non c'e' bisogno di dire che questo ragazzino tanto compassionevole ha suscitato la "commozione" di molti padri sinodali (spero che qualcuno di loro abbia avuto invece il coraggio profetico di sdegnarsi). E' quella che Robert Hughes ha definito giustamente "La cultura del piagnisteo": c'e' sempre una vittima da qualche parte, c'e' sempre qualche oppresso che reclama i suoi diritti calpestati, non importa se campati in aria, e c'e' sempre qualche istituzione oppressiva che glieli nega, non importa se a torto o a ragione. Quello che conta, appunto, e' essere gratificati, sentirsi giustificati e rispettabili perche' vittime, e in quanto vittime sentirsi autorizzati a ottenere tutto quel che si vuole.

Va da se' che l'episodio e' stato ripreso con grande enfasi dai media di tutto il mondo, con buona pace della riservatezza dei lavori sinodali e con un tempismo tanto immediato quanto sospetto. Al di la' della storiella strappalacrime, si tratta di una operazione cinicamente ributtante che ormai non mira nemmeno piu' ad attaccare solo il matrimonio ma il cuore stesso dell'Eucarestia.

Probabilmente il ragazzino citato al Sinodo avra' agito in buona fede, ma era stretto dovere del sacerdote innanzitutto istruirlo bene e in secondo luogo richiamarlo, spiegandogli con chierezza le ragioni dell'inopportunita' del suo gesto, perche' a volte la Chiesa e' costretta a dire un fermo NO per non addormentare le coscienze.

Mi viene il sospetto che gli stessi Padri sinodali che si sono commossi per il ragazzino tanto altruista condannerebbero l'"integralismo", il "fanatismo" e la "chiusura al dialogo" di Tarcisio che amava tanto Gesu' da non credersi piu' buono di lui e da proteggerLo con la sua stessa vita.

Giovanni Romano

domenica 30 agosto 2015

Saviano e i conigli di Trilussa

Roberto Saviano non perde mai occasione per impancarsi a maestro col ditino alzato, specialmente quando si tratta di difendere le cause più aberranti e antiumane (le droga libera, l'eutanasia, l'istigazione all'odio e all'aggressione contro le Sentinelle in Piedi). Stavolta è intervenuto sulla tragica vicenda di Anatoly Karol, un ucraino di 38 amni ucciso a Castello di Cisterna (NA) perché aveva cercato di opporsi a una rapina. I banditi non solo gli hanno sparato ma hanno bestialmente infierito su di lui che aveva con sé la sua bambina di pochi anni.

Eco come Saviano ha letto la vicenda:

Non ha fatto notizia. A parte qualche veloce lancio ai Tg o qualche riga sui giornali, nessun commento importante. Anatoly Karol aveva 38 anni e sabato era con la sua bambina di un anno e mezzo a fare la spesa in un supermercato di Castello di Cisterna, in provincia di Napoli. All'improvviso due malviventi hanno fatto irruzione nel locale per una rapina. Anatoly ha cercato di sventarla, ma gli hanno sparato davanti alla figlia e poi hanno infierito su di lui con un'arma contundente. È morto quasi subito.
Anatoly era ucraino. Se fosse stato il contrario, se l'ucraino fosse stato il rapinatore, oggi su questo caso avremmo avuto molta più attenzione, raccolte di firme, cortei.

Sarebbe un intervento condivisibile se non fosse viziato da un equivoco di fondo, di cui anche Saviano è responsabile. Tutto preso dal sacro fuoco antirazzista, ha dimenticato che gli italiani non reagiscono alle rapine almeno per due motivi. 

Il primo è il rischio di ritrovarsi colpevoli per essere intervenuti con la forza, specialmente quando all'aggressore derivano lesioni o morte, È vero che l'articolo 86 n.1 del Codice Penale riconosce l'attenuante (si badi bene, l'attenuante, il che significa che si rischia ugualmente il carcere!) "per avere agito in base a motivi di particolare valore morale e sociale", tuttavia chi ha avuto l'esperienza di essere intervenuto con la forza per sventare un reato si è lamentato di aver subito processi su processi ed essersi dovuto difendere quasi fosse il colpevole, comprese ovviamente le ingenti spese processuali.

Il secondo è la mentalità buonista che è stata diffusa, per cui il delinquente, il criminale è sempre "una-vittima-della-società", e come tale da "capire", quasi che dovesse andare esente dalle conseguenze del suo reato. Come scriveva il Cardinale Giacomo Biffi in un libro bellissimo e ormai introvabile (La Bella, la Bestia e il Cavaliere), abbiamo ormai più "comprensione" per Caino che per Abele. La conseguenza, tutt'altro che innocua, è il buonismo che imperversa nella scuola, nei media, del discorso pubblico. Appendiamo ai balconi le Bandiere della Pace, organizziamo Marce della Pace, ai bambini si fanno imparare le Canzoncine della Pace... ci sarebbe da meravigliarsi davvero se dopo questo lavaggio del cervello qualche italiano trovasse l'energia per battersi!

A differenza di noi italiani inebediti e devastati dal pacifismo e dal relativismo morale, gli stranieri hanno ancora conservato il senso del bene e del male, e quando vedono il male reagiscono. Ricordo ancora un coraggioso senegalese che fu ucciso in un negozio nelle stesse circostanze del povero Anatoly Karol, e per lo stesso motivo. Prima di scandalizzarsi a tempo perso, Saviano dovrebbe ricordare una poesia di Trilussa, Er Leone e er Conijo, che bolla il suo moralismo di comodo con questi versi fulminanti: 

"E comme voi 
che s'improvisi un popolo d'eroi
dov'hanno predicato li coniji?".

Giovanni Romano

venerdì 21 agosto 2015

Welby e Casamonica: una ignobile strumentalizzazione

La Chiesa è dura dove gli uomini la vorrebbero tenera,
 e tenera dove gli uomini la vorrebbero dura.
 T. S. Eliot



 In queste ore i media stanno tracciando con deliberata malafede un parallelo assurdo tra due vicende che in realtà non hanno alcun collegamento: il suicidio di Piergiorgio Welby e i faraonici funerali del boss Casamonica. Come mai, ci si chiede, la stessa parrocchia che negò i funerali religiosi a un malato terminale li ha invece concessi a un boss della mala, e per giunta in una forma così ostentata da essere una beffa verso le istituzioni e una prevaricazione contro la città di Roma?

L'accostamento è assurdo e strumentale. Il suo unico scopo è di accreditare l'eutanasia e gettare ulteriormente fango contro la Chiesa . Ma vediamo di fare un po' di chiarezza. Che io sappia, Welby era un ateo convinto, e non gli venne mai in mente di chiedere i funerali religiosi. Fu la famiglia a insistere per ottenerli (probabilmente su istigazione del Partito Radicale) anche come ultimo sfregio e provocazione contro la Chiesa che si è sempre opposta all'eutanasia. Anche allora il parroco fece la figura del Don Abbondio perché dichiarò che gli era stato proibito di celebrare i funerali religiosi "su ordine del Cardinale Vicario" (a quell'epoca era Ruini). Una figura meschina la sua, perché un sacerdote cattolico dovrebbe sapere da sé che non si devono celebrare i funerali religiosi di un suicida che non si pente e per giunta rivendica il suo gesto come se fosse un valore. Non c`era bisogno di nascondersi dietro la tonaca del Cardinale!

Nel caso Welby, tutta la vicenda fu gestita da una regia accorta e orribilmente cinica. A cominciare dalla continua, insistente rivendicazione di morire, dalle interviste concesse a Welby attaccato alla macchina (Qualche lettore di Avvenire si illuse piamente che quelle interviste fossero "una richiesta di aiuto", ma lo sguardo duro e freddo di Welby esprimeva soltanto una volontà caparbia di autodistruzione, un rancore totale verso la vita), dal gesto di "disobbedienza civile" del medico che lo uccise (e che poi fu trionfalmente assolto dalla stessa magistratura che ha demolito la legge 40) fino alla data scelta per il suicidio: la vigilia di Natale, in pieno e consapevole sfregio al cristianesimo, in modo da gettare l'ombra della morte e dell'ultimo arbitrio umano sulla festa della speranza e del dono gratuito di Dio. E in effetti quello fu uno dei miei più tristi Natali, perché sentii con chiarezza (e oggi lo sento ancora di più) che da quel momento in poi noialtri esseri umani ci saremmo allontanati ulteriormente l'uno dall'altro, e che invece di aspettarci normalmente pietà e solidarietà dal prossimo ci saremmo dovuti aspettare indifferenza e abbandono.

Quanto ai funerali religiosi platealmente rivendicati quasi che Welby fosse un martire, l'unico che disse una parola chiara fu Mons. Fisichella quando rispose seccamente: "La Chiesa non è un Bancomat". Fu lui a salvare non solo la dignità della Chiesa, ma la stessa dignità del vivere e del morire. Non so, obiettivamente, se queste parole sarebbero ancora pronunciate con l'attuale andazzo ecclesiastico di una "misericordia" senza giustizia e soprattutto senza verità.

Veniamo adesso ai funerali di Casamonica. Una pacchianeria sconcertante, un'ostentazione arrogante e cafona, la più totale caricatura della solennità. Ma soprattutto (e in questo i funerali di Casamonica si sono accostati realmente a quelli laici di Welby, tenuti provocatoriamente davanti alla sua parrocchia) un atto di forza per mostrare a tutti chi comanda veramente a Roma. Il che dovrebbe suscitare domande quanto meno sulle radici del consenso popolare. Perché tanta folla? Legami tribali, che si sono dimostrati ben più solidi del nostro individualismo spappolato? Solo intimidazione e paura, oppure una sorta di ammirazione perversa verso un Capo? Che ci piaccia o no, la maggior parte di noi non segue né la ragione né le belle parole ma soltanto la forza. Uno stato che rifiuti programmaticamente di usarla contro i prepotenti si espone a queste umiliazioni. È stata la piena sconfitta del nostro buonismo.

Anche in questo caso l'atteggiamento del parroco è stato pilatesco: “Quello che avviene al di fuori della chiesa non mi riguarda”. Nemmeno quando manifesti oltraggiosi di cui alla foto sono stati appesi alle mura della sua parrocchia? È indubbiamente un momento grave per la Chiesa, che sembra incapace di dire parole chiare sul bene e sul male. Appiattirsi sui criteri del mondo le porta ancora più ostilità e disprezzo.

Detto questo, tuttavia, non si possono paragonare né accostare vicende così diverse se non per malafede. Welby si è suicidato in odium fidei, senza mostrare né tentennamenti né pentimento, rivendicando anzi il suo gesto contro tutto e tutti. Peggio ancora, ha consapevolmente aperto la strada all'abbandono terapeutico e all'eutanasia. Non sappiamo come sia morto il boss Casamonica ma data l'ostentazione di santità c'è da dubitare che si sia veramente pentito. Però il suo funerale non si è posto contro la Chiesa in quanto tale. Ne ha calpestato la dignità e ha strumentalizzato un rito che doveva essere sobrio e non sfacciato, ma non lo ha stravolto, non lo ha piegato alla causa della morte.

I moralisti a un tanto al chilo abbiano almeno il pudore di tacere.

Giovanni Romano

giovedì 13 agosto 2015

Nagasaki, la città che non doveva essere bombardata

Lo scorso 9 agosto e` stato commemorato il 70esimo anniversario dello sgancio della seconda bomba atomica su Nagasaki, e come da molti anni ormai tornano a girare in Rete deliranti teorie cospirative secondo le quali questa citta` fu bombardata perche` ospitava la piu` numerosa comunita` cattolica del Giappone. Si sarebbe trattato dunque di un atto di odio e di intimidazione verso il Vaticano, "reo" di aver mantenuto la sua indipendenza verso gli Alleati laici e massoni ecc. ecc.
Di questa aria fritta si e` fatto interprete purtroppo anche un giornalista come Renato Farina. Mi dispiace per lui, ma le teorie della cospirazione anticattolica non hanno il benche` minimo fondamento, sono pura farneticazione ideologica, allo stesso livello di quelle secondo cui l'Ammiraglio Yamamoto progetto` l'attacco a Pearl Harbor su ordine del Vaticano perche` da ragazzo aveva frequentato una scuola cattolica (fatto non confermato da nessuna sua biografia).
Tanto per cominciare, Nagasaki non faceva nemmeno parte, inizialmente, della lista delle città giapponesi scelte come obiettivo di un attacco atomico. Tale lista comprendeva cinque città : Kokura (sede della più importante fabbrica di munizioni del Giappone), Hiroshima (porto di primaria importanza, grande centro industriale e sede di comando del II° gruppo di armate), Yokohama (fabbriche aeronautiche, utensili, magazzini, equipaggiamenti elettrici e raffinerie di petrolio), Niigata (porto, impianti industriali, fabriche di alluminio e raffinerie di petrolio), Kyoto (centro industriale e culturale di primaria importanza). Tutte queste città avevano in comune alcuni requisiti che gli americani avevano stabilito per renderle obiettivi di un attacco atomico:
  1. Dovevano avere un'area urbana con un diametro maggiore di 4,8 Km;
  2. Lo scoppio avrebbe dovuto coinvolgere l'area abitata e industriale più ampia possibile:
  3. La città non doveva essere stata attaccata in forze prima dell'agosto 1945. Per questo le cinque città dell'elenco furono scientemente risparmiate dagli attacchi convenzionali: si dovevano studiare il più accuratamente possibile gli effetti di una esplosione atomica.

Basterebbe questo a demolire tutte le teorie complottiste. Ma il destino si accanì davvero contro Nagasaki. Prima di tutto, grazie alle insistenze del ministro della guerra Henry L. Stimson, Kyoto venne cancellata dalla lista degli obiettivi perché Stimson vi aveva trascorso la luna di miele anni prima, e Nagasaki prese il suo posto (base navale, cantieri Mitsubishi, fabbriche di armi e munizioni). (Per chi conosce l'inglese, ecco il link dove trovare tutte queste informazioni: http://tinyurl.com/7na63kt
In secondo luogo, il 9 agosto del 1945 Nagasaki non sarebbe dovuta nemmeno essere bombardata perché l'obiettivo principale era un altro. La storia di quel tragico bombardamento che il destino volle a tutti i costi è raccontata nel libro (ormai troppo datato, tuttavia), La guerra del Pacifico di Bernard Millot alle pagine 981-986. La seconda missione atomica fu assai piu` drammatica di quella dell'Enola Gay, e rischiò piu` volte il fallimento. Lascio la parola a Millot per la descrizione di ciò che avvenne veramente quel giorno su Nagasaki, ma con una importante avvertenza:
Il B.29 che sganciò la bomba atomica su Nagasaki non si chiamava The Great Artist(1) ma Bokscar (The Great Artiste accompagnò entrambe le missioni atomiche perché portava apparecchiature di misurazione degli effetti dell'esplosione e delle radiazioni). Tutti i riferimenti al Great Artiste devono quindi intendersi per Bokscar.
[I neretti che evidenziano i punti salienti sono miei.]
(...) Lo stato maggiore americano fu quindi costretto ad attuare la minaccia e diede l'ordine di effettuare il secondo bombardamento atomico della storia. A Tinian, gli specialisti avevano modificato un altro B.29 del DIX Gruppo, il n.77, battezzato dal suo equipaggio The Great Artist(1), dotandolo delle stesse apparecchiature speciali e degli stessi strumenti di controllo montati precedentemente sul B.29 n.82 Enola Gay.
Nella serata dell'8 agosto tutti i lavori di apprestamento vennero completati. L'equipaggio fu informato dei particolari della missione da compiere senza pero` che si precisasse agli uomini la natura della bomba trasportata. In realta`, nessuno di loro si lascio` ingannare, in quanto dalla precedente incursione solitaria erano filtrate numerose informazioni.
L'equipaggio del Great Artist si trovava ancora nella sala dei briefings, quando il cielo venne striato la lampi arancione. Il maltempo complicava la missione, e forse poteva addirittura comprometterla. Verso le 3, in ogni modo, l'equipaggio sali` a bordo e, poco dopo, i motori si misero in moto con un rombo possente. Il maggiore Charles W. Sweeney esegui` le consuete verifiche, procedette alle ultime regolazioni e, alle 3,45, il grande apparecchio si lancio` sulla pista.
Il quadrimotore prese quota e penetro` quasi subito in una zona temporalesca con forti turbolenze. Il pilota zigzago`, cercando senza posa di aggirare le masse nuvolose piu` fitte che apparivano di quando in quando, illuminate da lampi furtivi ma numerosissimi. La pioggia crepitava sulle lamiere e striava i vetri della cabina di pilotaggio rendendo l'aereo cieco in una notte nera come l'inchiostro. Quel volo era spossante e le numerose deviazioni causavano un imprevisto consumo di benzina.
Finalmente, verso le 5, il Great Artist usci` dalla zona temporalesca e penetro` all'improvviso in un cielo completamente sereno, nel quale, a oriente, gia` si scorgevano le prime luci dell`alba. Poco dopo le 7, la radio si mise in ascolto degli altri due bombardieri incaricati di segnalare le condizioni meteorologiche sugli obiettivi prescelti, ma l'etere era stato invaso da un potente ed efficacissimo disturbo giapponese che agiva sulle frequenze impiegate abitualmente dagli americani.
La radio scoppietto` parecchie volte, ma rimase completamente inaudibile. Era disperante perche`, quanto piu` l'apparecchio si avvicinava al Giappone, tanto piu` i disturbi si intensificavano, e sembrava ormai chiaro che non sarebbe stato possibile ricevere le attese informazioni. Il radiotelegrafista, pero`, riusci` a captare un messaggio abbastanza potente per emergere da quel caos radiofonico, e capi` che il tempo era buono sull'obiettivo numeno uno, vale a dire la citta` di Kokura. Pochi minuti dopo, il secondo bombardiere fece capire che le condizioni atmosferiche erano soddisfacenti sopra l'obiettivo numero due, e cioe` la citta` di Nagasaki. Il maggiore Sweeney decise di attaccare in base alla prima informazione e porto` l'apparecchio nella direzione della citta` di Kokura. Il dado era tratto. Gia`, all'orizzonte, si intravedeva la citta`, chiazza chiara nel bel mezzo di un oceano di vegetazione verde-scura. Sul quadrimotore tutto era in ordine, l'ordigno denominato "Fat Man"(2), piu' tondo e piu` panciuto di "Little Boy", era stato innescato da qualche minuto e l'equipaggio aveva inforcato gli occhiali scuri. Di li` a pochi secondi, ormai, la nuova bomba atomica avrebbe raso al suolo una seconda citta` giapponese.
Nagasaki... per caso!
Nel muso a vetri del Great Artist, il puntatore aveva regolato l'apparecchiatura di mira e fatto apportare i piccoli cambiamenti di rotta che facevano coincidere esattamente l'asse di volo dell'apparecchio con il centro di Kokura. Aveva gia` calcolato il momento dello sgancio e stava contando i secondi quando, a un tratto, impreco`. Una nube si trovava subito al di sopra della citta` e impediva, per conseguenza, il bombardamento a vista ordinato formalmente. Il maggiore Sweeney fece virare il pesante apparecchio e segui` un ampio cerchio per eseguire un nuovo passaggio sotto un altro angolo. Le operazioni per regolare lo sgancio ricominciarono, ma la nuvola era sempre li`, e addirittura si stava ingrandendo.
Per due volte il quadrimotore torno` sopra la citta` e per due volte si dovette rinunciare a causa del progressivo ispessimento della formazione nuvolosa. La tensione a bordo era al culmine, tanto piu` che la contraerea giapponese cominciava a sparare con precisione e che le riserve di carburante stavano diminuendo pericolosamente.
Sweeney riflette` sul da farsi: bisognava insistere e sperare che la maledetta nuvola si dileguasse oppure prendere la decisione di affrettarsi sull'altro obiettivo segnalato? Le riserve di benzina avrebbero consentito una cosi` lunga deviazione? In un caso come nell'altro, la decisione era gravida di conseguenze: su Kokura sarebbe stato senza dubbio necessario decidersi a sganciare la bomba ricorrendo agli strumenti, disubbidendo agli ordini formali ricevuti, ma, dirigendo su Nagasaki, si sarebbero compromesse inevitabilmente le probabilita` di un ritorno alla base. Trascorsero cosi` lunghi secondi che parvero interminabili, ma in ultimo Sweeney diede l'ordine di bombardare Nagasaki. Gli abitanti di Kokura dovevano la vita, senza saperlo, a innocenti formazioni nuvolose.
Il pesante bombardiere segui` la nuova rotta e, poco dopo, Nagasaki apparve all'orizzonte. Il puntatore ricomincio` daccapo con i calcoli e con le operazioni preliminari, ma si accorse ben presto che anche la` nubi andavano formandosi sopra la citta`. Si lagno` di una simile sequela di contrattempi. Gia` numerose esplosioni della contraerea circondavano molto da vicino il Great Artist e gli uomini dell'equipaggio avevano la faccia imperlata da grosse gocce di sudore. Tutti si rendevano conto del dramma del comandante e delle difficolta` del problematico ritorno alla base.
L'apparecchio si stava avvicinando al punto calcolato per lo sgancio, quando, a un tratto, il puntatore scorse uno squarcio nelle nubi attraverso il quale si vedeva chiaramente il centro della citta`(3). Conto` allora gli ultimi secondi, gli uomini dell'equipaggio tornarono a mettersi gli speciali occhiali e, alle 12,01, il B.29 si sollevo` nettamente mentre "Fat Man" precipitava.
Il maggiore Sweeney esegui` una rapida virata e si allontano` alla massima velocita`. Quel che accadde allora somiglio` a quanto era accaduto tre giorni prima su Hiroshima. La luce dell'esplosione fu pero` ancora piu` abbacinante e le onde d'urto scossero molto violentemente l'aereo che si stava allontanando velocissimo. L'enorme fungo che si alzo' verso il cielo assunse colorazioni purpuree, gialle, verdi. Molto piu` in basso, si scorgeva un mare di fiamme che inondava tutta la citta`.
Gli uomini distolsero addolorati lo sguardo da quella visione orrenda e dovettero affrontare un altro problema angoscioso, quello del ritorno. Dopo l'enorme consumo di benzina causato dai tentativi infruttuosi di Kokura, e la lunga deviazione per portarsi sopra Nagasaki, non restava altra alternativa se non sperare di poter raggiungere la piu' vicina base amica: Okinawa. E non era ancor detto che l'apparecchio ce l'avrebbe fatta ad arrivare sin la`.
Dopo un lungo volo sul mare, la radio chiamo`, a piu` riprese, l'isola conquistata di recente, ma non ottenne alcuna risposta. Okinawa non riceveva i messaggi, oppure si trovava nell'impossibilita` materiale di rispondere.
Come ultima risorsa, il maggiore Sweeney decise di trasgredire alle piu` elementari norme di sicurezza e di atterrare a qualunque costo, pur sapendo che nessuna pista, a Okinawa, era in grado di accogliere un B.29. Era ormai questione di vita o di morte e non sarebbe stato possibile tentare un'altra deviazione. Il bombardiere si abbasso` e lancio` tutti i razzi che segnalavano una situazione di pericolo, affinche`, da terra, ci si rendesse conto del carattere disperato di quell'atterraggio eccezionale.
Il Great Artist si abbasso` ulteriormente, si mise sull'asse della pista piu` lunga, e alle 14 le ruote del carrello toccarono violentemente il terreno. Il grande bombardiere rullo` a lungo e si immobilizzo`, finalmente, a pochi metri appena dal termine della pista, con i serbatoi praticamente vuoti. Alle 17 il Great Artist, fatto il pieno, decollo` da Okinawa e inizio` il lungo volo di ritorno fino a Tinian, ove si poso` alle 23.
Ecco la descrizione della missione, dall'inizio alla fine. Da essa si deduce senza ombra di dubbio che:
  • Nagasaki non era l'obiettivo principale della seconda missione atomica, ma solo un obiettivo di riserva (e del resto, se gli USA avessero voluto dare una lezione al Vaticano, l'avrebbero probabilmente bombardata per prima, lasciando Hiroshima per seconda);
  • L'equipaggio del Geat Artist tento` per ben due volte di bombardare Kokura, e si risolse a bombardare Nagasaki solo perche` il primo obiettivo era diventati impraticabile
  • Alla base dei bombardamenti atomici vi erano considerazioni freddamente militari. Le considerazioni religiose non c'entravano praticamente nulla.

Si potrebbero fare due ulteriori considerazioni:
  • Gli americani possedevano ormai il completo dominio dell'aria sopra il Giappone. Nessun caccia, infatti (anche per la scarsita` di carburante) si levo` in volo per abbattere i bombardieri atomici, che del resto vennero scambiati per semplici ricognitori.
  • E` da rimarcare la particolare perizia dei piloti e dell'equipaggio del Great Artist che portarono a termine una missione lunghissima, molto faticosa, contrastata dagli eventi atmosferici e che poteva concludersi in modo disastroso. Il B.29 era un aereo di prestazioni straordinarie per l'epoca, ma stavolta l'equipaggio dovette portarle fino al limite.

Credete voi che queste razionalissime considerazioni faranno scomparire le assurde teorie sul bombardamento di Nagasaki? Nemmeno per idea. Internet e` uno specchio di Narciso dove ognuno vede riflesso quello che vuole vedere. Ma almeno io, nel mio piccolo, spero di aver contribuito alla verita` e di avere aperto gli occhi a chi avra` avuto la bonta` di leggermi fin qui.
Giovanni Romano
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1. "Il grande artista", in onore dei successi con le donne del capitano Kermit K. Beahan. [N.d.A.]. Il nome originale dell'aereo, comunque, è The Great Artiste, vedi questo link: https://en.wikipedia.org/wiki/The_Great_Artiste
2. "Grassone". [N.d.A.]

3. Altre fonti affermano che il cielo sopra Nagasaki era interamente coperto, e che il maggiore Sweeney decise di bombardare col radar assumendosi la responsabilita` di aver disubbidito agli ordini, data la difficile situazione del suo aereo. Questa seconda versione sembra confermata dal fatto che la bomba atomica manco` ampiamente il centro della citta` e che l'esplosione avvenne a ridosso di una catena di colline che schermo` in parte Nagasaki. Si spiegherebbe cosi' anche il numero relativamente minore di vittime - 23.753 morti e 43.020 feriti – contro i 92.233 morti e 37.425 feriti di Hiroshima.

giovedì 6 agosto 2015

Odio i portoni vetrati...

 ... e amo invece quelli antichi, di legno massiccio, che quando li richiudi dietro di te creano di colpo uno spazio di frescura, intimità e silenzio. 

Li amo perché proteggono dalla curiosità indiscreta di quelli che passano. Li amo perché non sono un transito distratto come quelli vetrati, ma un locale prezioso dove si può sostare e riprendere fiato anche per un solo istante. Fanno già parte della casa ma non sono ancora il pianerottolo, la porta, le stanze dove si combatte la battaglia quotidiana della sopravvivenza, con le sue preoccupazioni e le sue miserie.

Fortunato chi ci abita. Può dire di poter vivere almeno un pezzo di vita propria, sfugge alla trasparenza ossessiva di un mondo dove si viene controllati dallo stato, dal fisco e da Internet peggio che in Noi di Zamyatin o di Farenheit 451. Il portone solido è un sano confine, il confine che taglia fuori la vita pubblica e introduce in quella privata, contro la retorica bugiarda di un "mondo-senza-frontiere" dove chiunque si sente autorizzato a invaderci e venire a ficcare il naso nei nostri affari.


Giovanni Romano