venerdì 28 gennaio 2011

Mozart: un destino "necessario"?



Ieri discutevo via Facebook con un caro amico a proposito di Mozart, e ricordavamo un episodio che lo vide protagonista in occasione del suo viaggio a Roma nella Pasqua del 1770, quando aveva solo 14 anni. Il padre lo accompagnò alla Cappella Sistina per ascoltare il famoso Miserere di Allegri che si cantava solo il Venerdì Santo alla presenza del Papa e dei cardinali. Era una cerimonia estremamente suggestiva. La sala era buia, illuminata soltanto dalle torce tenute in mano dai cardinali vestiti dei paramenti neri, e man mano che il bellissimo Miserere per sole voci e doppio coro procedeva, ciascun cardinale andava a inginocchiarsi di fronte al Papa e spegneva la sua torcia, fino a quando la Cappella restava immersa nel buio e le voci si spegnevano in un profondissimo silenzio.
Lo spartito del Miserere era un segreto rimasto gelosamente custodito per quasi un secolo. Lo si poteva ascoltare solo a Roma e solo il Venerdì Santo. Eppure Mozart, tornato a casa, lo trascrisse a memoria, senza dimenticare (così si dice) nemmeno una legatura. Da quel momento il Miserere di Allegri fu conosciuto in tutto il mondo. I maestri della Cappella Sistina avevano previsto tutto ma non di avere a che fare con un genio.
Questo episodio basterebbe a smentire le tesi di coloro che, come Tolstoj e Brecht, credono che la storia proceda sui binari di un determinismo impersonale e che l'individuo, specialmente il genio, non abbia importanza. Ma c'è un punto ancora più significativo che la discussione mi ha fatto tornare in mente. In un romanzo del quale non ricordo né l'autore né il titolo (lo citava il Professor Franco Cassano in Partita doppia, credo) il narratore si mette nei panni di Mozart e gli fa esprimere tutta l'amarezza e il rimpianto di essere stato costretto a diventare un "fanciullo prodigio", brutalmente sfruttato dal padre che gli avrebbe rubato l'infanzia che tocca a ogni bambino. E per contrasto mi è venuto in mente il celebre saggio di Virginia Woolf a proposito della "sorella di Shakespeare" dotata quanto il fratello, appassionata della vita quanto il fratello, creativa e geniale quanto il fratello, ma condannata a lasciare arrugginire e far morire i suoi talenti nel matrimonio, nei figli, nelle faccende domestiche, solo perché donna.
Lasciamo perdere le implicazioni fin troppo devastanti che hanno avuto le tesi di Virginia Woolf sulla famiglia e sul matrimonio, e chiediamoci: chi dei due ha ragione? Da una parte si sostiene che i talenti siano un peso e quasi una maledizione di fronte a una vita "normale". Dall'altra si sostiene esattamente il contrario: è la vita "normale" a essere una maledizione di fronte alla prospettiva di liberare i propri talenti. Sembrerebbero due argomenti che si annullano a vicenda, ma non è così. Siamo proprio sicuri che a Mozart dispiacesse la fatica che comporta inevitabilmente la cura del proprio talento? Siamo proprio sicuri che fosse un forzato della musica? Al contrario, è certo che i suoi primi anni furono contrassegnati da una impressionante facilità e felicità di creare. Fu solo dopo, man mano che maturò come uomo e come artista, che comporre gli divenne più difficile, più tormentato ma enormemente più profondo. Avremmo dovuto rinunciare a tutta la bellezza che ci ha dato a vantaggio di una sazia mediocrità? E non nemmeno è giusto, come fa la Woolf, pensare che la famiglia e il matrimonio siano nemici dell'arte e della creatività, basti pensare a Bach, che avviò alla carriera artistica anche qualcuna delle sue figlie.
"Quando la gente si accorge che sai suonare, / suonare ti tocca, per tutta la vita". Nella semplice saggezza del Suonatore Jones che ci parla dall'Antologia di Spoon River forse si trova la risposta. Al proprio destino non si può sfuggire, e anche il Vangelo condanna chi seppellisce sotto terra il proprio talento.
Giovanni Romano

Caso Cesaroni: un'epidemia di pietà?

In un momento nel quale tutti sembrano avere i nervi a fior di pelle, dove il linciaggio morale è diventata la norma, dove volano accuse, controaccuse, insinuazioni al vetriolo, dove non si desidera niente di meno che l'annientamento dell'avversario, la reazione alla sentenza del processo per l'omicidio di Simonetta Cesaroni sembra andare soprendentemente controcorrente. I giornali hanno riversato tonnellate di compassione sull'accusato, Raniero Busco, compiangendolo per il malore avuto in aula, per la moglie e i figli che dovrà lasciare per una condanna niente affatto lieve, ma comunque inferiore alla pena dell'ergastolo richiesta dal Pubblico Ministero.
In questa reazione, ammettiamolo, c'è un briciolo di verità perché la sentenza arriva tardi, veramente molto tardi, e per giunta sul processo pesa come un macigno il "suicidio" del principale testimone, Pietrino Vanacore. Ma non mi unisco al coro di quelli che considerano Busco quasi come la vittima di un perverso accanimento giudiziario e di una persecuzione della famiglia di Simonetta. Se Busco è colpevole deve pagare, e non ha nessuna importanza che "Se anche fosse coipevole, in tutti questi anni si è rifatto una vita e non ha più dato fastidio a nessuno. Ormai è un altro uomo", come ho sentito dire ieri su Radio 1 da una giornalista del "Messaggero".
Ma stiamo scherzando? Con questo metro di giudizio si sarebbero dovuti lasciare in pace anche i criminali nazisti come Kappler o Priebke, i torturatori di Videla e di Pinochet, i carnefici di Pol Pot. Anche loro si erano rifatti una vita, anche loro probabilmente non avevano più dato fastidio a nessuno. Ormai qualcuno di loro poteva essere davvero diventato un altro uomo, ma il delitto era rimasto lo stesso e continuava a chiedere giustizia.
Mi auguro sinceramente anch'io che Busco sia innocente, ma se è stato lui a uccidere con particolare crudeltà Simonetta Cesaroni, è troppo facile essersi rifatto una vita senza aver pagato il suo debito con la giustizia. Probabilmente la stampa e i media mostrano tanta pietà verso un condannato per omicidio perché ha la fortuna di non chiamarsi Silvio Berlusconi.
Giovanni Romano

giovedì 20 gennaio 2011

Non bastava il processo a Berlusconi, ora arriva anche la scomunica...

Ho sentito alla radio la dichiarazione del Card. Bertone di qualche ora fa. Non bastava mettere sotto processo Berlusconi, ora arriva anche la scomunica! E va bene, ammettiamo pure che Bertone e il Vaticano non avessero scelta, perché il loro silenzio poteva essere interpretato come acquiescenza. Ammettiamo anche che le abitudini di Berlusconi -tutte da dimostrare, del resto- siano discutibilissime, indegne di uno statista e corruttrici della pubblica moralità.

Ma quando mai Bertone e i vescovi si sono pronunciati con toni altrettanto veementi nei confronti di un Prodi, ottimo marito e padre, che voleva dare diritti alle coppie di fatto e si è vantatp della sua posizione di "cattolico adulto" sui temi bioetici? Quando mai i vescovi sono stati altrettanto espliciti nei riguardi di un presidente di regione come Vendola, non solo per il suo orientamento sessuale ma anche per aver fatto della Puglia la prima regione d'Italia per numero di aborti? Perché i vescovi non hanno avuto nulla da dire sul presidente Napolitano, anche lui ottimo marito e padre, quando non ha voluto salvare la vita di Elunana Englaro? Vogliamo veramente che i cattolici si appiattiscano sugli anodini "valori comuni" di cui oggi ha parlato Napolitano, come la "legalità" che può essere piegata a qualsiasi arbitrio del potere?

Abbiamo pastori o mercenari che abbandonano il gregge e fuggono davanti ai lupi? Forse il Papa nel suo primo discorso li conosceva bene...

Giovanni Romano

giovedì 13 gennaio 2011

Tucson - Due cattolici tra le vittime


Riporto l'articolo comparso sul sito http://www.catholicnewsagency.com/ a proposito della strage di Tucson in Arozona, dove sono state uccise sei persone ed è stata gravemente ferita tra gli altri la deputata democratica Gabrielle Gifford. Laicisti e abortisti non hanno perso tempo ad accusare d'intolleranza chiunque non la pensi come loro, e in Italia "La Repubblica" si è abbassata fino a insinuare che dietro la strage ci fosse... la Chiesa cattolica (chi altri?). Ma questo articolo, a cui in Italia non si è dato alcun risalto, li sbugiarda in pieno perché erano cattoliche due delle vittime, la bambina di nove anni e il giudice John Roll (a sinistra nella foto), che con la Gifford aveva anche un rapporto di rispetto reciproco. L'assassino inoltre sembra aver agito più per motivi razziali (la Gifford è ebrea) che non per motivi legati all'aborto. Questo è il link al testo originale in inglese.


Se certi giornali e certi giornalisti fossero in grado di avere sentimenti umani, l'unico che dovrebbero provare è la vergogna.

L'arcivescovo Chaput ricorda la profonda fede cattolica
del giudice ucciso nella sparatoria di Tucson

Denver, Colorado, 11 gennaio 2011 / 05:54 pm (CNA/EWTN News) – L'arcivescovo di Denver Charles Chaput ha espresso profondo orrore per la recente sparatoria di Tucson che ha fatto sei morti e più di dodici feriti, sottolineando in particolare la vita e la profonda fede cattolica di una delle vittime, il giudice John Roll.

Il giudice federale John Roll è stato ucciso l'8 gennaio assieme ad altre cinque persone, compresa una bambina di nove anni, Christina Taylor Green.

La strage è avvenuta sabato quando il 22enne Jared Loughner ha aperto il fuoco in un supermercato locale dove la deputata democratica Gabrielle Gifford rieletta da poco stava tenendo un comizio. Loughner, un giovane asociale e ostile al governo, con una storia di turbe psichiche alle spalle, da quanto si è appreso aveva intenzione di uccidere la rappresentante verso la quale portava odio personale. La Gifford è viva ma in condizioni critiche dopo essere stata colpita alla testa a bruciapelo.

Nella sua rubrica del 12 gennaio sul Catholic Register di Denver, l'arcivescovo Chaput ha ricordato il giudice John Roll come una figura politica che viveva una vita di “potente, autentico testimone cattolico”.

L'arcivescovo ricorda un viaggio da lui fatto a Phoenix nel 2008 dove tenne l'omelia per la Messa annuale degli avvocati e i politici dello stato dell'Arizona. Quel giorno tra i fedeli c'era la moglie del giudice Roll, Maureen, “una cattolica attiva e molto determinata”.

L'arcivescovo Chaput dice che Maureen deve aver menzionato la sua omelia al giudice Roll perché dieci mesi dopo “ricevetti la prima di parecchie lettere straordinarie da suo marito”.

“E' impossibile conoscere completamente un uomo solo dalla corrispondenza”, scrive, “ma ciascuna delle lettere di Roll aveva le stesse quattro chiare caratteristiche: generosità, intelligenza, magnanimità e un sincero amore della sua fede cattolica”.

L'arcivescovo dice che due giorni dopo l'assassinio del giudice Roll ha parlato col suo assistente, l'avvocato Aaron Martin, che ha descritto il leader defunto.

Il giudice Roll era devoto a San Tommaso Moro e teneva una biografia del santo su un tavolo vicino alla sua scrivania. Era anche conosciuto come una figura paterna tra i suoi subordinati e manifestava un interesse sincero per le vite e le famiglie di coloro con cui lavorava.

“Gli piaceva assistere i primi passi dei giovani avvocati cristiani perché credeva che la loro fede gli avrebbe dato un miglior fondamento morale per la vocazione forense”, dice l'arcivescovo Chaput.

Il giudice Roll leggeva un certo numero di pubblicazioni cattoliche ogni domenica mattina prima della Messa per imparare di più sulla propria fede. Andava anche a nuotare ogni mattina alla sede locale dell'YMCA e si recava alla Messa quotidiana ogni volta che gli fosse possibile. Avebbe compiuto 64 anni l'8 febbraio, e lascia tre figli e cinque nipoti.

Secondo Aaron Martin, Maureen e John Roll si conoscevano da quando avevano quattordici o quindici anni.

“Sono stati, per tutto il tempo che hanno vissuto insieme, il migliore amico l'uno per l'altra”, dice l'arcivescovo Chaput, “avrebbero celebrato il loro quarantunesimo anniversario di matrimonio verso la fine di questo mese”.

“In conclusione, John Roll era un uomo di insolita signorilità spirituale”, osserva l'arcivescovo. “Nonostante le loro differenze politiche, il giudice Roll e la deputata Gabrielle Gifford, una democratica, avevano una relazione cordiale basata sul rispetto reciproco”.

Precisamente a motivo delle loro differenze, dice l'arcivescovo, il giudice Roll cercava di andare a salutare la Gifford ogni volta che poteva quando lei tornava nel suo collegio elettorale.

“La mattina della sua morte, il giudice Roll andò a Messa, e alle 9,55, secondo Martin, uscì di casa 'giusto per fare un salto' al comizio della Gifford come gesto di cortesia, per dirle ciao”.

“Non è mai più tornato a casa”.

“Questa vita passa”, dice l'arcivescovo Chaput nelle sue conclusioni. “L'eternità rimane per sempre. Dobbiamo agire di conseguenza in questo mondo, vivendo una vita cristiana di servizio agli altri”.

“Maureen e John Roll hanno condiviso una vita di tranquilla, forte, autentica testimonianza cattolica. Per favore ricordateli entrambi, e tutta la loro famiglia, nelle vostre preghiere”.

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Unauthorized translation by Giovanni Romano

domenica 9 gennaio 2011

Tucson - Sei morti contro la causa della vita

La sparatoria di Tucson, dove sono state uccise sei persone e dove la deputata pro-aborto Gabrielle Gifford lotta tra la vita e la morte, non è solo un crimine abominevole di per sé, ma è il colpo più duro che sia stato sferrato contro la causa della vita negli Stati Uniti.
Proprio quando le resistenze contro l'abortismo e le manipolazioni genetiche stavano diventando realmente forti nell'opinione pubblica, proprio quando Obama era stato costretto a fare marcia indietro sul "favor mortis" e il testamento biologico, l'assurdo gesto di un criminale ha riportato indietro l'orologio di almeno trent'anni, forse irreparabilmente.
Ora la causa dell'aborto e della sperimentazione occisiva contro gli embrioni ha la sua martire, e i media -anche qui in Italia, naturalmente- hanno colto l'occasione per scagliarsi contro chiunque la pensa diversamente dal pensiero unico dell'aborto e delle manipolazioni genetiche. Fascistodi, nazistoidi, violenti, intolleranti e chi più ne ha più ne metta. Viene quasi il dubbio, in quest'epoca avvelenata dai sospetti, che il tempismo deell'attentato alla Gifford sia stato un po' troppo ben scelto per essere casuale, un po' come lo squilibrato che dette fuoco al Reichstag, guarda caso, fece mirabilmente il gioco di Hitler e dei nazisti. Quelli veri.
Giovanni Romano

Una lezione di coraggio ai pacifisti

La strage dei cristiani copti ad Alessandria D'Egitto da un lato ha rivelato la situazione precaria e pericolosa di questa minoranza minacciata dal fondamentalismo islamico (e non solo in Egitto), ma dall'altro ha provocato una reazione che almeno qui in Occidente nessuno di aspettava e che è passata quasi sotto silenzio. Centinaia, se non proprio migliaia di musulmani si sono stretti intorno alle chieste cristiane formando una barriera di scudi umani. Un meraviglioso gesto di solidarietà che non può fare a meno d'interrogarci e ci costringe ad alcune considerazioni:
In primo luogo, i cristiani non sono estranei alla società egiziana. Al-Quaeda e i fondamentalisti possono fomentare tutto l'odio che vogliono, ma molti "uomini della strada" musulmani sentono ancora i cristiani come loro vicini e amici.
Secondo, i musulmani (sia i fondamentalisti che i moderati) a quanto pare non hanno paura di esporsi per una fede che va oltre questo mondo. Noi cristiani occidentali parliamo tanto di solidarietà, di giustizia sociale, di "ultimi", ma quanti di noi avrebbero il fegato di esporsi a un attentato tutt'altro che improbabile, sapendo che, se il nostro corpo sarà distrutto, la nostra anima sopravviverà?
Infine, questo gesto smentisce le affermazioni di quei laicisti secondo cui le religioni sono sempre e comunque portatrici d'intolleranza e di fanatismo. Chi ha accettato di esporsi gratuitamente alla morte per salvare quelli che sentiva i suoi fratelli lo ha fatto precisamente perché crede in Dio. Certo, ci sono e ci saranno sempre quelli che violeranno il secondo comandamento e faranno della religione uno strumento di morte e di oppressione, ma il loro sarà sempre un abuso e una mistificazione, mai fede autentica.
Non posso evitare di chiedermi in conclusione: non mi pare di aver visto vicino alle chiese copte, né in Egitto né in Europa, nemmeno uno di quei Parlatori di Pace che vediamo sventolare le Bandiere della Pace, cantare Canzoni della Pace e partecipare alle Marce della Pace. Che fine avete fatto, amici? Possibile che quando c'è da rischiare veramente la buccia vi squagliate tutti quanti? In realtà non dovrei rimproverarvi perché il pensiero di fare da scudo umano non mi passa nemmeno per la testa, neppure se ci fosse una chiesa copta nella via dove abito. Ma dobbiamo avere almeno la decenza di riconoscere che stavolta numerosi musulmani (non tutti, forse nemmeno la maggioranza, ma comunque in troppi per essere ignorati) ci hanno dato una lezione esemplare di fraternità e di coraggio.
Giovanni Romano

giovedì 6 gennaio 2011

No, questa volta Messori ha torto

Apprezzo molto Vittorio Messori, la sua opera, il suo coraggio di apologeta senza complessi, e di lui ho letto molto. Ma nel suo articolo sul recupero dell'Epifania come festa civile comparso il 3 gennaio sul sito LaBussolaquotidiana.it, compare un'affermazione che ho trovato sconcertante e arbitraria:

Ovviamente intoccabili erano le feste civili, dal 1° maggio al 25 aprile (per inciso, faccio notare che l’Italia è l’unico Paese al mondo a celebrare con ogni solennità la sconfitta subita in una guerra) [il neretto è mio, N.d.R.]

Ma quando mai? L'Italia era già stata sconfitta poco meno di due anni prima, l'8 settembre 1943, e mai nessuno si è sognato di celebrare quella data. Il 25 aprile del 1945 non furono le forze armate italiane a capitolare, ma quelle tedesche in Italia e quelle della Repubblica di Salò. A meno che Messori non voglia sostenere che il governo di Salò fosse l'unico e legittimo rappresentante del popolo italiano, il che mi sembrerebbe quanto meno grave. Certo, il 25 aprile non fu una vittoria per gli italiani perché da una parte il Regno del Sud non era un alleato ma un semplice "cobelligerante" che fu trattato anzi malissimo al tavolo della pace; e dall'altra il contributo strettamente militare della Resistenza alla sconfitta della Wehrmacht fu quasi trascurabile, e senza l'aiuto degli Alleati i partigiani non l'avrebbero nemmeno impensierita.

Ma, checché ne dica Messori, questa data ha un importante significato morale perché dimostra che non tutti gli italiani volevano la dittatura e che anzi non pochi furono pronti a prendere le armi, senza attendere l'arrivo dei "liberatori". E poi chiedianoci: la causa per cui si battevano i soldati di Salò era forse giusta? Faccio un esempio estremo: gli unici militari di questo regime che considero "puliti" perché non si macchiarono mai di nessun massacro, furono i piloti della RSI. Erano gente d'incredibile coraggio perché si batterono uno contro cento, in duelli aerei leali da cui ben pochi sopravvissero. Nessuno di loro si abbassò a mitragliare o a bombardare a sangue freddo i civili indifesi, come invece fecero molti piloti angloamericani sicuri della più assoluta impunità. Se c'è stata in quella sordida guerra civile una vera incarnazione del coraggio e dell'onore, è a loro che va riconosciuta. Eppure anch'essi, in fondo, si batterono per difendere Auschwitz. Nessuno di loro accetterebbe questa definizione, naturalmente, tutti direbbero che si battevano per difendere le città dai bombardamenti, e questo è vero, ma non basta purtroppo ad assolverli. E se non possono essere assolti nemmeno i piloti, figuriamoci gli altri!

Si può discutere il 25 aprile sotto altri aspetti, come ad es. il monopolio che la sinistra comunista ha sempre rivendicato su questo anniversario, il disegno d'impadronirsi del potere con un colpo di stato come quello nei paesi dell'Europa Orientale, le stragi del "triangolo della morte" e le vendette sanguinarie anche su gente innocente. Ma definirlo "la solenne celebrazione di una sconfitta" è antistorico e inaccettabile.

Giovanni Romano

venerdì 31 dicembre 2010

Giuliana Sgrena: assordante silenzio sui cristiani?

Ieri sera mi è capitato di ascoltare la parte conclusiva di un'intervista a Giuliana Sgrena nella trasmissione "Farenheit" di Radio3. L'autrice presentava il suo ultimo libro, "Il ritorno". L'argomento, ovviamente, è il ritorno della giornalista a Baghdad a cinque anni dal suo rapimento, con le sue impressioni, i suoi giudizi, le sue valutazioni sulla situazione attuale.

Ho ascoltato solo l'ultima parte, lo ripeto, e quindi non so cosa avesse detto prima. Fatto sta che l'ho sentita parlare molto sull'oppressione delle minoranze (i curdi, gli sciiti, i caldei, i persiani), ma non ha speso nemmeno una sillaba sugli attacchi e le persecuzioni contro i cristiani iracheni.

Se il libro parla solo di Baghdad può darsi che la situazione sia migliore che a Mosul, e nel nord dell'Iraq, ma questo assordante silenzio non mi è piaciuto per nulla.

Giovanni Romano

giovedì 16 dicembre 2010

Ma una bancarella di pesce vale così tanto?


Ieri il TG1 ha trasmesso un servizio su un avvenimento apparentemente marginale ma che rivela una mentalità. A Chioggia i venditori al tradizionale mercato del pesce fresco sono in subbuglio perché un cinese avrebbe rilevato la bancarella di uno di loro.

La cosa ha destato molto scalpore e preoccupazione in un ambiente tradizionalmente chiuso e diffidente verso i forestieri, dove il mestiere si tramanda per generazioni e dove tutti si conoscono per soprannome. Razzismo? Forse, ma prima di pronunciare frettolose condanne varrebbe la pena di prendere in considerazione alcune domande "scomode".

Corre voce infatti che il cinese abbia pagato la bancarella ben quattro volte il suo valore. Non c'è mezzo di verificare questa notizia. Può darsi che sia stato necessario per superare la radicata diffidenza di cui sopra, ma questa ipotesi non quadra con la situazione di crisi economica -e dunque di bisogno- in cui versano molti dei pescivendoli della città. Chi è in ristrettezze vende anche per un pezzo di pane, non a quattro volte tanto. Come mai tanto interesse, tanta generosità?

La risposta, purtroppo, potrebbe essere trovata in alcune tattiche d'infiltrazione nel mercato che sono state applicate con successo dai cinesi ovunque sono andati, principalmente a Roma e a Milano, dove alcuni quartieri sono ormai diventati delle vere e proprie enclaves. All'inizio presso i commercianti si presentano delle persone molto gentili e offrono molto, ma veramente molto, per rilevare l'attività. Tutti soldi buoni e a pronta cassa, qualche volta anche troppo pronta perché queste persone gentili portano con sé valigette piene di denaro contante. Se il commerciante è disposto effettivamente a vendere, l'affare si conclude nel migliore dei modi e tutti sono contenti. Se invece si dimostra non interessato o troppo attaccato al suo negozio, dopo un po' di tempo cominciano a succedergli cose alquanto antipatiche, sul genere di incidenti, danneggiamenti, furti e compagnia bella. Allora, mangiata la foglia, quando si riprensentano le persone gentili il commerciante è molto più disponibile, anzi a volte ha addirittura fretta di vendere e andare via.

Ed ecco le tre domande scomode che pone la vicenda di Chioggia:

  1. Da dove ha preso tanti soldi il compratore?
  2. Perché è così interessato alla bancarella fino al punto di pagarla ben al di sopra del suo valore?
  3. Cosa succederà ai prezzi quando il mercato del pesce sarà interamente controllato dai cinesi?
Chiamatemi razzista se volete, ma non rinuncio a porre queste domande.

Giovanni Romano

P.S.: Quanto alla domanda n.1 c'è forse una risposta. Il compratore non è solo. Dietro di lui c'è il clan familiare dove ognuno mette una quota per rilevare l'attività, così che poi tutti i componenti troveranno un lavoro. Mentre per la nostra mentalità follemente irresponsabile la famiglia è ormai diventata un peso e un fastidio, per i cinesi -giustamente- è una grande risorsa. C'è da meravigliarsi che stiano prendendo il sopravvento?

mercoledì 24 novembre 2010

Limousine


Domenica scorsa è passata sotto casa mia una limousine mostruosamente lunga come il modello della foto. Era dipinta di bianco e rosa e sembrava un confetto gigantesco, pareva le mancasse solo un fiocco legato sopra. Un capolavoro kitsch. La precedeva un veicolo pubblicitario anch'esso bianco e rosa dov'era scritto il nome dell'agenzia che la noleggiava per matrimoni.
Non ho potuto fare a meno di sorridere amaramente. Le macchine per la festa nuziale diventano sempre più lunghe proprio quando i matrimoni diventano sempre più corti o stanno scomparendo del tutto.
Ma si ostenta di più, temo, appunto perché il matrimonio sta perdendo d'importanza. Più viene meno la convinzione che sia una cosa capitale e definitiva, più si cercano lo sfarzo e l'ostentazione, ormai oltre i limiti della pacchianeria più volgare.
Prendiamo ad esempio un altro degli aspetti attraverso cui si è banalizzato il rito delle nozze, i fotografi. In quel giorno gli sposi sono praticamente degli ostaggi in mano loro, vengono costretti ad assumere le pose più strane, a volte persino buffonesche, sbatacchiati da uno sfondo all'altro e da un tavolo all'altro (quest'ultima è una fatica spiacevole ma necessaria, noblesse oblige!). Quanto tempo resta per pensare a quello che si sta facendo, a vivere un giorno che non tornerà mai più e che dovrebbe segnare un punto di svolta nella vita?
Non parliamo poi di quello che succede in chiesa. Si riprende di tutto, anche le inquadrature più banali e insignificanti, con primi piani esasperati degni di una telenovela di terz'ordine, ma non resta niente di essenziale. Se mi fossi sposato, avrei chiesto esplicitamente che nel filmato del matrimonio fosse registrata per intero l'omelia del sacerdote, che viene sempre saltata. Questo per ricordarmi sempre delle ragioni di quel giorno, dei passi che era stato necessario fare per arrivare a quel momento, degli obblighi e delle gioie che ci avrebbero attesi. Sempre sperando che il sacerdote fosse all'altezza, ma anche la peggiore delle omelie è comunque meglio della melensaggine di certe inquadrature.
Preferirei di gran lunga vedere macchine più corte e matrimoni più lunghi.
Giovanni Romano

domenica 31 ottobre 2010

Piccolo innocuo antidoto per Halloween...


Lo ammetto, gli anni scorsi avevo preso Halloween molto più sul ridere, ma mi sto ricredendo mano a mano che ho visto quanto stia dilagando una mentalità impregnata di morte. Non credo però che il rimedio sia scagliarsi a testa bassa contro questa "festa" (chiamiamola così: che cosa ci sia da festeggiare negli scheletri, nelle tombe e nei fantasmi proprio non lo so).

Personalmente ho trovato un piccolo rimedio, o meglio mi è capitato di trovarlo senza pensarci. Avevo notato che da molti anni ormai non ci si fanno più gli auguri di Buon Onomastico per la Festa di Ognissanti. E allora ieri, prima che la scuola chiudesse per un paio di giorni, ho augurato Buon Onomastico a tutti i colleghi che ho incontrato e alle classi dove sono stato presente.

Ho visto negli occhi di tutti un breve lampo di meraviglia, ma nessuno, dico nessuno, si è mostrato scontento o si è offeso. I più anzi mi hanno ricambiato di cuore l'augurio, quasi con gratitudine perché qualcuno si è ricordato di loro e gli ha fatto capire che erano importanti, e che la loro presenza era una cosa buona.


A quale punto di deserto spirituale siamo arrivati, ho riflettuto, se nessuno ormai si aspetta più niente? O meglio, siamo noi cristiani ad aver dimenticato che il cristianesimo è innanzitutto positività, non moralismo. Un augurio vale più di mille prediche, perché ci sono molti più cuori addormentati che cuori cattivi. E c'è bisogno di risvegliarli.
Giovanni Romano

venerdì 29 ottobre 2010

Il relativismo è scuola di indifferenza verso la vita umana: la "lectio magistralis" dell'Arcivescovo di Denver






Dal sito Catholicnewsagency.com propongo questa riflessione impietosa e coraggiosamente controcorrente dell'Arcivescovo di Denver durante un seminario di studi tenuto in Canada. Certe esperienze d'oltreoceano meritano di essere conosciute anche qui perché la situazione è ormai identica. Buona lettura.



Oggi i giovani hanno perso “il vocabolario morale”,
dice l'arcivescovo Chaput



VICTORIA, Canada, 16 ottobre 2010 / 06:08 (CNA/EWTN News) – Parlando a una conferenza nella Columbia Britannica, l'arcivescovo di Denver Charles Caput ha affermato che i cattolici oggi hanno mancato di trasmettere la fede alla prossima generazione, il che ha avuto come risultato che i giovani hanno perso il loro “vocabolario morale”.

Il prelato di Denver ha pronunciato le sue osservazioni il 15 ottobre durante il seminario “La fede nello spazio pubblico” sponsorizzato dalla Diocesi di Victoria, aprendo il suo discorso con un riferimento al famoso racconto breve di Shirley Jackson “La lotteria”.

Il racconto della Jackson – ambientata nell'America rurale degli anni '40 – racconta la storia di una piccola città che si riunisce ogni anno per implorare una forza senza nome affinché conceda alla gente un buon raccolto di granturco. Ogni anno gli abitanti della cittadina estraggono un pezzo di carta da una scatola di legno per vedere chi sarà scelto per un sacrificio umano. Una giovane madre finisce per estrarre il funesto biglietto nero e viene lapidata dalla comunità come parte del rituale annuale.

Riflettendo sul brano della Jackson, l'arcivescovo Chaput ha citato l'analisi della professoressa Kay Haugaard sul modo in cui nei decenni scorsi i giovani universitari avrebbero reagito con passione al racconto, coinvolgendosi in intensi dibattiti e discussioni in classe.

“Lei ha detto che nei primi anni '70 gli studenti che leggevano il racconto esprimevano shock e indignazione”, ha puntualizzato l'arcivescovo Chaput. “Il racconto provocava dibattiti veementi su argomenti di grande importanza: il significato del sacrificio e la tradizione, i pericoli del pensiero conformista e la cieca obbedienza al capo, le esigenze della coscienza e le conseguenze della vigliaccheria”.

“Ma a partire dalla metà degli anni '90, tuttavia, le reazioni hanno cominciato a cambiare”, ha proseguito l'arcivescovo.

“La Haugaard ha descritto una discussione in classe che – per me – è stata più inquietante dello stesso racconto. Gli studenti non avevano nulla da dire se non che la storia li annoiava. Così la Haugaard gli chiese cosa pensassero sugli abitanti del villaggio che sacrificavano ritualmente uno dei loro per il bene del raccolto”.

“Uno studente, che parlava in tono molto razionale, ha sostenuto che molte culture hanno tradizioni di sacrificio umano”, ha proseguito l'arcivescovo. “Un altro ha detto che la lapidazione potrebbe essere stata parte di 'una religione stabilita da molto tempo' e quindi accettabile e comprensibile”.

Un'altra studentessa ha sollevato l'idea della “sensibilità multiculturale”, dicendo di aver appreso a scuola che “se fa parte della cultura di una persona, ci è stato insegnato che non dobbiamo giudicare”.

“Mi è tornata in mente l'esperienza della Haugaard con 'La lotteria' mentre mi preparavo per questa breve conversazione”, ha spiegato il prelato.

“La nostra cultura ci catechizza ogni giorno. Funziona come acqua che cade goccia a goccia su una pietra, erode le sensibilità morali e religiose, e lascia un buco dove solevano esserci le loro convinzioni”

“L'esperienza della Haugaard”, ha aggiunto, “ci insegna che ci è voluta meno di una generazione perché questa catechesi producesse un gruppo di giovani adulti che non sono più in grado di prendere una posizione morale contro l'assassinio rituale di una giovane donna. Non perché fossero codardi, ma perché hanno perso il loro vocabolario morale”.

“I cristiani nel mio paese e nel vostro – e in tutto l'Occidente, in generale – hanno compiuto un lavoro immenso per trasmettere la nostra fede ai nostri figli e alla cultura in generale”, ha osservato l'arcivescovo Chaput.

“Invece di cambiare la cultura intorno a noi, noi cristiani abbiamo lasciato di farci cambiare dalla cultura. Abbiamo fatto un compromesso troppo al ribasso. Non vedevamo l'ora di assimilarci e di adattarci. E nel processo siamo stati sbianchettati e assorbiti dalla cultura alla quale eravamo stati mandati per santificarla”.

“C'è bisogno che lo riconosciamo ad alta voce, e c'è bisogno che corriamo ai ripari”, ha affermato. “Per troppi di noi, il cristianesimo non è una relazione filiale con il Dio vivente, ma un'abitudine e un'eredità acquisita. Siamo diventati tiepidi nella nostra fede, e ingenui nei confronti del mondo. Abbiamo perduto il nostro zelo evangelico, e abbiamo mancato di trasmettere la nostra fede alla prossima generazione”.

Rinnovare la catechesi cattolica allora, ha aggiunto l'arcivescovo Chaput, “ha poco a che fare con le tecniche, o le teorie, o i programmi, o le risorse. La questione centrale è se noi crediamo davvero o no. La catechesi non è una professione. E' una dimensione di sequela. Se siamo cristiani, siamo chiamati tutti a essere maestri e missionari”.

Tuttavia, ha osservato il prelato di Denver, “Non possiamo condividere ciò che non possediamo. Se gli insegnamenti della Chiesa ci imbarazzano, o se siamo in disaccordo, o se abbiamo deciso che sono troppo difficili per essere vissuti, o troppo ardui da spiegare, allora ci siamo già sconfitti da soli”.

“Abbiamo bisogno di credere davvero in quel che sosteniamo di credere”, ha ribadito. “Bisogna che smettiamo di chiamarci 'cattolici' se non stiamo con la Chiesa nei suoi insegnamenti - nessuno escluso”.

Nelle sue osservazioni conclusive, l'arcivescovo Chaput ha aggiunto che “Se siamo realmente cattolici, o quanto meno se vogliamo esserlo, allora c'è bisogno che agiamo da cattolici con zelo e obbedienza, e il fuoco di Cristo nei nostri cuori”.

“Dio ci ha dato la fede per condividerla. E per questo ci vuole coraggio. Ci vuole una deliberata demolizione della nostra vanità. Quando lo facciamo, la Chiesa è forte. Quando non lo facciamo, diventa debole. Tutto qui”.

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Giovanni Romano

giovedì 28 ottobre 2010

L'ombrellaio, un mestiere irrazionale


Con l'arrivo della cattiva stagione si tirano fuori gli ombrelli, e prima o poi si presenta la necessità di ripararli. Qualche folata di vento che lascia una stecca deformata, il puntale che si piega, un fermo della tela che si stacca, ed ecco che l'ombrello diventa quasi inutilizzabile se non interviene una riparazione.

Il problema è trovare dove ripararli. Gli ombrellai sono praticamente spariti, e solo rarissimamente, non più di una volta all'anno, passa dalle mie parti un ambulante in macchina, che chiama i clienti col megafono. Ma come fa uno che abita al quinto o al settimo piano a precipitarsi in strada nei trenta secondi scarsi che quello resta ad aspettare? Non può certo mettersi a inseguirlo! Va a finire invariabilmente così: l'ambulante passa oltre perché non dà a nessuno il tempo di rispondere, e torna sempre meno perché crede che nessuno abbia bisogno di lui. Un circolo vizioso che ha fatto sparire un mestiere.

Quali possono essere le cause? Probabilmente la nostra abitudine allo spreco e gli affitti troppo alti dei locali che hanno costretto gli ombrellai a diventare girovaghi. Ci potrebbero essere dei rimedi? Forse uno o due: l'ambulante potrebbe usare il megafono per dare un numero di cellulare dove raggiungerlo, o meglio ancora potrebbe lasciare dei volantini con le indicazioni su come contattarlo.

Perché mi occupo di un problema in apparenza tanto marginale? Perché l'ombrello, almeno per me, è un oggetto che ci appartiene più profondamente di molti altri. Quando piove lo sentiamo protettivo più di un impermeabile o di un cappuccio. Ci appartiene anche perché, volenti o nolenti, dobbiamo averne cura e siamo costretti a non dimenticarlo. Il suo aspetto e il suo stile sono un messaggio anche nei confronti degli altri, comunicano a distanza quello che siamo. Quando si guasta o lo dobbiamo buttare, credo che nessuno lo faccia con l'indifferenza con cui si butta via uno stuzzicadenti.

Non dobbiamo infine dimenticare che con la crisi diventa più conveniente ripare che buttare. Del beneficio ambientale, e del cambiamento positivo di mentalità che viene dal rifiutare l'usa-e-getta, non è nemmeno il caso di parlare tanto la cosa è evidente.

Giovanni Romano

Una modesta proposta ai baristi...

Sinceramente non so come facciano i baristi a vivere tutto il giorno con la musica a tutto volume. Forse bisognerebbe condurre degli studi di psicologia e di medicina del lavoro per esaminare le conseguenze di un'esposizione tanto prolungata e incontrollata.

Quello che so è che a me, entro certi limiti, piacciono i posti animati e pieni di vita. Si fanno tante lodi del silenzio ma, nella mia vita almeno, il silenzio ha significato solo il vuoto, il deserto affettivo o l'abbandono delle persone alle quali ho voluto bene.

Ma una cosa è l'animazione spontanea di una compagnia, un'altra è il chiacchiericcio interminabile della radio o peggio ancora della TV. Per questo proporrei a qualche barista coraggioso di istituire dei locali "radio/TV-free" dove dovrebbe esserci posto solo per le voci umane, o al massimo per la musica dal vivo. Locali del genere dovrebbero già essere presenti soprattutto al Nord. Chissà cosa succederebbe se ci liberassimo dalla paura nevrotica non del silenzio, ma di ascoltarci come veramente siamo.

Giovanni Romano

sabato 11 settembre 2010

BBC: Dai cattolici adulti ai cattolici per soli adulti...


Dal sito http://www.catholicnewsagency.com/

Il Cardinale O' Brien accusa la BBC di cercare di “umiliare” il Papa, e dice che è tempo di nominare un direttore per le trasmissioni religiose

LONDRA, 6 settembre 2010 / 09:02 am (CNA/EWTN News) – Il cardinale Keith O' Brien, la massima autorità cattolica in Scozia, ha accusato domenica la BBC di essere contaminata da “una mentalità radicalmente secolarista e socialmente libertina”. Poi il prelato ha aggiunto che l'ente pubblico diretto da Mark Thompson, un cattolico 52enne educato dai gesuiti, dovrebbe nominare immediatamente un direttore per le trasmissioni religiose.

Il Cardinale O' Brien, che è arcivescovo di St. Andrews e di Edimburgo, ha accusato anche la BBC di tramare un “colpo gobbo” ai danni del Vaticano in un documentario sugli abusi sessuali dei sacerdoti in occasione della visita di Papa Benedetto XVI in Gran Bretagna.

“Questa settimana il direttore generale della BBC ha ammesso che l'ente ha mostrato 'pesanti pregiudizi' [bias] nella copertura politica per tutti gli anni '80, riconoscendo l'esistenza di una parzialità [bias] politica istituzionale”, ha detto il Cardinale.

“La nostra dettagliata ricerca sulla copertura giornalistica della BBC sul cristianesimo e in generale e sul cattolicesimo in particolare, assieme a un'analisi sistematica di quanto ha pubblicato la Chiesa cattolica, ha rivelato una costante parzialità istituzionale anticristiana”, ha aggiunto.

Come prova, il Cardinale O' Brien indicato il declino del 15 per cento della programmazione religiosa nel corso degli ultimi vent'anni. Inoltre, ha aggiunto, fonti interne alla BBC hanno ammesso in privato che nell'emittente esiste una intolleranza culturale contro il cristianesimo.

“Alcuni capiservizio hanno ammesso alla Chiesa cattolica che una mentalità radicalmente secolarista e socialmente libertina pervade le loro redazioni. Questo macchia tristemente il modo in cui la BBC dà notizia delle questioni religiose, particolarmente nelle questioni che riguardano la fede cristiana”.

L'arcivescovo di Edimburgo ha espresso la sua preoccupazione che la BBC userà un documentario che sarà trasmesso prossimamente, intitolato “Benedetto – Processo a un Papa” (1) per “umiliare il Pontefice in coincidenza con la sua visita in Gran Bretagna”. Il programma è stato creato da Mark Dowd, un ex frate domenicano omosessuale, e andrà in onda il 15 settembre [La visita del Papa comincerà il 16 settembre, N.d.T.].

Il Cardinale si è unito al recente appello della Chiesa d'Inghilterra affinché la BBC nomini un direttore all'informazione religiosa per affrontare il problema del declino e della parzialità dell'informazione religiosa.

La BBC ha immediatamente respinto le critiche del Cardinale O' Brien sul suo modo di fare informazione religiosa. Una portavoce ha detto al Telegraph che “il dipartimento cronaca e affari interni della BBC ha un corrispondente religioso a tempo pieno”.

Infatti, l'anno scorso la BBC ha nominato il sig. Aaqil Ahmed come capo delle trasmissioni religiose, il primo musulmano a raggiungere quella posizione.

Nondimeno Roger Bolton, che presenta la trasmissione “Feedback” di Radio 4, ha detto agli inizi di quest'anno in una cerimonia di premiazione a Londra che la prospettiva religiosa è stata spesso “assente in modo sconcertante” sia nelle trasmissioni che dietro le quinte delle discussioni di redazione.

“La BBC Television, a differenza della BBC Radio, sembra essere nelle mani dei secolaristi e degli scettici, che considerano la copertura delle notizie religiose come un obbligo alquanto seccante da minimizzare il più possibile anziché un'area ricca e promettente da esplorare”, ha detto Bolton.

Ha notato inoltre che Aaqil Ahmed aveva uno stato di servizio di prim'ordine a Canale 4, ma che alla BBC il suo “campo da gioco” era “più simile a un cortile da pallamano che a uno stadio di calcio”.

Bolton ha aggiunto che la BBC News dovrebbe nominare un direttore delle trasmissioni religiose con anzianità e di prestigio paragonabili al caposervizio agli affari economici Robert Peston, così da apparire in prima fila nei suoi bollettini radio e TV.

“La BBC News ha bisogno di un direttore delle trasmissioni religiose in grado di apparire sui media per interpretare i più recenti sviluppi religiosi in patria e all'estero, ma ancor più per introdurre un punto di vista religioso su una vasta gamma di questioni come gli affari esteri e i dilemmi medici dove questa prospettiva è tanto spesso assente, e in modo così sconcertante”, ha dichiarato Bolton.

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Giovanni Romano

(1) Il titolo originale è volutamente ambiguo: “Benedict - The Trials of a Pope”. In inglese, “Trial” può significare tanto “processo” quanto “prova, tribolazione”. Non c'è dubbio però a quale dei due significati faccia riferimento la BBC. [N.d.T.]

domenica 5 settembre 2010

Presentazione del libro "Un Anno alla finestra" di Gianfranco Amato


Sabato 4 settembre ho presentato alla libreria "La Maria del Porto" di Trani il libto dell'avv. Gianfranco Amato "Un anno alla finestra". Ecco la foto della serata, arricchirò quanto prima il post coi miei commenti. Questo è il mio discorso di presentazione:




Buonasera a tutti. E' per me un grande onore, e anche – lo confesso – un'emozione non da poco prendere la parola in questa sala che ha ospitato autori, scienziati, docenti universitari, artisti di rilievo nazionale e internazionale. Devo ringraziare particolarmente la disponibilità cordiale e senza riserve della Signora Rosanna Gaeta, che Voi tutti conoscete, e che stasera ci permette di affrontare un dibattito di scottante e controversa attualità. Ma prima d'introdurre brevemente il libro consentitemi d'introdurre l'autore, al quale mi lega un profondo rapporto di amicizia e di stima da molti anni. Se questo andrà a discapito dell'obiettività della presentazione lo lascerò giudicare a voi, anche se penso che questo ambiente pacatamente laico fornirà un pubblico informato per dibattere le tesi che verranno illustrate.

Ho conosciuto l'Avvocato Gianfranco Amato negli anni '90 quando insegnavo Diritto ed Economia in provincia di Grosseto, ed è per me non solo un grande amico ma anche un esempio di dinamismo, determinazione, coerenza cattolica e rigore intellettuale, L'Avvocato Amato è nato a Varese nel 1961 e si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Collabora con “Avvenire”, “IlSussidiario.net”, “L'Occidentale” e altre testate giornalistiche. E' presidente dell'associazione “Scienza & Vita” di Grosseto, di cui è stato socio fondatore. E' membro e consulente legale dell'organizzazione britannica CORE (Comment on Reproductive Ethics) con sede a Londra, per conto della quale collabora in diverse azioni legali su tematiche bioetiche. E' rappresentante per l'Italia dell'organizzazione Advocates International.

Di fronte a una persona così impegnata, il titolo del libro può suonare paradossale. Chi s'impegna in tante attività e si espone a tante controversie fa tutto tranne che stare alla finestra! Ma questa espressione non ha nulla a che vedere col disimpegno, come chiarisce lo stesso Autore nell'introduzione: “L'idea della finestra (...) si ricollega, in realtà, a una felice immagine utilizzata da Mons. Luigi Giussani: 'La libertà non è l'attività che l'uomo svolge prendendo se stesso come misura di tutte le cose, come spazio in cui essere padrone, ma una finestra spalancata su una realtà che non ha mai finito di essere inquisita, in cui l'occhio penetra sempre più'. La finestra è la ragione che, illuminata dall'intelligenza della Fede e libera dalla schiavitù del preconcetto ideologico, riesce a guardare, osservare, valutare, interpretare e giudicare la realtà”.

Questo non è un libro scritto per lasciare alla finestra chi lo legge. E' la raccolta degli editoriali scritti dal Dott. Amato nell'arco di un anno, dal marzo del 2009 al marzo del 2010, su temi quali l'aborto, l'eutanasia, le manipolazioni genetiche, l'avanzata dell'omosessualismo, la sempre crescente discriminazione dei cristiani in Europa e la parallela preponderanza dell'islam, la “creatività” di certe sentenze che aggirano le leggi a difesa della vita umana o impongono una cultura laicista, più che laica. Senza dimenticare l'Italia, cui sono dedicati alcuni drammatici articoli sul caso Englaro o sull'uso politico della giustizia, il punto di osservazione privilegiato è l'Inghilterra, che in questo momento si può definire, secondo l'espressione di Papa Giovanni Paolo II, “l'epicentro geopolitico della cultura della morte”. Attraverso l'analisi puntuale e documentata di quello che avviene laggiù, l'Avvocato Amato mostra impietosamente i limiti e le aberrazioni di una cultura dove è ammesso qualsiasi punto di vista tranne quello cristiano, dove la common law e la sovranità dello stato vengono progressivamente erose dal diffondersi dei tribunali islamici, dove ci si sbarazza dei feti come rifiuti ospedalieri ma si minaccia di morte chi ha fatto del male a una gatta, dove si organizzano grandi campagne mediatiche per salvare le balene ma si fa aperta propaganda per imporre l'aborto di massa ai paesi del Terzo Mondo perché i bambini “aggravano l'effetto serra”. Può succedere anche qui, anzi si vuole deliberatamente che succeda anche qui.

A me, devo dire la verità, questo libro ha richiamato alla mente, su scala ovviamente molto diversa, le Lettere persiane di Montesquieu. Come il filosofo illuminista francese aveva messo a nudo le assurdità, le iniquità e le contraddizioni dell'ancien régime attraverso gli occhi di un estraneo, che si presumeva libero da pregiudizi, così il Dott. Amato ci mostra la realtà con uno sguardo che probabilmente siamo ormai disabituati a usare, lo sguardo di un credente, cioè di chi ormai viene considerato un estraneo da una certa mentalità laicista. Non per niente già il poeta T. S. Eliot aveva parlato della Chiesa come della “Straniera” e non per niente già dagli anni '40 George Orwell aveva dato per scontato che molte persone, sentendo la parola “Dio”, provavano “un senso di raggelato disgusto”. A tal punto la fede è stata scissa dalla ragione

Lo sguardo dell'Autore ci costringe a prendere atto di ciò che forse non vorremmo vedere, come ad esempio i disagi e le difficoltà impreviste – e molto spesso taciute – che comporta la società “multiculturale”; ci rivela i costi umani di tanti nuovi “diritti umani”, come ad esempio il disagio dei bambini che si trovano a essere adottati da coppie omosessuali o che vivono il trauma del divorzio dei propri genitori; il cinismo, la solitudine e i gravi pericoli che si nascondono dietro l'espressione “morte dignitosa”; ci rivela l'impoverirsi progressivo dei rapporti umani dove per legge si cominciano a cancellare le parole “padre” e “madre”, perché con la fecondazione artificiale e il matrimonio omosessuale non hanno più significato; ci rivela lo svuotamento del tempo dov'è cancellato il Natale. Se qualcuno di voi pensa che io stia esagerando, in primo luogo ascolti l'Autore, e poi prenda nota di due fatti. Primo, dai nostri telegiornali sono silenziosamente scomparse le parole “marito” e “moglie” sostituite sistematicamente da “compagno” e “compagna”, quasi che un impegno di vita come il matrimonio non avesse più rilievo. Secondo, questa sera alle 22,30 a Bisceglie Magdi Cristiano Allam presenterà il suo libro “Grazie Gesù” nel quadro dell'iniziativa “Libri nel borgo antico”. Il GR Puglia di ieri alle 12,00 ha dato notizia della presentazione di tutti gli altri libri ma di questo ha taciuto. Sono episodi che dovrebbero farci riflettere e sui quali vi prego di riflettere.

Vi ho dato un elenco molto sommario degli argomenti e degli spunti che il libro contiene, l'Autore li svilupperà a fondo. Ma non posso esimermi dal porgli io stesso alcune domande. Cosa è successo alla nostra coscienza? Il cristianesimo, specialmente se ha incidenza a livello pubblico, è diventato semplicemente un'imposizione o un'anticaglia di cui sbarazzarsi? E' solo un ostacolo sul percorso di una società relativista e “multiculturale”? Quali dimensioni della persona va a toccare l'appartenenza cristiana, tanto da mettere profondamente a disagio chi non l'accetta? Se andrà perso il cristianesimo, cosa succederà all'uomo? E se si ammette invece la dignità culturale di una posizione religiosa, a quale livello si può dialogare con i laici?

Buon ascolto.
Giovanni Romano

lunedì 30 agosto 2010

Una gatta nel cassonetto, gli embrioni nel WC e altri orrori

Non sono mai molto preciso nelle mie citazioni, ma senz'altro ricorderete che due o tre giorni fa il TG2, ormai specializzato nell'animalismo politically correct, ha riportato una storia tanto stupida quanto sconcertante avvenuta – manco a dirsi – in Inghilterra.

Una donna ha buttato la gatta dei vicini nel cassonetto dell'immondizia. Ripresa dalle telecamere di sorveglianza, il video ha fatto il giro del mondo su Youtube e contro di lei si è sollevato un vero uragano di rabbia e di odio. Alla donna sono arrivate numerosissime proteste e gravi minacce di morte, tanto che gli stessi proprietari della gatta hanno dovuto lanciare un pubblico appello alla calma.

Questa vicenda lascia esterrefatti, e per molte ragioni. La prima, ovviamente, è l'assoluta sventatezza della colpevole, che ha dichiarato di aver agito "solo per scherzo". Già questa stupidità è il sintomo inquietante di una diseducazione al rispetto e alle conseguenze delle proprie azioni. Ma ancora più inquietanti sono gli altri particolari che la vicenda ha messo in luce.

Il primo sono le telecamere di sorveglianza. L'avvertimento di Orwell è caduto completamente nel vuoto, e proprio nel suo paese natale. L'Inghilterra oggi è di gran lunga il paese più spiato al mondo, il che non ha impedito gli attentati di Londra. Cosa ci facevano delle telecamere puntate persino sulla spazzatura? Forse c'era accanto qualche banca o qualche ufficio di pubblico interesse, ma può darsi che il loro compito fosse proprio quello di sorvegliare chi buttava i rifiuti, magari per multare chi non si atteneva ai sacri canoni della raccolta differenziata. E già questa intrusione è abbastanza antipatica.

Ma molto più grave è stata la reazione violentissima, ben oltre i limiti dell'isteria, contro la donna. Un paese come l'Inghilterra ha completamente stravolto le categorie dell'umano. Qualche anno fa, nessuno reagì quando un medico dichiarò di essersi sbarazzato di alcuni embrioni umani buttandoli nel WC, mentre migliaia hanno reagito come un sol uomo – anzi come una sola bestia – quando è stata la vita di un animale a trovarsi in pericolo. Leggi severissime tolgono la libertà di sollevare anche la miminma critica al comportamento omosessuale, ma gli obesi sono diventati i nuovi paria, trattati con metodi che definire discriminatori e terroristici è poco. Si spendono somme enormi per salvare le balene e si incoraggiano attivamente gli aborti nei paesi del Terzo Mondo. Non parliamo poi delle discriminazioni contro i cristiani di cui ho dato e darò ampio conto in questo blog.

Cosa ci fa capire tutto questo? Prima di tutto, che il sentimentalismo è l'altra faccia della crudeltà. Io amo molto i gatti e la stupidità di quella donna indigna anche me, ma le avrei rifilato un bel calcio nel sedere e non se ne sarebbe parlato più. Arrivare alle minacce di morte per una gatta "puzza" di scarico di coscienza nei confronti di ingiustizie e di delitti ben più gravi contro i quali non si ha il coraggio di protestare.

In secondo luogo, anche nella società apparentemente più "tollerante" e "illuminata" circola una quantità di rabbia, di odio, di voglia di discriminare, che aspetta solo l'occasione opportuna per manifestarsi, e cerca solo un soggetto che sembra indifeso e debole. Mai come nel caso dell'Inghilterra si è visto che l'odio e la discriminazione non scompaiono, ma cambiano solo bersaglio. Non è stata una lezione di civiltà quella che è emersa dall'episodio della gatta, se mai il contrario. La donna ha buttato nel cassonetto la dignità dell'uomo, e quelli che l'hanno minacciata hanno gettato via la loro intelligenza.

Giovanni Romano

venerdì 27 agosto 2010

La fabbrica dei furbi

La rubrica “Costume & Società” di RAI 2 ha mostrato i risultati di una ricerca canadese in base alla quale i bambini che dicono le bugie sarebbero più intelligenti di quelli abitualmente più sinceri. Questo perché inventare bugie costringe la mente a uno sforzo maggiore e a lavorare di più rispetto che attenersi “banalmente” alla verità.

La premessa ovvia è ammettere che sì, effettivamente i bambini sono dei gran bugiardi, e non solo loro. Tutti siamo stati bambini, tutti abbiamo imparato a mentire a mamma e papà per difenderci dalle punizioni, per vergogna o semplicemente per capriccio. E questa abitudine alla bugia, a quanto pare innata secondo quella stessa ricerca (che non si rende conto di aver dato in questo modo una grossa conferma al peccato originale), ce la porteremo fino alla tomba, fino all'estrema vecchiaia di chi ci arriverà. Da questo punto di vista, è inutile scandalizzarsi più di tanto. La ricerca non è contestabile a questo livello, ma nelle conclusioni che ha preteso di trarre.

La prima obiezione è relativa al milieu. “Dimmi dove fai ricerca e ti dirò chi sei”. Lo studio proviene da un ambiente assolutamente a-morale quale quello dell'empirismo anglosassone, per il quale le categorie di bene e di male, di vero e di falso non hanno né consistenza, né significato né legittimità. L'unica categoria ammessa, seguendo Popper, è quella della falsificabilità. Ma dietro questo criterio si nasconde il dogma ben più granitico del'efficacia. I bambini bugiardi “funzionano” meglio di quelli sinceri perché, evidentemente, raggiungono più facilmente i loro scopi rispetto agli altri.

C'è proprio da crederci, perché il più delle volte, per non dire tutte le volte, chi mente ha già uno scopo rispetto a chi si limita a constatare la realtà così com'è. La bugia non è tanto uno sforzo creativo quanto manipolativo dell'altro. E anche il concetto di “creatività” sbandierato con tanta soddisfazione sia dai ricercatori canadesi che dagli ingenui genitori intervistati merita di essere sottoposto a una severa critica. Cosa c'è, infatti, dietro questa “creatività”? Tramite la bugia o s'inventa qualcosa che non esiste, oppure si nega qualcosa che esiste. In entrambi i casi non si crea nulla di veramente nuovo. La bugia non arricchisce il mondo perché alla fine dei conti non ha aggiunto nulla al mondo, se mai ha nascosto qualcosa che si poteva o si doveva scoprire. Nella migliore delle ipotesi, ha fatto solo perdere tempo. Valeva la pena d'impiegare tanta intelligenza per approdare al niente?

Anche il concetto di “intelligenza” come lo intendono i ricercatori merita di essere discusso. Che cos'è un'intelligenza che non arretra di fronte al falso? Qui ovviamente non faccio una predica ai bambini ma a chi vuole dissuadere dal correggerli. Nel racconto di E. A. Poe La lettera rubata c'è un commento illuminante a questo proposito. Commentando l'acutissima intelligenza del ministro D., che ha tenuto in scacco per mesi tutta la polizia di Parigi con uno stratagemma tanto semplice quanto geniale, l'investigatore Dupin nota che “Egli è il vero monstrum horrendum, l'uomo di genio senza principi”. Un'intelligenza del genere può diventare un'arma pericolosissima contro gli altri, o semplicemente uno strumento sofisticato per giustificare il proprio cinismo o la propria vigliaccheria. Stiamo attenti a lodare chi è soltanto intelligente.

Giovanni Romano

mercoledì 28 luglio 2010

Quando la "scienza" è solo cieca sufficienza...

Qualche giorno fa ascoltavo su Radio 3 un'intervista con la dott.ssa Elena Cattaneo, che senza contraddittorio alcuno parlava della "libertà di ricerca", dove con questo termine s'intendeva, ovviamente, la sperimentazione occisiva sugli embrioni. Concludeva poi con un appello ai giovani ricercatori "perché abbiano il coraggio di dissentire e di pensare con la propria testa". Quando penso con che livore e con che disprezzo si era scagliata contro i giovani ricercatori che avevano dissentito DA LEI perché le avevano semplicemente chiesto se l'embrione fosse vita umana o no, ho capito che si trattava solo di vuota retorica al servizio di un'ambizione autoreferenziale.
Giovanni Romano