domenica 27 marzo 2011

Se tutti i cattolici avessero il coraggio di quest'uomo...

UN ELETTRICISTA “ACCENDE” LA BATTAGLIA PER LA VITA

RIFIUTANDO DI LAVORARE PER UNA CLINICA ABORTISTA

Di Dave Hrbacek


St. Paul, Minnesota, 24 marzo 2011 / 09:34am – Un biglietto nel bagno della casa di Tim e Nicole Roach a Faribault, Minnesota, recita: “Gratitudine. Ricordati sempre di contare le tue benedizioni”.


“Doveva dire: 'Augusto, lavati le mani e i denti'”, scherzava Nicole,riferendosi a suo figlio di nove anni.

Il biglietto è arrivato a proposito di recente mentre la famiglia, che appartiene alla parrocchia della Divina Misericordia di Faribault, continua a lottare contro la disoccupazione di Tim, iniziata nel luglio 2009, quando è stato licenziato dal suo lavoro di elettricista. E la coppia è stata costretta ad approfondire ancora di più il concetto di gratitudine quando di recente una grossa benedizione è apparsa all'improvviso per poi svanire in una manciata di secondi.

A metà febbraio, Tim ha ricevuto una telefonata dal suo sindacato locale con la notizia che ogni lavoratore licenziato agogna di udire: un'offerta di lavoro.

Non sarebbe potuta arrivare in un momento migliore. L'indennità di disoccupazione di Tim stava quasi per finire. Tim non riusciva quasi a credere a quello che la voce dall'altro capo del telefono gli stava offrendo: un impiego da capomastro per almeno 11 mesi, con un salario da 65,000 a 70,000$ l'anno.

Perfetto, ha pensato Tim. Poi sono arrivate le cattive notizie: avrebbe dovuto lavorare alla costruzione di una nuova clinica della Planned Parenthood [la principale organizzazione abortista americana, N.d.T.] nell'University Avenue di St. Paul. Il meglio del meglio si è mutato nel peggio del peggio quando lui ha respinto l'offerta nel giro di pochi secondi.

“L'ottovolante ha cominciato a precipitare di brutto”, ha detto Tim, 38 anni. “Lui [il sindacalista] non era proprio sicuro che in quel posto si sarebbero praticati degli aborti. In un certo senso ha cercato di essere evasivo, penso, per cercare di indurmi a dire sì.Ma io gli ho detto: 'Aspetta un momento. E' la Planned Parenthood'”.

Alle
prese con difficoltà finanziarie

E, da un momento all'altro, Tim è tornato a essere un disoccupato senza prospettive immediate. Con l'indennità di disoccupazione destinata a finire questo mese. Fortunatamente sua moglie Nicole, 37 anni, lavora a tempo pieno come specialista di mezzi di comunicazione per la scuola elementare Akin Road di Farmington. Eppure, la famiglia, che include anche la figlia undicenne Adeline, sta sulle spese.

Anche se Tim non ha perso tempo a rifiutare l'offerta – la conversazione al telefono è durata circa un minuto – Nicole è stata un po' più lenta ad accettare la decisione, soprattutto perché è lei a gestire il bilancio familiare e ha avuto a che fare con il disagio finanziario dovuto alla lunga disoccupazione di Tim.

“La prima cosa che volevo che facesse era giustificare (di prendere l'offerta di lavoro)”, ha detto lei, quando Tim la chiamò dopo averla rifiutata. “E' solo una clinica”. No che non lo è!

“In tutta questa vicenda, la nostra fede si è approfondita”, ha detto Nicole. “Sentiamo di essere stati messi alla prova. Abbiamo scelto di seguire la nostra fede”.

Per qualche osservatore esterno, questo è un altro modo importante di essere pro-life. Forse non altrettanto diretto come un picchettaggio di fronte a una clinica abortista, tuttavia manda un coordinatrice dell'ufficio arcidiocesano per il matrimonio, la messaggio sulla santità della vita umana, dice Sharon Wilson, famiglia e la vita.

Poco tempo dopo la sua decisione, la storia di Tim ha fatto il giro della rete via posta elettronica. E' arrivata al computer di Padre Erik Lundgren, viceparroco della Divina Misericordia, che ne ha fatto parola in una delle sue omelie. Nel vangelo di quella domenica, Gesù dice ai Suoi discepoli che non si può servire sia Dio che il denaro.

“Ho proprio pensato che fosse un esempio ispiratore per tutti nella nostra parrocchia, un esempio dello zelo che è necessario per noi cattolici nel dibattito e nella lotta a favore della vita”,

ha detto Padre Lundgren. “E' un esempio d'ispirazione anche per me sacerdote. Qui alla Divina Misericordia, le parole 'Gesù, confido in Te' sono scritte sul fonte battesimale, e questo è il nocciolo della questione”.


Questo è il genere di fiducia che la famiglia Roach sta prendendo mentre Tim continua a cercare un lavoro. Il suo progetto a lungo termine è di iniziare un'attività in proprio, ma avrà bisogno di guadagnare e risparmiare denaro perché questo accada. Nel frattempo, desidera prendere qualunque lavoro che possa trovare. Un elemento positivo è il senso di pace che lui e Nicole stanno sperimentando, e che non c'era fino a pochi mesi fa.

“Negli ultimi sei mesi, abbiamo imparato a prendere le nostre preoccupazioni e le nostre paure e affidarle a Dio”, ha detti Nicole. “Quello che è avvenuto ha davvero cambiato me e la mia fede. Mi sento orgogliosa di essere cattolica e di prendere posizione contro l'aborto”.

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Giovanni Romano

sabato 12 marzo 2011

Aggressione anticattolica all'Università Complutense di Madrid

Protesta di studenti anticattolici

alla cappella universitaria di Madrid



Madrid, Spagna, 11 marzo 2011 / 08:01 pm – Circa 70 studenti universitari hanno fatto irruzione nella cappella dell'Università Complutense di Madrid il 10 marzo, gridando insulti contro la Chiesa cattolica, Papa Benedetto XVI e i preti.


Parecchie studentesse del gruppo sono andate sull'altare, nude alla cintola in su.


Un'altra studentessa che al momento dell'aggressione era a pregare nella cappella ha detto al quotidiano spagnolo "ABC" che due delle giovani donne sull'altare “si vantavano delle proprie tendenze omosessuali”.


Il gruppo di studenti ha fatto irruzione nella cappella con un megafono e ha spintonato via il cappellano. Hanno cominciato a gridare insulti contro la Chiesa cattolica e i suoi insegnamenti. Il gruppo ha anche collocato dei posters sui banchi e sulla bacheca degli avvisi all'entrata della cappella.

Tutto l'incidente è stato filmato.


Un'altra studentessa intervistata da "ABC" ha chiesto: “Cosa sarebbe successo se questo fosse avvenuto in una moschea? Questa gente dovrebbe sapere che i cattolici non risponderanno mai a una provocazione con un'altra provocazione solo per difendersi”.


“Nessuno ci metterà a tacere con atti di ostilità, di scherno, di intimidazione o di ogni altra pressione illegittima che offenda le sensibilità religiose di chiunque”, ha continuato. “Inoltre, atti come questi sono punibili per legge. Com'è facile e vigliacco fare qualcosa del genere in forma anonima!”.


Gli amministratori dell'Università hanno condannato questo atto e hanno detto che sarà aperta un'indagine per identificare i responsabili. Hanno ribadito l'impegno dell'Università a rispettare la libertà di culto e di fede religiosa, e hanno esortato gli studenti a essere tolleranti verso i reciproci sentimenti religiosi. “La neutralità del governo nelle questioni religiose significa che nessuna credenza specifica può essere imposta né soggetta a persecuzione”.


“La tolleranza e il rispetto sono assolutamente indispensabili”, hanno affermato.


"ABC" ha riferito che non è stata la prima volta in cui la cappella è stata obiettivo di attacchi anticristiani. La scorsa settimana le porte e i muri della cappella sono stati imbrattati di dipinti anticattolici.


L'Arcidiocesi di Madrid ha emesso un comunicato stampa di condanna per la profanazione della cappella e ha sporto un reclamo formale con l'Università. “Queste azioni sono un attacco alla libertà di culto e la profanazione di un luogo sacro, che porta con sé pene canoniche per ogni battezzato che vi abbia preso parte”.


L'Arcidiocesi ha definito “vergognoso che in una società democratica dove si suppone che ci sia rispetto per gli altri, per le istituzioni religiose e per il diritto di celebrare la propria fede in pubblico”, un gruppo di giovani abbia macchiato il buon nome e il duro lavoro dell'Università Complutense.


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Giovanni Romano

Chiesa spagnola sfregiata da pseudo-satanisti

Una storica chiesa spagnola

vandalizzata con simboli satanici


Almeria, Spagna, 11 marzo 2011 / 05:54 pm – Una chiesa centenaria in restauro nella diocesi di Almeria, Spagna, è stata vandalizzata con graffiti e simboli satanici nel fine settimana del 5 marzo scorso.


Gli operai hanno trovato l'interno della chiesa vandalizzato con simboli e graffiti satanici il 7 marzo. Gli esperti dicono che sembra che l'intenzione fosse di dare l'impressione di un rito satanico.


Il vandalismo si è verificato dopo che la diocesi ha vinto una lunga e aspra battaglia legale contro una compagnia privata che voleva trasformare la chiesa in una balera e in un luogo turistico. La diocesi stava aspettando l'autorizzazione ufficiale dalle autorità locali per cominciare i lavori di ripristino.


La chiesa di Las Salinas de Cabo de Gata, costruita nel 1907, era stata chiusa al culto dal 2004 a causa della sua struttura fatiscente. La diocesi ha emesso un comunicato stampa il giorno seguente, condannando il vandalismo e la “provocazione insensata”. Il comunicato stampa ha affermato che la diocesi aveva finalmente ricevuto l'autorizzazione ufficiale per iniziare i restauri. “Questo atto offende la coscienza religiosa e il senso comune di ogni persona civile e costituisce in se stesso un attacco gratuito a uno spazio sacro alla fede cattolica”.


Dopo un esame da parte di parecchi esperti, il danno, i graffiti e lo sconquasso causato dai responsabili “sembrano escludere la conclusione che si sia trattato di un atto satanico”, ha dichiarato la diocesi.


Tutto sta a indicare che si è trattato di un atto deliberato di vandalismo, lo scopo e l'intenzione del quale la diocesi non intende discutere per ovvie ragioni. In ogni caso, nessuno potrà costringere la diocesi a tornare sulla sua decisione, basata sulla legge, per portare a termine il ripristino di questa simbolica chiesa diocesana, così che possa essere riaperta al culto”, ha affermato il comunicato stampa.


La diocesi ha sporto formale denuncia chiedendo alle autorità di arrestare e punire i responsabili.


A tutte le parrocchie della diocesi è stato chiesto di offrire una speciale preghiera in riparazione della profanazione della chiesa il primo lunedì di Quaresima.


Luis Santamaria del Rio, un esperto del network ispanoamericano per lo studio delle sette, ha detto alla CNA di essere d'accordo con le conclusioni della diocesi e che questo atto di vandalismo “non sembra avere nulla in comune con i rituali satanici”.


Ha detto che l'atto era chiaramente mirato contro la diocesi per la questione della proprietà della chiesa. Vincente Jara, un esperto di satanismo del network, si è detto d'accordo con Santamaria. “Questa non è stata una messa nera o un rituale satanico”, ma piuttosto “un atto di vandalismo che ha incluso sia simboli satanici che non satanici”, ha detto.


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Giovanni Romano

Una riflessione a pie' di pagina. C'è poco da rallegrarsi che i satanisti non c'entrino, perché comunque chi ha commesso l'atto di vandalismo è ricorso ai loro simboli, il che a pensarci bene è ancora più inquietante perché significa che la mentalità è diffusa. (GR)

martedì 8 marzo 2011

"Chi entra Papa esce cardinale" (anche a Milano)

Così recita un ironico proverbio romanesco, e i romani di Papi se ne intendono. A quanto pare, forse a Milano se ne intendono un po' meno, specialmente al Corriere della Sera. Un articolo del 4 marzo riportava come requisito indispensabile per il futuro cardinale arcivescovo di Milano (e
secondo la non modesta opinione del Corriere, anche futuro Papa) la capacità di essere “un grande interlocutore per il mondo laico”, e non esitava a fare il nome del neo-porporato Gianfranco Ravasi, o in seconda battuta del Patriarca di Venezia Mons. Angelo Scola.


In teoria non c'è nulla da eccepire a un requisito del genere. E' chiaro che un pastore, e non soltanto il pastore una diocesi come Milano, deve sapere interloquire con tutti, intellettuali o incolti, atei o credenti. Ma deve interloquire con ciascuno in quanto persona, incontrandolo nel suo bisogno più vero e lasciando alla porta etichette e paludamenti. L'equivoco -voluto- del Corriere è far credere che in una diocesi (e a Milano, poi!) siano solo gli intellettuali ad avere importanza, con il resto del popolo di Dio ridotto a una massa d'ignoranti degni al massimo di ironico compatimento da parte delle intelligenze superiori, quelle che disquisiscono dalla cattedra dei non credenti.


C'è veramente da stupirsi di tanto provincialismo e di tanta immodestia. Con Papa Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI, la Chiesa ha dilatato il suo respiro a una dimensione mondiale. Nulla garantisce che il futuro Papa sia italiano. E nemmeno, come scrive il Corriere, Milano può essere considerata “la diocesi più importante del mondo”. La più importante d'Italia certamente sì, ma su che cosa si misura la sua importanza su scala mondiale? Probabilmente il Corriere avrà adottato un criterio economico-aziendale, perché, se dovesse basarsi sulla percentuale dei frequentanti la Messa, si accorgerebbe che diocesi come Manila, Seul, tutte quelle africane, persino quelle nei paesi islamici la battono di gran lunga. E sulle cause di questa desertificazione è meglio tacere.


Un altro rilievo che si può muovere all'articolo è la sufficienza verso i movimenti ecclesiali, specialmente Comunione e Liberazione, da cui il Cardinale Scola a detta del Corriere si sarebbe quasi emancipato. Chi scrive ha avuto la fortuna di conoscerlo di persona abbastanza a lungo quando era Vescovo di Grosseto, e può testimoniare che proprio l'appartenenza al Movimento è stato lo spunto per aprirsi a tutti, non un limite da superare.


Cosa dire, in conclusione? A voler essere polemici, ci sarebbe da sorridere di fronte all'autoreferenzialità laica del Corriere. Ma alle tre somme autorità interpellate nell'articolo (Alberto Melloni, Benny Lai e Giancarlo Zizola) vorrei sommessamente ricordare che Nostro Signore venne da dove nessuno se l'aspettava. Venne da una periferia dimenticata e da una stirpe dimenticata ma non decaduta. E i primi che volle incontrare furono i pastori e la gente semplice, non gli intellettuali. E forse l'attuale Papa se ne ricorderà molto più di loro nella scelta del futuro pastore.


Giovanni Romano

Aprés Berlusconi, le déluge?

Tre giorni fa, Assuntina Morresi sul blog Stranocristiano (“Biotestamento”) cercava di fare il punto sulla situazione molto confusa della legge sul biotestamento. L'articolo individuava tre schieramenti: in primo luogo le forze di opposizione, con il Pd spaccato tra la componente laica (sempre più laicista) e quella cattolica (sempre meno rilevante). Quanto all'UDC, paralizzata dal disegno velleitario del “grande centro” con Fli, si può dire solo che sta alla finestra, limitandosi a fare la parte dell'”anima bella”.


Il secondo schieramento riguarda il mondo cattolico, e la diagnosi non è confortante: “Una parte del mondo cattolico ha le idee confuse, e pur essendo di orientamento pro-life, sostiene che la legge non servirebbe, perché basta la costituzione, il codice deontologico dei medici, etc. Forse si dovrebbero chiedere come mai sono d’accordo con Ignazio Marino, Veronesi e con i radicali, che questa legge non la vogliono più”.


L'unico schieramento ad avere le idee chiare, a quanto pare, sarebbe il terzo: “La maggioranza adesso al governo sta invece cercando di portare a casa la legge: se non ci riescono adesso, questa legge non si farà mai più, qualsiasi sia il prossimo governo, proprio perché sarà pressoché impossibile che ci sia uno schieramento sufficientemente compatto da approvare una legge che divide così tanto. La prossima maggioranza, molto probabilmente, sarà più frammentata di questa, e con più persone laiche, o comunque indifferenti ai valori non negoziabili”.


Devo confessare che queste ultime parole mi hanno particolarmente preoccupato. Cosa significa infatti dire: “La prossima maggioranza, molto probabilmente, sarà più frammentata di questa, e con più persone laiche, o comunque indifferenti ai valori non negoziabili” se non ammettere implicitamente una debolezza culturale, una deriva tanto inesorabile quanto inarrestabile, il definitivo venir meno di quella che prima era un'evidenza al di sopra di ogni discussione, la convinzione che la vita umana sia un bene da difendere e di cui avere cura fino all'ultimo?


Dopo Berlusconi il diluvio, dunque? E' lui l'unica e ultima diga contro la marea montante del relativismo e del nichilismo? La rete tessuta con tanta pazienza dal Card. Ruini si è già sfilacciata? La prevalenza della cultura della morte è solo questione di tempo?


Anche se l'orizzonte sembra molto buio, non sarei così pessimista. Victor Hugo diceva che niente può fermare un'idea il cui momento è venuto. Niente se non un fatto imprevisto. Nessuno in America aveva previsto i Tea Party. Nessuno aveva calcolato la forza e il radicamento dell'opposizione popolare a molte “riforme” volute da Obama. Così come nessuno aveva previsto le rivolte nel Maghreb, indipendentemente dalle conseguenze che potranno avere. Questo non significa un tranquillo attendismo o peggio ancora un'attesa miracolistica. Significa anzi lavorare il più possibile, ognuno nel proprio ambito, per preservare e diffondere le evidenze fondamentali sulla vita, sulla famiglia, sulla libertà di educazione. Non sappiamo se questo avrà successo, ma se i cattolici non faranno la loro parte, certamente la profezia di Hugo è destinata ad avverarsi.


Giovanni Romano

domenica 6 marzo 2011

Fede debole e idolatria moderna

Una fede debole non può competere con la moderna "idolatria",avverte
l'arcivescovo di Denver


di Benjamin Mann


Parigi, 4 marzo 2011 / 12:09 pm (CNA) - Rivolgendosi a una riunione di prelati europei il 4 marzo, l'arcivescovo di Denver Charles J. Chaput ha avvertito che molti cristiani contemporanei hanno ridotto la loro fede a una conveniente "forma di paganesimo" che non può competere con la diffusa “idolatria” della moderna cultura consumista.


L'Arcivescovo Chaput ha pronunciato le sue osservazioni nel corso di una conferenza tenuta a Parigi per onorare il defunto Cardinale Arcivescovo Jean-Marie Lustiger, un convertito ebreo al cattolicesimo che fu arcivescovo della città dal 1981 al 2005.


L'arcivescovo di Denver ha descritto il Cardinale Lustiger come un “realista non sentimentale” che osava parlare apertamente sulle tendenze più inquietanti nella Chiesa e nella società – inclusa una mancanza di fede tra i cristiani dichiarati, destinata a lasciare un vuoto che sarebbe stato riempito da altri “dei” come il sesso e il denaro.


“Lustiger definì i cristiani tiepidi e il cristianesimo superficiale per quello che sono: una forma congeniale di paganesimo”, ha detto l'arcivescovo Chaput. “La Chiesa ha bisogno della sua medicina in quantità di gran lunga maggiore”.


Ha ricordato gli avvertimenti profetici del Cardinale Lustiger contro “il crearsi degli alibi e sfuggire alle implicazioni della nostra fede”. In un brano citato dall'arcivescovo, il Cardinale scriveva che “molti cristiani” avevano “ridotto a un mero idolo il Dio dell'Alleanza” attraverso l'evasione e i fraintendimenti.


“La crisi principale della Cristianità moderna non è di risorse, di personale, o di marketing”, ha affermato l'arcivescovo. “E' una crisi di fede. Milioni di persone sostengono di essere cristiani, ma non credono davvero”.


“Non studiano la Scrittura. Non amano la Chiesa come madre e maestra. E si accontentano di un cristianesimo innocuo e dolciastro che si riduce a un sistema di etica socialmente corretta”.


“Questo è ingannare se stessi”, ha avvertito, “la peggiore specie di falso cristianesimo che non ha il potere di creare speranza dalla sofferenza, di resistere alle persecuzioni, o di condurre gli altri a Dio”.


L'arcivescovo Chaput ha detto che queste forme indebolite di fede cristiana non sarebbero in grado di competere con i molti culti moderni del successo e della gratificazione istantanea.


Il Cardinale Lustiger, ha ricordato, “aveva avvertito che uno degli istinti più antichi e profondi dell'uomo è l'idolatria”. L'arcivescovo di Denver ha detto di vedere che questo istinto prende oggi molte forme.


“Non ci sono veri atei in America – proprio il contrario”, ha detto. “Abbiamo un fiorente libero mercato di piccoli dei da adorare. Il sesso e la tecnologia hanno congregazioni sterminate”.


“Sono stato particolarmente colpito”, ha notato, “dalla descrizione dello stato moderno fatta da Lustiger 'come una delle forme più forti d'idolatria mai esistite; è diventato il sostituto più assoluto di Dio che gli uomini siano riusciti a darsi... ed è una divinità tirannica, che si nutre delle proprie vittime'”.


Ma l'arcivescovo di Denver ha detto che queste tendenze umane, che conducono all'adorazione degli oggetti e di se stessi, non possono essere esorcizzate con il semplice esercizio dell'autorità.


“Il rimedio cristiano a queste idolatrie”, ha spiegato, “non può mai essere la semplice coercizione dall'esterno, attraverso dichiarazioni più forti di vescovi più forti”. Ha citato l'intuizione del Cardinale Lustiger secondo cui queste forme d'idolatria “devono essere esorcizzate dal di dentro... per sradicarle, dobbiamo essere convertiti nel profondo”.


Ha indicato anche che il punto di vista peculiare del Cardinale Lustiger è altrettanto importante per i cattolici statunitensi oggi di quanto lo è stato per i cattolici europei durante la sua vita. L'opera del Cardinale, ha messo in rilievo l'arcivescovo Chaput, “continua a influenzare la formazione del nostro seminario” (il seminario di San Giovanni Maria Vianney a Denver).


“E' stato un ebreo che ha scoperto Gesù Cristo... sua madre fu assassinata ad Auschwitz. E' sopravvissuto alla guerra più orribile della storia, ma si rifiuta di odiare e disperare. Invece, si volge a Dio più profondamente e si dà al sacerdozio”.


“La maggior parte dei giovani che ho incontrato sono affamati di esempi di virilità, di fiducia, di coraggio e di fede”, ha sottolineato l'arcivescovo Chaput. “La storia personale del Cardinale Lustiger è essa stessa una catechesi – un invito a cercare Dio in maniera eroica”.


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Giovanni Romano

venerdì 4 marzo 2011

Gli USA di Obama: indifferenti alla libertà religiosa


L'arcivescovo Chaput critica l'inazione americana

sulle questioni relative alla libertà religiosa


Washington D.C., 1 marzo 2011 / 01:31 pm – L'inazione e la noncuranza americana verso la promozione della libertù religiosa impediscono agli Stati Uniti di esportare “una delle sue più grandi qualità” e impacciano una “onesta discussione” sul rapporto tra l'islam e i capisaldi della democrazia, ha detto l'arcivescovo Chaput il 1 marzo.

“C'è bisogno di ribadire che la libertà religiosa – il diritto di adorare, predicare, insegnare e praticare liberamente quello in cui si crede, incluso il diritto di cambiare o cessare liberamente la propria fede religiosa sotto la protezione della legge – è la prima pietra nella fondazione della libertà umana”, ha commentato. “Nessuno, o che agisca nel nome di Dio o nel nome di qualche programma o ideologia politica, ha l'autorità di interferire con questo basilare diritto umano”.

L'arcivescovo di Denver, che ha servito dal 2003 al 2006 come membro della commissione statunitense sulla libertà religiosa internazionale, ha pronunciato queste osservazioni in un discorso inaugurale alla Georgetown University sponsorizzato dal Berkeley Center for Religion, Peace and World Affairs. La sua conversazione ha avuto per tema la questione se il ruolo della religione nella politica e nella società americana sia un modello per altri paesi.

Gli Stati Uniti hanno una storia come luogo di rifugio per le vittime della persecuzione religiosa, ha precisato l'arcivescovo. Al tempo stesso, “Proprio ora in America non ci stiamo comportando come se riverissimo questa eredità, o volessimo condividerla, o persino se la comprendessimo realmente. E penso che un giorno potremmo svegliarci per vedere che questa è una tragedia per noi, e per innumerevoli altre persone”.

L'arcivescovo, prendendo spunto dalla propria esperienza come commissario alla libertà religiosa, ha espresso la preoccupazione che le minoranze cristiane in Africa e Asia stiano sopportando il peso principale della violenza religiosa.

“Quasi il 70 per cento della popolazione mondiale vive oggi in nazioni – triste a dirsi, molte di loro a maggioranza musulmana, ma anche la Cina e la Corea del Nord – dove la libertà religiosa subisce gravi restrizioni”, ha detto, citando un rapporto del Pew Forum risalente al 2009,

L'arcivescovo ha avanzato l'ipotesi che molti leaders governativi, nei media, nell'università e nel mondo degli affari non sembrino più considerare la fede religiosa come “un fattore sociale salutare o positivo”. Ha criticato “l'ambivalenza” dell'amministrazione Obama verso “le diffuse violazioni della libertà religiosa in tutto il mondo” e anche l'inadeguatezza e la mancanza di interesse dei media nel riferire queste cose.

Ha detto che il modello americano di religione all'interno della società può e deve essere adattato ad altri paese, perché tocca un desiderio universale di libertà e di dignità umana. “Questi desideri sono innati dentro tutti noi”, ha aggiunto, richiamando l'attenzione sui “movimenti democratici che stanno ora attraversando il Medio Oriente e il Nord Africa”.

Tuttavia, l'arcivescovo Chaput ha sottolineato che gli stessi valori americani non possono essere capiti senza riconoscere che derivano da “una visione del mondo prevalentemente cristiana”.

“Far cadere dall'alto questo modello sopra culture non cristiane – come il nostro paese ha appreso per amara esperienza in Iraq – diventa un esercizio molto pericoloso”, ha avvertito. “Uno degli errori più gravi della politica americana in Iraq è stato sopravvalutare il potere della fede religiosa nel formare la cultura e la politica”.

L'arcivescovo di Denver ha detto che al cuore del modello americano di vita pubblica c'è “una visione cristiana dell'uomo, del governo e di Dio”. Ha chiarito di non affermare che l'America sia “una nazione cristiana”, o che l'eredità protestante sia positiva in blocco. Tuttavia, il modello americano ha fornito “una società aperta, libera e non settaria” precisamente a causa dei suoi capisaldi morali.

Questi capisaldi hanno un fondamento religioso in “una visione cristiana della santità e del destino della persona umana”. Nel modello americano, la persona umana non è un prodotto della natura o dell'evoluzione o una creazione delle condizioni economiche, o lo schiavo di un “paradiso impersonale”.

“L'uomo è in primo luogo e fondamentalmente un essere religioso con un valore intrinseco, una libera volontà e dei diritti inalienabili. E' creato a immagine di Dio, da Dio e per Dio. Perché siamo nati per Dio, apparteniamo a Dio. E qualunque rivendicazione Cesare possa avanzare nei nostri confronti, benché importante, è secondaria”, ha detto.

Date le nostre origini, l'arcivescovo Chaput ha detto che la libertà religiosa è “la prima e più importante” libertà per l'uomo perché è creato per uno scopo religioso e con un destino religioso. Nonostante “un'intera legione di inesattezze” dei Padri Fondatori, la logica americana di una società basata sulla sovranità di Dio e sulla dignità umana si è dimostrata “rimarchevolmente capace” di autocritica, di pentimento e di rinnovamento.

Negli Stati Uniti, ha spiegato, la religione è più di un affare privato tra l'individuo e Dio. E' essenziale per le “virtù richieste a un popolo libero” e dai gruppi religiosi ci si aspetta che contribuiscano alla struttura della società.

“Gli americani hanno imparato dal proprio passato”, ha concluso l'arcivescovo Chaput. “La genialità dei documenti fondativi degli Stati Uniti è il bilanciamento che hanno raggiunto nel creare una vita civile che sia non settaria e aperta a tutti, ma anche dipendente per la sua sopravvivenza dal mutuo rispetto tra l'autorità religiosa e quella secolare. Il sistema funziona. Dovremmo esserne orgogliosi come di uno dei contributi storici che questo paese ha dato allo sviluppo morale dei popoli di tutto il mondo”.

Il testo integrale del discorso dell'arcivescovo Chaput può essere letto qui:

http://www.catholicnewsagency.com/document.php?n=1000




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Giovanni Romano

domenica 27 febbraio 2011

Per favore, Don Corinno, non suoni le campane a festa!



Caro Don Corinno,

non so se il mio intervento sia opportuno in un momento terribile come questo. Lei ha dovuto condividere, e sta condividendo, l'immenso dolore dei genitori di Yara. Lei ha pianto con loro ed è rimasto in silenzio con loro, perché in un'occasione come questa non c'è nulla che si possa dire, solo portare insieme il lutto con la propria presenza, per quello che si può.

Lei ha avuto il grande coraggio di proclamare a viso aperto l'orribile verità che il mostro potrebbe essere nel paese, tra i conoscenti della famiglia e della ragazzina. E allora perché, di fronte a questo dolore che richiederebbe riflessione e silenzio da parte di ognuno di noi, ha deciso di suonare ogni ora le campane a festa e non a lutto? Sì, Yara è un angelo e la morte non deve avere l'ultima parola, ma quel suono gioioso stride troppo con un dolore umano che chiede ragione. Non sono io che Le devo ricordare le parole dell'Ecclesiaste: c'è un tempo per ogni cosa, tempo per ridere e tempo per piangere. E questo non è il momento della gioia, o non lo è ancora. Ci lasci per favore le nostre lacrime che sono anch'esse una domanda a Dio prima di ogni risposta. Suoni piuttosto le campane a morto, come si faceva una volta. Con quei rintocchi lenti e terribili ci richiami alla brevità della vita e al mistero del dolore, così che ognuno sia interpellato e che soprattutto l'assassino, se è tra i Suoi parrocchiani, si senta sconvolgere e mordere senza sentirsi prematuramente assolto.
Mi scusi lo sfogo, Don Corinno. Ho la disgrazia di avere un carattere triste e permaloso. Ma l'allegria delle campane a festa oggi, proprio oggi, non la capisco.
Giovanni Romano

venerdì 25 febbraio 2011

La "libertà di morire" genera abbandono terapeutico

Dal sito Catholicnewsagency.com

di Alan Holdren

Roma, 24 febbraio 2001 / 07:26pm - Le storie da incubo sulla malasanità nei confronti degli anziani in Inghilterra e nel Galles sono il risultato di una nuova generazione di "gente spaventata" che vede gli anziani, gli handicappati e i malati come "un peso" e come "esseri inutili", secondo un consulente del Vaticano.

All'inizio del mese le autorità britanniche hanno riferito che ci sono gravi carenze nel sistema sanitario nazionale.

Secondo un'analisi condotta sui certificati di morte delle case di riposo dall'Ufficio Statistico Nazionale, 667 pazienti ospedalieri sono morti di disidratazione tra il 2005 e il 2009 in Inghilterra e nel Galles.

Lo studio ha anche messo in luce un aumento delle morti nel sistema sanitario nazionale causate da negligenza, dovute a malnutrizione, sangue contaminato e infezione da piaghe da decubito durante lo scorso decennio.

I risultati dell'inchiesta hanno suscitato urgenti appelli alle riforme in Inghilterra e hanno anche attirato l'attenzione del quotidiano vaticano.

Il Dr. Carlo Belleni, che tiene una rubrica sulle questioni legate alla bioetica e alla cura, ha scritto il 19 febbraio che la mancanza di cure è in realtà "scandalosa... ma non sorprendente".

Ha citato il caso di altre inchieste presentate davanti al parlamento britannico in anni recenti sul cattivo trattamento nei confronti dei malati di mente, che ha definito "invisibili" agli occhi del sistema sanitario nazionale britannico.

"In breve, chiunque stia più calmo riceve un trattamento proporzionalmente inferiore", ha detto Bellieni.

Neil Duncan-Jordan della National Pensioners Convention ha dichiarato al Daily Mail che è "assolutamente sconvolgente" che queste cause stiano provocando un numero così alto di decessi.

"Ciò che questi dati rivelano è che un numero significativo di anziani nelle case di cura hanno un'assistenza di terz'ordine".

Ha detto di essere rimasto colpito dal fatto che sono morti di denutrizione, di sete o perché non erano accuditi abbastanza bene a letto, eppure probabilmente pagavano l'equivalente di circa 800 sterline a settimana.

"Per loro essere trattati in quel modo non è niente di meno che scandaloso", ha detto.

Un'inchiesta separata da parte dell'Health Service Ombudsman pubblicata agli inizi dell'anno ha messo in luce dieci storie di abbandono di pazienti in ospedale. Alcuni erano stati tenuti per settimane o mesi a corto di cibo, acqua e pulizie.

In un caso, gli apparecchi che tenevano in vita un uomo sono stati staccati prima che i suoi figli ne fossero informati. [Il neretto è mio, N.d.T.]

Su migliaia di reclami presentati agli ospedali del servizio sanitario nazionale, una maggioranza schiacciante di quelli presi in esame coinvolge pazienti anziani.

Bellieni ha citato uno studio pubblicato nel "Journal of the American Medical Association" dove si sottolineava questo punto in maniera particolare. I risultati di un sondaggio mostravano che in un certo numero di nazioni occidentali "la maggioranza dei dottori pensa che la vita con disabilità neurologiche, ma anche con un grave handicap fisico, sia peggiore della morte".

Questa prospettiva, ha detto, è "il segno di una ferita culturale, un profondo scoraggiamento morale che considera la disabilità non come qualcosa da superare, ma qualcosa di intollerabile, verso cui si sente avversione, non compassione".

"Si cercano soluzioni per come aiutarli a morire e non per come aiutarli a vivere meglio", ha detto.

"La questione della morte con dignità non sta nel come affrettarla, bensì nel come vincere il dolore e la solitudine", ha detto il dottore. "Ma si è creato scientificamente un clima di terrore verso una potenziale e improbabile persistenza nel mantenere (le persone) in vita".

Nel mondo oggi si sta creando "una generazione di gente terrorizzata" che "sa solo come cercare modi per difendersi, per mettersi al riparo, per fuggire, che guardano alla morte come l'ultima disperata consolazione, perché la vita ha ultimamente perduto (il suo) significato e la sua attrattiva".

Questa prospettiva porta la gente a cercare "strategie di uscita" per vite che sono diventate "insopportabili" ai loro stessi occhi", ha spiegato.

Bellieni ha affermato che "l'abbandono degli anziani... non è un problema di malasanità ma di disperazione culturale di fronte ai malati... fino a quando restano in vita".

Unathorized translation by
Giovanni Romano

giovedì 24 febbraio 2011

Qualche dubbio sui "profughi" tunisini


Non c'è molto da aggiungere quanto ai commenti sulla slavina umana che si sta rovesciando e si rovescerà sulle nostre coste. Probabilmente, se le cose continueranno a questo ritmo, le migliaia di arrivi di questi giorni saranno solo una minuscola avanguardia.

Si potrebbe tuttavia cercare di approfondire la questione con due domande che ben pochi organi d'informazione, meno che mai quelli di tendenza "immigrazionista" hanno posto finora, per lo meno che io sappia.

Primo. I migranti vengono definiti "profughi". Ma da che mondo è mondo i profughi fuggono a famiglie intere (chiedetelo ai nostri istriani, ad esempio, o a qualsiasi altro popolo in fuga). Questa ondata migratoria invece è composta al 99,9% di giovani maschi. Possibile che questi giovani uomini pensino solo alla propria pelle abbandonando al loro destino anziani, donne e bambini? E come mai invece nessuno ancora fugge dalla Libia, dove una guerra è realmente realmente in corso in queste ore?

Secondo. I profughi fuggono quando il popolo viene sconfitto, non quando ha vinto. E' vero che le notizie provenienti dall'Egitto e dalla Libia hanno fatto passare in secondo piano la situazione tunisina, ma sembra proprio che in quel paese la dittatura sia stata sconfitta. E allora perché andarsene?

Chi sono realmente questi migranti, e cosa vogliono? E' vero che nei paesi del Maghreb la situazione economica e occupazionale è insostenibile (e allora ha senso venire in Europa lasciandosi dietro la famiglia con la prospettiva di mantenerla con le proprie rimesse). E' vero anche che le rivolte sono scoppiate per l'aumento improvviso e ingiustificato del prezzo del pane, ma emigrare in massa e saturare i paesi ospitanti, anch'essi in recessione, può essere una soluzione? Oppure anche la miseria rappresenta ormai una merce da esportazione, che graverà sui paesi di arrivo più che su quelli di partenza?

Giovanni Romano

sabato 12 febbraio 2011

Ciechi davanti al rischio islamico

Traduco questo articolo dal sito Catholicnewsagency . Ma credo che questo sarà l'ennesimo avvertimento che passerà inascoltato, come passò inascoltato l'avvertimento dell'arcivescovo di Smirne al quale un alto esponente islamico dichiarò tranquillamente: "Con le vostre leggi democratiche vi invaderemo, con le nostre leggi islamiche vi domineremo". Certo non lo ha ascoltato il Cardinale Tettamanzi, che anziché preoccuparsi degli islamici che violarono il sagrato del Duomo di Milano per pregare in aperto spregio ai cordoni della polizia, si preoccupa con la massima sollecitudine di far costruire moschee e minareti...
L'Occidente non riesce a capire il rischio di "islamizzazione",
avverte un arcivescovo iracheno
KIRKUK, Iraq, 11 febbraio 2011 / 01:35 pm - Il mondo occidentale secolarizzato è incapace di comprendere pienamente la minaccia di un "risveglio dell'islam" nel Medio Oriente, secondo un vescovo iracheno assediato dai movimenti radicali nella sua stessa arcidiocesi.
In un'intervista con l'agenzia dei vescovi italiani SIR, l'arcivescovo Luis Sako di Kirkuk, Iraq, ha definito il Medio Oriente "un vulcano spaventoso" a causa delle possibili conseguenze di agitazioni diffuse.
"Ci sono forze e movimenti islamici che vogliono cambiare il Medio Oriente, creando stati islamici, i califfati, dove domini la Sha'ria", ha avvertito.
I gruppi radicali presenti in Iraq come Al Quaeda e Ansar al Islam stanno facendo appello ai cittadini di altre nazioni del Medio Oriente per inoculare un'influenza islamica in proteste altrimenti non religiosamente motivate come in Tunisia e in Egitto.
Per l'arcivescovo Sako questi appelli hanno "la chiara intenzione di alimentare... un totale cambiamento religioso" nell'area.
"Sono voci che potrebbero trovare terreno fertile in Egitto e altrove e quindi non dovrebbero essere sottovalutate. anche perché ci sono potenze regionali i cui leaders hanno definito queste rivolte come un 'risveglio dell'islam'", ha dichiarato.
In pratica, lo scopo di questi fondamentalisti è "creare un vuoto per poterlo riempire di temi religiosi, convinti che l'islam sia la soluzione per ogni problema".
In Egitto, i manifestanti insistono che le proteste diffuse non hanno motivazioni religiose o etniche, ma nascono piuttosto da un malcontento generale contro situazioni sociali e politiche di estrema povertà.
Alcuni temono, però, che le associazioni islamiche organizzate come i Fratelli Musulmani siano in ottima posizione per trarre vantaggi0 dalla confusione a proprio beneficio politico.
Perché le agitazioni potrebbero venire manipolate da opportunisti fondamentalisti, l'arcivescovo Sako ha definito il Medio Oriente "un vulcano spaventoso".
Se l'Egitto dovesse diventare uno stato islamico, ha detto, sarebbe "un problema per tutti" e avrebbe "innegabili contraccolpi negativi per le minoranze cristiane".
Secondo l'arcivescovo, l'Europa e il Nord America sono ciechi di fronte alla possibilità di una tale "islamizzazione" del Medio Oriente.
"La mentalità occidentale non permette di comprendere pienamente quel rischio", ha detto.
Ha spiegato che la politica e la religione sono interconnesse nel Medio Oriente, mentre vi è "un vuoto tremendo" tra le due nelle nazioni occidentali.
Il risultato sono due estremismi, ha detto. La mentalità mediorientale è dominata dall'islam, mentre in Occidente domina un secolarismo che nega le radici cristiane e relega i valori cristiani alla sfera privata.
Sebbene la "violenza materiale" non appaia in Occidente, la privatizzazione generale del cristianesimo è "contro la democrazia", ha detto. "In Oriente, al contrario, vale l'opposto: la religione pervade ogni cosa".
Ha definito "sconosciuto e inquietante" il futuro del Medio Oriente, e ha detto che la comunità internazionale è "incapace di muoversi" per fare fronte ai recenti sviluppi degli avvenimenti.
I cristiani iracheni -tormentati dalla violenza e dalla mancanza di sicurezza- guardano alla crisi egiziana con "tristezza", ha detto all'agenzia SIR. Hanno paura che la nazione nordafricana potrebbe cadere in preda alle stesse divisioni etniche e religiose.
L'arcidiocesi dell'arcivescovo Sako è stata duramente colpita dalla violenza degli estremisti. Nove cristiani sono morti e altri 104 sono rimasti feriti a Kirkuk.
La paura che hanno i sopravvissuti per la situazione egiziana, ha detto il prelato, è che diventi "un nuovo Iraq".
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Giovanni Romano

venerdì 28 gennaio 2011

Mozart: un destino "necessario"?



Ieri discutevo via Facebook con un caro amico a proposito di Mozart, e ricordavamo un episodio che lo vide protagonista in occasione del suo viaggio a Roma nella Pasqua del 1770, quando aveva solo 14 anni. Il padre lo accompagnò alla Cappella Sistina per ascoltare il famoso Miserere di Allegri che si cantava solo il Venerdì Santo alla presenza del Papa e dei cardinali. Era una cerimonia estremamente suggestiva. La sala era buia, illuminata soltanto dalle torce tenute in mano dai cardinali vestiti dei paramenti neri, e man mano che il bellissimo Miserere per sole voci e doppio coro procedeva, ciascun cardinale andava a inginocchiarsi di fronte al Papa e spegneva la sua torcia, fino a quando la Cappella restava immersa nel buio e le voci si spegnevano in un profondissimo silenzio.
Lo spartito del Miserere era un segreto rimasto gelosamente custodito per quasi un secolo. Lo si poteva ascoltare solo a Roma e solo il Venerdì Santo. Eppure Mozart, tornato a casa, lo trascrisse a memoria, senza dimenticare (così si dice) nemmeno una legatura. Da quel momento il Miserere di Allegri fu conosciuto in tutto il mondo. I maestri della Cappella Sistina avevano previsto tutto ma non di avere a che fare con un genio.
Questo episodio basterebbe a smentire le tesi di coloro che, come Tolstoj e Brecht, credono che la storia proceda sui binari di un determinismo impersonale e che l'individuo, specialmente il genio, non abbia importanza. Ma c'è un punto ancora più significativo che la discussione mi ha fatto tornare in mente. In un romanzo del quale non ricordo né l'autore né il titolo (lo citava il Professor Franco Cassano in Partita doppia, credo) il narratore si mette nei panni di Mozart e gli fa esprimere tutta l'amarezza e il rimpianto di essere stato costretto a diventare un "fanciullo prodigio", brutalmente sfruttato dal padre che gli avrebbe rubato l'infanzia che tocca a ogni bambino. E per contrasto mi è venuto in mente il celebre saggio di Virginia Woolf a proposito della "sorella di Shakespeare" dotata quanto il fratello, appassionata della vita quanto il fratello, creativa e geniale quanto il fratello, ma condannata a lasciare arrugginire e far morire i suoi talenti nel matrimonio, nei figli, nelle faccende domestiche, solo perché donna.
Lasciamo perdere le implicazioni fin troppo devastanti che hanno avuto le tesi di Virginia Woolf sulla famiglia e sul matrimonio, e chiediamoci: chi dei due ha ragione? Da una parte si sostiene che i talenti siano un peso e quasi una maledizione di fronte a una vita "normale". Dall'altra si sostiene esattamente il contrario: è la vita "normale" a essere una maledizione di fronte alla prospettiva di liberare i propri talenti. Sembrerebbero due argomenti che si annullano a vicenda, ma non è così. Siamo proprio sicuri che a Mozart dispiacesse la fatica che comporta inevitabilmente la cura del proprio talento? Siamo proprio sicuri che fosse un forzato della musica? Al contrario, è certo che i suoi primi anni furono contrassegnati da una impressionante facilità e felicità di creare. Fu solo dopo, man mano che maturò come uomo e come artista, che comporre gli divenne più difficile, più tormentato ma enormemente più profondo. Avremmo dovuto rinunciare a tutta la bellezza che ci ha dato a vantaggio di una sazia mediocrità? E non nemmeno è giusto, come fa la Woolf, pensare che la famiglia e il matrimonio siano nemici dell'arte e della creatività, basti pensare a Bach, che avviò alla carriera artistica anche qualcuna delle sue figlie.
"Quando la gente si accorge che sai suonare, / suonare ti tocca, per tutta la vita". Nella semplice saggezza del Suonatore Jones che ci parla dall'Antologia di Spoon River forse si trova la risposta. Al proprio destino non si può sfuggire, e anche il Vangelo condanna chi seppellisce sotto terra il proprio talento.
Giovanni Romano

Caso Cesaroni: un'epidemia di pietà?

In un momento nel quale tutti sembrano avere i nervi a fior di pelle, dove il linciaggio morale è diventata la norma, dove volano accuse, controaccuse, insinuazioni al vetriolo, dove non si desidera niente di meno che l'annientamento dell'avversario, la reazione alla sentenza del processo per l'omicidio di Simonetta Cesaroni sembra andare soprendentemente controcorrente. I giornali hanno riversato tonnellate di compassione sull'accusato, Raniero Busco, compiangendolo per il malore avuto in aula, per la moglie e i figli che dovrà lasciare per una condanna niente affatto lieve, ma comunque inferiore alla pena dell'ergastolo richiesta dal Pubblico Ministero.
In questa reazione, ammettiamolo, c'è un briciolo di verità perché la sentenza arriva tardi, veramente molto tardi, e per giunta sul processo pesa come un macigno il "suicidio" del principale testimone, Pietrino Vanacore. Ma non mi unisco al coro di quelli che considerano Busco quasi come la vittima di un perverso accanimento giudiziario e di una persecuzione della famiglia di Simonetta. Se Busco è colpevole deve pagare, e non ha nessuna importanza che "Se anche fosse coipevole, in tutti questi anni si è rifatto una vita e non ha più dato fastidio a nessuno. Ormai è un altro uomo", come ho sentito dire ieri su Radio 1 da una giornalista del "Messaggero".
Ma stiamo scherzando? Con questo metro di giudizio si sarebbero dovuti lasciare in pace anche i criminali nazisti come Kappler o Priebke, i torturatori di Videla e di Pinochet, i carnefici di Pol Pot. Anche loro si erano rifatti una vita, anche loro probabilmente non avevano più dato fastidio a nessuno. Ormai qualcuno di loro poteva essere davvero diventato un altro uomo, ma il delitto era rimasto lo stesso e continuava a chiedere giustizia.
Mi auguro sinceramente anch'io che Busco sia innocente, ma se è stato lui a uccidere con particolare crudeltà Simonetta Cesaroni, è troppo facile essersi rifatto una vita senza aver pagato il suo debito con la giustizia. Probabilmente la stampa e i media mostrano tanta pietà verso un condannato per omicidio perché ha la fortuna di non chiamarsi Silvio Berlusconi.
Giovanni Romano

giovedì 20 gennaio 2011

Non bastava il processo a Berlusconi, ora arriva anche la scomunica...

Ho sentito alla radio la dichiarazione del Card. Bertone di qualche ora fa. Non bastava mettere sotto processo Berlusconi, ora arriva anche la scomunica! E va bene, ammettiamo pure che Bertone e il Vaticano non avessero scelta, perché il loro silenzio poteva essere interpretato come acquiescenza. Ammettiamo anche che le abitudini di Berlusconi -tutte da dimostrare, del resto- siano discutibilissime, indegne di uno statista e corruttrici della pubblica moralità.

Ma quando mai Bertone e i vescovi si sono pronunciati con toni altrettanto veementi nei confronti di un Prodi, ottimo marito e padre, che voleva dare diritti alle coppie di fatto e si è vantatp della sua posizione di "cattolico adulto" sui temi bioetici? Quando mai i vescovi sono stati altrettanto espliciti nei riguardi di un presidente di regione come Vendola, non solo per il suo orientamento sessuale ma anche per aver fatto della Puglia la prima regione d'Italia per numero di aborti? Perché i vescovi non hanno avuto nulla da dire sul presidente Napolitano, anche lui ottimo marito e padre, quando non ha voluto salvare la vita di Elunana Englaro? Vogliamo veramente che i cattolici si appiattiscano sugli anodini "valori comuni" di cui oggi ha parlato Napolitano, come la "legalità" che può essere piegata a qualsiasi arbitrio del potere?

Abbiamo pastori o mercenari che abbandonano il gregge e fuggono davanti ai lupi? Forse il Papa nel suo primo discorso li conosceva bene...

Giovanni Romano

giovedì 13 gennaio 2011

Tucson - Due cattolici tra le vittime


Riporto l'articolo comparso sul sito http://www.catholicnewsagency.com/ a proposito della strage di Tucson in Arozona, dove sono state uccise sei persone ed è stata gravemente ferita tra gli altri la deputata democratica Gabrielle Gifford. Laicisti e abortisti non hanno perso tempo ad accusare d'intolleranza chiunque non la pensi come loro, e in Italia "La Repubblica" si è abbassata fino a insinuare che dietro la strage ci fosse... la Chiesa cattolica (chi altri?). Ma questo articolo, a cui in Italia non si è dato alcun risalto, li sbugiarda in pieno perché erano cattoliche due delle vittime, la bambina di nove anni e il giudice John Roll (a sinistra nella foto), che con la Gifford aveva anche un rapporto di rispetto reciproco. L'assassino inoltre sembra aver agito più per motivi razziali (la Gifford è ebrea) che non per motivi legati all'aborto. Questo è il link al testo originale in inglese.


Se certi giornali e certi giornalisti fossero in grado di avere sentimenti umani, l'unico che dovrebbero provare è la vergogna.

L'arcivescovo Chaput ricorda la profonda fede cattolica
del giudice ucciso nella sparatoria di Tucson

Denver, Colorado, 11 gennaio 2011 / 05:54 pm (CNA/EWTN News) – L'arcivescovo di Denver Charles Chaput ha espresso profondo orrore per la recente sparatoria di Tucson che ha fatto sei morti e più di dodici feriti, sottolineando in particolare la vita e la profonda fede cattolica di una delle vittime, il giudice John Roll.

Il giudice federale John Roll è stato ucciso l'8 gennaio assieme ad altre cinque persone, compresa una bambina di nove anni, Christina Taylor Green.

La strage è avvenuta sabato quando il 22enne Jared Loughner ha aperto il fuoco in un supermercato locale dove la deputata democratica Gabrielle Gifford rieletta da poco stava tenendo un comizio. Loughner, un giovane asociale e ostile al governo, con una storia di turbe psichiche alle spalle, da quanto si è appreso aveva intenzione di uccidere la rappresentante verso la quale portava odio personale. La Gifford è viva ma in condizioni critiche dopo essere stata colpita alla testa a bruciapelo.

Nella sua rubrica del 12 gennaio sul Catholic Register di Denver, l'arcivescovo Chaput ha ricordato il giudice John Roll come una figura politica che viveva una vita di “potente, autentico testimone cattolico”.

L'arcivescovo ricorda un viaggio da lui fatto a Phoenix nel 2008 dove tenne l'omelia per la Messa annuale degli avvocati e i politici dello stato dell'Arizona. Quel giorno tra i fedeli c'era la moglie del giudice Roll, Maureen, “una cattolica attiva e molto determinata”.

L'arcivescovo Chaput dice che Maureen deve aver menzionato la sua omelia al giudice Roll perché dieci mesi dopo “ricevetti la prima di parecchie lettere straordinarie da suo marito”.

“E' impossibile conoscere completamente un uomo solo dalla corrispondenza”, scrive, “ma ciascuna delle lettere di Roll aveva le stesse quattro chiare caratteristiche: generosità, intelligenza, magnanimità e un sincero amore della sua fede cattolica”.

L'arcivescovo dice che due giorni dopo l'assassinio del giudice Roll ha parlato col suo assistente, l'avvocato Aaron Martin, che ha descritto il leader defunto.

Il giudice Roll era devoto a San Tommaso Moro e teneva una biografia del santo su un tavolo vicino alla sua scrivania. Era anche conosciuto come una figura paterna tra i suoi subordinati e manifestava un interesse sincero per le vite e le famiglie di coloro con cui lavorava.

“Gli piaceva assistere i primi passi dei giovani avvocati cristiani perché credeva che la loro fede gli avrebbe dato un miglior fondamento morale per la vocazione forense”, dice l'arcivescovo Chaput.

Il giudice Roll leggeva un certo numero di pubblicazioni cattoliche ogni domenica mattina prima della Messa per imparare di più sulla propria fede. Andava anche a nuotare ogni mattina alla sede locale dell'YMCA e si recava alla Messa quotidiana ogni volta che gli fosse possibile. Avebbe compiuto 64 anni l'8 febbraio, e lascia tre figli e cinque nipoti.

Secondo Aaron Martin, Maureen e John Roll si conoscevano da quando avevano quattordici o quindici anni.

“Sono stati, per tutto il tempo che hanno vissuto insieme, il migliore amico l'uno per l'altra”, dice l'arcivescovo Chaput, “avrebbero celebrato il loro quarantunesimo anniversario di matrimonio verso la fine di questo mese”.

“In conclusione, John Roll era un uomo di insolita signorilità spirituale”, osserva l'arcivescovo. “Nonostante le loro differenze politiche, il giudice Roll e la deputata Gabrielle Gifford, una democratica, avevano una relazione cordiale basata sul rispetto reciproco”.

Precisamente a motivo delle loro differenze, dice l'arcivescovo, il giudice Roll cercava di andare a salutare la Gifford ogni volta che poteva quando lei tornava nel suo collegio elettorale.

“La mattina della sua morte, il giudice Roll andò a Messa, e alle 9,55, secondo Martin, uscì di casa 'giusto per fare un salto' al comizio della Gifford come gesto di cortesia, per dirle ciao”.

“Non è mai più tornato a casa”.

“Questa vita passa”, dice l'arcivescovo Chaput nelle sue conclusioni. “L'eternità rimane per sempre. Dobbiamo agire di conseguenza in questo mondo, vivendo una vita cristiana di servizio agli altri”.

“Maureen e John Roll hanno condiviso una vita di tranquilla, forte, autentica testimonianza cattolica. Per favore ricordateli entrambi, e tutta la loro famiglia, nelle vostre preghiere”.

Copyright @ CNA
Unauthorized translation by Giovanni Romano

domenica 9 gennaio 2011

Tucson - Sei morti contro la causa della vita

La sparatoria di Tucson, dove sono state uccise sei persone e dove la deputata pro-aborto Gabrielle Gifford lotta tra la vita e la morte, non è solo un crimine abominevole di per sé, ma è il colpo più duro che sia stato sferrato contro la causa della vita negli Stati Uniti.
Proprio quando le resistenze contro l'abortismo e le manipolazioni genetiche stavano diventando realmente forti nell'opinione pubblica, proprio quando Obama era stato costretto a fare marcia indietro sul "favor mortis" e il testamento biologico, l'assurdo gesto di un criminale ha riportato indietro l'orologio di almeno trent'anni, forse irreparabilmente.
Ora la causa dell'aborto e della sperimentazione occisiva contro gli embrioni ha la sua martire, e i media -anche qui in Italia, naturalmente- hanno colto l'occasione per scagliarsi contro chiunque la pensa diversamente dal pensiero unico dell'aborto e delle manipolazioni genetiche. Fascistodi, nazistoidi, violenti, intolleranti e chi più ne ha più ne metta. Viene quasi il dubbio, in quest'epoca avvelenata dai sospetti, che il tempismo deell'attentato alla Gifford sia stato un po' troppo ben scelto per essere casuale, un po' come lo squilibrato che dette fuoco al Reichstag, guarda caso, fece mirabilmente il gioco di Hitler e dei nazisti. Quelli veri.
Giovanni Romano

Una lezione di coraggio ai pacifisti

La strage dei cristiani copti ad Alessandria D'Egitto da un lato ha rivelato la situazione precaria e pericolosa di questa minoranza minacciata dal fondamentalismo islamico (e non solo in Egitto), ma dall'altro ha provocato una reazione che almeno qui in Occidente nessuno di aspettava e che è passata quasi sotto silenzio. Centinaia, se non proprio migliaia di musulmani si sono stretti intorno alle chieste cristiane formando una barriera di scudi umani. Un meraviglioso gesto di solidarietà che non può fare a meno d'interrogarci e ci costringe ad alcune considerazioni:
In primo luogo, i cristiani non sono estranei alla società egiziana. Al-Quaeda e i fondamentalisti possono fomentare tutto l'odio che vogliono, ma molti "uomini della strada" musulmani sentono ancora i cristiani come loro vicini e amici.
Secondo, i musulmani (sia i fondamentalisti che i moderati) a quanto pare non hanno paura di esporsi per una fede che va oltre questo mondo. Noi cristiani occidentali parliamo tanto di solidarietà, di giustizia sociale, di "ultimi", ma quanti di noi avrebbero il fegato di esporsi a un attentato tutt'altro che improbabile, sapendo che, se il nostro corpo sarà distrutto, la nostra anima sopravviverà?
Infine, questo gesto smentisce le affermazioni di quei laicisti secondo cui le religioni sono sempre e comunque portatrici d'intolleranza e di fanatismo. Chi ha accettato di esporsi gratuitamente alla morte per salvare quelli che sentiva i suoi fratelli lo ha fatto precisamente perché crede in Dio. Certo, ci sono e ci saranno sempre quelli che violeranno il secondo comandamento e faranno della religione uno strumento di morte e di oppressione, ma il loro sarà sempre un abuso e una mistificazione, mai fede autentica.
Non posso evitare di chiedermi in conclusione: non mi pare di aver visto vicino alle chiese copte, né in Egitto né in Europa, nemmeno uno di quei Parlatori di Pace che vediamo sventolare le Bandiere della Pace, cantare Canzoni della Pace e partecipare alle Marce della Pace. Che fine avete fatto, amici? Possibile che quando c'è da rischiare veramente la buccia vi squagliate tutti quanti? In realtà non dovrei rimproverarvi perché il pensiero di fare da scudo umano non mi passa nemmeno per la testa, neppure se ci fosse una chiesa copta nella via dove abito. Ma dobbiamo avere almeno la decenza di riconoscere che stavolta numerosi musulmani (non tutti, forse nemmeno la maggioranza, ma comunque in troppi per essere ignorati) ci hanno dato una lezione esemplare di fraternità e di coraggio.
Giovanni Romano

giovedì 6 gennaio 2011

No, questa volta Messori ha torto

Apprezzo molto Vittorio Messori, la sua opera, il suo coraggio di apologeta senza complessi, e di lui ho letto molto. Ma nel suo articolo sul recupero dell'Epifania come festa civile comparso il 3 gennaio sul sito LaBussolaquotidiana.it, compare un'affermazione che ho trovato sconcertante e arbitraria:

Ovviamente intoccabili erano le feste civili, dal 1° maggio al 25 aprile (per inciso, faccio notare che l’Italia è l’unico Paese al mondo a celebrare con ogni solennità la sconfitta subita in una guerra) [il neretto è mio, N.d.R.]

Ma quando mai? L'Italia era già stata sconfitta poco meno di due anni prima, l'8 settembre 1943, e mai nessuno si è sognato di celebrare quella data. Il 25 aprile del 1945 non furono le forze armate italiane a capitolare, ma quelle tedesche in Italia e quelle della Repubblica di Salò. A meno che Messori non voglia sostenere che il governo di Salò fosse l'unico e legittimo rappresentante del popolo italiano, il che mi sembrerebbe quanto meno grave. Certo, il 25 aprile non fu una vittoria per gli italiani perché da una parte il Regno del Sud non era un alleato ma un semplice "cobelligerante" che fu trattato anzi malissimo al tavolo della pace; e dall'altra il contributo strettamente militare della Resistenza alla sconfitta della Wehrmacht fu quasi trascurabile, e senza l'aiuto degli Alleati i partigiani non l'avrebbero nemmeno impensierita.

Ma, checché ne dica Messori, questa data ha un importante significato morale perché dimostra che non tutti gli italiani volevano la dittatura e che anzi non pochi furono pronti a prendere le armi, senza attendere l'arrivo dei "liberatori". E poi chiedianoci: la causa per cui si battevano i soldati di Salò era forse giusta? Faccio un esempio estremo: gli unici militari di questo regime che considero "puliti" perché non si macchiarono mai di nessun massacro, furono i piloti della RSI. Erano gente d'incredibile coraggio perché si batterono uno contro cento, in duelli aerei leali da cui ben pochi sopravvissero. Nessuno di loro si abbassò a mitragliare o a bombardare a sangue freddo i civili indifesi, come invece fecero molti piloti angloamericani sicuri della più assoluta impunità. Se c'è stata in quella sordida guerra civile una vera incarnazione del coraggio e dell'onore, è a loro che va riconosciuta. Eppure anch'essi, in fondo, si batterono per difendere Auschwitz. Nessuno di loro accetterebbe questa definizione, naturalmente, tutti direbbero che si battevano per difendere le città dai bombardamenti, e questo è vero, ma non basta purtroppo ad assolverli. E se non possono essere assolti nemmeno i piloti, figuriamoci gli altri!

Si può discutere il 25 aprile sotto altri aspetti, come ad es. il monopolio che la sinistra comunista ha sempre rivendicato su questo anniversario, il disegno d'impadronirsi del potere con un colpo di stato come quello nei paesi dell'Europa Orientale, le stragi del "triangolo della morte" e le vendette sanguinarie anche su gente innocente. Ma definirlo "la solenne celebrazione di una sconfitta" è antistorico e inaccettabile.

Giovanni Romano

venerdì 31 dicembre 2010

Giuliana Sgrena: assordante silenzio sui cristiani?

Ieri sera mi è capitato di ascoltare la parte conclusiva di un'intervista a Giuliana Sgrena nella trasmissione "Farenheit" di Radio3. L'autrice presentava il suo ultimo libro, "Il ritorno". L'argomento, ovviamente, è il ritorno della giornalista a Baghdad a cinque anni dal suo rapimento, con le sue impressioni, i suoi giudizi, le sue valutazioni sulla situazione attuale.

Ho ascoltato solo l'ultima parte, lo ripeto, e quindi non so cosa avesse detto prima. Fatto sta che l'ho sentita parlare molto sull'oppressione delle minoranze (i curdi, gli sciiti, i caldei, i persiani), ma non ha speso nemmeno una sillaba sugli attacchi e le persecuzioni contro i cristiani iracheni.

Se il libro parla solo di Baghdad può darsi che la situazione sia migliore che a Mosul, e nel nord dell'Iraq, ma questo assordante silenzio non mi è piaciuto per nulla.

Giovanni Romano

giovedì 16 dicembre 2010

Ma una bancarella di pesce vale così tanto?


Ieri il TG1 ha trasmesso un servizio su un avvenimento apparentemente marginale ma che rivela una mentalità. A Chioggia i venditori al tradizionale mercato del pesce fresco sono in subbuglio perché un cinese avrebbe rilevato la bancarella di uno di loro.

La cosa ha destato molto scalpore e preoccupazione in un ambiente tradizionalmente chiuso e diffidente verso i forestieri, dove il mestiere si tramanda per generazioni e dove tutti si conoscono per soprannome. Razzismo? Forse, ma prima di pronunciare frettolose condanne varrebbe la pena di prendere in considerazione alcune domande "scomode".

Corre voce infatti che il cinese abbia pagato la bancarella ben quattro volte il suo valore. Non c'è mezzo di verificare questa notizia. Può darsi che sia stato necessario per superare la radicata diffidenza di cui sopra, ma questa ipotesi non quadra con la situazione di crisi economica -e dunque di bisogno- in cui versano molti dei pescivendoli della città. Chi è in ristrettezze vende anche per un pezzo di pane, non a quattro volte tanto. Come mai tanto interesse, tanta generosità?

La risposta, purtroppo, potrebbe essere trovata in alcune tattiche d'infiltrazione nel mercato che sono state applicate con successo dai cinesi ovunque sono andati, principalmente a Roma e a Milano, dove alcuni quartieri sono ormai diventati delle vere e proprie enclaves. All'inizio presso i commercianti si presentano delle persone molto gentili e offrono molto, ma veramente molto, per rilevare l'attività. Tutti soldi buoni e a pronta cassa, qualche volta anche troppo pronta perché queste persone gentili portano con sé valigette piene di denaro contante. Se il commerciante è disposto effettivamente a vendere, l'affare si conclude nel migliore dei modi e tutti sono contenti. Se invece si dimostra non interessato o troppo attaccato al suo negozio, dopo un po' di tempo cominciano a succedergli cose alquanto antipatiche, sul genere di incidenti, danneggiamenti, furti e compagnia bella. Allora, mangiata la foglia, quando si riprensentano le persone gentili il commerciante è molto più disponibile, anzi a volte ha addirittura fretta di vendere e andare via.

Ed ecco le tre domande scomode che pone la vicenda di Chioggia:

  1. Da dove ha preso tanti soldi il compratore?
  2. Perché è così interessato alla bancarella fino al punto di pagarla ben al di sopra del suo valore?
  3. Cosa succederà ai prezzi quando il mercato del pesce sarà interamente controllato dai cinesi?
Chiamatemi razzista se volete, ma non rinuncio a porre queste domande.

Giovanni Romano

P.S.: Quanto alla domanda n.1 c'è forse una risposta. Il compratore non è solo. Dietro di lui c'è il clan familiare dove ognuno mette una quota per rilevare l'attività, così che poi tutti i componenti troveranno un lavoro. Mentre per la nostra mentalità follemente irresponsabile la famiglia è ormai diventata un peso e un fastidio, per i cinesi -giustamente- è una grande risorsa. C'è da meravigliarsi che stiano prendendo il sopravvento?

mercoledì 24 novembre 2010

Limousine


Domenica scorsa è passata sotto casa mia una limousine mostruosamente lunga come il modello della foto. Era dipinta di bianco e rosa e sembrava un confetto gigantesco, pareva le mancasse solo un fiocco legato sopra. Un capolavoro kitsch. La precedeva un veicolo pubblicitario anch'esso bianco e rosa dov'era scritto il nome dell'agenzia che la noleggiava per matrimoni.
Non ho potuto fare a meno di sorridere amaramente. Le macchine per la festa nuziale diventano sempre più lunghe proprio quando i matrimoni diventano sempre più corti o stanno scomparendo del tutto.
Ma si ostenta di più, temo, appunto perché il matrimonio sta perdendo d'importanza. Più viene meno la convinzione che sia una cosa capitale e definitiva, più si cercano lo sfarzo e l'ostentazione, ormai oltre i limiti della pacchianeria più volgare.
Prendiamo ad esempio un altro degli aspetti attraverso cui si è banalizzato il rito delle nozze, i fotografi. In quel giorno gli sposi sono praticamente degli ostaggi in mano loro, vengono costretti ad assumere le pose più strane, a volte persino buffonesche, sbatacchiati da uno sfondo all'altro e da un tavolo all'altro (quest'ultima è una fatica spiacevole ma necessaria, noblesse oblige!). Quanto tempo resta per pensare a quello che si sta facendo, a vivere un giorno che non tornerà mai più e che dovrebbe segnare un punto di svolta nella vita?
Non parliamo poi di quello che succede in chiesa. Si riprende di tutto, anche le inquadrature più banali e insignificanti, con primi piani esasperati degni di una telenovela di terz'ordine, ma non resta niente di essenziale. Se mi fossi sposato, avrei chiesto esplicitamente che nel filmato del matrimonio fosse registrata per intero l'omelia del sacerdote, che viene sempre saltata. Questo per ricordarmi sempre delle ragioni di quel giorno, dei passi che era stato necessario fare per arrivare a quel momento, degli obblighi e delle gioie che ci avrebbero attesi. Sempre sperando che il sacerdote fosse all'altezza, ma anche la peggiore delle omelie è comunque meglio della melensaggine di certe inquadrature.
Preferirei di gran lunga vedere macchine più corte e matrimoni più lunghi.
Giovanni Romano