lunedì 3 ottobre 2005

La doppia ipocrisia del Maresciallo Rocca

Ieri sera, guardando la prima puntata della nuova serie de “Il Maresciallo Rocca”, mi ha colpito una battuta della protagonista femminile Valeria Pivettii. Un po’ seccata per l’insistenza con cui un prete la invitava a convolare finalmente a nozze col Maresciallo, lei commentava: “Ma l’amore non è un contratto!”.

Molto romantico davvero! Perché allora laici e conviventi strillano per reclamare i PACS? Non hanno già l’amore? Non gli basta quello? Di cos’altro hanno bisogno, visto che solo i cattolici, a quanto pare, sono tanto stupidamente realisti da sobbarcarsi, oltre all’amore, degli impegni ben precisi, una fedeltà dichiarata pubblicamente?

Basterebbe questa battuta per capire tutta l’ipocrisia strumentale del dibattito sui PACS. Ma c’è dell’altro in questa puntata, e molto peggio.

All’inizio, vediamo il prete di cui sopra rifiutare l’assoluzione a un misterioso penitente che fugge esasperato. Subito dopo qualcuno lo uccide spaccandogli la testa. Le indagini del Maresciallo Rocca portano alla scoperta del colpevole: una farmacista che, stanca delle sofferenze del marito malato di tumore, gli aveva praticato l’eutanasia con la complicità di un altro medico.

Il flashback dell’omicidio è una scena memorabile, e sotto molti aspetti profetica. La donna, inviperita, pretende l’assoluzione, che il sacerdote le nega con grande sofferenza, perché cerca di farle capire –invano- la gravità del suo gesto. A un certo punto, esasperata per il rifiuto, lei lo colpisce con tutte le forze, urlando “Prendi, prete, prendi!”. Quel prete sibilato velenosamente è un capolavoro di odio e di disprezzo. Si vede che non è soltanto l’attrice a pronunciarlo, ma anche lo sceneggiatore, il regista, la troupe, tutto un “milieu” che probabilmente si augura che prima o poi questa scena accada davvero (e poi accusano Berlusconi di essere l’ispiratore di Unabomber!). Almodovar e Amenabar non avrebbero saputo fare di meglio. Aggiungiamo poi che, per coprire l’omicidio del sacerdote, la donna aveva ucciso anche una giornalista che stava per intuire la verità.

Ma nella scena finale, quando il Maresciallo Rocca, il giudice istruttore e il capitano discutono sul caso ormai risolto, tutta la compassione, o quantomeno la “comprensione” del bravo graduato vanno alla donna, non al prete. Non gli passa nemmeno per la mente di far notare che questa donna tanto “pietosa” ha ammazzato tre suoi simili. E purtroppo non glielo fa notare nessuno dei suoi interlocutori. Ordine degli sceneggiatori, probabilmente. In conclusione, siamo di fronte a uno sceneggiato “di regime” (come il settimanale “TEMPI” ha giustamente definito il film “La bestia nel cuore”) un messaggio molto subdolo a favore delle convivenze e dell’eutanasia, per giunta truccato con un’abbondante cosmesi di sentimentalismo familiare.

A questo punto però sorge una domanda. Se la donna era tanto convinta di aver agito per il bene del marito, perché è andata a cercare, o meglio a pretendere l’assoluzione da un prete? Un pretesto per aggredire il clero, “reo” di opporsi alla deriva nichilista della nostra mentalità? L’ultimo sussulto di una coscienza che sotto la vernice buonista continua a gridare? Propendo per la prima ipotesi, anche se è impossibile, di fatto, evitare che emerga la seconda. E’ proprio il sacerdote l’ultima fragile difesa della coscienza e dell’umano. Da questo la rabbia e l’odio, ormai nemmeno più dissimulato, di chi si immagina arbitro e padrone della vita e della morte.

E’ chiaro che nello sceneggiato il regista costringe il prete a dire solo “no”, senza che gli venga consentito di portare avanti le ragioni per dire “si” fino all’ultimo istante di una vita umana.

Uno sceneggiato fatto per confondere e umiliare chi difende la vita. Uno sceneggiato di regime.

Giovanni Romano