giovedì 24 dicembre 2015

"Solo un Dio ci puo` salvare..."


Cosi` scrisse Heidegger in una citazione ormai arcinota, e a una considerazione superficiale le sue parole potrebbero contenere una buona dose di ironia o di tragicita`. Come puo` salvarci un Dio che da Nietzsche in poi era stato dichiarato ufficialmente morto? Come si poteva scrivere una frase del genere dopo quasi cinque secoli nei quali il pensiero occidentale, dall'Umanesimo in poi, era consistito in grandissima misura nello sforzo di emanciparsi da qualsiasi apporto che sfuggisse al calcolo della Ragione? Con quale stato d'animo, se non di amara delusione, si poteva tornare a invocare l'intervento divino quando sembrava che nessun traguardo fosse ormai precluso alla Tecnica?

Ogni illazione sull'ironia, pero`, viene a cadere quando si legge la seconda parte della frase: ",,,. Occorre preparare l'attesa". Non si puo` attendere se non Chi esiste. Non si puo` desiderare se non quello che manca a ogni nostro risultato, che sara` sempre al di la` di qualunque cosa si riesca a produrre con le nostre mani, eppure e` sempre presentito come un ospite che sta per suonare alla porta.

Cosi`, da un anno all'altro, da una generazione all'altra, l'umanita` attende Qualcuno che la possa salvare. Attende a dispetto di tutto. A dispetto degli spregevoli avvoltoi che puntualmente insudiciano il Natale con la propaganda del suicidio assistito. A dispetto delle violenze che sembrano incrudelire a bella posta proprio quando sta per arrivare semplicemente un Neonato. A dispetto della permalosita` vera o piu` spesso presunta di altre religioni per le quali non accade e non puo` accadere mai nulla. A dispetto della nostra superficialita` che ci fa scambiare l'attesa con l'accumulo di beni e lo stordimento di feste che tradiscono la Festa, per non pensare fino allo strazio al nostro limite e non sentire il bisogno fino alla disperazione.

Occorre preparare l'attesa di qualcuno che non si conosce. Questo e` il punto massimo e piu` nobile al quale puo` arrivare il pensiero laico. I cristiani invece sanno Chi sta per arrivare. Sanno cosa significa stupirsi e sostare commossi di fronte a un avvenimento ripetuto letteralmente miliardi di volte (la nascita di un bambino) ma che nel Natale contiene una carica di speranza, di fiducia, di rinnovamento inimmaginabili. Abbiamo bisogno di tutto, e la risposta e` un Bambino totalmente bisognoso di noi. Il Natale e` una festa bellissima anche da un punto di vista laico perche` fa capire che i bambini sono i benvenuti. Volerlo dimenticare o peggior ancora censurare e` il sintomo piu` grave dell'invecchiamento terminale della nostra civilta`. Per questo, il mio augurio quest'anno va a tutti coloro che non dimenticano e continuano a stupirsi per questo avvenimento e per la sua assoluta gratuita`.


BUON NATALE

sabato 28 novembre 2015

Una strage che fa comodo a chi vive di stragi

Il pazzoide - o forse l'agente provocatore - che ha assalito una clinica abortista della Planned Parenthood a Colorado Springs negli USA - ha distrutto in mezza giornata il lavoro di mesi, anche di anni, condotto dalle organizzazioni pro-life che si sono battute e si battono, spesso di fronte a una opposizione durissima e violenta, all'ostilità mediatica delle star e degli opinionisti più in vista (basti pensare a Oprah Winfrey). Per non parlare dell'amministrazione Obama, una delle più ideologiche e divisive che l'America si sia mai data, che ha elevato l'aborto a "diritto umano fondamentale".

Tutto il lavoro paziente di persuasione, di dialogo, di accoglimento del dolore e della sofferenza di donne indotte o spinte ad abortire o dai loro uomini o plagiate dalla mentalità edonista per cui il bambino è solo un peso, tutto questo lavoro è andato in fumo proprio quando, lentamente ma sicuramente, il movimento pro-life stava guadagnando terreno e più di una clinica della Planned Parenthood era stata chiusa perché i medici e gli infermieri erano diventati tutti obiettori. Un metodo molto più pericoloso agli occhi degli abortisti, perché una coscienza risvegliata è molto più forte che non le bombe e i fucili.

Al di là della scontata condanna della violenza, questa strage dovrebbe far riflettere su quanto sia stata grave la ferita che l'amministrazione Clinton prima, quella Obama poi, hanno inflitto alla coscienza di un popolo che nel corso degli anni ha vissuto l'aborto con un disagio via via maggiore.

Fa davvero specie che Radio24, nel riferire oggi la notizia, abbia usato il termine "consultorio familiare" per una istituzione dove l'unico "consiglio" è quello di abortire e dove l'omicidio di bambini è pratica normale e quotidiana.

Questa strage è stata il miglior regalo possibile per chi vive sulla strage dei neonati.

Giovanni Romano

sabato 17 ottobre 2015

La lezione dimenticata di San Tarcisio

Non date le cose sante ai cani
e non gettate le vostre perle davanti ai porci,
perche' non le calpestino con le loro zampe
e poi si voltino per sbranarvi

Mt 7,6


Credo che pochi cattolici ormai conoscano la storia di Tarcisio, il ragazzino martire a causa dell'Eucarestia che portava segretamente ai cristiani incarcerati per la loro fede nell'agosto del 257 d.C.. Narra la leggenda che mentre si recava al carcere alcuni ragazzacci, incuriositi dalla cassetta che portava tra le braccia con tanta cura, cominciarono a seguirlo e a importunarlo, chiedendogli cosa avesse di cosi' prezioso. Non avendo avuto risposta, cercarono di strappargliela dalle mani, ma qui avvenne il miracolo: le braccia di Tarcisio sembravano diventate d'acciaio, per quanti sforzi facessero non riuscirono a fargli minimamente allentare la presa. Allora lo scherno divenne odio e lo colpirono tutti insieme con pugni, calci, pietre fino a ridurlo in fin di vita. Ma Tarcisio continuava a tenere stretta sul cuore quella cassetta che per lui era piu' importante della vita. In quel momento passo' Quadrato, un robusto centurione anche lui cristiano, che quando vide quel linciaggio intervenne e mise in fuga il branco. Tarcisio ebbe appena il tempo di affidargli le Ostie consacrate, poi gli mori' tra le braccia.

Non ho potuto fare a meno di pensare a questo giovanissimo martire quando ho letto che al Sinodo sulla famiglia un vescovo ha riferito di un episodio che per molti aspetti e' agli antipodi del sacrificio di Tarcisio. Al momento di ricevere la sua Prima Comunione, un ragazzino avrebbe spezzato l'Ostia consacrata e ne avrebbe dato la meta' al padre, divorziato risposato che non avrebbe ne' potuto ne' dovuto prenderla.

Dire che si e' trattato di un abuso liturgico e' poco. E' stato un sacrilegio in piena regola perche' nessun laico, tantomeno un ragazzino, puo' permettersi di dare il Corpo di Cristo a suo arbitrio, tantomeno a chi e' indegno di riceverlo perche' non si pente e non ha nessuna intenzione di cambiare vita. "Ma era suo padre!", mi si obbietterà. "Il ragazzo stava vivendo il momento piu' bello della sua vita, ha visto che il padre soffriva di vedersi escluso da quella festa, e ha voluto condividere Gesu' con lui. Cosa c'e' di male?".

In altre parole, si passa dall'etica del sacrificio all'etica della gratificazione, quasi che l'Eucarestia sia un gettone, un lasciapassare di socializzazione o peggio ancora un "diritto". E stiamo attenti a compatire certe "sofferenze", perche' proprio in nome della pieta' sono stati introdotti i tre stadi di abolizione dell'uomo: divorzio, aborto ed eutanasia!

Non c'e' bisogno di dire che questo ragazzino tanto compassionevole ha suscitato la "commozione" di molti padri sinodali (spero che qualcuno di loro abbia avuto invece il coraggio profetico di sdegnarsi). E' quella che Robert Hughes ha definito giustamente "La cultura del piagnisteo": c'e' sempre una vittima da qualche parte, c'e' sempre qualche oppresso che reclama i suoi diritti calpestati, non importa se campati in aria, e c'e' sempre qualche istituzione oppressiva che glieli nega, non importa se a torto o a ragione. Quello che conta, appunto, e' essere gratificati, sentirsi giustificati e rispettabili perche' vittime, e in quanto vittime sentirsi autorizzati a ottenere tutto quel che si vuole.

Va da se' che l'episodio e' stato ripreso con grande enfasi dai media di tutto il mondo, con buona pace della riservatezza dei lavori sinodali e con un tempismo tanto immediato quanto sospetto. Al di la' della storiella strappalacrime, si tratta di una operazione cinicamente ributtante che ormai non mira nemmeno piu' ad attaccare solo il matrimonio ma il cuore stesso dell'Eucarestia.

Probabilmente il ragazzino citato al Sinodo avra' agito in buona fede, ma era stretto dovere del sacerdote innanzitutto istruirlo bene e in secondo luogo richiamarlo, spiegandogli con chierezza le ragioni dell'inopportunita' del suo gesto, perche' a volte la Chiesa e' costretta a dire un fermo NO per non addormentare le coscienze.

Mi viene il sospetto che gli stessi Padri sinodali che si sono commossi per il ragazzino tanto altruista condannerebbero l'"integralismo", il "fanatismo" e la "chiusura al dialogo" di Tarcisio che amava tanto Gesu' da non credersi piu' buono di lui e da proteggerLo con la sua stessa vita.

Giovanni Romano

domenica 30 agosto 2015

Saviano e i conigli di Trilussa

Roberto Saviano non perde mai occasione per impancarsi a maestro col ditino alzato, specialmente quando si tratta di difendere le cause più aberranti e antiumane (le droga libera, l'eutanasia, l'istigazione all'odio e all'aggressione contro le Sentinelle in Piedi). Stavolta è intervenuto sulla tragica vicenda di Anatoly Karol, un ucraino di 38 amni ucciso a Castello di Cisterna (NA) perché aveva cercato di opporsi a una rapina. I banditi non solo gli hanno sparato ma hanno bestialmente infierito su di lui che aveva con sé la sua bambina di pochi anni.

Eco come Saviano ha letto la vicenda:

Non ha fatto notizia. A parte qualche veloce lancio ai Tg o qualche riga sui giornali, nessun commento importante. Anatoly Karol aveva 38 anni e sabato era con la sua bambina di un anno e mezzo a fare la spesa in un supermercato di Castello di Cisterna, in provincia di Napoli. All'improvviso due malviventi hanno fatto irruzione nel locale per una rapina. Anatoly ha cercato di sventarla, ma gli hanno sparato davanti alla figlia e poi hanno infierito su di lui con un'arma contundente. È morto quasi subito.
Anatoly era ucraino. Se fosse stato il contrario, se l'ucraino fosse stato il rapinatore, oggi su questo caso avremmo avuto molta più attenzione, raccolte di firme, cortei.

Sarebbe un intervento condivisibile se non fosse viziato da un equivoco di fondo, di cui anche Saviano è responsabile. Tutto preso dal sacro fuoco antirazzista, ha dimenticato che gli italiani non reagiscono alle rapine almeno per due motivi. Il primo è che la magistratura non solo non riconosce la legittima difesa ma punisce come un criminale chi si difende, Il secondo è il pacifismo idiota che imperversa nella scuola, nei media, del discorso comune. Appendiamo ai balconi le Bandiere della Pace, organizziamo Marce della Pace, i bambini cantano Canzoncine di Pace... ci sarebbe da meravigliarsi davvero se dopo questo lavaggio del cervello qualche italiano trovasse l'energia per battersi!

A differenza di noi italiani inebediti dal pacifismo e dal relativismo morale, gli stranieri hanno ancora conservato il senso del bene e del male, e quando vedono il male reagiscono. Ricordo ancora un senegalese che morì ammazzato in un negozio nelle stesse circostanze del povero Anatoly Karol. Prima di scandalizzarsi a tempo perso, Saviano dovrebbe ricordare una poesia di Trilussa, Er Leone e er Conijo, che bolla il suo moralismo di comodo con un verso fulminante : 

"E comme voi / che s'improvisi un popolo d'eroi / dov'hanno predicato li conigli?".

Giovanni Romano

venerdì 21 agosto 2015

Welby e Casamonica: una ignobile strumentalizzazione

La Chiesa è dura dove gli uomini la vorrebbero tenera,
 e tenera dove gli uomini la vorrebbero dura.
 T. S. Eliot



 In queste ore i media stanno tracciando con deliberata malafede un parallelo assurdo tra due vicende che in realtà non hanno alcun collegamento: il suicidio di Piergiorgio Welby e i faraonici funerali del boss Casamonica. Come mai, ci si chiede, la stessa parrocchia che negò i funerali religiosi a un malato terminale li ha invece concessi a un boss della mala, e per giunta in una forma così ostentata da essere una beffa verso le istituzioni e una prevaricazione contro la città di Roma?

L'accostamento è assurdo e strumentale. Il suo unico scopo è di accreditare l'eutanasia e gettare ulteriormente fango contro la Chiesa . Ma vediamo di fare un po' di chiarezza. Che io sappia, Welby era un ateo convinto, e non gli venne mai in mente di chiedere i funerali religiosi. Fu la famiglia a insistere per ottenerli (probabilmente su istigazione del Partito Radicale) anche come ultimo sfregio e provocazione contro la Chiesa che si è sempre opposta all'eutanasia. Anche allora il parroco fece la figura del Don Abbondio perché dichiarò che gli era stato proibito di celebrare i funerali religiosi "su ordine del Cardinale Vicario" (a quell'epoca era Ruini). Una figura meschina la sua, perché un sacerdote cattolico dovrebbe sapere da sé che non si devono celebrare i funerali religiosi di un suicida che non si pente e per giunta rivendica il suo gesto come se fosse un valore. Non c`era bisogno di nascondersi dietro la tonaca del Cardinale!

Nel caso Welby, tutta la vicenda fu gestita da una regia accorta e orribilmente cinica. A cominciare dalla continua, insistente rivendicazione di morire, dalle interviste concesse a Welby attaccato alla macchina (Qualche lettore di Avvenire si illuse piamente che quelle interviste fossero "una richiesta di aiuto", ma lo sguardo duro e freddo di Welby esprimeva soltanto una volontà caparbia di autodistruzione, un rancore totale verso la vita), dal gesto di "disobbedienza civile" del medico che lo uccise (e che poi fu trionfalmente assolto dalla stessa magistratura che ha demolito la legge 40) fino alla data scelta per il suicidio: la vigilia di Natale, in pieno e consapevole sfregio al cristianesimo, in modo da gettare l'ombra della morte e dell'ultimo arbitrio umano sulla festa della speranza e del dono gratuito di Dio. E in effetti quello fu uno dei miei più tristi Natali, perché sentii con chiarezza (e oggi lo sento ancora di più) che da quel momento in poi noialtri esseri umani ci saremmo allontanati ulteriormente l'uno dall'altro, e che invece di aspettarci normalmente pietà e solidarietà dal prossimo ci saremmo dovuti aspettare indifferenza e abbandono.

Quanto ai funerali religiosi platealmente rivendicati quasi che Welby fosse un martire, l'unico che disse una parola chiara fu Mons. Fisichella quando rispose seccamente: "La Chiesa non è un Bancomat". Fu lui a salvare non solo la dignità della Chiesa, ma la stessa dignità del vivere e del morire. Non so, obiettivamente, se queste parole sarebbero ancora pronunciate con l'attuale andazzo ecclesiastico di una "misericordia" senza giustizia e soprattutto senza verità.

Veniamo adesso ai funerali di Casamonica. Una pacchianeria sconcertante, un'ostentazione arrogante e cafona, la più totale caricatura della solennità. Ma soprattutto (e in questo i funerali di Casamonica si sono accostati realmente a quelli laici di Welby, tenuti provocatoriamente davanti alla sua parrocchia) un atto di forza per mostrare a tutti chi comanda veramente a Roma. Il che dovrebbe suscitare domande quanto meno sulle radici del consenso popolare. Perché tanta folla? Legami tribali, che si sono dimostrati ben più solidi del nostro individualismo spappolato? Solo intimidazione e paura, oppure una sorta di ammirazione perversa verso un Capo? Che ci piaccia o no, la maggior parte di noi non segue né la ragione né le belle parole ma soltanto la forza. Uno stato che rifiuti programmaticamente di usarla contro i prepotenti si espone a queste umiliazioni. È stata la piena sconfitta del nostro buonismo.

Anche in questo caso l'atteggiamento del parroco è stato pilatesco: “Quello che avviene al di fuori della chiesa non mi riguarda”. Nemmeno quando manifesti oltraggiosi di cui alla foto sono stati appesi alle mura della sua parrocchia? È indubbiamente un momento grave per la Chiesa, che sembra incapace di dire parole chiare sul bene e sul male. Appiattirsi sui criteri del mondo le porta ancora più ostilità e disprezzo.

Detto questo, tuttavia, non si possono paragonare né accostare vicende così diverse se non per malafede. Welby si è suicidato in odium fidei, senza mostrare né tentennamenti né pentimento, rivendicando anzi il suo gesto contro tutto e tutti. Peggio ancora, ha consapevolmente aperto la strada all'abbandono terapeutico e all'eutanasia. Non sappiamo come sia morto il boss Casamonica ma data l'ostentazione di santità c'è da dubitare che si sia veramente pentito. Però il suo funerale non si è posto contro la Chiesa in quanto tale. Ne ha calpestato la dignità e ha strumentalizzato un rito che doveva essere sobrio e non sfacciato, ma non lo ha stravolto, non lo ha piegato alla causa della morte.

I moralisti a un tanto al chilo abbiano almeno il pudore di tacere.

Giovanni Romano

giovedì 13 agosto 2015

Nagasaki, la città che non doveva essere bombardata

Lo scorso 9 agosto e` stato commemorato il 70esimo anniversario dello sgancio della seconda bomba atomica su Nagasaki, e come da molti anni ormai tornano a girare in Rete deliranti teorie cospirative secondo le quali questa citta` fu bombardata perche` ospitava la piu` numerosa comunita` cattolica del Giappone. Si sarebbe trattato dunque di un atto di odio e di intimidazione verso il Vaticano, "reo" di aver mantenuto la sua indipendenza verso gli Alleati laici e massoni ecc. ecc.
Di questa aria fritta si e` fatto interprete purtroppo anche un giornalista come Renato Farina. Mi dispiace per lui, ma le teorie della cospirazione anticattolica non hanno il benche` minimo fondamento, sono pura farneticazione ideologica, allo stesso livello di quelle secondo cui l'Ammiraglio Yamamoto progetto` l'attacco a Pearl Harbor su ordine del Vaticano perche` da ragazzo aveva frequentato una scuola cattolica (fatto non confermato da nessuna sua biografia).
Tanto per cominciare, Nagasaki non faceva nemmeno parte, inizialmente, della lista delle città giapponesi scelte come obiettivo di un attacco atomico. Tale lista comprendeva cinque città : Kokura (sede della più importante fabbrica di munizioni del Giappone), Hiroshima (porto di primaria importanza, grande centro industriale e sede di comando del II° gruppo di armate), Yokohama (fabbriche aeronautiche, utensili, magazzini, equipaggiamenti elettrici e raffinerie di petrolio), Niigata (porto, impianti industriali, fabriche di alluminio e raffinerie di petrolio), Kyoto (centro industriale e culturale di primaria importanza). Tutte queste città avevano in comune alcuni requisiti che gli americani avevano stabilito per renderle obiettivi di un attacco atomico:
  1. Dovevano avere un'area urbana con un diametro maggiore di 4,8 Km;
  2. Lo scoppio avrebbe dovuto coinvolgere l'area abitata e industriale più ampia possibile:
  3. La città non doveva essere stata attaccata in forze prima dell'agosto 1945. Per questo le cinque città dell'elenco furono scientemente risparmiate dagli attacchi convenzionali: si dovevano studiare il più accuratamente possibile gli effetti di una esplosione atomica.

Basterebbe questo a demolire tutte le teorie complottiste. Ma il destino si accanì davvero contro Nagasaki. Prima di tutto, grazie alle insistenze del ministro della guerra Henry L. Stimson, Kyoto venne cancellata dalla lista degli obiettivi perché Stimson vi aveva trascorso la luna di miele anni prima, e Nagasaki prese il suo posto (base navale, cantieri Mitsubishi, fabbriche di armi e munizioni). (Per chi conosce l'inglese, ecco il link dove trovare tutte queste informazioni: http://tinyurl.com/7na63kt
In secondo luogo, il 9 agosto del 1945 Nagasaki non sarebbe dovuta nemmeno essere bombardata perché l'obiettivo principale era un altro. La storia di quel tragico bombardamento che il destino volle a tutti i costi è raccontata nel libro (ormai troppo datato, tuttavia), La guerra del Pacifico di Bernard Millot alle pagine 981-986. La seconda missione atomica fu assai piu` drammatica di quella dell'Enola Gay, e rischiò piu` volte il fallimento. Lascio la parola a Millot per la descrizione di ciò che avvenne veramente quel giorno su Nagasaki, ma con una importante avvertenza:
Il B.29 che sganciò la bomba atomica su Nagasaki non si chiamava The Great Artist(1) ma Bokscar (The Great Artiste accompagnò entrambe le missioni atomiche perché portava apparecchiature di misurazione degli effetti dell'esplosione e delle radiazioni). Tutti i riferimenti al Great Artiste devono quindi intendersi per Bokscar.
[I neretti che evidenziano i punti salienti sono miei.]
(...) Lo stato maggiore americano fu quindi costretto ad attuare la minaccia e diede l'ordine di effettuare il secondo bombardamento atomico della storia. A Tinian, gli specialisti avevano modificato un altro B.29 del DIX Gruppo, il n.77, battezzato dal suo equipaggio The Great Artist(1), dotandolo delle stesse apparecchiature speciali e degli stessi strumenti di controllo montati precedentemente sul B.29 n.82 Enola Gay.
Nella serata dell'8 agosto tutti i lavori di apprestamento vennero completati. L'equipaggio fu informato dei particolari della missione da compiere senza pero` che si precisasse agli uomini la natura della bomba trasportata. In realta`, nessuno di loro si lascio` ingannare, in quanto dalla precedente incursione solitaria erano filtrate numerose informazioni.
L'equipaggio del Great Artist si trovava ancora nella sala dei briefings, quando il cielo venne striato la lampi arancione. Il maltempo complicava la missione, e forse poteva addirittura comprometterla. Verso le 3, in ogni modo, l'equipaggio sali` a bordo e, poco dopo, i motori si misero in moto con un rombo possente. Il maggiore Charles W. Sweeney esegui` le consuete verifiche, procedette alle ultime regolazioni e, alle 3,45, il grande apparecchio si lancio` sulla pista.
Il quadrimotore prese quota e penetro` quasi subito in una zona temporalesca con forti turbolenze. Il pilota zigzago`, cercando senza posa di aggirare le masse nuvolose piu` fitte che apparivano di quando in quando, illuminate da lampi furtivi ma numerosissimi. La pioggia crepitava sulle lamiere e striava i vetri della cabina di pilotaggio rendendo l'aereo cieco in una notte nera come l'inchiostro. Quel volo era spossante e le numerose deviazioni causavano un imprevisto consumo di benzina.
Finalmente, verso le 5, il Great Artist usci` dalla zona temporalesca e penetro` all'improvviso in un cielo completamente sereno, nel quale, a oriente, gia` si scorgevano le prime luci dell`alba. Poco dopo le 7, la radio si mise in ascolto degli altri due bombardieri incaricati di segnalare le condizioni meteorologiche sugli obiettivi prescelti, ma l'etere era stato invaso da un potente ed efficacissimo disturbo giapponese che agiva sulle frequenze impiegate abitualmente dagli americani.
La radio scoppietto` parecchie volte, ma rimase completamente inaudibile. Era disperante perche`, quanto piu` l'apparecchio si avvicinava al Giappone, tanto piu` i disturbi si intensificavano, e sembrava ormai chiaro che non sarebbe stato possibile ricevere le attese informazioni. Il radiotelegrafista, pero`, riusci` a captare un messaggio abbastanza potente per emergere da quel caos radiofonico, e capi` che il tempo era buono sull'obiettivo numeno uno, vale a dire la citta` di Kokura. Pochi minuti dopo, il secondo bombardiere fece capire che le condizioni atmosferiche erano soddisfacenti sopra l'obiettivo numero due, e cioe` la citta` di Nagasaki. Il maggiore Sweeney decise di attaccare in base alla prima informazione e porto` l'apparecchio nella direzione della citta` di Kokura. Il dado era tratto. Gia`, all'orizzonte, si intravedeva la citta`, chiazza chiara nel bel mezzo di un oceano di vegetazione verde-scura. Sul quadrimotore tutto era in ordine, l'ordigno denominato "Fat Man"(2), piu' tondo e piu` panciuto di "Little Boy", era stato innescato da qualche minuto e l'equipaggio aveva inforcato gli occhiali scuri. Di li` a pochi secondi, ormai, la nuova bomba atomica avrebbe raso al suolo una seconda citta` giapponese.
Nagasaki... per caso!
Nel muso a vetri del Great Artist, il puntatore aveva regolato l'apparecchiatura di mira e fatto apportare i piccoli cambiamenti di rotta che facevano coincidere esattamente l'asse di volo dell'apparecchio con il centro di Kokura. Aveva gia` calcolato il momento dello sgancio e stava contando i secondi quando, a un tratto, impreco`. Una nube si trovava subito al di sopra della citta` e impediva, per conseguenza, il bombardamento a vista ordinato formalmente. Il maggiore Sweeney fece virare il pesante apparecchio e segui` un ampio cerchio per eseguire un nuovo passaggio sotto un altro angolo. Le operazioni per regolare lo sgancio ricominciarono, ma la nuvola era sempre li`, e addirittura si stava ingrandendo.
Per due volte il quadrimotore torno` sopra la citta` e per due volte si dovette rinunciare a causa del progressivo ispessimento della formazione nuvolosa. La tensione a bordo era al culmine, tanto piu` che la contraerea giapponese cominciava a sparare con precisione e che le riserve di carburante stavano diminuendo pericolosamente.
Sweeney riflette` sul da farsi: bisognava insistere e sperare che la maledetta nuvola si dileguasse oppure prendere la decisione di affrettarsi sull'altro obiettivo segnalato? Le riserve di benzina avrebbero consentito una cosi` lunga deviazione? In un caso come nell'altro, la decisione era gravida di conseguenze: su Kokura sarebbe stato senza dubbio necessario decidersi a sganciare la bomba ricorrendo agli strumenti, disubbidendo agli ordini formali ricevuti, ma, dirigendo su Nagasaki, si sarebbero compromesse inevitabilmente le probabilita` di un ritorno alla base. Trascorsero cosi` lunghi secondi che parvero interminabili, ma in ultimo Sweeney diede l'ordine di bombardare Nagasaki. Gli abitanti di Kokura dovevano la vita, senza saperlo, a innocenti formazioni nuvolose.
Il pesante bombardiere segui` la nuova rotta e, poco dopo, Nagasaki apparve all'orizzonte. Il puntatore ricomincio` daccapo con i calcoli e con le operazioni preliminari, ma si accorse ben presto che anche la` nubi andavano formandosi sopra la citta`. Si lagno` di una simile sequela di contrattempi. Gia` numerose esplosioni della contraerea circondavano molto da vicino il Great Artist e gli uomini dell'equipaggio avevano la faccia imperlata da grosse gocce di sudore. Tutti si rendevano conto del dramma del comandante e delle difficolta` del problematico ritorno alla base.
L'apparecchio si stava avvicinando al punto calcolato per lo sgancio, quando, a un tratto, il puntatore scorse uno squarcio nelle nubi attraverso il quale si vedeva chiaramente il centro della citta`(3). Conto` allora gli ultimi secondi, gli uomini dell'equipaggio tornarono a mettersi gli speciali occhiali e, alle 12,01, il B.29 si sollevo` nettamente mentre "Fat Man" precipitava.
Il maggiore Sweeney esegui` una rapida virata e si allontano` alla massima velocita`. Quel che accadde allora somiglio` a quanto era accaduto tre giorni prima su Hiroshima. La luce dell'esplosione fu pero` ancora piu` abbacinante e le onde d'urto scossero molto violentemente l'aereo che si stava allontanando velocissimo. L'enorme fungo che si alzo' verso il cielo assunse colorazioni purpuree, gialle, verdi. Molto piu` in basso, si scorgeva un mare di fiamme che inondava tutta la citta`.
Gli uomini distolsero addolorati lo sguardo da quella visione orrenda e dovettero affrontare un altro problema angoscioso, quello del ritorno. Dopo l'enorme consumo di benzina causato dai tentativi infruttuosi di Kokura, e la lunga deviazione per portarsi sopra Nagasaki, non restava altra alternativa se non sperare di poter raggiungere la piu' vicina base amica: Okinawa. E non era ancor detto che l'apparecchio ce l'avrebbe fatta ad arrivare sin la`.
Dopo un lungo volo sul mare, la radio chiamo`, a piu` riprese, l'isola conquistata di recente, ma non ottenne alcuna risposta. Okinawa non riceveva i messaggi, oppure si trovava nell'impossibilita` materiale di rispondere.
Come ultima risorsa, il maggiore Sweeney decise di trasgredire alle piu` elementari norme di sicurezza e di atterrare a qualunque costo, pur sapendo che nessuna pista, a Okinawa, era in grado di accogliere un B.29. Era ormai questione di vita o di morte e non sarebbe stato possibile tentare un'altra deviazione. Il bombardiere si abbasso` e lancio` tutti i razzi che segnalavano una situazione di pericolo, affinche`, da terra, ci si rendesse conto del carattere disperato di quell'atterraggio eccezionale.
Il Great Artist si abbasso` ulteriormente, si mise sull'asse della pista piu` lunga, e alle 14 le ruote del carrello toccarono violentemente il terreno. Il grande bombardiere rullo` a lungo e si immobilizzo`, finalmente, a pochi metri appena dal termine della pista, con i serbatoi praticamente vuoti. Alle 17 il Great Artist, fatto il pieno, decollo` da Okinawa e inizio` il lungo volo di ritorno fino a Tinian, ove si poso` alle 23.
Ecco la descrizione della missione, dall'inizio alla fine. Da essa si deduce senza ombra di dubbio che:
  • Nagasaki non era l'obiettivo principale della seconda missione atomica, ma solo un obiettivo di riserva (e del resto, se gli USA avessero voluto dare una lezione al Vaticano, l'avrebbero probabilmente bombardata per prima, lasciando Hiroshima per seconda);
  • L'equipaggio del Geat Artist tento` per ben due volte di bombardare Kokura, e si risolse a bombardare Nagasaki solo perche` il primo obiettivo era diventati impraticabile
  • Alla base dei bombardamenti atomici vi erano considerazioni freddamente militari. Le considerazioni religiose non c'entravano praticamente nulla.

Si potrebbero fare due ulteriori considerazioni:
  • Gli americani possedevano ormai il completo dominio dell'aria sopra il Giappone. Nessun caccia, infatti (anche per la scarsita` di carburante) si levo` in volo per abbattere i bombardieri atomici, che del resto vennero scambiati per semplici ricognitori.
  • E` da rimarcare la particolare perizia dei piloti e dell'equipaggio del Great Artist che portarono a termine una missione lunghissima, molto faticosa, contrastata dagli eventi atmosferici e che poteva concludersi in modo disastroso. Il B.29 era un aereo di prestazioni straordinarie per l'epoca, ma stavolta l'equipaggio dovette portarle fino al limite.

Credete voi che queste razionalissime considerazioni faranno scomparire le assurde teorie sul bombardamento di Nagasaki? Nemmeno per idea. Internet e` uno specchio di Narciso dove ognuno vede riflesso quello che vuole vedere. Ma almeno io, nel mio piccolo, spero di aver contribuito alla verita` e di avere aperto gli occhi a chi avra` avuto la bonta` di leggermi fin qui.
Giovanni Romano
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1. "Il grande artista", in onore dei successi con le donne del capitano Kermit K. Beahan. [N.d.A.]. Il nome originale dell'aereo, comunque, è The Great Artiste, vedi questo link: https://en.wikipedia.org/wiki/The_Great_Artiste
2. "Grassone". [N.d.A.]

3. Altre fonti affermano che il cielo sopra Nagasaki era interamente coperto, e che il maggiore Sweeney decise di bombardare col radar assumendosi la responsabilita` di aver disubbidito agli ordini, data la difficile situazione del suo aereo. Questa seconda versione sembra confermata dal fatto che la bomba atomica manco` ampiamente il centro della citta` e che l'esplosione avvenne a ridosso di una catena di colline che schermo` in parte Nagasaki. Si spiegherebbe cosi' anche il numero relativamente minore di vittime - 23.753 morti e 43.020 feriti – contro i 92.233 morti e 37.425 feriti di Hiroshima.

giovedì 6 agosto 2015

Odio i portoni vetrati...

 ... e amo invece quelli antichi, di legno massiccio, che quando li richiudi dietro di te creano di colpo uno spazio di frescura, intimità e silenzio. 

Li amo perché proteggono dalla curiosità indiscreta di quelli che passano. Li amo perché non sono un transito distratto come quelli vetrati, ma un locale prezioso dove si può sostare e riprendere fiato anche per un solo istante. Fanno già parte della casa ma non sono ancora il pianerottolo, la porta, le stanze dove si combatte la battaglia quotidiana della sopravvivenza, con le sue preoccupazioni e le sue miserie.

Fortunato chi ci abita. Può dire di poter vivere almeno un pezzo di vita propria, sfugge alla trasparenza ossessiva di un mondo dove si viene controllati dallo stato, dal fisco e da Internet peggio che in Noi di Zamyatin o di Farenheit 451. Il portone solido è un sano confine, il confine che taglia fuori la vita pubblica e introduce in quella privata, contro la retorica bugiarda di un "mondo-senza-frontiere" dove chiunque si sente autorizzato a invaderci e venire a ficcare il naso nei nostri affari.


Giovanni Romano

martedì 28 luglio 2015

In difesa di Ruy Lopez

IN DIFESA DI RUY LOPEZ
Conoscete la Partita Spagnola? Se siete giocatori di scacchi appena nella media, la conoscerete di certo. Nonostante risalga al XVI secolo, e` tuttora una delle aperture piu` giocate nei tornei di alto livello per la sua profondita` strategica, le inesauribili possibilita` tattiche, il suo dinamismo. Quello che forse non sapete e` che il suo inventore e` un ecclesiastico, e piu` precisamente un vescovo, lo spagnolo Ruy Lopez.
Il mondo degli scacchi ha un immenso debito di gratitudine nei suoi confronti. Non solo per aver inventato e studiato l'apertura che porta il suo nome, ma soprattutto per aver scritto un trattato in cui dichiarava moralmente lecito il gioco degli scacchi perche` basato sull'intelligenza e non sulla fortuna come invece i giochi d'azzardo. A quell'epoca gli scacchi erano guardati con sospetto dalla Chiesa perche` sulle partite e sui problemi si scommetteva forte, non c'erano ancora studi teorici sistematici sulla materia (Ruy Lopez fu il primo a intraprenderli) e tutto era basato sull'intuito e il colpo d'occhio. Con la sua autorevolezza di arcivescovo (e anche con la logica stringente delle sue argomentazioni) Ruy Lopez riusci` a prevalere sui detrattori e da quel momento gli scacchi in Europa non fecero che progredire.
Credete che Ruy Lopez venga ricordato come merita? Nemmeno per idea! L'unica cosa che si ricorda di lui (ad esempio nel manuale del Chessmaster 5000) e` il consiglio di "collocare la scacchiera in modo che la luce batta negli occhi dell'avversario". Non ho letto il libro di Ruy Lopez e dunque non sono in grado di confermare, ma in ogni caso non sarebbe l'unico giocatore di scacchi ad aiutarsi con dei trucchetti di bassa lega. Per limitarci al secolo scorso, ricordiamo che Nimzowitsch amava innervosire gli avversari esibendosi in esercizi ginnici tra una mossa e l'altra (oltre a un episodio particolarmente raffinato di guerra psicologica che qui non posso citare per amore di brevita`). Alekchine, indiscusso campione del mondo negli anni '20-'30, si alzava in piedi e camminava vorticosamente intorno al tavolo per osservare la posizione da tutti i lati. Non parliamo poi di Bobby Fischer e delle sue pretese quasi impossibili da soddisfare in occasione dei tornei ai quali partecipava.
Altro riferimento sfavorevole contro Ruy Lopez e` l'essere stato battuto da un altro dei piu`forti giocatori del suo tempo, Gioacchino Greco, giunto a Madrid appositamente per sfidarlo. La sua sconfitta e` ricordata con malcelata soddisfazione, quasi fosse una rivincita dello spirito "laico" contro la Chiesa "oscurantista". Proprio la Chiesa che aveva reso possibile quella sfida!
Cosa dimostra tutto questo? Niente altro che un pregiudizio introdotto dell'illuminismo: i credenti - e i cristiani in particolare, insisto - non posono essere intelligenti, ne` ricercatori, ne` scienziati, ne` eccellere in qualsiasi arte che implichi l'esercizio dell'intelletto. Un simile atteggiamento ha impoverito la cultura e lasciato soltanto spazzatura intellettuale. I tentativi di Voltaire, assolutamente digiuno di matematica e di vera scienza in generale, per demolire Pascal non solo come credente ma anche come scienziato, sono ridicoli oltre che patetici. Ma tant'e`: "Calunniate, calunniate, qualche cosa restera`."
A proposito: anche una Santa spagnola contemporanea di Ruy Lopez, Teresa D'Avila, era una forte giocatrice di scacchi, dal livello grosso modo paragonabile a quello di un maestro dei nostri giorni. I suoi libri sono punbteggiati di precisi riferimenti al gioco degli scacchi. Tanto per rimanere in tema della Spagna cattolica "bigotta"', "oscurantista" e "sessista".

Giovanni Romano

martedì 21 luglio 2015

"Se anche avessi la carita`, ma non avessi la fede, niente mi giova..."


No, non e` una parodia di San Paolo. E` un giudizio sulla nostra epoca. Mi e` stato ispirato dalla vicenda di Sarah Fabbri, l'infermiera che ha postato uno sfogo estremamente drammatico sulla morte di un 16enne a Riccione per una pasticca di Ecstasy. Lei faceva parte dell'equipe di rianimazione che non ce l'ha fatta a salvare il ragazzo. Ecco qui la sua testimonianza:

“Ho quasi sempre elogiato il mio mestiere per le tante soddisfazioni che da. Ma chi non è in questi panni non può capire cosa voglia dire dover rimanere impassibili e freddi quando ti trovi un ragazzo di 16 anni sulla barella della sala emergenza alle 4 di mattina in arresto cardiaco per colpa di una pasticca che non avrebbe dovuto prendere. E sei li che lo massaggi impassibile ma nella mente pensi “avanti forza reagisci”, ma nonostante l’ora e mezza di massaggio cardiaco l’onda di quel cuore che già da un po’ non batte, rimane piatta. E dopo aver fatto il possibile ci si arrende all’evidenza che l’alba che stai guardando tu, sfinito, lui non potrà vederla. E pensi ai suoi genitori che ancora non sanno di non poter mai più parlare con lui, litigare con lui, ridere con lui, festeggiare con lui.
Poi arrivano trafelati, sanno che il figlio sta male ma non che giace steso, freddo ed esangue su un lettino. E allora il medico glielo comunica e lì una delle scene peggiori a cui mai si possa assistere. I pianti, le grida, i malori… “rivoglio il mio bambino vi prego” e tu sei li che non puoi far niente se non continuare ad essere professionale.
Non siamo avvocati, non siamo banchieri, ne cassieri, ne muratori… per NOI il lavoro non finisce al marcatempo, ce lo portiamo a casa con tutti i risvolti che comporta. E mentre sei in macchina stanco per il turno di notte, distrutto per le scene a cui hai assistito, scoppi a piangere e scarichi finalmente tutta la rabbia che hai contro le ingiustizie che a volte riserva la vita.
SEDICI ANNI, CAZZO.
Io spero solo che un giorno si possa andare a raccogliere uno ad uno tutti quelli che fanno della droga un business, per poi chiuderli nel loro caro Cocoriccò e sganciare una bomba a mano che non faccia rimanere di loro neanche il ricordo.
Sono arrabbiata, sono stanca e sono triste perché il vostro caro Dio poteva donarlo a noi il potere di fare miracoli.
Salvare una vita umana è più importante del moltiplicare i pani e i pesci.
E VAFFANCULO, perché quando ci vuole ci vuole.
Riposa in pace angelo bello….
Sarah" 

Come ormai avviene di solito, la Rete ha reagito in maniera isterica e scomposta scatenando una pioggia di insulti gratuiti e inaspettati. Si sono offesi i medici, si sono offesi i proprietari di discoteche, si sono offesi i promotori della legalizzazione delle droghe e buoni ultimi anche i cattolici per via dell'invettiva e del sarcasmo finale contro Dio.

Da credente non mi sento offeso, ma rattristato si. Rattristato dalla totale diseducazione al senso religioso cristiano in cui abbiamo lasciato le nuove generazioni. Che gelo si prova a leggere quello sprezzante "il vostro Dio", buttato li` come se la cosa non la riguardasse per niente, come se fosse roba ormai per pochi bigotti fissati, o peggio ancora come se Dio fosse un carnefice che condanna le sue creature alla sofferenza e alla morte. 

Sarebbe banale osservare che Gesu` moltiplicando i pani ha salvato almeno cinquemila vite, senza contare i miracoli di resurrezione che ha operato. E probabilmente se ci fossero un giro piu` cristiani forse circolerebbe un po` meno Ecstasy. Ma ormai il Dio cristiano (insisto su questo termine, con altre divinita` non si osa) e` diventato la testa di turco contro cui sfogare ogni sorta di odio, di risentimento, di frustrazione. Proprio come la folla che sputava addosso a Cristo!

Conosco bene questa tentazione di rabbia perche` la provo ogni giorno quando vedo declinare inesorabilmente i miei anziani genitori, e mi prende esattamente il senso di smarrimento e di impotenza che ha provato lei, perche` il peggio potrebbe succedere da un momento all'altro, anzi certamente succedera`. Ho conosciuto l'abbandono senza ritorno quando una mia grande amica e` morta di cancro dopo una lunga e dolorosissima agonia. Ma checche` ne pensino gli atei, la fede non e` un anestetico, se mai fa sentire di piu` la preziosita` di una vita e il dolore per vederla spegnersi.

E allora il punto qual e`? Che non puo` bastare un cuore grande e generoso, non possono bastare impegno, professionalita`, entusiasmo, di fronte allo scandalo del limite e della morte. A Sarah Fabbri e a tanti altri come lei la carita` non manca (1). Il suo senso di umanita`, la sua immedesimazione con la sofferenza degli altri sono assolutamente ammirevoli. Ma proprio come conseguenza della diseducazione al senso religioso cristiano lei "cade" drammaticamente sulle altre due virtu`: la fede e la speranza. Certo, la fede puo` ridursi a "discorso corretto e pulito": si possono dire tutte le parole "giuste" e lasciare l'altro indifferente o ancora piu` ostile. La speranza troppo spesso viene scambiata con l'utopia, anche in ambito cristiano. Da dove ripartire, allora?

Dal riconoscimento di essere bisognosi noi per primi. Di essere manchevoli, di non essere Dio onnipotente (cosa che la ragazza rinfaccia a Dio ma in realta` rimprovera a se stessa). E` qui lo schianto di Sarah. In nessun punto della sua testimonianza emerge la consapevolezza che la prima persona ad avere bisogno di aiuto e` lei. Potra` sembrare una bestemmia, e forse lo e`, ma questo atteggiamento mi sembra speculare alla mentalita` che ha condotto all'uccisione di Eluana Englaro. Tanto per chi si prodiga a favore degli altri ma solo a partire da se` quanto per chi sostiene la soppressione degli altri a partire da se`, la vita e` un'avventura insensata, crudele, ultimamente cattiva. In entrambi i casi l'orizzonte e` chiuso a ogni speranza.

Come diventera` questa ragazza tra qualche anno? Cosa vuol dire quando scrive che vuole diventare "una brava infermiera"? Ha gia` dimostrato di esserlo, molto al di sopra della media! Io spero tantissimo che non perda nulla della sua umanita`, che la sua generosita` non si rovesci nella rassegnazione e nel cinismo. Spero che lei incontri quanto prima qualcosa di vero e soprattutto qualcuno dal quale lei accetti di farsi aiutare. Chissa`, forse un viaggio in Paraguay e una visita alla comunita` di Padre Aldo Trento potrebbero farle cambiare qualche idea...

Giovanni Romano

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(1) Qui ovviamente si intende la "carita`" nel senso volontaristico di "impegno per gli altri", non come la virtu` teologale dell'amore per Dio che si trasforma in positivita` per la vita e amore per il prossimo.

domenica 19 luglio 2015

Un Papa peggiore di Hitler?


Avevo gia` criticato l`approssimazione e le fantasie dilettantesche del sito internet Storia in Rete a proposito del ritrovamento della supercorazzata Musashi (vedi qui). Ho scoperto di recente War History Online, un altro sito che contiene errori e omissioni ancora piu` grossolane, oltre a una marcata tendenziosita` anticattolica e piu` in generale anticristiana.

Mi sono infatti imbattuto in questo articolo: 8 figure storiche che furono altrettanto folli di Adolf Hitler. In questo elenco, largamente incompleto (come vedremo), compaiono degnamente Stalin, Pol Pot, Robert Mugabe, la dinastia nordcoreana dei Kim, Mao-Tse-Tung e Gengis Khan. Ma stranamente chi apre questa lista di criminali e`... un Papa, Urbano II, "reo" di aver bandito la prima Crociata. Si noti anche che il membro meno noto di questo elenco e` il cinese Hong Xiuquan, un "cristiano", (benche` lo stesso sito ammetta trattarsi di un eretico) che fece guerra agli stessi cristiani oltre che all'Imperatore. Anche di lui parleremo tra breve, ma ora discutiamo brevemente la figura di Urbano II.

Il sito commette una deliberata falsificazione (del resto, aspettarsi un giudizio positivo sulla Chiesa dagli anglosassoni e` come chiedere a un alcoolizzato di scrivere contro il vino) perche` Urbano II non bandi` la Crociata di propria iniziativa bensi` ratifico` quello che fu un vero e proprio movimento insurrezionale in tutta Europa, stanca delle prepotenze, delle invasioni e dei delitti dei musulmani contro i cristiani in Terra Santa. Le Crociate furono una guerra piu` difensiva che offensiva, in nessun caso si parlo` di conquistare la Mecca, e anzi servirono a frenare l'"irresistibile" espansione islamica e risparmiarono alla Cristianita` europea secoli di umiliazioni e di schiavitu`.

Proprio qui si rende evidente l'incompletezza tendenziosa di questo elenco. Tra i tiranni sanguinari non e` menzionato un solo musulmano. Non Saladino, non Solimano il Magnifico, non uno tra i tanti sultani che portarono guerra e strage ai cristiani. Un silenzio tanto piu` odioso quanto piu` vile. Si tace anche su figure sinistre come l'assiro Assurbanipal che si vanto` di aver fatto scorticare vivi i prigionieri e sventrare le donne incinte. Manca Tamerlano con le sue piramidi di crani che non avevano niente da invidiare a quelle di Pol Pot. Manca Bokassa il cannibale. Mancano Caligola, Nerone e Domiziano, per non parlare di Vespasiano e Tito che sterminarono gli Ebrei e li condannarono alla deportazione. Per questo motivo non mi e` mai piaciuto stilare elenchi come quelli di questo articolo. C'e` sempre posto per qualcun altro, e ogni caso va studiato a se`.

Dicevamo di Hong Xiuquan. Dal suo breve profilo biografico scopriamo che era un uomo di umili origini molto dotato di intelligenza e carisma, che venne frustrato nelle sue ambizioni e "si rifece" diventando capo di una setta, occupando la citta` di Nanchino e governandola come una ferrea teocrazia basata sul terrore, in cui ai sudditi era vietato praticamente tutto mentre lui praticava il concubinaggio su larga scala.

Non vi ricorda nessuno? Qualche lettore esperto di storia avra` gia` trasalito. Ma certo, sembra il ritratto di Giovanni di Leida, il capo degli anabattisti di Münster! I paralleli sono sconcertanti. Anche lui di umili origini, anche lui un ambizioso frustrato, anche lui un eretico, anche lui capo indiscusso di una setta che occupo` una citta` e la terrorizzo` con un regime fanatico e spietato. Anche lui impose il piu` rigido puritanesimo ai suoi seguaci mentre personalmente si concesse tutto. E allora perche` non menzionarlo tra gli otto (o dieci, o venti) individui peggiori della storia? Come mai Giovanni di Leida e` abitualmente trattato come un eroe e un martire, non come un dittatore e un assassino? Forse perche` perseguito` i cattolici?

War History Online (e tante altre come lei): se la conosci la eviti.
Giovanni Romano

martedì 14 luglio 2015

Le lettere sono una repubblica...

Molti poeti odierni (o molti che si credono tali) non hanno idea della tortura alla quale sottopongono i lettori, un po' come i giacobini che ghigliottinavano la gente con la coscienza perfettamente tranquilla perche` "era per il loro bene". Accumulano immagini astruse, accostando acrobaticamente allusioni note solo a loro, saltano di palo in frasca spezzando il filo logico della poesia e costringono il lettore allo sforzo snervante di scervellarsi a rincorrere verso per verso quello che avranno voluto dire nonche` collegarlo ai versi precedenti. Il tutto nell'illusione di essere "originali".
Ma la grande poesia non cerca di essere "originale" a ogni costo, cerca di partecipare nel modo piu` autentico possibile a un'esperienza del mondo, e solo in questo modo incontra il lettore e riesce a catturarlo. Non importa quanto sia interiore questa esperienza, l'importante e` che attinga a quello che Hannah Arendt chiamava "mondo comune", un mondo di immagini, esperienze e pensieri che il poeta prova prima di tutti ma che il lettore si sorprende di avere anch`egli dentro di se`. Sotto questo aspetto Emily Dickinson, Baudelaire o Quasimodo sono perfettamente comprensibili.
La mia, pero`, non vuole essere l'ennesima, scontata presa in giro dei poeti mediocri: sarebbe come sparare alla Croce Rossa. In realta`, sto parlando di un dramma. Anche il poeta "mediocre" si sente colpito e interrogato da quello che vede e da quello che gli accade. Anche il poeta "mediocre" sente il richiamo e l'urgenza di rispondere con un verso, con un canto, con la sua sensibilita`, insomma con tutto quello che fa di lui una creatura umana tanto quanto Shakespeare. Il guaio e` che le intenzioni non bastano, la spinta c`e` ma non il risultato.
Non si tratta di una maggiore quantita` di esperienze del "grande" poeta rispetto agli altri. Ciascuno di noi, anche il piu` negato alla scrittura, nella sua vita apparentemente banale accumula esperienze e sentimenti che basterebbero per un'intera epica (come ha dimostrato Joyce nell'Ulisse). Ma le grandi opere epiche si contano sulle dita di una mano.
Non si tratta di un diverso modo di vivere o di una diversa, piu` elevata moralita`. Tra i grandi poeti abbiamo avuto assassini e ladri come Villon e individui assolutamente miti e inoffensivi come Virgilio.
Non si tratta nemmeno (o si tratta soltanto in parte) di "ispirazione" o di maggiore capacita` tecnica. Umberto Eco ha correttamente osservato ne Il nome della rosa che anche le grandi poesie uscite apparentemente piu` di getto dalla penna dell'autore, sono state in realta` lavorate, riviste innumerevoli volte, tormentosamente rielaborate fino a trovare la forma definitiva. A mio parere Eco da` un'importanza eccessiva all'aspetto tecnico, ma la sua osservazione resta valida. Un'intuizione, per raggiungere la sua piena grandezza, ha bisogno di molto lavoro. Ed e` qui che il dramma cui accennavo raggiunge il suo acme. Al poeta mediocre non manca affatto la capacita` di lavoro, ma la sua spesso e` una fatica di Sisifo. Crea, corregge, elabora e pubblica per una vita intera senza mai raggiungere quella densita`, quella intensita` bruciante, quel fulmine di immedesimazione che scatta quando leggiamo un grande autore. Supremo paradosso: il genio in poesia e` capace di raggiungermi con una tale immediatezza da farmi sentire che alcuni versi avrei potuto scriverli io. Da qui la sua apparente, ingannevole "semplicita`".
The Fool Rushes In Where Angels Fear to Tread, scriveva Alexander Pope con pesante disprezzo verso i meno dotati di lui. A me personalmente dispiace per il destino di tante persone in buona fede, tuttavia non posso fare a meno di osservare che le lettere sono si` una repubblica, ma fortunatamente non una democrazia.

Giovanni Romano

giovedì 14 maggio 2015

Referendum irlandese sulle "nozze gay": una bambina in ospedale per aver detto NO

In Irlanda è in corso la campagna referendaria per il SI o il NO all'introduzione del "matrimonio" omosessuale, e le intimidazioni, i ricatti, le minacce ai sostenitori del NO stanno crescendo in rabbiosa intensità. Molti politici anche cattolici si sono defilati, o allineati al politicamente corretto, oppure preferiscono tacere. Ma questo episodio di ignobile violenza ai danni di una bambina è veramente troppo, e perciò ho deciso di tradurlo.



Dal sito irlandese TheLiberal.ie, 13 maggio 2015: (testo originale):

SCANDALOSO: UNA BAMBINA DI 10 ANNI IN OSPEDALE DOPO UN ATTACCO ALLA MANIFESTAZIONE PER IL "NO" DA PARTE DEI MILITANTI PER IL "SI"

Una ragazzina di 10 anni è in ospedale questa sera dopo aver sofferto un attacco non provocato in un evento organizzato dai propagandisti per il NO nella Contead di Meath.

Muiream DeClár, 10 anni, era seduta a lato di un camion di propaganda che recava un cartellone di propaganda per il NO, quando la manifestazione è stata distrutta da una banda di giovani che tiravano oggetti, incluse uova.

Muireann è allergica alle uova, e ha sofferto immediatamente una grave reazione anafilattica. La sua vita è stata salvata dalla presenza di spirito della madre, che le ha somministrato adrenalina sul posto. La bambina è stata portata in ospedale,  e si ritiene che sia in condizioni stabili.

L'incidente ha avuto luogo intorno alle 4,30 del pomeriggio all'esterno del centro commerciale Navan, dove i propagandisti per il NO guidati da Paddy Manning stavano interpellando i passanti.

Commentando l'aggressione, Mr. Manning ha detto:

"In tutti i miei anni di attivismo politico, non ho mai assistito a un atto di tale insensatezza, o a una scena così angosciante. Se da un lato gli aggressori non avevano modo di sapere che Muireann aveva un'allergia, avevano tutte le possibilità di accorgersi che era una bambina di dieci anni.

L'atmosfera avvelenata creata dalla campagna per il SI è apertamente da condannare come causa di questa aggressione, e su questo non possono esserci dubbi. L'evento in questione si basava su contatti amichevoli, con cui i sostenitori del NO cercavano di coinvolgere i votanti in una discussione cortese e in un dibattito educato sulla decisione che il paese deve prendere entro una settimana. Che la risposta a questa attività da parte di alcuni in disaccordo con noi fosse mandare una bambina all'ospedale va assolutamente oltre ogni limite.

Richiedo, immediatamente e nei termini più perentori, una condanna assoluta e una presa di distanza da questa aggressione da parte dei leaders della campagna per il SI, compresi i vertici dei partiti politici.

Mi permetto di estendere al mia solidarietà, e la solidarietà di tutti coloro che partecipano alla campagna per il NO a Muiream e alla sua famiglia. Sono diventati le vittime sfortunate di una campagna che ha perso qualunque senso di prospettiva".

(c)TheLiberal.ie
Unauthorized translation by
Giovanni Romano

P.S.: Com'era prevedibile, l'aggressione non si è fermata qui: la madre della bambina ha riferito di aver ricevuto una gran quantità di insulti e minacce via internet (vedi). Fortunatamente, la bambina è fuori pericolo (vedi).

venerdì 3 aprile 2015

PASQUA: UN AUGURIO OLTRE I RITI




Le feste pasquali sono ormai imminenti, i riti della Settimana Santa sono in pieno svolgimento e non si può fare a meno di notare che se ne parla sempre più come tradizioni e non come un avvenimento che incide nella vita e nella mentalità della gente.

La Pasqua viene silenziosamente o apertamente emarginata nelle scuole, o per indifferenza o per aperta ostilità anticristiana. In più di un istituto sono state vietate le benedizioni e la partecipazione al precetto del Mercoledì Santo, in nome della “laicità” o di un male inteso “multiculturalismo” che uccide non solo le nostre radici ma anche il modo umano di vivere che il cristianesimo ha portato nel mondo.

Di fronte a una mentalità dell'edonismo e dello scarto (come l'ha definita Papa Francesco) si è finito per dimenticare il valore del sacrificio. Pensiamo di essere autosufficienti, signori della nostra vita e della nostra morte e non ci guardiamo più per quello che siamo: mendicanti e bisognosi di una salvezza che non possiamo darci da soli. In tutti i sensi, subiamo lo scandalo della Croce.

La Pasqua cristiana però non si ferma alla Croce ma è Pasqua di Resurrezione. Nella Croce e nella Resurrezione, Dio ha attraversato il massimo limite, il massimo scandalo, la massima sofferenza perché niente di noi vada perso, perché la morte non abbia l'ultima parola e perché tutti, anche chi lo rifiuta, possano guardare a chi li ha amati dall'eternità.


AUGURI DI BUONA PASQUA A TUTTI 

Giovanni Romano

mercoledì 1 aprile 2015

Il ritorno dei farisei




Poi riunita la folla [Gesù] disse “Ascoltate e intendete! 
Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, 
ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo! ”.

Allora i discepoli gli si accostarono per dirgli 
“Sai che i farisei si sono scandalizzati nel sentire queste parole? ”. (...)

Ed egli rispose “Anche voi siete ancora senza intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna? Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo. Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo".
Vangelo Secondo Matteo, 15, 10-20


Da qualche anno ormai le feste pasquali vengono accompagnate da appelli a risparmiare la vita degli agnelli. In questi appelli c'è molto di querimonioso e di velatamente accusatorio contro il cristianesimo, "reo" di provocare ogni anno l'ecatombe di queste creature, La religione cristiana, che ha proclamato la libertà dai tabù alimentari (vedi anche gli Atti degli Apostoli 11, 7-9) sarebbe dunque crudele, insensibile, sanguinaria.

Se fossero soltanto i vegetariani o i vegani a lamentarsi, sinceramente non me ne preoccuperei più di tanto. Seguo il principio di Chesterton secondo cui è meglio un uomo che mangia il caviale d'impulso di uno che mangia uvetta per principio. Ma il ritorno dei tabù alimentari è ormai caldeggiato anche da uomini di Chiesa quasi a tutti i livelli. È un fariseismo di ritorno, sembra di essere di nuovo ai tempi in cui la salvezza o la dannazione dipendevano da quello che si mangiava e si beveva. Un sistema eccellente per scaricarsi la coscienza.

Vivo nella speranza - finora vana - di sentire altrettanti appelli in occasione della Aid-al-adha, la festa del sacrificio dei musulmani, in cui gli agnelli e i capretti vengono scannati per strada con il sangue che scorre sui marciapiedi, o della pesach, la Pasqua degli Ebrei, dove mangiare l'agnello è obbligo religioso. E vivo nella speranza forse ancora più vana che chi si lamenta per il sangue degli agnelli si commuova almeno un po' per quello dei cristiani massacrati a causa della loro fede.

Giovanni Romano

venerdì 27 marzo 2015

WARUM? POURQUOI? ¿POR QUÉ?





Una sola domanda, enorme, intollerabilmente angosciosa, sarà esplosa nella mente di chiunque abbia appreso la terribile verità sullo schianto dell'Airbus A320 martedì 24 marzo: PERCHÉ?

Non un attentato, non un guasto tecnico, non il gesto di un kamikaze impazzito. Qualcosa di molto più sinistramente “unerklärlich”, inspiegabile. La depressione del secondo pilota, la follia che lo ha portato a distruggere non solo la propria vita, ma centocinquanta suoi fratelli. E non gli importava che tra questi ci fossero due neonati. Non gli importava che sterminasse un'intera scolaresca di giovani e ragazze che avevano il diritto di aspettarsi tutto dalla vita. Non gli è importato di niente e di nessuno, di se stesso meno di tutti. 

Il dolore cola dentro le menti come una marea nera, diffonde un senso d'impotenza, una cupa diffidenza, allontana ancora di più noi esseri umani gli uni dagli altri. E forse è da qui che dobbiamo partire per capire, se non i moventi, almeno da dove nasca questo mysterium iniquitatis. In fondo, non ha importanza se lo schianto sia stato provocato da un attentato terroristico o dalla paranoia di uno solo. Non a caso i fondamentalisti islamici hanno empiamente esultato per un disastro che non sono stati loro a provocare. La radice comune è l'odio contro la vita, il desiderio di distruggere una realtà che si avverte come insopportabile. Come scriveva Hannah Arendt, l'uomo moderno vive nel rancore contro tutto ciò che gli viene semplicemente, misteriosamente dato.

Ora naturalmente si correrà ai ripari, ma sembra più che altro una corsa affannosa per tappare i buchi dai quali può affacciarsi l'imprevedibile. Dopo l'11 settembre si era provveduto a blindare e sigillare le porte delle cabine di pilotaggio, e nessuno poteva prevedere che proprio questa precauzione sarebbe diventata l'opportunità per compiere un'altra strage. Ora si vieterà che in cabina resti una sola persona, ma una mente deviata trova sempre la strada per raggiungere il suo scopo.

Questo disastro è una durissima lezione sotto molti aspetti. In primo luogo sulla follia e sul male che non è possibile esorcizzare o medicalizzare. Il secondo pilota aveva attraversato una grave depressione, si è detto. Era guarito, si è detto. Ma la sua malattia, il suo rovello interiore erano rimasti, sotterranei come un fiume carsico, pronti a colpire come un pugnale nel fodero. E questo pone dei problemi anche morali sulla depressione e sulla malattia mentale in generale. Con buona pace di Basaglia, come mai nessun depresso diventa più buono, più altruista, più generoso? Come mai diventa una bomba ambulante di odio pronta a distruggere se stesso e gli altri?

In secondo luogo, questo comportamento è figlio di una cultura dell'isolamento, dell'onnipotenza individuale coltivata a dispetto di tutto e di tutti. Se la cultura dominante prende in considerazione soltanto i “diritti”, perché mai dovrei sentirmi responsabile per gli altri? Se sto male mi faccio uccidere con l'eutanasia, se una nuova vita viene a scombinarmi le vacanze la abortisco, se il male di vivere diventa troppo forte butto giù il muso dell'aereo e mi vado a schiantare. Tutto qui. Tutto orribilmente banale. Più soli di così, più tristi di così, più fragili e pericolosi di così è difficile immaginare.

“Solo un Dio ci può salvare. Occorre preparare l'attesa”. (Martin Heidegger)

Giovanni Romano

giovedì 5 marzo 2015

Dubbi su un articolo di "Storia in rete"



Oggi la rivista online "Storia in Rete" pubblica una notizia importante per i cultori di vicende militari: il ritrovamento della supercorazzata giapponese Musashi, gemella della colossale Yamato, tra le più grandi e potenti navi da battaglia mai costruite. (Articolo)

Questa corazzata gigante fu affondata dagli aerei americani della Task Force 58 nel Mare di Sibuyan durante la Battaglia di Leyte il 24 ottobre 1944. A nulla valse il suo poderoso armamento contraereo, dopo 17 bombe e 20 siluri (!) la nave si rovescò sulla dritta e portò con sé oltre 1.000 marinai e il suo comandante. Ora il milardario americano Paul Allen ha annunciato di averla ritrovata.

Non ho motivi per mettere in dubbio la veridicità della notizia e i particolari interessanti sulle ultime ore della nave, tuttavia nell'articolo mi sembra di avere individuato almeno due inesattezze.

Primo: La Musashi  fu varata il 5 agosto del 1942 nel porto dell'arsenale di Kure (e non di Nagasaki, come erroneamente scrive l'articolo). È dunque impossibile che "gli americani affacciati alla finestra della loro ambasciata" la potessero vedere, per la semplice ragione che in quel momento USA e Giappone erano già in guerra (dal 7 dicembre 1941, precisamente). Inoltre le ambasciate si trovano sempre nella capitale di uno stato e in nessun'altra città.

Secondo: L'articolo cita la testimonianza di un marinaio della portaerei americana Franklin (classe Essex) che "incrociò la Musashi nel Mare di Sibuyan". A parte il fatto che le portaerei che presero parte all'attacco furono la Essex, la Intrepid e la Lexington (1), è assai improbabile che una portaerei si sia avvicinata così tanto a una nave da battaglia nemica, il cui solo armamento secondario sarebbe stato sufficiente per farla a pezzi. Così accadde ad esempio alla portaerei inglese Glorious l'8 giugno 1940 quando venne sorpresa dagli incrociatori da battaglia Scharnhorst e Gneisenau che l'affondarono, o all'americana Gambier Bay contro la corazzata giapponese Kongo durante la Battaglia di Leyte.

Saranno particolari da poco, ma la loro inesattezza nuoce all'articolo nel suo complesso. Un peccato, perché per la prima volta mi è capitato di leggere espressioni di ammirazione da parte degli americani per il valore dei loro nemici, specialmente se giapponesi. Forse il tempo comincia a medicare le ferite di una guerra combattuta con assoluta spietatezza da entrambe le parti..

Quanto all'utilità militare dei due supercolossi Yamato e Musashi (quella all'inizio dell'articolo è una delle sue rarissime foto, tra parentesi), forse vale il giudizio degli stessi giovani ufficiali di marina giapponesi: "Tre cose al mondo non servono a niente: le Piramidi D'Egitto, la Grande Muraglia e la Yamato". E il nostro maggiore esperto di storia navale, il compianto professor Alberto Santoni, in un articolo su queste supercorazzate concluse lapidariamente: "Nella storia delle costruzioni navali nulla fu più inutile di queste due gigantesche navi fuori dal tempo".

Giovanni Romano

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(1) Era la seconda portaerei statunitense a portare questo nome durante la Seconda Guerra Mondiale. La prima Lexington (classe Saratoga) era stata affondata nella Battaglia del Mar dei Coralli l'8 maggio 1942.

domenica 22 febbraio 2015

Il primo vandalismo è l'incapacità di meravigliarsi

Lo sfregio fatto a Roma dai tifosi olandesi del Feyenoord ha suscitato un'ondata di prevedibile sdegno, di prevedibili polemiche, di prevedibilissimi scaricabarile. Molti si sono scagliati contro il vuoto morale della società olandese, mostrando impietosamente che un permissivismo senza limiti conduce alla violenza gratuita.

Altrettanto prevedibilmente, ora si parla di mettere in sicurezza i monumenti, di aumentare gli effettivi delle forze dell'ordine, di prevenire ulteriori violenze... tutto sommato un triste copione dove le parti sono già distribuite in anticipo tra i vandali, i politici e le forze dell'ordine, destinato probabilmente a ripetersi punto per punto alla prossima invasione di hooligans.

Dal canto mio, mentre guardavo le immagini degli scontri, mi si è affacciata alla mente una domanda: come mai dei monumenti così preziosi come la Barcaccia, per non parlare dei gioielli architettonici di cui Roma è letteralmente zeppa, che da quando furono costruiti sono stati offerti praticamente indifesi alla folla, hanno resistito per secoli e nessuno ha pensato di toccarli? Eppure la Roma del XVI e del XVII secolo, per non parlare di quella di Belli, pullulava di ladri, prostitute, assassini, borsaioli, truffatori, gente poco raccomandabile d'ogni risma. Come mai a nessuno di loro, per decine di generazioni, è venuto in mente di sfregiare i monumenti, le immagini sacre, le fontane? Non risulta che le forze di polizia dell'epoca fossero più numerose o più attrezzate di adesso, se mai il contrario. Che cosa ha protetto realmente i monumenti dalla violenza e dal vandalismo?

Prima di tutto una capacità che forse l'uomo moderno ha perduto: la capacità di meravigliarsi, e con la meraviglia uscire almeno per un attimo da se stesso e andare incontro alla bellezza. La meraviglia è il riconoscimento implicito che quello che abbiamo davanti ci supera, la sua presenza impone rispetto e attenzione. Non ho mai visto invece un bullo o un vandalo capace di questo stupore. Non ne ho mai visto nessuno che non sentisse di bastare completamente a se stesso e non si occupasse soltanto di se stesso. La bellezza, non che incuriosirlo o indurlo al rispetto, lo infastidisce e lo spinge a sfregiarla perché fa risaltare la sua dappocaggine, il suo vuoto, la sua insignificanza. Da questo punto di vista il vandalo è il sintomo di una necrosi sociale ben peggiore di quella dei secoli precedenti. La capacità di ammirazione e di rispetto per la bellezza era una salvaguardia ben più efficace delle recinzioni e delle forze di polizia.

Il secondo fattore, probabilmente, era la diffusione del senso del sacro nel vissuto quotidiano. I protestanti in visita a Roma sghignazzavano nel vedere immagini sacre dappertutto, "persino nella bottega dei salumieri". A parte il fatto che davvero Cristo ha a che vedere con tutto, anche con il modo in cui una persona si guadagna da vivere tra i salumi, quelle immagini erano una sorta di educazione permanente al sacro e alla bellezza, un'educazione di cui i monumenti erano la continuazione e la massima espressione.

In terzo luogo, il senso di appartenenza che la bellezza poteva generare. Forse persino i ladri e le prostitute erano orgogliosi della loro città, non se ne sentivano estranei o alienati (come invece accade oggi con le metropoli moderne) e non avrebbero permesso a nessuno di sfregiarla e manometterla, men che meno per puro capriccio.

Forse è stato già fatta, ma varrebbe la pena fare un'analisi sociologica dei vandali del Feyenoord, accertare se fossero degli emarginati oppure dei cittadini "normali", ma della normalità all'olandese. Possibile che una civiltà tanto "tranquilla", una scuola tanto più "avanzata", uno stato tanto più organizzato e "moderno" abbiano prodotto dei bruti come questi? A che valgono tanta modernità e tanta organizzazione se poi si arriva a questo vuoto, a questa anomia? Che cosa manca a quel modo di vivere, tanto che il senso della bellezza si è completamente atrofizzato? Parafrasando T. S. Eliot, forse quei teppisti sono il prodotto di un sistema sociale talmente perfetto che rende inutile all'uomo essere buono.

SI MONUMENTUM REQUIRIS CIRCUMSPICE.

Giovanni Romano