giovedì 23 agosto 2007

Vecchia zimarra...

Più volte ho pensato alla splendida aria "Vecchia zimarra" della Bohéme. A rigor di logica, essa non è indispendabile allo svolgimento della vicenda, sembra stata fatta solo per regalare una parte al basso Colline, il filosofo. Eppure è una gemma, non solo per la qualità musicale, ma anche dal punto di vista dell'economia della vicenda.

Innanzitutto, rivela il buon cuore del burbero "pensatore", disposto a impegnarsi la zimarra pur di comprare le medicine per Mimì, nel vano tentativo di salvarla. Ma soprattutto è l'aria che esprime meglio di ogni altra il cuore del dramma. Pur nel tono semiserio ("Vecchia zimarra, senti: / Io resto al pian, tu ascendere / Il sacro monte or devi" [Il Monte di Pietà, N.d.R.]) è un malinconico addio alla giovinezza e alle sue illusioni. Di fronte a una realtà tanto triste non possono bastare i filosofi e i poeti i cui libri riposavano nelle tasche di Colline come "in antri tranquilli". La vita -o meglio, la morte- bussa alla porta, bisogna agire.

E Colline accetta di agire, si spoglia del suo paludamento, abbraccia la strada del sacrificio (perché è di lui che si tratta, non della zimarra) e da giovane bohémien diventa, da allora e per sempre, un uomo adulto. Forse anche un vero filosofo, ma la cosa non è poi così importante.

Giovanni Romano

La deriva del Venezuela


La deriva dittatoriale del Venezuela è sotto gli occhi di tutti. Chavez è riuscito a rompere persino con uno stato orientato a sinistra come il Brasile. E' facile però fare di lui un tiranno da operetta, il che non è (quello di sottovalutare i dittatori è un errore storico che è stato sempre pagato a caro prezzo). Ma se Chavez si è affermato, è stato grazie al voto della parte più povera e diseredata della popolazione, proprio quella popolazione che la borghesia venezuelana, alta o media che fosse, ha trattato con indifferenza, quando non con ostilità e disprezzo. E adesso proprio questa borghesia (italiani inclusi, probabilmente) paga il conto del proprio egoismo.

Il regime di Chavez, dunque, è pericoloso non solo e non tanto per gli USA, quanto per i suoi vicini e naturalmente per la popolazione. Ma esiste oggi in Venezuela un'alternativa credibile? Al di là dei danni che può aver fatto la repressione, esiste un politico dell'opposione che si sia reso conto degli errori commessi, e sia capace di rimediare, riguadagnando la fiducia dei ceti più bassi?


Giovanni Romano

I tarli del Family Day


Dopo il Family Day molti commentatori di parte cattolica hanno inneggiato -secondo me prematuramente- al "ritorno della famiglia", alla "nuova centralità del soggetto famiglia nella scena politica", e altre banalità del genere. A parte il fatto che dalla conferenza di Firenze non è venuto alcun risultato concreto, quel che mi preoccupa è che anche all'interno della Chiesa qualcuno sta muovendo una lotta sorda alla famiglia.

Ne ho avuto la prova poco tempo fa, a metà luglio, quando ho ricevuto l'invito a un convegno organizzato dagli immancabili "cristiani in dialogo" della mia diocesi, e la relativa brochure. Per una coincidenza d'impegni improvvisa e sommamente inopportuna non ho potuto assistervi, ma il materiale che avevo ricevuto era più che sufficiente per farmi pensare tutto il male possibile dell'iniziativa. Chiedo scusa ai miei inesistenti lettori se non posso riportarlo qui (ne ho fatto comunque le copie in formato .jpg), ma ho voluto commentarlo molto a fondo con il responsabile dei servizi di comunicazione sociale della mia diocesi, citando tutti i punti significativi di questi documenti nella mia replica.

Buona lettura, se verrete. E quelli che parlano di "ritorno della famiglia", purtroppo, non esultino troppo presto...

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Caro Amico,

sono certo che, a poche ore dal convegno diocesano, non avrai nemmeno il tempo di leggere quello che segue. Tuttavia devo scrivere lo stesso, per l’urgenza e la gravità dell’argomento. Cercherò di stringere.

Da quel che ho letto nell’invito e nella brochure dei “cristiani per il dialogo” ho l’impressione che alcuni settori della Chiesa, non potendo contestare frontalmente il Family Day, stanno cercando di”lavorarlo ai fianchi”, minandolo e sminuendolo dall’interno. E’ strano –e anche grave- che quanto più aspri, insidiosi e persino violenti si fanno gli attacchi alla Chiesa, ai pastori e ai semplici fedeli, quanto più si fa esplicita l’apostasia contro il cristianesimo, tanto più tra i cattolici spunta, immancabilmente, chi ammonisce a “non-alzare-steccati”, a “non-chiudersi-nelle –proprie-certezze”, a “evitare-scontri-e-divisioni”, e “dialogare” anche con chi ha fatto del disprezzo e della menzogna i suoi strumenti abituali di comunicazione.

Vorrei ricordare che Nostro Signore, nel Vangelo di Giovanni, ha paragonato Se stesso alla porta di un ovile (Cfr. cap.10), ammonendo i suoi contro i ladri, i briganti, i mercenari e i cattivi pastori. In un certo senso, ha messo… una buona parola per gli steccati! Fuor di metafora, il paragone usato da Gesù ci deve far capire che non tutte le scelte sono ugualmente rispettabili, che non tutti gli ambiti di vita sono ugualmente buoni. Dove c’è la Sua presenza –e quella del popolo cristiano- l’umano può vivere e fiorire, mentre nello spazio di un relativismo pieno di discorsi e vuoto di valori, dove la presenza cristiana è messa al bando o adulterata, l’umano si corrompe e va perso.

Vediamo invece come procedono i “cristiani per il dialogo”. Ho l’impressione che il loro linguaggio risenta di ambiguità molto pesanti, a cominciare dalla gaffe certo involontaria del titolo: “Crisi della famiglia: quale contributo dal Magistero della Chiesa?”. Detto così, sembra che sia il Magistero a dare un sostanzioso contributo alla crisi… Ma queste sono amenità, il brutto viene subito dopo, quando si mette ingiustamente sullo stesso piano chi non ha lesinato ai cattolici le ingiurie più volgari e le minacce più pesanti, e chi ha difeso in modo fermo e pacato una realtà umana e naturale come la famiglia. Quasi come se l’atteggiamento del Papa e della CEI fosse un accanimento retrogrado, cocciuto e immotivato, un arbitrario esercizio di potere spirituale (come insinua il Card. Martini nella brochure, discorso del 16 marzo 2007). Non si potrebbe falsificare il Magistero più di così. Naturalmente i “cristiani in dialogo” non hanno sentito nemmeno parlare di punti “non negoziabili” quali la vita, la famiglia e la libertà di educazione. Già, quando si è sempre “in dialogo” tutto diventa provvisorio e disponibile.

Si parla dei “problemi complessi della famiglia reale”. Chiedo scusa: da quanto in qua la Chiesa ha avuto in mente una famiglia immaginaria? Problemi complessi certo, ma dobbiamo stare attenti a non renderli confusi. Il modo di stare davanti alla distruzione della famiglia non è rincorrere la confusione, ma avere uno sguardo lucido e coraggioso che taglia corto con certe complicazioni introdotte ad arte (e la prima, più grossa complicazione fu il divorzio), riscoprendo perché vale la pena mettersi insieme tra uomo e donna, promettersi fedeltà, condividere un progetto stabile di vita e non soltanto una passeggera comodità. Dire che la famiglia “è una realtà accomunante, popolare, laica, non ideologica, che riguarda la vita di milioni di uomini” è scoprire l’acqua calda.

Altrettanto banale è affermare che “non può essere ridotta né a una realtà confessionale, né alle posizioni demagogiche e semplificatorie assunte da certe forze politiche”. Chi scrive queste cose, evidentemente, non solo non ha partecipato al Family Day, ma nemmeno si sarà degnato di vederlo in televisione! Probabilmente erano affaccendati a sintonizzarsi su Piazza Navona. Ma che altro dicevano le famiglie, con il loro solo esserci in Piazza San Giovanni, se non affermare questa realtà “accomunante, popolare, laica”? Perché mai alla manifestazione (mai nominata) hanno partecipato anche degli agnostici (sprezzantemente definiti “teocon” o “atei devoti” dai campioni del pensiero “tollerante”), degli evangelici, persino famiglie musulmane (per esperienza diretta posso dirti quanto grave scandalo dà il nostro modo di vivere scristianizzato anche alle famiglie degli islamici più moderati)? Più accomunante di così…

La critica alle posizioni demagogiche e semplificatorie di certe forze politiche si può condividere, a patto di tenere presente che almeno loro si sono fatte carico del problema, hanno colto un disagio e un’emarginazione che altre forze politiche o hanno ignorato o peggio ancora hanno favorito. Sta a noi cattolici non farci strumentalizzare. Quando poi si parla di crisi, mi sembra che il documento consideri la famiglia quasi come parte del problema, un soggetto passivo del quale gravare lo stato assistenziale, non come una risorsa che svolge un compito prezioso e insostituibile (e fa anche risparmiare denaro pubblico, tra l’altro).

Ma adesso viene il magistrale colpo di coda, lo stravolgimento del linguaggio e del pensiero tipico di certo pensiero “cattoprogressista”: “crisi che va considerata non come un male, ma come un’epocale possibilità di crescita e di cambiamento nella prospettiva della crescita dei diritti e della dignità delle persone”. Mi sembra questo il cuore del massaggio, il crocevia dove si danno appuntamento tutti i luoghi comuni del cattocomunismo. Tale pensiero, prima di tutto, proiettandosi in un futuro utopico, considera sbagliato e negativo tutto ciò che proviene dal passato, nell’illusione inconfessata di riuscire a padroneggiare il cambiamento (e invece finisce per accodarsi al cieco divenire della storia, come vedremo).

Ma nella storia è avvenuto più di una volta che una crisi non governata abbia portato distruzione, non rinnovamento. Un’eredità spirituale può venire stoltamente dissipata, un modo di vivere umano e civile può andare perso. Le invasioni barbariche furono forse un’epocale possibilità di crescita per la cristianità medievale… circa cinquecento anni dopo. Ma è probabile che le generazioni che quella crisi dovettero attraversare non ne fossero particolarmente contente, alle prese con guerre, saccheggi, epidemie, razzie e crollo di ogni legge.

Che significa poi “crescita dei diritti e della dignità delle persone”, se non, in questo contesto, riaprire surrettiziamente il discorso sui DI.CO.? Anche la premiata ditta Bindi & Pollastrini parlava esattamente lo stesso linguaggio quando ha presentato la sua proposta di legge. Ma è giusto dare diritti a chi, per definizione, non vuole assumersi nessun dovere? E’ più dignitoso chi s’impegna seriamente col matrimonio davanti agli uomini (non scomodiamo la cerimonia religiosa), oppure normare la precarietà, il disimpegno, l’incapacità di costruire il futuro? Non facciamoci un alibi della “complessità” dei problemi, per favore, perché centinaia di generazioni hanno dovuto affrontare problemi altrettanto complessi, se non di più, e hanno retto!

La parola “pluralismo” anche qui mi sembra usata in un contesto ambiguo. La famiglia è pluralista certamente al proprio interno, perché è l’unità di vissuti profondamente diversi quali quello maschile, femminile e dei figli. Ma il termine “pluralismo” può essere usato in due modi scorretti. Il primo, quando pensiamo alla famiglia come a una specie di assemblea sessantottarda, dove ognuno rivendica i propri “diritti” anche a spese degli altri. Il secondo, peggiore, quando si vuole indicare la “pluralità” delle pseudo-famiglie (“matrimoni” gay inclusi?). E se qui il termine è stato usato in questo modo, stona più che mai il richiamo ai documenti del Concilio Vaticano II, di cui qualcuno, evidentemente, pensa di essere l’unico interprete autorizzato.

La scelta veramente coraggiosa del nostro tempo non sta tanto e solo negli stili di vita compatibili ed equo solidali (detto brutalmente: non è perché riciclo la carta che andrò in paradiso, eppure io lo faccio sempre! Sul ritorno del fariseismo dovrei scrivere una lettera a parte), ma nel fatto stesso di fare famiglia, con tutti gli ostacoli culturali, i pregiudizi, la pubblicità negativa da parte dei mass-media, l’iniqua pressione fiscale che penalizza chi si sposa e vuole avere figli (spesso i conviventi hanno la precedenza nell’assegnazione delle case rispetto alle famiglie, appunto perché “deboli”). Che significa poi “apertura alla diversità”, se non, per l’ennesima volta, voler introdurre di soppiatto quel che non si ha il coraggio di affermare chiaro e tondo?

Sulla disponibilità all’affido familiare e all’adozione i cattolici, anche quelli più “reazionari” non hanno bisogno di lezioni da nessuno. Da CL, ad esempio, è nata l’associazione “Famiglie per l’accoglienza” che però non somigliano alla famiglia “modello ‘68”: sono famiglie dove, nella povertà del proprio limite, si cerca di voler bene e basta, e non ci vuole certo CL per fare questo.

Giusta la critica ai modelli economici iperliberistici, ma non ci si domanda se non sia altrettanto ingiusto il modello dell’”individualismo garantito” che si vuole oggi imporre, dove lo stato (cioè noi, i contribuenti) deve farsi carico di situazioni che si vogliono deliberatamente mantenere precarie, dove si massimizza l’utile individuale (non necessariamente quello economico, ma quello edonistico sì) mentre le conseguenze negative vanno a scapito della collettività.

Concludendo sulla presentazione, vorrei fare un’osservazione che forse è sfuggita agli organizzatori della manifestazione: nel momento in cui hanno criticato –non a torto- la famiglia consumistica tipo “mulino bianco” (dove però c’erano un padre e una madre) non si sono accorti che con la loro immagine di famiglia “non patriarcale, ma aperta, generosa, critica, accogliente, interculturale, multietnica e, perciò stesso, laica e democratica” hanno tracciato un ritratto sorprendentemente simile a un’immagine di famiglia non meno artificiosa e melensa: quella del “Medico in Famiglia” di Lino Banfi, dove il padre e la madre sono assenti (lei è morta, il padre si scarica la coscienza col volontariato, lontano dai figli), dove ognuno, in nome dei “buoni sentimenti”, in fondo fa quel che gli pare e piace. E risparmio al lettore l’altra “famiglia” alla quale Banfi, che ostenta la sua devozione a Padre Pio, si è tanto generosamente prestato: quella del “padre delle spose”. A proposito: una famiglia dove tutti sono tanto impegnati a essere aperti-generosi-critici-accoglienti-interculturali-multietnici, troverà o no il tempo di volersi bene?

Sulla brochure valgono grosso modo le osservazioni che ho fatto per il manifesto: le riserve sul considerare il mutamento sempre e comunque un bene, ad esempio. Ma vorrei anche qui approfondire alcuni punti, perché qui il linguaggio è più sottile e forse per questo anche più insidioso.

La famiglia è soltanto “una rassicurazione”? Dico provocatoriamente: perché scandalizzarcene? Il mondo intorno a noi non è soltanto un giardino equosolidale: c’è effettivamente il bisogno di essere rassicurati da qualcuno che ci conosce e ci accetta. Ripenso alla mia unica storia d’amore con una bellissima ragazza di Bari che poi divenne suora. Cominciavamo a fare i primi timidi progetti matrimoniali, e io pensavo: “sulla panchina possono andare tutti, al bar ti accolgono per quello che paghi, ma solo in casa ti accolgono per quello che sei”. E’ tanto scandaloso, tanto egoista rifugiarsi tra le braccia di chi ti vuol bene? O non è piuttosto da lì che si trova il coraggio di ripartire, di ricostruirsi e di andare avanti, piuttosto che in cento discorsi sulla solidarietà universale? La famiglia, sotto questo aspetto, è l’organizzazione più anti-totalitaria che esista, anti-totalitaria persino nei confronti del buonismo dominante, perché nasce, o almeno si mantiene, con una simpatia umana, con una voglia di condividere che non è dettata dallo stato o dai valori o dalla collettività, ma che proviene direttamente dall’io delle persone coinvolte. Non per nulla tutti i totalitarismi e tutte le utopie l’hanno sempre combattuta, perché crea legami originari, che lo stato o l’utopia non possono né creare né controllare. Non per niente, in “1984” di George Orwell, la rivolta del protagonista contro il Partito passa attraverso una semplice storia d’amore, e questo atto deve essere pagato con la vita.

Tornando a noi: dobbiamo inseguire a ogni costo una “complessità” spesso creata artificialmente, o piuttosto avere il coraggio di essere semplici, dire pane al pane e vino al vino? Si ha crescita e maturazione quando si va all’essenziale, non quando ci si perde in elucubrazioni artificiose.

Ho letto gli estratti dei documenti conciliari. Ma questi non contrastano, né mai hanno contrastato, col Magistero della Chiesa, anzi sono essi stessi Magistero! Chi cerca di manipolarli per far passare la sua visione ideologica si assume delle responsabilità estremamente gravi. Un solo brano potrebbe dare adito a qualche perplessità, la Gaudium et Spes n.75 ([i cristiani] devono ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali… ecc.), ma si supera subito quando si pensa che i cristiani devono sì rispettare i punti di vista altrui, ma da nessuna parte è scritto che debbano supinamente accodarcisi. Anzi, quando tali punti di vista contrastino radicalmente e deliberatamente con il modo di vivere proposto dal Vangelo e dalla Chiesa, hanno il dovere di far sentire –anche qui civilmente- il proprio dissenso. Le parole del Concilio non possono certo fare da alibi a chi si è scomodato per inviare proiettili a Mons. Bagnasco e per insultare tanto pesantemente il Papa.

Che devo pensare, infine, delle numerose e pesanti citazioni del Card. Martini, se non che lo hanno citato maliziosamente fuori contesto, oppure che la mia impressione negativa su certi maestri esce più che confermata? Ha ragione il Cardinale a contestare il “familismo”, è vero che alla luce del Vangelo la famiglia non è “tutto”, ma la famiglia si trascende in nome di una realtà più alta e più esigente (il celibato per il Regno di Dio), non in nome di una misura tanto più bassa e accomodante quale i DI.CO.!

Sono poi profondamente contrario a usare il termine “famiglia tradizionale”. C’è la famiglia. Punto, chiuso. Il resto è triste scimmiottatura. Dobbiamo stare attenti a non cadere in queste banali trappole semantiche. E’ vero che la famiglia non deve appoggiarsi unicamente sulla tradizione, ma anche qui mi viene in aiuto la mia esperienza personale: quando vivevo felicemente l’affetto con la mia ragazza, ero tanto più contento perché sapevo di continuare una storia antica e bella quanto il mondo. Ci amavamo come avevano amato milioni di uomini e di donne prima di noi, e non ci sentivamo certamente vecchi e sorpassati per questo! Anzi, proprio questo sentimento di essere ancorati nel mondo, di non fare qualcosa di arbitrario ma di voluto da mille generazioni, ci rendeva la realtà fresca, nuova, non estranea e nemmeno arbitraria. Che un giovane sano e normale volesse bene a una ragazza sana e normale, che insieme cominciassero a pensare al futuro, questo era l’ordine delle cose, ed era profondamente bello. Tutto qui. Il resto è chiacchiera.

Infine, tutta l’ideologia di Martini viene fuori nel discorso di Gerusalemme del 16 marzo scorso, quando afferma: “Credo che la chiesa italiana debba dire cose che la gente capisce”. A parte il fatto che Papa Benedetto XVI lo ascoltano in 50.000 per volta, quindi forse qualcuno ci capisce qualcosa, secondo il Cardinale la Chiesa dovrebbe dire solo quello che alla gente piace sentirsi dire? La chiesa che ha in mente lui dovrebbe essere forse una specie di fast-food dello spirito, che per dare ragione a tutti non interessa più a nessuno. Un clone della Chiesa Anglicana, insomma, che ha detto sì all’aborto, si ai matrimoni e ai sacerdoti gay, si all’eutanasia, si agli esperimenti sugli embrioni, alla contraccezione, tutto questo per paura di non essere “al passo coi tempi”. Ma con questi “yes-men” Cristo c’entra più qualcosa?

Il Cardinale prega perché si raggiunga “quel livello di verità delle parole per cui tutti si sentano coinvolti”. Giustissimo, ma sentirsi coinvolti non basta. A un certo punto, e proprio attraverso il dialogo, si deve capire che è il momento di scegliere, che stare da una parte non è la stessa cosa che stare dall’altra. Il dialogo cristiano (un dialogo che, come giustamente ricorda lo stesso Cardinale, si fa prima di tutto con la vita) non è accademia, a un certo punto porta, nella libertà delle persone, o al cambiamento della vita o al rifiuto.

L’illusione pelagiana del Cardinale è credere che, se i cristiani “si comportano bene”, tutti automaticamente li accetteranno. Certamente per molti sarà così, ma proprio il modo di vivere coerentemente la fede non mancherà di suscitare irritazioni e avversione in chi, tra i laicisti, crede di essere norma a se stesso. Questo scontro non si potrà né evitare né attutire, e come dimostra la storia di questi ultimi due-tre anni, non sono stati i cristiani a cercarlo. Siamo un segno di contraddizione anche quando non lo vorremmo, non perché più bravi degli altri ma perché apparteniamo a qualcosa, o maglio a Qualcuno di diverso, molto diverso dalla mentalità che si cerca di far passare a tutti i costi.

Si è detto che il sonno della ragione genera mostri. Ma c’è un altro sonno, forse ancora più pericoloso, che genera mostri altrettanto spaventosi: il sonno della coscienza. Guardiamoci da coloro che la vogliono addormentare. Ho finito. Voglio anche dirti che ho inviato ad Avvenire la brochure e la presentazione del convegno. Questo mi provocherà quasi certamente dei nemici in Diocesi, anche se non sono abbastanza importante per dare fastidio a nessuno. Ma non potevo tacere. E’ tanto comodo farsi gli affari propri, ma qui ne va di ben altro che della mia tranquillità.

Cordiali saluti,
Giovanni Romano

domenica 19 agosto 2007

Grazie per sempre, Chieffo!

Una notizia molto triste oggi. E' morto Claudio Chieffo, il più grande e soprattutto il più vero dei cantautori cattolici. Anche se a lui, probabilmente, questa definizione stava stretta. Per i dettagli biografici vedere il suo sito, ma qui m'interessa il ricordo personale che ho di lui. Perciò accompagno l'articolo con questa foto che gli scattai personalmente quando venne ad Andria.

Conobbi le sue canzoni verso la fine del 1980, quando entrai nel Movimento di Comunione e Liberazione. All'epoca, praticamente, non c'era altro modo per conoscerle. Chieffo era -e in gran parte è ancora- del tutto sconosciuto al di fuori del "ghetto" dei cantautori cattolici o genericamente "religiosi", e per di più snobbato anche da molti di loro.

Questo non vuol dire che fosse impopolare, o il solito "genio incompreso". Era invece noto a decine, probabilmente centinaia di migliaia di persone. E non soltanto per i suoi grandi concerti al Meeting di Rimini, o le sue apparizioni ai raduni di CL e a gli appuntamenti con il Papa. Ma soprattutto per la sua instancabile passione di incontrare e spendersi anche per piccoli gruppi di amici, fino in capo al mondo come in Kazakistan, negli USA o in Russia. Per lui non esistevano le folle. Per lui esisteva l'uomo, esisteva sempre una persona ben determinata con la quale condividere la bellezza di aver incontrato l'Unico che cambia la vita: Cristo.

Mi ricordo, la prima volta che ascoltai una sua cassetta (ricordo anche il titolo: "La Casa") e lo sentii cantare di amicizia, di verità, di dolore ma al tempo stesso di speranza e di Cristo presente, rimasi assolutamente sbalordito. "Ma come fa a conoscermi così?", mi chiesi. "Come fa a sapere quali sono i miei desideri? Come fa a cantare in modo tanto struggente il fiume e il cavaliere, il dolore e la ricerca dell'infinito?".

Lo incontrai di persona per la prima volta al Meeting dell'81, credo. Un omone con una gran zazzera e barba bionda come un'aureola, ma senza nessuna posa ieratica, al contraio. Quanto alle parole non fu niente di speciale. Lo ringraziai per le sue canzoni, come avranno fatto centomila altri, e lui rispose ringraziando a sua volta. Ma il siuo sguardo era schietto, la stretta di mano virile. L'unica persona radiante che abbia mai conosciuto in vita mia.

Lo incontrai da vicino altre due volte. Ad Andria, per un recital di fronte ai ragazzi delle medie superiori. Il suo spettacolo, assurdamente, venne messo in coda a manifestazioni molto più banali, oltre le 22. Quando entrò, la maggior parte dei ragazzi se n'era andata. Ma lui cantò come se fosse davanti al pubblico del Metropolitan, una cosa stupenda. E poi venne a Grosseto, invitato da un suo intimo amico cui aveva anche salvato il matrimonio. Stavolta la sala era strapiena, e fu una serata straordinaria. Pareva che conoscesse tutti, sentii alcune canzoni che non conoscevo ancora. La maggior parte della gente non lo conosceva nemmeno, ma quando la serata finì ci volle mezz'ora buona prima che uscisse, sommerso dalle congratulazioni.

In nessun modo era un cantante da sagrestia. Le sue canzoni interpellavano l'uomo, qualunque uomo. Non per niente era amico di Giorgio Gaber, che lo stimava molto. Critico verso Guccini e il suo laicismo sempre più disperato. E scontro a viso aperto coi tanti colleghi cantautori di successo, tutti "politicamente corretti" e tutti allineati e coperti dietro lo spinello libero. Ma mai il muso, mai rancore per nessuno. Solo l'abbraccio di una enorme positività.

Forse Claudio Chieffo aveva la grazia più grande di tutte: la libertà di sentirsi amato e la gratitudine di seguire la sua vocazione.

Grazie per sempre,

Giovanni Romano

Questo il comunicato di Don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione:

Cari amici, preghiamo per Claudio Chieffo, che ora vede faccia a faccia il volto buono del Mistero che fa tutte le cose e che egli ha desiderato e cantato per tutta la vita. La poesia delle sue canzoni ha espresso la passione per la presenza di Cristo come di Colui che svela a ciascuno il significato del dramma della vita, facendosi compagno nel cammino al Destino. Il nostro popolo, educato dal suo canto, continua a camminare nella certezza che "è bella la strada che porta a casa", dove ora Don Giussani e don Ricci accolgono Claudio.

giovedì 9 agosto 2007

Evoluti per caso. Grazie al cielo


Più puntuale dei tormentoni natalizi, la premiata ditta Fabrizio Roversi & Syusy Blady torna alla carica con le sue trasmissioni fatte "per caso". Li abbiamo visti turisti per caso, velisti per caso, e ora anche "Evoluti per caso". Ma stavolta la trasmissione ha un taglio ideologico molto preciso, di casuale non c’è niente. Lui alle Galapagos sulle orme di Darwin, lei a Rio de Janeiro alla ricerca di un paradiso di sensualità (è comprensibile, data la sua non proprio prorompente bellezza). La tesi è che l'evoluzione si spiega da sola, tutto nasce a caso (ma “quel che nasce a caso, a caso deve continuare”, diceva il Card. Biffi), l'uomo non è altro che una entità transitoria, irrilevante, che si spiega interamente con i suoi istinti.

Due sono le cose che mi hanno colpito. Una è la "gita scolastica" alle Galapagos da parte di un gruppo di ragazzi, figli di scienziati, che vengono debitamente catechizzati sull'evoluzione e- si spera- vaccinati definitivamente contro la raligione e le domande ultime della filosofia (ma la teoria che spiega il moltiplicarsi degli individui belli rispetto a quelli brutti è piena di buchi logici spaventosi). L’altra è la derisione aperta del pudore da parte della Blady, che schernisce i "bacchettoni" in nome della sensualità pagana che imperversa in Brasile. Non una parola sul fatto che questo paese sia ai primi posti al mondo per il numero dei transessuali (da dove viene la parola “viado”?) e soprattutto per lo sfruttamento sessuale dei bambini

Insomma una trasmissione squallida, specialmente dal versante brasiliano. Penso che siamo in presenza di una vera e propria offensiva ideologica della sinistra attraverso la TV di Stato. Non per nulla la trasmissione è stata inframmezzata da uno spot contro la legge 40. Un caso anche questo?

Una cosa se non altro mi consola. Chi sostiene che tutto avvenga a caso, senza alcun disegno intelligente, si esclude da sé rispetto a ogni idea di intelligenza e di senso. Da questo punto di vista, mi fa davvero piacere che la premiata ditta Roversi & Blady, nonché chi la pensa come loro, ammettano volentieri di esistere solo per caso.

Giovanni Romano

Gesù Cristo? Solo un errore di battitura

La cosa era già stata notata dal settimanale "TEMPI" ma me ne sono accorto di persona oggi. Battendo in Word 2003 la parola "Gesù", il programma lo segnala come un errore di stampa. Ho voluto fare la controprova battendo la parola "Maometto". Il programma l'ha accettata senza problemi.

I programmatori si sono dimostrati cristofobi e “dhimmi” fino alla più stupida meschinità! Potrei correggere l’errore e includere “Gesù” nel vocabolario di Word. Ma rifiuto di sottostare a questa umiliazione. Meglio che resti sottolineato in rosso, proprio perché questo testimonia che Nostro Signore è scomodo, è un segno di contraddizione persino sul computer, di fronte a un pensiero stupidamente laico che crede di bastare a se stesso, e s’inchina davanti alla forza.

Giovanni Romano

mercoledì 8 agosto 2007

Ma cosa imparano gli animalisti dagli animali?


La tendenza a proiettare sugli animali i propri sentimenti, i propri atteggiamenti e i propri giudizi di valore è antica quanto l'uomo. In verità, la natura non offre "insegmamenti". Al contrario, la varietà estrema dei comportamenti riscontrabili nel mondo animale offrirebbe appigli a tutte le tesi. I monogami potrebbero addurre a esempio i pappagallini "inseparabili", gli omosessuali potrebbero replicare con il comportamento delle scimmie e delle iguane, i sostenitori della poliandria e del matriarcato potranno portare a esempio gli elefanti. I poligami, poi, avranno soltanto l'imbarazzo della scelta tra cervi, gorilla, foche, antilopi e ippopotami, per citare solo alcuni. Persino le perversioni più sinistre potrebbero trovare una giustificazione "naturale" se guardiamo a quello che fanno i ragni e le mantidi dopo l'accoppiamento. Per non parlare di specie come gli scorpioni che si rivoltano contro la prole se questa non è pronta a scappare il più presto possibile una volta terminato il periodo di allevamento.

L'unico comportamento che la natura sembra giustificare parrebbe proprio il relativismo. L'ambientalista, e in questo caso particolare l'animalista, sfugge però all'atteggiamento tradizionale di misurare gli uomini col metro degli animali (identificando i suoi vizi e le sue virtù con il loro comportamento, vedi Esopo e Fedro), e fa il contrario. Il suo giudizio è chiaramente formulato: approvazione incondizionata per tutto ciò che sono e fanno gli animali, disprezzo e avversione altrettanto incondizionati verso qualunque cosa sia riconducibile all'etichetta "uomo". La varietà dei comportamenti del mondo aninale non lo spinge a domandarsi se l'uomo sia qualcosa di qualitativamente diverso. Al contrario, se ne serve per dimostrare che l'uomo non è altro che un animale tra tanti, che la natura ha causalmente fornito di una certa percentuale di geni in più. In questa ottica, si capisce perfettamente l'osservazione del Professor Veronesi secondo cui l'uomo possiede soltanto il 2% scarso in più di geni rispetto alla scimmia platirrina a lui più simile, lo scimpanzé.

Non importa che con quel 2% scarso l'uomo abbia scritto l'Odissea e il Mahabaharata, abbia scoperto la gravitazione universale e la teoria della relatività, abbia costruito le Piramidi e la Grande Muraglia, abbia previsto le eclissi e gli uragani, sia riuscito a guardare dallo spazio gli oceani per segnalare gli tsunami... siamo uguali alle scimmie, o meglio, le scimmie sono uguali a noi: è il relativismo, bellezza!

Quel che l'uomo ha realizzato, anzi, può essere considerato un'aberrazione, il prodotto di una inquietudine inspiegabile e molesta, che gli animali sono felicemente esentati dal provare. E' questo, anzi, il mondo che hanno in mente gli animalisti. Un mondo dove si vive senza la fatica di fare domande, dove la Necessità ha finalmente trionfato sulla scomoda Libertà e sull'ancora più scomoda Responsabilità, patrimonio esclusivo degli uomini.

Si rimprovera agli animalisti l'ipocrisia di strillare per la violazione dei "diritti" animali e di essere perfettamente indifferenti, quando non attivamente consenzienti, ai più biechi esperimenti genetici a danno dell'uomo (come nell'industria dei cosmetici: non un solo animalista ha avuto da ridire sulla soppressione o gli esperimenti sugli embioni e sui feti, purché gli animali venissero risparmiati). In realtà, il loro atteggiamento ha la profonda coerenza degli ottusi. Gli animali non si possono toccare perché, povere creature, non possono evitare di fare quel che fanno né di essere quello che sono. L'uomo invece è l'essere colpevole per definizione, "il cancro del pianeta", la creatura più ripugnante che esista perché è l'unica che ha la libertà di decidere, l'unica le cui azioni cerchino un significato.

L'ideale dell'animalista, l'unica cosa che sarebbe disposto a imparare dagli animali, è la supremazia assoluta dell'istinto e la rinuncia alla ragione. Sembra una filosofia da "figli dei fiori", e in gran parte lo è, pur con una differenza marginale in quel che riguarda la visione dei conflitti. Gli animalisti più sprovveduti non si differenzano dagli hippies nella loro visione da lotofagi di una Natura idillica e senza conflitti. Quelli un po' più smaliziati ammettono l'evidenza, e anche che tali conflitti siano necessari. Quello che vogliono togliere di mezzo, a livello umano, non è il conflitto (non c'è nulla che in natura suggerisca il pacifismo) ma il dolore, il rimorso e la colpa che accompagnano i conflitti umani. Si arriva così al sinistro paradosso per cui si afferma la casualità e la spietatezza della natura quando è l'uomo a essere in gioco, ma si abolisce alla radice qualsiasi idea di "diritto naturale".

Non parliamo, infine, del fatto che gli animalisti non sembrano essere particolarmente interessati agli aspetti del mondo animale che hanno particolarmente colpito le generazioni precedenti: la cura della prole, lo spirito di sacrificio e l'ingegnosità verso i loro piccoli, il coraggio o l'astuzia contro i predatori. Sono cose che non li toccano affatto. Grazie a loro, più che avvicinarci agli animali ci stiamo allontanando sempre più dall'uomo.

Giovanni Romano

martedì 7 agosto 2007

Quando la civiltà diventa viltà


Domenica 22 luglio scorso, RAI 3 ha trasmesso un cartone animato che mi sembra particolarmente indicativo della mentalità che si è diffusa in questa Europa sazia e viziata, e che si vuole consapevolmente inculcare nei ragazzi.

La trama: in un villaggio dell’Età della Pietra, gli uomini potevano conquistare l’affetto delle loro donne solo dando prova di coraggio, strappando ogni anno un ciuffo di peli al Grande Mammuth Bianco, nel corso di una battuta di caccia. Dal canto loro, le donne ci tenevano particolarmente a questo omaggio.

Ma i più giovani del villaggio - un ragazzino e una ragazzina - non credono più a questa “stupida tradizione” che per loro è senza senso. La ragazzina non vuole essere conquistata con esibizioni di forza, ma con la dolcezza e la comprensione (si può gustare una deliziosa parodia del Cyrano con un ragazzo bullo e prepotente nella parte del tenero innamorato, e l’altro ragazzino, quello intelligente -va da sé che non è muscoloso - nella parte del suggeritore di frasi d’amore).

Da parte sua, il ragazzino timido e mingherlino ha visto di persona quanto è formidabile, scatenato e pericoloso il Mammuth Bianco, e considera una follia che gli uomini della tribù - tra cui suo padre- osino anche pensare di sfidarlo. La sua avversione alla tradizione ha dunque motivi apparentemente ben fondati: la paura, e la preoccupazione per il padre, timido e imbranato quanto lui se non di più.

Ma sotto la tradizione c’è un trucco. Gli uomini non vanno affatto a sfidare il Mammuth. La loro “battuta di caccia”, in realtà, è il pretesto per allontanarsi un po’ da casa per fare bisboccia lontano dalle mogli. I “peli di mammuth” sono in realtà preparati dallo sciamano (una figura tracciata con particolare acredine) e sono ricavati da pelli tinte di animali innocui. L’ultima cosa che vorrebbero questi “intrepidi cacciatori” è proprio incontrare di persona il Grande Mammuth Bianco.

L’impostura viene allo scoperto nel momento in cui il bulletto di cui sopra, che è anche il più giovane dei guerrieri, appena diventato "uomo" e non ancora a conoscenza del segreto, decide di sfidare sul serio il Mammuth. Naturalmente la situazione precipita. L’animale gli si rivolta contro con la sua immensa forza, e il giovane, tutto muscoli e niente cervello, se la dà precipitosamente a gambe... proprio verso il bivacco dei cacciatori! Nel parapiglia generale, il ragazzino “intelligente e anticonformista” si trova letteralmente scaraventato sulla schiena del Mammuth, e, nello sforzo di tenersi aggrappato, è l’unico che riesce a strappargli un ciuffo di veri peli bianchi.

Fin qui tutto bene. Fin qui, potevo trovare anche accettabile la satira, e anche condividerla. Il cartoon, ovviamente, sottintende numerosi temi. In sé, è un cartoon fatto bene. Il tema della rivalità tra uomini e donne, il “matriarcato”, affettuoso ma soffocante, tanto che gli uomini sentono il bisogno di stare tra loro un po’ da soli, la ragazzina protofemminista; il capo tirannello, prepotente e fifone (una caricatura molto ben riuscita, tracciata in maniera più benevola rispetto a quella dello sciamano); il potere “nefasto” della religione e della tradizione (lo si vede, ripeto, nella figura viscida dello sciamano) e il discorso contro la religione in quanto tale, vista come impostura organizzata da chi comanda.

Ma a un certo punto è successo qualcosa che proprio non potevo accettare. Una volta finita la baraonda, il ragazzino “intelligente-e-anticonformista” butta via con disprezzo i peli del Mammuth, dicendo: “tanto non servono a niente”.

Qui si va oltre la satira. La satira prende di mira la deviazione dal valore, ma non il valore in quanto tale. Se si prendono in giro i soldati fanfaroni, coraggiosi solo lontano dal pericolo, questo non significa mettere in discussione che quando il pericolo arriva bisogna essere davvero coraggiosi. Anzi, la satira della vigliaccheria aiuta a contrario a farsi un’idea di quel che deve essere il vero coraggio. Ma disprezzare quel che comunque richiede coraggio e abilità è rifiutare ogni responsabilità, voltare le spalle alla realtà.e rifugiarsi nell’utopia.

Di quale utopia si tratta? Di quella di un’”armonia” (che, par di capire, significa anche lasciare in pace i prepotenti, e rassegnarsi alla loro forza superiore), in cui si nega che esistano nemici, si fa finta che il mondo sia un eterno parco giochi dove non è necessario -anzi, è addirittura stupido- affrontare pericoli, prendersi responsabilità, sfidare avversari. Quello dei due ragazzini “emancipati” è il mondo degli illuministi (non per niente il cartoon è francese!), il mondo della “ragione” che si crede al di sopra della “superstizione”. Ma se fossimo vissuti in quel mondo, se gli uomini primitivi non avessero avuto il coraggio di sfidare davvero i mammuth, probabilmente si sarebbero estinti. Forse a qualche animalista la cosa può far piacere, a me no.

Non ci viene detto come questo mondo dovrebbe -o potrebbe- reggersi se qualcosa lo minacciasse, ma una delle caratteristiche dell’utopia è appunto il divieto di far domande scomode.

Forse appartengo ormai a un altro mondo, a un’altra generazione, ma di fronte a quel gesto di disprezzo ho spento d’impulso il televisore.

Giovanni Romano

domenica 5 agosto 2007

Battiato, o dell'arte di scaricarsi la coscienza


Gli antimilitaristi amano dire che ogni esercito è perfettamente addestrato per combattere... la guerra precedente. Ma molti di loro non si accorgono di una imbarazzante somiglianza del loro modi di pensare con quello dei loro avversari. In un certo senso, anche i pacifisti sono perfettamente attrezzati per combattere… la dittatura precedente, che già la storia ha condannato (spesso con mezzi tutt’altro che pacifici), e non si accorgono mai delle nuove, più insidiose forme di dittatura che sopravvengono sotto i loro occhi.

Questo mi è stato particolarmente chiaro domenica 29 luglio scorso. Il TG2 aveva dato notizia dell’ultimo concerto di Battiato. Veramente bello, non c’è che dire. Ma quando il grande cantautore ha concluso con l’alato appello a “dire no a ogni dittatura”, e la folla ha entusiasticamente applaudito, non ho potuto trattenere un sorriso ironico. Forse che una dittatura si è mai esplicitamente presentata come tale? Nessun dittatore ha mai rivendicato apertamente di aspirare al potere nudo e crudo, ma sempre “la salvezza della patria”, “il benessere della nazione”, “la difesa della rivoluzione proletaria” e quant’altro.

E forse le dittature si presentano tutte allo stesso modo, con parate, uniformi, slogan, ceffi apertamente riconoscibili? E poi, anche quando una dittatura odierna ha queste caratteristiche (pensiamo al mascherone di Chavez o a quello di Mugabe) anche in quel caso i pacifisti da concerto (in pratica, la quasi totalità) il più delle volte tacciono come mummie.

Non parliamo poi quando la dittatura odierna, quella vera, di cui Battiato non parla, si presenta non con le parate, le marce, gli slogan, ma con il volto benevolo e “mite” della “tolleranza-aperta-a-tutti”. A tutti i violenti e i prepotenti, beninteso. Non ai cristiani. Ecco perché si vieta alle ragazze cristiane di portare il Crocifisso o l’anello di castità, mentre ci si piega servilmente al velo islamico o al turbante Sikh , alla Vacca Sacra o a quello che volete voi.

Battiato probabilmente ci vuole mettere in guardia solo contro le dittature vecchio stile, quelle del manganello e della faccia feroce, anche se quando arrivano davvero sono pochi quelli che hanno il coraggio di opporsi. Ma non può, e forse nemmeno vuole, metterci in guardia contro la forma peggiore e più strisciante di dittatura, quella oggi realmente pericolosa, l’autocensura, la rassegnazione di fronte alla violenza e la complicità con la menzogna mediatica. Sono queste le sbarre invisibili della prigione che già ci stiamo costruendo, e contro le quali occorre un coraggio ben superiore che applaudire tutti insieme allo stadio, ben lontani da ogni pericolo.

Giovanni Romano

giovedì 2 agosto 2007

Niente giovani per la strage di Bologna. E vi stupite?

Oggi è stata commemorato il 26° anniversario della strage di Bologna, e il TG2 ore 13 ha rimarcato che alla manifestazione i giovani quasi non c’erano, “o per sfiducia nelle istituzioni, o perché disinteressati alla vicenda”. Naturalmente non mancherà il solito ministro che invocherà a gran voce l’ennesima campagna d’indottrinamento –pardon, "informazione"- nelle scuole.

Ma perché la liturgia di stato (e tale è diventato, purtroppo, anche questo anniversario) fa così poca presa sui giovani? Semplice difetto d’informazione, “riflusso nel privato”, rimbambimento da alcool e droga? In verità, chi si scandalizza dei giovani dovrebbe accorgersi del baratro morale che si ormai si è aperto, che questa stessa politica ha creato, e che nessuna dose di retorica riesce più a colmare.

Prima di tutto, si rimprovera ai giovani la loro apatia e il loro disinteresse. Ma cosa è diventata la politica oggi? Una semplice ratifica di decisioni prese altrove, dalle quali il cittadino è escluso. Il problema oggi non è la scarsa partecipazione, ma l'impotenza dei cittadini di fronte a decisioni il più delle volte vessatorie (i continui inasprimenti fiscali, lo svuotamento sistematico dei referendum, le decisioni in campo familiare e bioetico sulle quali si vuole creare un consenso artificiale). Ci è stato tolto anche il diritto di esprimere la preferenza nelle liste elettorali, e nessuno dei vocianti promotori dei referendum –uno più complicato dell’altro- pensa a restituircela.

Il cittadino però non è stupido come crede la politica. Se il suo ruolo è quello della comparsa, come all’epoca delle assemblee sessantottesche e delle adunate oceaniche, non c’è retorica sulla “partecipazione” che tenga.

Ma la ragione per questo disinteresse va cercata più a fondo. Proprio la sinistra, che si è spudoratamente impadronita di questo anniversario, ha fatto e sta facendo di tutto per distruggere i legami tra le generazioni e le persone. Come si può chiedere ai giovani di prendere parte al lutto di chi non conoscono nemmeno, se stiamo liquidando i rapporti umani più elementari, prima di tutto la famiglia? Gli abbiamo insegnato a vivere solo nel presente e per il presente, e poi pretendiamo che abbiano la generosità e l’apertura mentale che vengono solo dalla costanza e dal sacrificio? C.S. Lewis lo esprimeva in modo mirabilmente sintetico nel suo piccolo, prezioso libretto “L’abolizione dell’uomo”: “Ridiamo dell’onore, e ci meravigliamo di trovare i traditori in mezzo a noi”.

Vorrei tanto che l’anniversario della strage fosse liberato dalla sua retorica mistificatoria, e diventasse quel che è veramente: il lutto della gente comune tradita, ingannata e strumentalizzata dalla politica di potere. Persino da morta.

Giovanni Romano