domenica 31 dicembre 2006

L'è 'l dì de mort, alegher!

Che bell'anno questo, proprio da ricordare. Un suicida alla vigilia di Natale e un impiccato a Capodanno.

Allegria, gente.

Giovanni Romano

Il Capodanno degl zombi

Non abbiamo ancora finito di seppellire Welby e già un altro piagnisteo mediatico si affaccia all'orizzonte. Chi vuole, vada a vedere il sito dell'ANSA.

"Il papa' di Eluana: mia figlia in un limbo legale"

Con la rapidità del lampo, si passa da chi vuole disporre a ogni costo della propria vita a chi comincia a disporre della vita altrui. Anche noi abbiamo bisogno della nostra Terry Schiavo, che diamine! siamo forse da meno degli americani?


Quest'anno, perdonatemi, gli auguri non mi sento di darli a nessuno. Auguro soltanto, alle persone che mi sono care, di scampare alla barbarie che avanza.


Giovanni Romano

Il Natale svuotato

Per me personalmente questo è stato un anno mediocre, a voler essere caritatevoli. Ma ben più grave mi sembra la situazione intorno a me. Credo che questo sia il primo Natale dove nessuno, o molto pochi, si sia sentito "più buono".

Abbiamo tolto di mezzo un'ipocrisia sentimentale, si dirà. Secondo me è solo un trionfo e una consacrazione del cinismo, perché ci è venuto a mancare persino l'ultimo richiamo, l'ultimo freno esterno al nostro egoismo. Come si fa a sentirsi "buoni" quando uno come Welby reclama tanto insistentemente la morte, e così facendo svilisce la vita? Come si fa a sentirsi "buoni" quando i conviventi reclamano inesistenti "diritti" (non parliamo delle coppie gay), e così facendo sviliscono non solo l'uomo e la donna, ma anche l'impegno del matrimonio? Come si fa a sentirsi "buoni" quando si emargina e si schernisce Gesù Bembino, che è la fonte e la causa di questa bontà?

E' stato un Natale in cui, forse davvero per la prima volta nella storia, nessuno ha atteso più niente, nessuno ha sollevato lo sguardo.

Forse ci sentiremo "buoni" solo perché il governo, bontà sua, prima o poi ci raddoppierà la razione di cannabis. Così almeno potremo dimenticare la Finanziaria e i nostri dispiaceri, l'inquietudine del cuore che nessun consumismo e nessuna rivendicazione di "diritti" potranno mai imbavagliare.
Giovanni Romano


giovedì 28 dicembre 2006

Dedicato a chi sbeffeggia i santi e crede ai fanti...

I laicisti si scandalizzano perché la Chiesa venera i santi. Che dire dei massoni, i cui alti capi si fanno chiamare "venerabili"? Scherniscono Dio per inchinarsi davanti a degli uomini, ancora vivi per giunta...

Giovanni Romano

Luci accese e cervelli spenti

Togliere le luci di Natale "per rispetto ai musulmani" è tanto ingiustificato quanto stupido. Proprio oggi (24/ dicembre) ho visto in piazza un magrebino che vendeva dei set completi... di lampade natalizie!

Giovanni Romano

domenica 24 dicembre 2006

Buon Natale, ma non a tutti

Così, Natale finalmente è arrivato... e passerà. Per tante ragioni personali, questo è un Natale dove non aspetto nulla, credo anzi che l'anno prossimo mi darà di meno di quel che ho avuto negli anni precedenti, e forse mi toglierà delle persone care. Ma non sono solo i miei problemi personali che mi hanno depresso. Penso alle minacce che gravano sul mondo, alla stoltezza degli elettori cattolici che hanno votato un governo quale quello che abbiamo adesso, alle minacce alla vita, alla famiglia, alla morte naturale.

Per questo, stavolta, non sono buonista, e non auguro Buon Natale a tutti. In particolare non auguro Buon Natale:

  • Ai radicali e a chi la pensa come Welby;
  • Ai protestanti che si sono servizievolmente prestati per il funerale di un suicida;
  • Al ministro Mussi che ha tolto il veto italiano alla manipolazione e all'uccisione degli embrioni;
  • A Corrado Augias, Margerita Hack, Veronesi, i Verdi, tutti i laicisti in generale
  • Ai pacifisti che non hanno mai niente da dire quando vengono perseguitati i cristiani;
  • Ai "profeti" del "dialogo" a tutti i costi, anche a spese della verità;
  • A chi, anche tra il clero, ritiene che sia sufficiente pensare di essere cristiani senza dirlo;
  • Ai guitti strapagati come Fiorello, Crozza e De Sica che con intrepido coraggio prendono in giro la Chiesa che non può difendersi e se la fanno sotto quando c'è da criticare l'islam;
  • A chi riduce il Natale a predica moralistica contro il consumismo, e non si accorge che nel frattempo hanno tolto di mezzo il Bambino Gesù.
E' solo una piccola parte della mia lista di esclusioni, credo che riempirei due pagine. Ma anche a me stesso non auguro un Natale particolarmente buono. L'ho vissuto troppo da lontano, l'angoscia per quello che sta accadendo mi ha tolto il gusto e la gioia dell'attesa, e lo stupore dell'avvenimento.

E allora auguro Buon Natale

  • A chi è semplice di cuore tanto da essere grato che nasce un Bambino;
  • A chi sa affrontare e sopportare dignitosamente la propria sofferenza, e riesce a dare speranza agli altri;
  • A chi, anche per una volta all'anno, guarda alla vita in modo diverso, senza rancore, e spera nell'Altro che viene, e che lo può salvare.
Giovanni Romano

Una testimonianza silenziosa contro Welby

Nel palazzo in cui abito c'è lo studio di un avvocato. Conoscevo di vista la sua segretaria, una ragazza svelta, solare, sempre sorridente e gentile. La domenica non mancava mai alla Messa. Da un po' di tempo non la vedevo più ma non davo importanza alla cosa, pensavo fosse perché gli orari non coincidevano, o che lei avesse finito il praticantato.

Invece ho saputo che da settembre le era stato diagnosticato un cancro che ormai l'ha invasa tutta. Non c’è più speranza. Ma quello che colpisce è che, pur soffrendo atrocemente, lei non recrimina, non bestemmia, non sta a rimpiangere una vita finita troppo presto. Avrebbe detto anzi: "Forse Gesù mi vuole accanto a lui perché io faccia del bene da lassù, e preghi per chi resta".

Non si è esibita in piagnistei mediatici, non ha scritto libri per invocare il “diritto” di morire, non ha convocato radio, TV e agenzie di stampa (anche se l'avesse fatto, per una credente non sarebbero venuti). Ha semplicemente offerto la sua sofferenza. La tragedia è che ormai il mondo non solo ignora questi sacrifici silenziosi, ma nemmeno più li stima. Già Gaetano Salvemini riteneva ogni conversione di fronte alla morte come puro esito di paura o rimbecillimento (e francamente non vedo perché Mons. Bello lo ammirasse tanto).

Si può soltanto immaginare lo scandalo e il disprezzo che le parole della ragazza desterebbero tra i sostenitori dell'eutanasia, quelli che promettono di continuare la "battaglia" di Welby. La definirebbero senz’altro una fanatica, un'esaltata, un'ignorante, una pazza, una bigotta. Il che dimostra, se non altro, che la decisione di darsi la morte non è una faccenda esclusivamente personale (come dicono loro), ma dalla sua accettazione o dal suo rifiuto dipende il futuro, o la distruzione, di tutta la società.

La signorina se ne andrà in silenzio, solo Dio e chi l'ha conosciuta si accorgeranno della sua testimonianza. Io spero, quando verrà il mio turno, di ricordarmi di lei per avere il coraggio di affrontare la mia fine. E gli altri ciancino pure di "morte dignitosa".

Giovanni Romano

P.S.: Vergogna ai protestanti che si sono servizievolmente prestati per i funerali "religiosi" a Welby. Del cristianesimo hanno tradito tutto quel che era possibile tradire. E noi a "dialogare" con loro! Una pura perdita di tempo.

sabato 23 dicembre 2006

L'abbaglio di Michele Brambilla

Non capisco proprio come Michele Brambilla possa parlare di "sconfitta delle ideologie" a proposito del caso Welby su "Il Giornale" di oggi. E' esattamente il contrario: l'ideologia si è impadronita anche degli aspetti più intimi e privati dell'esistenza. Aggiungo che non ho paura del chiasso mediatico su Welby. Ho paura della tranquilla accettazione dell'eutanasia che queste chiassate ci porteranno.

Giovanni Romano

giovedì 21 dicembre 2006

L'idolo della modernità

Con il compatimento che si riserva di solito ai ritardati mentali irrcuperabili, Massimo Cacciari scriveva oggi sul "Corriere" che la "trincea" della Chiesa è inutile, la modernità è inarrestabile.

Ma alla Chiesa non interessa costruire trincee. Alla Chiesa interessa solo che il cuore dell'uomo non s'indurisca definitivamente nel male, e non cada nell'abisso che egli stesso si fabbrica, come nel caso dell'eutanasia.

La "modernità" come la intende Cacciari è forse un idolo che esige sacrifici umani?

Giovanni Romano

lunedì 18 dicembre 2006

Eutanasia del Presepe 2

E' di queste ore la notizia che il consiglio regionale della Liguria ha respinto, con un risicatissimo margine, la proposta dell'opposiozione di centrodestra di incoraggiare i pubblici uffici a esporre il presepe.

Non c'è affatto da stupirsi del laicismo della regione Liguria. In Canada o negli USA, poi, dove esporre il Presepe o l'albero di Natale è praticamente un reato, una proposta del genere non sarebbe stata nemmeno presa in considerazione. Ma è triste pensare che si pensi a imporre per legge il Presepe. Fino a qualche anno fa non ci sarebbe stato bisogno di circolari e di decreti: ci sarebbe voluta una circolare per farlo sparire.

Come abbiamo potuto rinunciare alla gioia che il Presepe ci dava, in nome di un "rispetto" che novantanove volte su cento è soltanto paura o vergogna di noi stessi? Chi ce ce le ha potute instillare così facilmente? La nostra apostasia è tanto più pericolosa perché è tacita, non ha ragioni, è pura sottomissione alla mentalità laicista.

E' inutile lamentarsi e accusare gli altri, dobbiamo fare prima di tutto un esame di coscienza noi. Cosa ci è successo, e da quanto tempo questo stava succedendo? Perché non abbiamo voluto vedere? Fino a qualche tempo fa, ci commuoveva Gesù Bambino. Ora Gesù è diventato quasi una parola sconveniente, figuriamoci se bambino.

Nostro Signore aveva già previsto che ci si sarebbe scandalizzati di Lui (Mt 11,5), ma aveva anche definito "beati" quelli che non si sarebbero fatti irretire o ricattare da questa mentalità. Mai come ora la fede è riportata impreriosamente alla sua autenticità, non avrà niente di sentimentale anche perché il mondo intorno si è fatto cento volte più arido, cinico e bugiardo.

Non si tratta di sbandierare i simboli, loro non potranno più rassicurarci. Il Presepe si reggeva fintantoché si è retta la dignità e il significato della famiglia, cioè di un rapporto che regge alle avversità, oltre al signficato e al valore dei figli. Ma che ne può sapere del Presepe una "cultura" che permette i PACS? Che ne sa del Presepe una subcultura che permette l'eutanasia dei bambini, o nella migliore delle ipotesi considera il bambino una disgrazia, un impedimento, un peso, un fastidio che impedisce lo shopping e le vacanze?

Il Presepe dà fastidio per il suo significato umano prima ancora che religioso. E lasciando da parte le idiozie ireniste sul "dialogo", guardiamo in faccia una buona volta l'odio del mondo a Cristo e alla vita.

Giovanni Romano

domenica 17 dicembre 2006

Eutanasia del Presepe

Molto opportunamente, un editoriale di "Avvenire" qualche giorno fa notava che l'ostilità dei musulmani al Presepe spesso è una scusa da parte di insegnanti laicisti per sfogare la lro ostilità contro la Chiesa. Posso confermarlo con un'esperienza diretta: l'anno scorso, due mie alunne musulmane collaborarono senza problemi, e senza alcuna pressione da parte nostra, alla preparazione di bellissimi presepi.

Ma resta ugualmente il problema di quanto siano numerosi, e mediaticamente agguerriti, gli insegnanti italiani che prendono a pretesto l'arrivo di alunni musulmani per togliere di mezzo il Presepe. Reduci frustrati del '68, e i cascami loro allievi? Cristiani idiotamente "buonisti"? Semplici fifoni che tacciono per amor di quieto vivere? Probabilmente tutte e tre le cose. Ma il Presepe è diventato un'astrazione soprattutto per noi "cattolici" italiani.

Quest'anno ad esempio nella mia scuola il Presepe non si farà. E non per una accresciuta presenza islamica (è addirittura diminuita), semplicemente per disinteresse, perché nessuno si è prestato per montarlo, e le offerte dell'anno scorso si sono rivelate troppo scarse per rifarlo grande e bello com'era.

Non incolpiamo dunque i musulmani, ma la nostra ignavia e il nostro disincanto, magari mascherato di attivismo equosolidale.

Giovanni Romano

L'inconsistenza "oceanica" dei cattolici

Il caso Welby tiene ormai banco da settimane, fino a essersi trasformato in un tormentone. Sono fin troppo chiari gli scopi che si propone di raggiungere questo ennesimo piagnisteo mediatico (avevano provato con Coscioni ma gli era andata male): porre il principio che la vita non è intengibile, e annientare il risultato morale del referendum sulla legge 40, mai digerito dalla stampa laicista (ricordo che Radio 24, con particolare slealtà, non dette nemmeno la notizia del fallimento del quorum nella sua edizione delle 15, a seggi ormai chiusi). Ciò che sta avvenendo in questi giorni è sia la vendetta per quel fallimento, sia il rilancio per una biopolitica ancora più inumana e arbitraria.

Ma qual è stata la reazione del mondo cattolico, a parte la voce coraggiosa del Papa e di alcuni vescovi? Niente, silenzio assoluto, o al massimo assensi di routine. Di fronte alle "veglie" organizzate dai radicali in 50 città (credo che il numero però sia gonfiato, varrebbe proprio la pena di verificare) dove sono i milioni di persone che hanno fatto la fila per andare a vedere il feretro del Papa Santo, Giovanni Paolo II? Dov'è il milione di giovani della GMG? Dove sono i 30.000 o 50.000 presenti bisettimanalmente all'Angelus di Papa Benedetto XVI? Fedeli, o soltanto turisti del sacro? Perché i sacerdoti non hanno il coraggio di invitare i fedeli a veglie di preghiera per la vita, non in 50, ma in 50.000 parrocchie? Che ne è di queste folle tanto sorridenti quanto smemorate? Aveva forse ragione Giovanni Testori a parlare di "idiota allegria cattolica"?

E' facile vivere momenti di grande commozione e intensità, più facile ancora quando si è in tanti, ben chiusi nel nido caldo della parrocchia, del movimento, del gruppo scout o quel che volete voi. Ma molto più difficile testimoniare Cristo da soli, nel proprio ambiente, nel proprio condominio, di fronte ai propri colleghi sprezzanti e ostili verso la religione (quella cattolica, non certo quella islamica, hanno troppa fifa! E poi l'islam, religione senza misteri e senza sacerdozio, è molto più compabile col potere laicista che non il cristianesimo).

Noi cattolici stiamo dando il triste spettacolo di un enorme corpo senza braccia per agire, e soprattutto senza la testa per pensare e rispondere ai sofismi e al bombardamento mediatico dei radicali e dei mass-media. Un gigante, non dico coi piedi d'argilla, ma inconsapevole della propria forza, e troppo riluttante a usarla, anche perché abbiamo interiorizzato e trasformato in paralizzanti complessi di colpa tutte le accuse, anche quelle più infondate e ingiuste, contro la nostra fede.

Abbiamo teso la mano al "mondo", ma il "mondo" è rimasto quello di cui parla il Vangelo di Giovanni: il luogo dell'ostilità e dell'odio a Cristo. Troppo ingenuamente abbiamo pensato che bastasse essere "cristiani coerenti", cioè buoni a volte fino alla stupidità (dimenticando Mt 10,16), docili pagatori di tasse, volenterosi sgobboni sul lavoro, piamente tolleranti verso tutte le opinioni, disposti anche a criticare e ingiuriare la Chiesa, per farci amare e accettare dagli altri. Non potevamo sbagliarci più di così, e le conseguenze sono state duplici. Una gran parte dei fedeli se n'è andata, banalizzando la fede in un superficiale buonismo irenista. E quelli che sono rimasti, coloro che veramente hanno voluto percorrere la strada della coerenza evangelica, si sono resi conto che l'odio del mondo non è diminuito nei loro confronti, anzi è aumentato. Basti pensare a Frére Roger, Annalena Tonelli, Suor Leonella Sgorbati, Don Andrea Santoro.

Con questo non voglio dire che i cristiani debbano farsi volgarmente "furbi", adeguarsi al cinismo di questo mondo e tornare a usare la forza e la sopraffazione. Dico soltanto che gli attuali avvenimenti devono renderci consapevoli di quale sia il prezzo reale dell'aderire a Cristo, che comporta il coraggio della testimonianza esplicita e non solo della vita coerente (con buona pace del pelagianesimo alla Tettamanzi), l'emarginazione sul lavoro, l'imbavagliamento mediatico, persino le aggressioni verbali e fisiche.

Non ci sono sconti. E non è il numero che ci renderà forti di fronte al mondo, ma la consapevolezza di una inesorabile diversità tra noi e il mondo, la consapevolezza di una ricchezza e di una libertà che il mondo non possiede, per quanto grandi possano sembrare le sue conquiste.

Invece di auto-colpevolizzarci, dovremmo recuperare un sano orgoglio, anzi una sana gratitudine per la grazia che Dio ci ha fatto venendo nella carne, abbracciando e salvando la nostra vita e la nostra morte. al di là di ogni falsa sicurezza nei nostri meriti, nella nostra bontà, nella nostra volontà di "dialogo", sarà lo stupore dell'avvenimento cristiano, e della sua radicale diversità rispetto al cinismo del mondo, a renderci capaci di contrattacco contro un pensiero tanto inumano come quello laicista che imperversa e imperverserà sempre più.

Giovanni Romano

Poveri rapinatori giocherelloni!

Avete notato che, ogniqualvolta un rapinatore viene ucciso da un poliziotto, specie in Campania, immancabilmente si scopre che il malcapitato "aveva un'arma giocattolo"? Si direbbe che siano i poliziotti, brutti cattivoni, a far fuori i poveri rapinatori giocherelloni che volevano solo spaventare un po' la gente con armi innocue.

Ma andate a chiederlo ai tabaccai uccisi con armi vere, o andate a chiederlo a un tabaccaio che ho conosciuto io, cui i banditi hanno spaccato la testa a colpi di calcio di fucile fino a mandarlo in coma. Andate a chiederlo alle guardie giurate dei furgoni portavalori, se erano armi giocattolo i fucili d'assalto che sono stati usati contro di loro!

Io sospetto che sia la stampa a truccare la realtà a favore dei delinquenti, quando è il loro turno di essere presi a bersaglio da quelli che credevano facili prede.


Giovanni Romano

sabato 16 dicembre 2006

Ma per Welby non provo compassione

Ho letto su "Avvenire" delle lettere che esprimevano, nobilmente, comprensione e solidarietà con i sentimenti di Welby, anche se non per la sua disperata scelta di morire. In molti hanno scritto che in realtà il suo cercare caparbiamente la morte conteneva una “richiesta di aiuto”.

Probabilmente sarò degno dell’inferno, e farò una fine peggiore della sua, ma ho guardato nei suoi occhi, e non vi ho letto richieste di aiuto a vivere, bensì rabbia, rancore, aggressività impotente, più o meno come un suicida che prende a pugni chi vuole impedirgli di buttarsi giù.

Non provo quindi nessuna “comprensione” per questa grottesca corsa contro la morte, quasi una gara a chi arriva primo. Perché tanta fretta di farsi ammazzare, se le condizioni stanno comunque peggiorando? Per affermare il principio che a lui, e solo a lui, spetta il momento di decidere quando vivere e quando morire. E’ la rottura alla radice di qualsiasi rapporto umano, perché gli altri diventano solo passivi esecutori della volontà di morire, anziché presenze che possono aiutare e condividere anche un momento doloroso come quello della morte.

Devo anzi confessare di provare io rancore verso Welby, che strepita le sue rivendicazioni di morte proprio nei giorni in cui Cristo nasce e viene a dare speranza agli uomini con la Sua vita (il che include anche il Suo sacrificio, che da quel momento in poi non ha reso inutile il dolore). Il suo atteggiamento, che ne sia consapevole o meno, è quello di un anticristo. Grazie a lui passerò uno dei Natali più tristi e inquieti della mia vita, per paura di quel che avverrà dopo che gli daranno inevitabilmente ragione (prova a opporti all'ondata mediatica!): sarà aperta la strada all’eutanasia, fino a renderla obbligatoria per quelle che saranno giudicate (da chi?) “vite a perdere”.

Già pochi giorni dopo lo scoppio del caso Welby, dalla Campania un’anziana madre tutta in lacrime chiedeva la “dolce morte” per i suoi due figli gravemente ritardati che lasciava dietro di sé. Che si pensi tanto facilmente a togliere di mezzo la vita (e per giunta disporre di quella altrui) anziché averne cura lo dovremo a Welby e suo al corteo di becchini. Possa Dio confonderli e dannarli!

E di fronte alle “veglie” blasfeme che chiedono la morte, la Chiesa dovrebbe avere il coraggio di mobilitarsi per organizzare veglie di preghiera e scongiurare il dilagare della menzogna e del delirio di morte che ci ha preso. In pochi giorni è stato disfatto –con lucida determinazione- tutto il risultato del referendum sulla legge 40.

Ci sono due ulteriori considerazioni da fare. Primo, a nesuno è venuto in mente che la "sedazione terminale" invocata da Welby somiglia molto all'iniezione letale praticata sui condannati a morte negli USA. E nei giorni scorsi uno di loro ci ha messo trenta minuti di agonia atroce, per morire, tanto che è stato necessario ripetere la dose mortale. Niente garantisce che la morte di Welby, né di alcun altro nelle sue condizioni, sia "dolce" e "indolore".

Non lo fu nemmeno per Ramon Sampedro, l'idealizzato protagonista del film "il mare dentro". Le rivelazioni della donna che lo aiutò a morire, che si è decisa a parlare solo dopo che il suo reato è caduto in prescrizione, ci hanno fatto sapere che Sampedro non morì fulminato dal cianuro, ma agonizzò per circa un quarto d'ora, con rantoli tanto spaventosi che lei si chiuse terrorizzata nel bagno. Ci scandalizziamo per la morte atroce di un criminale, accettiamo tranquillamente che Welby rischi di fare la stessa fine. Ma sappiamo ragionare o no?

Secondo: a mio parere, la Chiesa ha sbagliato quando ha concesso ai suicidi la sepoltura in terra consacrata. Non che questo importi qualcosa a Welby & C., ma era un segno forte, non buonista, che ammoniva l’uomo sulla gravità del suo gesto e sull’eternità del suo destino.

Grazie, Welby, per aver rubato un po' di voglia di vivere a chi sta lottando in condizioni difficili come le tue. Grazie per averci oscurato e reso triste il Natale, grazie infine per aver allontanato un po' di più gli esseri umani gli uni dagli altri.

Con profonda avversione,

Giovanni Romano

lunedì 11 dicembre 2006

E hanno pure il coraggio di lamentarsi!

Un Prodi terreo in viso è passato attraverso una contestazione ben più massiccia e sentita dei trenta-quaranta scalmanati di cui ha parlato la TV di regime. Sono poi arrivate, puntuali, condanne e scomuniche, si è parlato di "clima incivile".

Lungi da me difendere qualsiasi tipo d'intolleranza. Ma dov'erano questi signori quando si gridava impunemente "buffone" a Berlusconi (con la benedizione della magistratura), o quando uno scalmanato vero gli ha tirato addosso il cavalletto di una macchina fotografica? Dov'era la loro solidarietà, il loro senso civico? Dov'era questa gente, quando Genova fu messa a ferro e fuoco, anche qui del tutto impunemente?

Solo adesso che sono loro il bersaglio della contestazione, dopo averci spietatamente taglieggiati con la finanziaria, si accorgono di avere allevato una generazione d'intolleranti e di violenti?

La loro cretinaggine fa il paio solo con la loro ipocrisia.

Giovanni Romano

lunedì 4 dicembre 2006

Good riddance, Casini!

Ormai è certo. Casini lascia la Casa della Libertà. In un certo senso è un bene. Meglio una situazione chiara, pur se negativa, a qualunque ambiguità. E Casini era stato fin troppo ambiguo da quando, eletto presidente della Camera, quasi mai aveva trovato il coraggio di sfidare il "politically correct", sperando forse di farsi accettare nei salotti buoni.

Ricordo che solo in occasione del referendum sulla legge 40 ebbe il coraggio di dichiararsi pubblicamente per l'astensione, ma non subito. Nei primi giorni fu ambiguo come al solito, dichiarando che non avrebbe fatto sapere fino all'ultimo momento se avrebbe votato o no. Fu qualche buona tirata d'orecchi, più che una improbabile crisi di coscienza, a fargli cambiare parere.

Se il Polo non fosse tanto povero nei principi (basti pensare a un meschino intrigante come Fini) e inarticolato quanto al modo di esprimerli, la dipartita di Casini sarebbe un evento da salutare con sollievo, non certo con rimpianto.

Good riddance, Casini!

Giovanni Romano

Appello e commento contro Rule of Rose

Il videogame dal titolo "Rule of Rose", prodotto e distribuito in Giappone a marchio Sony e in arrivo a breve in Italia sotto altro marchio, che ha come oggetto sevizie ad una bambina di 10 anni e come obiettivo di gioco la sua sepoltura da viva, ha scosso le coscienze di molti italiani.

I media si sono occupati con sconcerto di questo caso, che supera la soglia di cio' che puo' essere considerato lecito, legittimo e ragionevole e peraltro rappresenta l'ennesimo episodio di un'escalation di violenza nei contenuti dell'entertainment video. La correlazione tra la violenza dei videogames (immagini ripetute e scene "vissute" in modo attivo, con un alto livello di concentrazione) e l'innalzamento del tasso di aggressivita' nei giovani e giovanissimi, e' stata oggetto di molte ricerche e confermata anche da uno studio comparativo di uno dei maggiori esperti in materia, il Prof. Craig Anderson.

Mentre la Presidente della Commissione Parlamentare per l'Infanzia, On. Anna Serafini, sostiene che "la violenza dei videogiochi fa perdere il confine fra bene e male", la Prof.sa Anna Oliverio Ferraris, docente di psicologia dello sviluppo all'Universita' La Sapienza di Roma, dichiara a Panorama che "la cosa preoccupante e' la filosofia che pervade questi giochi. Si vince se si e' piu' violenti. Viene premiata la violenza e la criminalita' e il ragazzo puo' abituarsi, in una sorta di inquietante adattamento cognitivo".

E' sotto gli occhi di tutti l'aumento dei casi di violenza perpetrata da giovani su altri giovani, su persone disabili o diverse, sui propri genitori, sugli anziani, ed e' difficile pensare che questo fenomeno non sia legato all'aumento della violenza e dell'aggressivita' nelle immagini e nei messaggi ai quali i ragazzi, attraverso videogames, cinema e televisione, sono continuamente sottoposti.

In questo contesto, la produzione e l'immissione sul mercato di prodotti di entertainment con contenuti devianti, cinici e con finalita' di gioco esplicitamente contrarie al rispetto della vita e della legge, non puo' che essere considerato da parte di un'impresa un GRAVISSIMO ATTO DI IRRESPONSABILITA' SOCIALE.

Gli intellettuali, i professionisti, gli uomini e le donne firmatari di questo appello sono legati dalla convinzione che le ragioni del business e del profitto non possono giustificare scelte d'impresa che possono produrre effetti dannosi per i singoli individui, per le famiglie e per l'intera societa'.

Su questa base CHIEDONO alle singole imprese dell'entertainment video e alle loro rappresentanze di settore di RINUNCIARE ad iniziative di produzione e commerciali basate su prodotti dal contenuto così palesemente violento e antieducativo per i giovani, al fine di NON ALIMENTARE il fenomeno dilagante del bullismo, della violenza e della criminalita' giovanile e contribuire, invece, alla crescita di una generazione sana, retta e cosciente dei valori e del rispetto dell'essere umano e della legalita'.


Ovviamente non c'è alcuna speranza che queste proteste vengano ascoltate. C'è da aspettarsi, piuttosto, che vengano tacciate di "oscurantismo" e "bigottismo clericale". Tuttavia io non solo pubblico un tale appello, che condivido in pieno, ma aggiungo di mio la seguente riflessione che mi è venuta in mente non appena ho letto il testo del messaggio:

A dire il vero, avevo letto una recensione del gioco, definito "perverso e inquietante" (ma quasi fosse un complimento) dalla rivista sulla quale era pubblicata. Credo che lo scopo del gioco non sia il seppellimento della bambina ma impedire che venga seppellita da un'orda di bambini sadici e pazzi. Il che, ovviamente, non toglie nulla alla crudeltà del gioco né alla sua perversione morale. Per questo gli va detto assolutamente NO.

Il punto è che questo è il gioco più perfetto che si possa immaginare per una società orfana come la nostra. Orfana è la vittima predestinata, la più indifesa per definizione. Orfani sono anche i suoi carnefici. Senza adulti, Senza nessuno che gli voglia bene e gl'insegni il senso del bene e del male, i bambini possono scatenare i propri istinti più demoniaci. E se questi sono i bambini, figuriamoci gli adulti!

La mentalità che vuole il bambino "perfetto", altrimenti lo scarta e lo abortisce (e questo vale anche per l'eutanasia), in realtà teme e demonizza i propri discendenti. Li vede ormai come pericoli potenziali, alieni, mostri, non certo figli, perché nessuno ormai si prende la responsabilità di essere genitore, né gli è permesso di farlo. La mania di istituzionalizzare e medicalizzare ogni problema, sterilizzando o uccidendo la famiglia, ci ha portati a costruire il Grande Orfanotrofio dove si può ammazzare per puro capriccio.

Meditate, gente, meditate (se ne siamo ormai capaci).

Giovanni Romano