mercoledì 26 dicembre 2007

Ooops! Mi ero dimenticato gli auguri di Buon Natale!

I fatti atroci di cronaca nera accaduti in questi giorni, e anche un po' i pensieri per il futuro, mi hanno tenuto lontano dal blog. Ma non potevo certo rinunciare agli auguri di Buon Natale, anche se con tutte le eccezioni dell'anno scorso.

Quello che però mi ha particolarmente colpito è il rifiuto del Natale, è un mondo che stupidamente si crede autosufficiente, e non attende più. Nulla può essere peggio di questo. Il Natale è la festa della gioia per Qualcuno che è venuto. E' la festa dell'Avvenimento, della nuova vita, la festa più socievole e bella che esista. Se cessassimo di festeggiarlo, e di festeggiarlo nel suo significato autentico, al di là delle brutture e degli stravolgimenti "multiculturali", ci scopriremo molto più poveri, più ardi, più disperati. Non a caso il Natale è rifiutato nei paesi dove imperversa la nevrosi della "sovrappopolazione" e dove si combatte la famiglia.

A proposito: ho fotografato questo presepe in un bar. Il proprietario l'ha amorosamente preparato sul bancone, infischiandosene del "politicamente corretto". A lui va tutta la mia riconoscenza. Sono contento di vivere in una regione dove la cristofobia non ha ancora preso piede.

Buon Natale a chi se lo merita

Giovanni Romano

domenica 16 dicembre 2007

AIUTOOO!!! L'effetto serra ci soffoca!


Siori e Siore, inesistenti frequentatori di questo sito,

ECCO A VOI GLI SPAVENTEVOLI RISULTATI DELL'EFFETTO SERRA

così come li ho visti ieri dalla finestra di casa mia.

Venite ad aiutarci, presto! E soprattutto,

VENITE A RAFFREDDARCI A OGNI COSTO!

PRESTO, PRIMA CHE CI BECCHIAMO UN'INSOLAZIONE!!!
OGNI MINUTO E' PREZIOSO!!!!

Col più profondo disprezzo per i ciarlatani di Bali,

Giovanni Romano

venerdì 14 dicembre 2007

Per le Maldive islamiche le donne non contano. E il TG1 tiene bordone.



Oggi il TG1 ha riportato sia nell'edizione delle 13,30 che in quella delle 20,00 la notizia dello stupro subito da una turista italiana alle Maldive. Il lato sconcertante della vicenda è che quando si è rivolta alle autorità di polizia locali, la donna si è sentita rispondere che nelle Isole Maldive lo stupro non è considerato reato, a meno che il colpevole non venga colto in flagrante con la testimonianza di almeno due uomini, o quattro donne.

Chi conosce anche superficialmente il diritto islamico sa che questa è una delle prescrizioni della
sharia, in cui la donna conta esattamente la metà dell'uomo. Ancora più sconcertante è il silenzio completo su questo dettaglio rivelatore. Né il giornalista intervistatore e nemmeno la donna (adeguatamente catechizzata, presumo) hanno accennato che le Maldive, al di là della vetrina turistica, sono uno stato dove il fondamentalismo islamico sta prendendo sempre più piede, nelle sue forme più rigide e inumane.


Io non credo che in tutti i paesi a maggioranza islamica viga questo stesso principio, ma se si vuole davvero porre rimedio a questa situazione la peggior cosa che si può fare è mantenere un pavido silenzio sulle sue vere cause.

Giovanni Romano

giovedì 6 dicembre 2007

Cinici, stupidi e bugiardi. Questi sono i laici.

Qualche settimana fa leggevo l'inserto "E' Famiglia" di Avvenire, e vi ho trovato la confutazione di un'obiezione tanto maliziosa quanto speciosa al matrimonio:

Se bastano i PACS o i CUS per mandare in crisi la famiglia, alla fin dei conti si tratta di un'istituzione fragile".

Sarebbe come dire che se qualcuno si è beccato una coltellata al fegato e viene ricoverato all'ospedale, alla fin dei conti era malaticcio e di salute cagionevole...

Non vale la pena discutere con gente di livello morale e culturale tanto basso.

Giovanni Romano

sabato 1 dicembre 2007

Una preziosa opportunità sprecata

Dal sito di Rai Televideo prendo questa notizia molto sconfortante:

11.38
Extracomunitario? No a borsa di studio
Il Consiglio comunale di Romano d'Ezze-
lino (Vicenza) esclude gli extracomuni-
tari dalle borse di studio per i più
meritevoli e scoppia la polemica.

"Abbiamo modificato il regolamento dopo
la sollecitazione di molti cittadini",
dice il sindaco Rossella Olivo (FI) al
"Gazzettino". I bonus istruzione del
Comune saranno assegnati agli studenti
con il massimo dei voti, purché resi-
denti da almeno 3 anni e con la citta-
dinanza italiana o di un Paese comuni-
tario. "Il merito non ha colore", pro-
testa l'opposizione.


Se si trattano in maniera così ottusa i giovani che vogliono integrarsi, nessuno si stupisca se prolifereranno le scuole coraniche.

Giovanni Romano

martedì 27 novembre 2007

Il Celentano che non fa paura

Che Adriano Celentano avesse la tendenza a pontificare lo sapevamo fin dai tempi remoti di Joan Lui. Quello che oggi deprime non è la sua attitudine predicatoria ma la scontatezza degli argomenti e dei bersagli.

Attacchi Berlusconi? E chi degli "intellos" non ti applaudirebbe? Ti lanci coraggisamente in una tirata animalista, antinucleare e/ o ambientalista? La claque a scena aperta è assicurata. Lecchi Prodi? E quale di giornali di regime come La Repubblica o Il Corriere non corre a incensarti?

Dov'è finito, però, il Celentano che difendeva il matrimonio, a cominciare dal suo? Dov'è il Celentano che proclamava ad alta voce la sua contrarietà all'aborto? Un Celentano così in RAI oggi non l'avrebbero fatto più entrare. E allora l'Adriano nazionale ha fiutato il vento, e si è adeguato. Una tigre senza denti, un conformista politicamente corretto che va bene a chi comanda. Più comodo di così...

Meno male che lui, da uomo di spettacolo veramente di razza qual è, ha avuto il buon senso di far durare poco il suo strapagato spettacolo. Se è pesato sulle tasche dei contribuenti, almeno non li ha annoiati più di tanto.

Giovanni Romano

mercoledì 21 novembre 2007

Necrosi morale

Ci sono dei momenti, nella vita apparentemente monotona di un insegnante, che invece sono straordinariamente rivelatori della mentalità che ci circonda. Uno di questi momenti l'ho vissuto stamattina.

Non ricordo come, il discorso era caduto sulla pedofilia via Internet, e a questo punto i ragazzi hanno cominciato a tirar fuori delle cose che mi hanno lasciato allibito, sgomento. Uno di loro, candidamente, mi ha detto di aver visto uno di quei video (e dove? E come?). Altri si sono messi a vantarsi apertamente dei siti porno che visitavano (senza curarsi delle due ragazze presenti in aula). Altri hanno cominciato a descrivere addirittura filmini d'incesto. Ed erano ragazzi di appena 14 anni!

In tutti c'è una concezione del sesso paurosamente banalizzata, meccanica, che non sa e non vuole sapere nulla di affettività. E non mi venite a dire che si tratta solo di vanterie ed esagerazioni. Per descrivere certe cose bisogna proprio averle viste.

Inutile parlare loro di "valori", ormai non sanno più nemmeno cosa siano. E anche se gliene avessero parlato li disprezzano. C'è solo il soddisfacimento immediato degli istinti. E questi istinti, anzi, non sono più nemmeno naturali, ma stuzzicati e suscitati a bella posta.

Sono uscito da quella classe profondamente amareggiato, senza sapere cosa dire perché ogni discorso mi sembrava un moralismo fuori posto. Però è accaduto qualcosa d'imprevisto. Con una mia collega per la prima volta abbiamo "inaugurato" la Scuola di Comunità nel mio istituto (quelli di CL sanno di cosa sto parlando). E allora mi è venuto in mente quel che dovevo dire. Bisognava partire dai desideri stessi dei ragazzi che questa "cultura" sta uccidendo. Sono piombato lì nel mezzo di un'altra lezione e gli ho detto: "Ragazzi, voi potete fare tutto il sesso che volete, ma scommetto che fra voi non c'è nemmeno uno che non voglia sentirsi amato".

Li ho piantati lì, e chi vuole capire capisca.

Giovanni Romano

martedì 20 novembre 2007

Telethon: i cattolici non comprano più a scatola chiusa!

Riporto il breve dialogo illuminante che ho avuto stamattina con una collega, in corridoio:

LEI (speranzosa): Vuoi comprare una sciarpa Telethon?

IO (freddo) Mi puoi garantire che quei soldi non saranno usati in esperimenti contro gli embrioni umani? Altrimenti non dò un centesimo!

LEI (si allontana seccata, borbottando).

Fine della conversazione. E magari lei è una di quelle che ti piantano una grana di prim'ordine sui cetrioli geneticamente modificati...

Sono stato contento di averle risposto così. E' ora che qualcuno si accorga che i cattolici non comprano più a scatola chiusa. E basta buonismo.

Giovanni Romano

lunedì 8 ottobre 2007

Bimbo ucciso a Bormio: perché non una taglia anche qui?

Come riporto qui sotto dal sito internet di Televideo Rai, proseguono a pieno ritmo le ricerche del pirata della strada che ieri ha investito e ucciso un bambino di tre anni a Bormio. Mi meraviglio però che nessuno si faccia avanti per mettere una taglia sul pirata della strada, come nel caso degli orsi bruni marsicani (vedi post precedente).

Mi vado sempre più convincendo che certe forme di "amore per gli animali" non sono altro che un modo di scaricarsi la coscienza ed esentarsi dalla fatica di amare gli uomini. Non a caso il
TG2 ha ormai uno spazio fisso riservato alle notizie sugli animali. E credo di aver capito perché. Vogliono farci diventare come gli inglesi, abbrutiti d'indifferenza verso la vita umana tanto quanto sono sdolcinatamente sentimentali con gli animali.

Certo che, se fossi ricco, non esiterei a offrire almeno 20.000 € di ricompensa a chi fosse in grado di fornire elementi utili per arrestare l'assassino.



BORMIO, IN CORSO RICERCHE MOTO PIRATA Proseguono senza sosta, a Bormio e in tutta la zona, le ricerche del motociclista che sabato sera ha travolto e ucciso un bimbo di tre anni su una pista ciclabile. Dopo l'incidente la moto si è dileguata nel nulla. I carabinieri di Bormio e di Sondrio sono al lavoro per raccogliere ogni elemento utile alla identificazione del motociclista,che pare indossasse abiti scuri e un casco nero decorato da una fiamma rossa e arancio.Secondo la mamma della vittima la moto sarebbe un fuoristrada e non un ciclomotore.
Giovanni Romano

venerdì 5 ottobre 2007

BEAR KILLER WANTED!


Sull'avvelenamento degli orsi bruni in Abruzzo, mi ha colpito che nessuno abbia avuto nulla da eccepire sulla taglia che il WWF ha messo sulla testa degli avvelenatori.

A scanso di equivoci, dichiaro anch'io di essere favorevole alla taglia, perché fa il vuoto intorno al criminale e mina la solidarietà dei complici. E sono favorevole anche in questo caso.

Quello che non capisco, e che qualcuno mi dovrebbe spiegare, è come mai fior di giuristi s'inalberano quando la taglia viene proposta contro i criminali che uccidono altri esseri umani. La considerano "altamente diseducativa" perché "incoraggia la delazione", "rischia di creare capri espiatori", "non serve a niente". Come mai quel che è diseducativo e non serve nei confronti degli esseri umani dovrebbe andar bene per gli orsi?

Comunque sia, stavolta da quei giuristi è arrivato solo un assordante silenzio.

Sarà forse perché ormai la vita degli animali è considerata più importante di quella umana.

Giovanni Romano

venerdì 28 settembre 2007

Il Comandante Grull... ehm, Grillo



Lo so, lo so, è una bestemmia accostare il nome di Grillo a quello di Gabriele D'Annunzio. Ne convengo: è un peccato capitale contro l'arte e anche contro il semplice decoro. Tra i due non c'è partita. Eppure ci sono tratti soggettivi e oggettivi che li accomunano, e la rassomiglianza, a pensarci bene, è inquietante.

Il primo è la teatralità, la voglia di apparire a tutti i costi. Entrambi sono stati capaci di compiere dei veri e propri tours de force mediatici. Direi anzi che il più bravo è stato Grillo, perché sfruttando le potenzialità della Rete è riuscito a riemergere dall'oblio mediatico cui lo aveva condannato la RAI (anche perché aveva lasciato un segno troppo forte, con la sua famosa, sferzante battuta contro Craxi).

Il seondo è l'innegabile carisma. Nonostante le divise e le decorazioni con cui si paludava, Gabriele D'Annunzio non era un uomo fisicamente imponente, né aveva una voce metallica (molti anni fa ebbi la fortuna di parlare con uno degli ultimi che lo conobbero di persona, un vecchietto ormai ultranovantenne). Eppure riuscì a trascinarsi dietro centinaia di "legionari", occupare una città intera, tenere gli occhi di tutta l'Europa puntati su di sé. E Grillo? Vi sembra un uomo fisicamente prestante? La sua voce vi arriva al cuore per l'armonia dei suoi toni? Eppure anche lui sta riempiendo ancora più piazze di D'Annunzio, grazie alla telematica.

Il terzo elemento che hanno in comune sono le circostanze critiche che li hanno fatti emergere. Sia l'uno che l'altro sono diventati temporanei leaders in momenti di particolare tensione , in cui la classe politica si trova a essere totalmente delegittimata e il Paese è in condizioni di particolare debolezza. Entrambi si presentano con ricette facili e pronte all'uso.

Il populismo e il disprezzo per la democrazia parlamentare è la quarta, più sinistra caratteristica che li accomuna. Da questo punto di vista Grillo si è spinto ben più oltre di Bossi. Devo dire che, pur non essendo certo di sinistra, preferisco il peggior parlamento alla migliore dittatura. E non conosco tirannia peggiore di quella delle buone intenzioni.

Nessuno dei due ha la stoffa di essere davvero un leader. Ma come D'Annunzio spianò la strada a Mussolini, così temo che possa fare quel Grull... ehm, Grillo, nei confronti dell'opportunista di turno.



Giovanni Romano

mercoledì 26 settembre 2007

Un'imprevista, meravigliosa lezione di vita


Lunedì 24 settembre sono andato a Bari per rinnovare la mia patente d'invalido. Nel gruppo c’era una giovane donna sui trenta-trentacinque anni. Carina, ben curata, spigliata e vivace nei movimenti. Mentre aspettavamo, canticchiava tra sé e sé accompagnandosi col piede. Mi chiedevo che handicap avesse, perché sembrava perfettamente “normale”. Dal momento che l’attesa si prolungava, abbiamo fatto un po’ di conversazione, e le ho chiesto del suo handicap. “Sono focomelica”, mi ha risposto con semplicità, senza imbarazzo.

Solo allora, con un sussulto, ho notato la protesi rigida che aveva al posto del braccio sinistro. Col suo buonumore era riuscita a farlo completamente dimenticare. Da invalido, posso dire che buonumore e allegria non “vengono facili” a chi porta in permanenza una limitazione o una mutilazione nel suo corpo. Ci vogliono volontà, grinta, fiducia, e probabilmente tante lacrime piante di nascosto. Ma so anche che non basta voler essere fiduciosi e grintosi. Per essere così sereni, così positivi, bisogna essere stati accettati e amati da una famiglia che non ha avuto paura del “figlio imperfetto”.

Mi sono chiesto cosa sarebbe di questa donna se dovesse nascere ora. Quasi certamente verrebbe scartata, con l’aiuto di medici e di magistrati “pietosi” ai quali auguro vergogna eterna per le vite che aiutano a distruggere, e di cui non sanno nulla.

Giovanni Romano

sabato 22 settembre 2007

Modesta proposta contro il sovraffollamento carcerario



Ispirato dalle polemiche che imperversano in questi giorni sull'indulto e sul sovraffollamento delle carceri, mi è venuta un'idea.

Dal momento che il numero dei delinquenti aumenta in continuazione, e la costruzione di nuove carceri non potrà mai tenere il passo con la loro crescita esponenziale, suggerirei di mettere in libertà tutti i detenuti e di trasferire in carcere gli incensurati e le loro famiglie.

In questo modo cesserebbero sia le polemiche sull'indulto che quelle sul sovraffollamento. Ogni carcere, poi, si trasformerebbe automaticamente, e a costo zero, in una fortezza mirabilmente adatta a proteggere la vita e i beni dei pochi onesti ancora in circolazione.

Giovanni Romano

venerdì 21 settembre 2007

Rutelli e il DNA: sorvegliare e (non) punire


Da qualche giorno si parla della nuova legge sul prelievo obbligatorio del DNA ai pregiudicati, con la prospettiva futura di estenderlo a tutti. Come molti altri, anche Marina Corradi, su "Avvenire" del 13 settembre scorso, aveva espresso forti preoccupazioni per un controllo sempre più invadente, capillare e carico di potenziali minacce, per il potere che mette nelle mani dello stato e dei pochi privilegiati che potranno accedere a quel che di più intimo ci appartiene.

Dall'altra parte ci sono le parole rassicuranti di Rutelli, che la Corradi definisce ironicamente "voce assolutamente moderata e democratica", il quale assicura che con questo screening sarà molto più facile identificare e arrestare i criminali, citando a esempio il caso dell'Inghilterra, in cui, a quanto pare, "l'arresto dei colpevoli è quasi raddoppiato".

Tuttavia, a me sembra che l'esempio di Rutelli non stia in piedi per due ragioni. Nemmeno in Inghilterra una sorveglianza sempre più ossessiva riesce a venire a capo della vera propria necrosi sociale che si manifesta nello sfascio delle famiglie, nella solitudine alcoolica e nella violenza gratuita delle bande giovanili (per non parlare delle minacce terroristiche).

In secondo luogo, non serve a niente moltiplicare all'infinito gli screening, le telecamere, lo spionaggio, se poi il massimo della pena che si applica ai colpevoli, pur esattamente individuati, è solo qualche mese o al massimo qualche anno di carcere, con il solito abbondante contorno di indulti, sconti di pena, uscite anticipate, licenze premio e buona condotta.

Se le premesse restano queste, l'unico effetto pratico del provvedimento sarà analago a quello delle famose "gride" di manzoniana menoria: aumentare ingiustificatamente l'oppressione nei confronti dei cittadini "pacifici e senza difesa", senza disturbare la criminalità
più di tanto.

Secondo me il gioco non vale affatto la candela.

Giovanni Romano

mercoledì 19 settembre 2007

Latino si, latino no, latino forse...

Il motu proprio di Papa Benedetto XVI sulla liberalizzazione della Messa tridentina ha suscitato reazioni anche troppo vivaci all’interno del mondo cattolico. I “progressisti” hanno gridato allo scandalo, al leso Concilio, a un indebito cedimento ai lefevriani, al ritorno all’oscurantismo e alle chiusure controriformiste, spesso con accenti stizziti e scomposti. Dalla parte dei “tradizionalisti”, ovviamente si è esultato, anche qui altrettanto spesso e altrettanto scompostamente, con accenti di vera e propria rivalsa, quasi fosse una resa dei conti attesa da tanto tempo.

I media laici, da parte loro, hanno seguito con un certo interesse la vicenda, e alcuni hanno intorbidato le acque a bella posta, facendo credere che il motu proprio reintroducesse, nella Messa tridentina, anche la formula sui “perfidi giudei”, eliminata invece da Giovanni XXIII. In quest’opera di disonesta diffamazione anticattolica si è particolarmente distinta, come al solito, la stampa britannica.

Ma quali effetti, in concreto, produrrà il motu proprio? Posso dire che tutto sommato saranno contenuti. Nonostante il battage che circola su Internet, in molte chiese e diocesi penso che cambierà ben poco. E non per qualche tenebrosa cospirazione dei “cattoprogressisti”. Semplicemente perché alla grande maggioranza dei fedeli il rito postconciliare va bene così com’è. Nella mia parrocchia non è successo proprio niente, e probabilmente non accadrà niente anche in futuro. Questo non perché sia una parrocchia di “progressisti”, e nemmeno perché il parroco sia pregiudizialmente ostile alla Messa in latino. Semplicemente non ci sono richieste.

Vediamo di spiegare perché. Pur facendo parte di un movimento cattolico definito “tradizionalista” e “integralista”, non ho mai sentito come prioritaria la questione della messa in latino. Né tale questione si è posta all'interno del Movimento. Non è e non sarà il latino a riempire ipso facto le chiese finora deserte, quali che siano le illusioni dei tradizionalisti e i timori ventilati dai “progressisti” di una “messa identitaria” (come se avere un’identità cristiana fosse peccato!). Piccoli gruppi di fedeli potranno riempire una chiesa o due, ma delle altre che sarà?

Si dice che il latino, oltre a essere lingua “sacra” (su questo argomento ritornerò alla fine) è anche un potente veicolo di unione tra fedeli, che in qualunque parte del mondo sentono celebrare la stessa Messa nella stessa lingua. Può darsi, ma a me è capitato più di una volta di partecipare a messe in lingua straniera, e non mi sono mai, dico mai sentito spaesato o estraneo.

La prima volta fu a Oxford nel 1980. Ricordo ancora bene come i fedeli, vedendo una faccia nuova (in Inghilterra i cattolici sono minoranza, quindi più o meno si conoscono tutti) si mostrarono sinceramente premurosi e accoglienti. Il mio vicino di banco mi passò anche il messale perché potessi seguire la celebrazione.

A Lourdes, in pellegrinaggio, la Messa era in francese, ma nessuno del mio gruppo si sentì a disagio, come pure qualche giorno prima, a Madrid, avevamo assistito a una messa in spagnolo. Anche qui, ben poco imbarazzo, anzi molta contentezza.

A Roma poi mi trovai a partecipare a una messa in francese con un folto gruppo di pellegrini haitiani. Bellissima! Canti e danze, ma non le insulsaggini giustamente criticate da Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro nel loro recente libro Io speriamo che resto cattolico. Era proprio una danza di gioia, di contentezza. E non contentezza di sé: contentezza che c’era Dio. Infine, in via Monserrato mi capitò di essere l’unico partecipante alla messa di un sacerdote spagnolo, che celebrava nella sua lingua. La seguii rispondendo in italiano, con tutta la partecipazione che potevo. Poco ci mancò che la servissi.

Quindi, secondo me il problema non è tanto la lingua, ma la serietà e il coinvolgimento con cui si celebra il rito.

Questa, però, è solo la prima parte del problema, c’è in gioco ben altro. E da questo punto di vista i sostenitori del latino potrebbero anche aver più di una ragione.

Sgombriamo preventivamente il campo da un equivoco. Gli avversari della Messa in latino sostengono l’argomento banale che in realtà questa Messa ce l’abbiamo già: il latino è la lingua ufficiale della Chiesa, così basterebbe celebrare in latino anche la Messa postconciliare. Ma loro per primi sanno che di ben altro si tratta.

Tanto per cominciare, quel che si “rimprovera” alla Messa postconciliare è aver dato eccessiva enfasi alla dimensione orizzontale della “comunità” (quasi fosse una congregazione bastante a se stessa), più che a quella trascendente del rapporto con Dio. Per avere termini di riferimento più precisi, da questo punto in poi vorrei prendere in esame l’instant book scritto da un noto liturgista, Don Manlio Sodi: Il messale di Pio V: perché la messa in latino nel III millennio?

A dire il vero, mi aspettavo un libro che aiutasse a spiegasse la scelta del Papa. Invece il tono è decisamente sfavorevole, se non ostile. Non siamo all’acredine di altri testi cui ho dato solo una scorsa, ma l’insofferenza si legge tra le righe. C’è poco da meravigliarsi, Don Sodi ha avuto una parte non di secondo piano nell’elaborazione dei messali e del rito che ha soppiantato la Messa di San Pio V. Tra le righe si può dunque leggere il disappunto dell’”addetto ai lavori” che si vede mettere in discussione il frutto di fatiche che pensava fosse ormai definitivamente messo agli atti.

E' interessante notare il suo argomento d’attacco: la vera “tradizione” non è quella tridentina, ma quella del Vaticano II, che ha ripreso molti antichi testi che il Concilio di Trento aveva "censurato". Inoltre il Vaticano II ha messo a disposizione dei fedeli una lettura molto più completa dei testi biblici. Non so cosa pensare della nota teoria delle "due mense" da lui citata, la Parola e l'Eucarestia. Non mi pare però che don Sodi dia eccessiva importanza o risalto a quest'ultima. Ma Cristo non è venuto a portare solo una Parola, ci ha dato Se stesso e il Suo Corpo (come già faceva notare Sant'Agostino contro i donatisti). Inoltre, in tutto il libro si parla molto della Messa come Eucaristia (il che è corretto) ma quasi per nulla della Messa come sacrificio, come se prevalesse una concezione "ottimistica" e assembleare della Messa, che mette in ombra la Croce.

Avrei anche una domanda maliziosa –e ingiusta, alla luce delle considerazioni che ho fatto poco fa- che girerei a Don Sodi: come mai dopo il Vaticano II la liturgia e i libri si sono riempiti, ma le Chiese si sono vuotate? A che vale compilare i libri più perfetti del mondo, se poi sono venuti a mancare i fedeli? Con questo non voglio dire che l'antico rito latino fosse un toccasana. Ma forse comunicava un senso del sacro che l'attuale rito esclude.

C'è un'altra questione a cui don Sodi non fa minimamente cenno, che invece è stata approfondita -e da tempo- da Lorenzo Bianchi (non confonderlo col più gettonato Enzo Bianchi) nel suo libro Liturgia: memoria o istruzioni per l'uso?. Il progressivo allontanamento di tante formule liturgiche dallo spirito cristiano. Dalla domanda a Dio alla presunzione del proprio fare. Questa è una critica che tocca direttamente le traduzioni della stessa Messa postconciliare. Il linguaggio esplicito e vigoroso del latino è stato tradotto in formule sempre più generiche, sfumate, vaghe, buone per tutti gli usi, che hanno relegato sempre più in secondo piano la Grazia, il peccato, la richiesta di perdono, per sostituirle con un volontarismo soddisfatto di sé.

Più fondata mi sembra la critica di Don Sodi secondo cui con i due lezionari si perde l'unitarietà del cammino spirituale della Chiesa. Secondo me, però, qui si equivoca gravemente. Il Papa si è limitato a permettere il rito tridentino -mai abrogato, del resto- ma non l'ha imposto e non vuole imporlo a nessuno.

Un appunto più fondato che si potrebbe fare alla reintroduzione del rito tridentino è il costo del Messale. Quello dei fedeli costa 35 € (!) e quello per la celebrazione ben 200. Niente male per una messa "di popolo" quale si vorrebbe che fosse! Anche per queste ragioni il libro di Sodi mi sembra in alcuni punti una tempesta in un bicchier d'acqua. Con queste premesse, un movimento di massa per il ritorno al latino proprio non lo vedo.

La materia del contendere, come afferma giustamente don Sodi, è il Concilio stesso. Si può intendere il Concilio come rottura totale con quello che è venuto prima, come se tanta storia della Chiesa, tante preghiere, tante sofferenze, tanti eroismi fossero soltanto spazzatura? Il Concilio è stata rottura, come fa comodo pensare a qualcuno, o va visto in continuità con quel che è accaduto prima? La battaglia di Ratzinger non è per recuperare i tradizionalisti, come insinua Sodi, ma per sottrarre la Chiesa a quelli che il Card. Biffi definiva “i cronolatri”, quelli che si piegano allo “spirito dei tempi” senza giudicarli alla luce del Vangelo, senza chiedersi se la “modernità” sia buona di per sé oppure se non vada ciecamente e presuntuosamente incontro alla propria distruzione.

Piuttosto, non sono d’accordo su chi eleva il latino allo status di una lingua “sacra”, quasi fosse il contraltare dell’arabo per il Corano. Se il latino si è storicamente affermato anche nella Chiesa, è stato per ragioni contingenti molto concrete, non per particolari misticismi. E’ vero che il latino si presta a esprimere concetti “forti” con efficace brevità, ma Gesù non parlò in quella lingua. Se mai parlava l’aramaico, lingua meno “nobile” del greco e del latino, lingua di soldati e di scambi commerciali, lingua di popolo. Ma quel che Lui disse lo espresse con tale densità, con tale sovrana potenza da poter essere tradotto in qualsiasi altra lingua senza perdere di efficacia, tanto da mutare definitivamente il mondo e la storia. Furono le parole a rendere sacra la lingua, non la lingua a rendere sacre le parole.

Qui siamo al punto. Quando pronunciò le Beatitudini, Gesù non volse le spalle alla gente. Anzi li guardò in faccia, uno per uno. Come guardava i ciechi, gli zoppi, i dubbiosi, gli infelici. Pur incarnando vertiginosamente un Mistero che a volte lasciava sgomenti (pensiamo alla tempesta sedata, a Pietro spaventato dalla pesca miracolosa, alla risurrezione di Lazzaro, alle apparizioni ai discepoli) era un uomo che si poteva incontrare, anzi l’Uomo-Dio, il più grande incontro che si potesse fare nella vita! Se pure è giusto tenere presente il senso del sacro, sarebbe meglio non imbalsamarlo in una eccessiva ieraticità.

In un certo senso, la Messa postconciliare è quella più "difficile" per il sacerdote e per i fedeli. C’è effettivamente il pericolo dell’autoreferenzialità, molto più che nella messa tridentina. Sta al sacerdote guardare i suoi parrocchiani cercando d’imitare lo sguardo di Cristo, e ai parrocchiani guardare a lui con la stessa umile disponibilità con cui i discepoli guardavano a Cristo. Un divino che passa attraverso l'umano. E’ proprio questo il primo avvenimento da chiedere ogni volta che si celebra una Messa.

Giovanni Romano

Ora legale: un sacrificio non necessario?

Da avversario convinto dell'ora legale (vedi il mio primo post) ho letto con vero piacere questa lettera che riporto di seguito, e che condivido in pieno.

Giovanni Romano

"Una riflessione sul risparmio energetico: l'ora legale è nata per guadagnare un'ora di luce e risparmiare energia elettrica. Ora però paradossalmente allunga il tempo della calura e del consumo dell'energia con i condizionatori. Non sarebbe meglio eliminarla? Vorrei conoscere il parere di lettori ed esperti".

Luciana Russo, "OGGI" 15 Agosto 2007

Avanti Cristo o Associazione Calcistica?



Nella scuola è tempo di test d'ingresso. Come da routine, ne ho somministrato uno ai ragazzi di una prima professionale sulle abilità linguistiche. Una batteria di domande consisteva nell'identificare il significato di alcune sigle: "UE", "TV", "ONU", e tra le altre anche "a.C.".

Questa volta, però, i risultati mi hanno colpito, perché negli anni precedenti mai si era verificata un'ignoranza tanto diffusa sul significato della sigla "a.C.". Come si vede dal grafico, solo il 40% degli alunni ha individuato esattamente il termine. Un altro 40% non ha dato alcuna risposta, e un non trascurabile 20% ha pensato che si trattasse... di un'associazione calcistica! Ben il 60% degli alunni, quindi, ignora qualunque riferimento cristiano al metodo di datazione.

Ne ho parlato con la mia collega di Religione, e lei mi ha fatto giustamente osservare che il problema è a monte. E' alle elementari e alle medie, dove ormai gl insegnanti non fanno più alcun riferimento a Cristo. E questo -aggiungo io- in una regione come la Puglia, dove ancora non siamo arrivati agli esempi drammatici di cristofobia di alcune regioni del Nord (crocifissi tolti dalle pareti e buttati nel cestino, divieto del presepe, proibizione del segno della Croce...).

Non c'è che dire, la secolarizzazione sta funzionando a meraviglia. In parte è un processo consapevolmente fomentato, ma in parte va avanti per inerzia. Ed è quest'inerzia la nemica più pericolosa, più di un'opposizione attiva che se non altro richiama l'attenzione sulla posta in gioco.

Nessuna meraviglia che già negli USA un gruppo di "studiosi" propone di eliminare la datazione avanti e dopo Cristo, perché "discriminerebbe" le altre religioni. Se siamo noi i primi a dimenticare chi è Cristo, perché la storia dovrebbe far riferimento a Lui?

Giovanni Romano

domenica 16 settembre 2007

Come banalizzare una parabola



Non mi è piaciuta l'omelia che ho ascoltato oggi sulla parabola del Figliol Prodigo. Troppi sacerdoti, e da molto tempo ormai, vedono nel pentimento del figlio un puro calcolo. Il figlio, in altre parole, non torna a casa perché pentito del male fatto, ma semplicemente perché ha la pancia vuota. Questo, però, secondo me impoverisce gravemente la parabola e l'insegnamento di Gesù.

Non è stato per solo interesse che il figliol prodigo è tornato. Il Vangelo dice esplicitamente che "rientrò in se stesso" (Lc 15,17). Rientrare in se stessi è più profondo che fare semplicemente i conti con la propria fame. Tornare dal Padre e riconoscere che si è peccato contro il Cielo e contro di lui non rientra in una semplice, meschina strategia di sopravvivenza materiale. Del resto, il figlio cosa poteva fare? Rivendicare sic et simpliciter il suo posto, come se niente fosse successo? Avendo chiesto la sua parte di eredità, era come se avesse considerato già morto il padre, si era radicalmente separato da lui. Ritornare figlio non era in suo potere. Alla sicurezza arrogante della partenza fa riscontro l'avvilimento del ritorno a mani vuote, ma anche l'umiltà del riconoscimento di aver sbagliato.

Che poi la parabola ruoti anche (ma non esclusivamente, come va di moda dire ora) sulla misericordia del padre, questo è fuori dubbio. Il sacerdote ha giustamente sottolineato che la risposta del Padre è sovrabbondante, uno "spreco" di amore per un figlio che non si aspettava altro che di essere punito col trattamento degradante dei servi. Noi siamo calcolatori -è stato questo il ragionamento- e lo siamo anche quando pensiamo di pentirci. Ma è il Padre a soprenderci con la Sua misericordia, ed è allora che incomincia il nostro vero pentimento, è allora che ci si spezza veramente il cuore.

Una spiegazione psicologicamente interessante, lo ammetto. Il guaio è, appunto, che rischia di essere soltanto psicologica. E' verissimo che la misericordia di Dio ci scruta e ci conosce come noi mai potremo fare, ma è altrettanto vero che essa non può operare se il pentimento non parte da noi. Il Padre attendeva il figlio e gli corse incontro, ma non lo seguì sulla strada che questi aveva deciso di prendere. Fu il figlio a riconoscere di essere venuto meno a un ordine oggettivo, non semplicemente di aver finito i soldi.

E poi, insistendo tanto sul "calcolo" del figlio, si perde un importante spunto di riflessione. I piaceri di questo mondo comportano solo spese, fatiche e preoccupazioni, e la loro ricompensa è il niente. Un tema di predicazione che prima s'incontrava molto spesso e che oggi invece è stato totalmente dimenticato. Allo stesso modo, insistere tanto sulla dimensione più utilitarista della parabola ha fatto passare in secondo piano l'importanza del pentimento e del riconoscimento vero delle proprie colpe.

Giovanni Romano

domenica 2 settembre 2007

Il mio augurio ai giovani di Loreto


Carissimi,

in questi due giorni siete veramente tanti, almeno 500.000. Per una volta, un avvenimento cristiano ha “bucato” il video della TV di stato, sempre più impermeabile ai cristiani in generale e ai cattolici in particolare. Avrete certamente ascoltato le potenti esortazioni del Papa, in una comprensibile atmosfera di esaltazione e di entusiasmo.

Sarebbe sciocco e banale se cercassi di “mettervi in guardia contro un entusiasmo passeggero”. No, momenti come questi sono più che necessari! Il grande C.S. Lewis diceva che gli faceva paura la mancanza di “fertile e generosa emozione” nell’istruzione dei giovani inglesi. Eravamo ancora negli anni ’50 (Cfr. L’abolizione dell’uomo). Quindi, vivete pure quest’entusiasmo fino in fondo, perché momenti come questi formano il carattere molto più di quel che si crede. Ad esempio, i giovani –e non soltanto loro- che parteciparono alla veglia nell’agonia di Papa Giovanni Paolo II non dimenticheranno mai quest’esperienza, qualunque cosa gli potrà succedere.

Vi auguro però il coraggio più difficile, il coraggio della tenacia e della fermezza quando tra qualche anno sarete soli, coi vostri limiti, con il tempo che passa, con l'ambiente intorno a voi. Vi auguro il coraggio di stare da cristiani, non da bonaccioni accomodanti, sul posto di lavoro, in mezzo all’incredulità sprezzante di tanti colleghi (e quanto più il vostro lavoro sarà importante e prestigioso, tanto più ve ne accorgerete).

Quando sarete tornati ognuno a casa vostra, vi auguro il coraggio di sbugiardare il bombardamento mediatico a base di Codice da Vinci e di “casi pietosi” che portano all’eutanasia. Sbugiardate le accuse di evasione fiscale e di pedofilia alla Chiesa. Vi auguro di non tacere davanti alla distruzione della famiglia, alle forme deviate di sessualità che si vuole spacciare per “normali”. Quanti di voi, se avessero un negozio, avranno il coraggio di abbassare le saracinesche o chiudere le imposte quando passa il gay pride? Quanti di voi, quando insegneranno nella scuola, troverebbero il coraggio di prendere apertamente posizione contro la “Settimana del Preservativo”? Quanti di voi spegneranno la TV davanti alla famiglia quando vedranno la propaganda che il TG1 ha fatto alle convivenze, come più generose e meno sessiste rispetto al matrimonio? Quanti di voi si rifiuteranno di lasciarsi irretire dalle utopie "libertarie" dei politici, anche quelli che si definiscono "cattolici adulti"?

Questo non potrà avvenire se Cristo sarà stato soltanto un happening, un bel momento da vivere tutti insieme. La può esaltare, ma la forza cristiana viene da un rapporto personale, da una fede sempre approfondita, da un’appartenenza sempre più concreta.

Non vorrei avervi dato l’impressione di aver suggerito solo dei gesti polemici, “contro” qualcosa. Ricordiamoci che noi cristiani siamo per il mondo. Ma non per accodarci ai suoi criteri, bensì perché la realtà diventi abitabile, umana, ricca di speranza anche nel dolore, non quel deserto di desolazione, di abbandono e di capriccio individualistico che ora è diventata, grazie al laicismo e alla secolarizzazione.

Però, ragazzi, siete stati grandi! Per una volta, avete reso presente l’esistenza di un popolo cristiano normalmente ignorato o disprezzato da intellettuali e giornalisti à la page. Vi auguro di diventare fermento cristiano nel quotidiano, di cambiare la mentalità dal basso, come una vegetazione che s’infiltra nelle crepe del cemento e alla fine lo spacca, fa nascere nuova vita dove prima sembrava che ci fosse soltanto sterilità e polvere.

Giovanni Romano

giovedì 23 agosto 2007

Vecchia zimarra...

Più volte ho pensato alla splendida aria "Vecchia zimarra" della Bohéme. A rigor di logica, essa non è indispendabile allo svolgimento della vicenda, sembra stata fatta solo per regalare una parte al basso Colline, il filosofo. Eppure è una gemma, non solo per la qualità musicale, ma anche dal punto di vista dell'economia della vicenda.

Innanzitutto, rivela il buon cuore del burbero "pensatore", disposto a impegnarsi la zimarra pur di comprare le medicine per Mimì, nel vano tentativo di salvarla. Ma soprattutto è l'aria che esprime meglio di ogni altra il cuore del dramma. Pur nel tono semiserio ("Vecchia zimarra, senti: / Io resto al pian, tu ascendere / Il sacro monte or devi" [Il Monte di Pietà, N.d.R.]) è un malinconico addio alla giovinezza e alle sue illusioni. Di fronte a una realtà tanto triste non possono bastare i filosofi e i poeti i cui libri riposavano nelle tasche di Colline come "in antri tranquilli". La vita -o meglio, la morte- bussa alla porta, bisogna agire.

E Colline accetta di agire, si spoglia del suo paludamento, abbraccia la strada del sacrificio (perché è di lui che si tratta, non della zimarra) e da giovane bohémien diventa, da allora e per sempre, un uomo adulto. Forse anche un vero filosofo, ma la cosa non è poi così importante.

Giovanni Romano

La deriva del Venezuela


La deriva dittatoriale del Venezuela è sotto gli occhi di tutti. Chavez è riuscito a rompere persino con uno stato orientato a sinistra come il Brasile. E' facile però fare di lui un tiranno da operetta, il che non è (quello di sottovalutare i dittatori è un errore storico che è stato sempre pagato a caro prezzo). Ma se Chavez si è affermato, è stato grazie al voto della parte più povera e diseredata della popolazione, proprio quella popolazione che la borghesia venezuelana, alta o media che fosse, ha trattato con indifferenza, quando non con ostilità e disprezzo. E adesso proprio questa borghesia (italiani inclusi, probabilmente) paga il conto del proprio egoismo.

Il regime di Chavez, dunque, è pericoloso non solo e non tanto per gli USA, quanto per i suoi vicini e naturalmente per la popolazione. Ma esiste oggi in Venezuela un'alternativa credibile? Al di là dei danni che può aver fatto la repressione, esiste un politico dell'opposione che si sia reso conto degli errori commessi, e sia capace di rimediare, riguadagnando la fiducia dei ceti più bassi?


Giovanni Romano

I tarli del Family Day


Dopo il Family Day molti commentatori di parte cattolica hanno inneggiato -secondo me prematuramente- al "ritorno della famiglia", alla "nuova centralità del soggetto famiglia nella scena politica", e altre banalità del genere. A parte il fatto che dalla conferenza di Firenze non è venuto alcun risultato concreto, quel che mi preoccupa è che anche all'interno della Chiesa qualcuno sta muovendo una lotta sorda alla famiglia.

Ne ho avuto la prova poco tempo fa, a metà luglio, quando ho ricevuto l'invito a un convegno organizzato dagli immancabili "cristiani in dialogo" della mia diocesi, e la relativa brochure. Per una coincidenza d'impegni improvvisa e sommamente inopportuna non ho potuto assistervi, ma il materiale che avevo ricevuto era più che sufficiente per farmi pensare tutto il male possibile dell'iniziativa. Chiedo scusa ai miei inesistenti lettori se non posso riportarlo qui (ne ho fatto comunque le copie in formato .jpg), ma ho voluto commentarlo molto a fondo con il responsabile dei servizi di comunicazione sociale della mia diocesi, citando tutti i punti significativi di questi documenti nella mia replica.

Buona lettura, se verrete. E quelli che parlano di "ritorno della famiglia", purtroppo, non esultino troppo presto...

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Caro Amico,

sono certo che, a poche ore dal convegno diocesano, non avrai nemmeno il tempo di leggere quello che segue. Tuttavia devo scrivere lo stesso, per l’urgenza e la gravità dell’argomento. Cercherò di stringere.

Da quel che ho letto nell’invito e nella brochure dei “cristiani per il dialogo” ho l’impressione che alcuni settori della Chiesa, non potendo contestare frontalmente il Family Day, stanno cercando di”lavorarlo ai fianchi”, minandolo e sminuendolo dall’interno. E’ strano –e anche grave- che quanto più aspri, insidiosi e persino violenti si fanno gli attacchi alla Chiesa, ai pastori e ai semplici fedeli, quanto più si fa esplicita l’apostasia contro il cristianesimo, tanto più tra i cattolici spunta, immancabilmente, chi ammonisce a “non-alzare-steccati”, a “non-chiudersi-nelle –proprie-certezze”, a “evitare-scontri-e-divisioni”, e “dialogare” anche con chi ha fatto del disprezzo e della menzogna i suoi strumenti abituali di comunicazione.

Vorrei ricordare che Nostro Signore, nel Vangelo di Giovanni, ha paragonato Se stesso alla porta di un ovile (Cfr. cap.10), ammonendo i suoi contro i ladri, i briganti, i mercenari e i cattivi pastori. In un certo senso, ha messo… una buona parola per gli steccati! Fuor di metafora, il paragone usato da Gesù ci deve far capire che non tutte le scelte sono ugualmente rispettabili, che non tutti gli ambiti di vita sono ugualmente buoni. Dove c’è la Sua presenza –e quella del popolo cristiano- l’umano può vivere e fiorire, mentre nello spazio di un relativismo pieno di discorsi e vuoto di valori, dove la presenza cristiana è messa al bando o adulterata, l’umano si corrompe e va perso.

Vediamo invece come procedono i “cristiani per il dialogo”. Ho l’impressione che il loro linguaggio risenta di ambiguità molto pesanti, a cominciare dalla gaffe certo involontaria del titolo: “Crisi della famiglia: quale contributo dal Magistero della Chiesa?”. Detto così, sembra che sia il Magistero a dare un sostanzioso contributo alla crisi… Ma queste sono amenità, il brutto viene subito dopo, quando si mette ingiustamente sullo stesso piano chi non ha lesinato ai cattolici le ingiurie più volgari e le minacce più pesanti, e chi ha difeso in modo fermo e pacato una realtà umana e naturale come la famiglia. Quasi come se l’atteggiamento del Papa e della CEI fosse un accanimento retrogrado, cocciuto e immotivato, un arbitrario esercizio di potere spirituale (come insinua il Card. Martini nella brochure, discorso del 16 marzo 2007). Non si potrebbe falsificare il Magistero più di così. Naturalmente i “cristiani in dialogo” non hanno sentito nemmeno parlare di punti “non negoziabili” quali la vita, la famiglia e la libertà di educazione. Già, quando si è sempre “in dialogo” tutto diventa provvisorio e disponibile.

Si parla dei “problemi complessi della famiglia reale”. Chiedo scusa: da quanto in qua la Chiesa ha avuto in mente una famiglia immaginaria? Problemi complessi certo, ma dobbiamo stare attenti a non renderli confusi. Il modo di stare davanti alla distruzione della famiglia non è rincorrere la confusione, ma avere uno sguardo lucido e coraggioso che taglia corto con certe complicazioni introdotte ad arte (e la prima, più grossa complicazione fu il divorzio), riscoprendo perché vale la pena mettersi insieme tra uomo e donna, promettersi fedeltà, condividere un progetto stabile di vita e non soltanto una passeggera comodità. Dire che la famiglia “è una realtà accomunante, popolare, laica, non ideologica, che riguarda la vita di milioni di uomini” è scoprire l’acqua calda.

Altrettanto banale è affermare che “non può essere ridotta né a una realtà confessionale, né alle posizioni demagogiche e semplificatorie assunte da certe forze politiche”. Chi scrive queste cose, evidentemente, non solo non ha partecipato al Family Day, ma nemmeno si sarà degnato di vederlo in televisione! Probabilmente erano affaccendati a sintonizzarsi su Piazza Navona. Ma che altro dicevano le famiglie, con il loro solo esserci in Piazza San Giovanni, se non affermare questa realtà “accomunante, popolare, laica”? Perché mai alla manifestazione (mai nominata) hanno partecipato anche degli agnostici (sprezzantemente definiti “teocon” o “atei devoti” dai campioni del pensiero “tollerante”), degli evangelici, persino famiglie musulmane (per esperienza diretta posso dirti quanto grave scandalo dà il nostro modo di vivere scristianizzato anche alle famiglie degli islamici più moderati)? Più accomunante di così…

La critica alle posizioni demagogiche e semplificatorie di certe forze politiche si può condividere, a patto di tenere presente che almeno loro si sono fatte carico del problema, hanno colto un disagio e un’emarginazione che altre forze politiche o hanno ignorato o peggio ancora hanno favorito. Sta a noi cattolici non farci strumentalizzare. Quando poi si parla di crisi, mi sembra che il documento consideri la famiglia quasi come parte del problema, un soggetto passivo del quale gravare lo stato assistenziale, non come una risorsa che svolge un compito prezioso e insostituibile (e fa anche risparmiare denaro pubblico, tra l’altro).

Ma adesso viene il magistrale colpo di coda, lo stravolgimento del linguaggio e del pensiero tipico di certo pensiero “cattoprogressista”: “crisi che va considerata non come un male, ma come un’epocale possibilità di crescita e di cambiamento nella prospettiva della crescita dei diritti e della dignità delle persone”. Mi sembra questo il cuore del massaggio, il crocevia dove si danno appuntamento tutti i luoghi comuni del cattocomunismo. Tale pensiero, prima di tutto, proiettandosi in un futuro utopico, considera sbagliato e negativo tutto ciò che proviene dal passato, nell’illusione inconfessata di riuscire a padroneggiare il cambiamento (e invece finisce per accodarsi al cieco divenire della storia, come vedremo).

Ma nella storia è avvenuto più di una volta che una crisi non governata abbia portato distruzione, non rinnovamento. Un’eredità spirituale può venire stoltamente dissipata, un modo di vivere umano e civile può andare perso. Le invasioni barbariche furono forse un’epocale possibilità di crescita per la cristianità medievale… circa cinquecento anni dopo. Ma è probabile che le generazioni che quella crisi dovettero attraversare non ne fossero particolarmente contente, alle prese con guerre, saccheggi, epidemie, razzie e crollo di ogni legge.

Che significa poi “crescita dei diritti e della dignità delle persone”, se non, in questo contesto, riaprire surrettiziamente il discorso sui DI.CO.? Anche la premiata ditta Bindi & Pollastrini parlava esattamente lo stesso linguaggio quando ha presentato la sua proposta di legge. Ma è giusto dare diritti a chi, per definizione, non vuole assumersi nessun dovere? E’ più dignitoso chi s’impegna seriamente col matrimonio davanti agli uomini (non scomodiamo la cerimonia religiosa), oppure normare la precarietà, il disimpegno, l’incapacità di costruire il futuro? Non facciamoci un alibi della “complessità” dei problemi, per favore, perché centinaia di generazioni hanno dovuto affrontare problemi altrettanto complessi, se non di più, e hanno retto!

La parola “pluralismo” anche qui mi sembra usata in un contesto ambiguo. La famiglia è pluralista certamente al proprio interno, perché è l’unità di vissuti profondamente diversi quali quello maschile, femminile e dei figli. Ma il termine “pluralismo” può essere usato in due modi scorretti. Il primo, quando pensiamo alla famiglia come a una specie di assemblea sessantottarda, dove ognuno rivendica i propri “diritti” anche a spese degli altri. Il secondo, peggiore, quando si vuole indicare la “pluralità” delle pseudo-famiglie (“matrimoni” gay inclusi?). E se qui il termine è stato usato in questo modo, stona più che mai il richiamo ai documenti del Concilio Vaticano II, di cui qualcuno, evidentemente, pensa di essere l’unico interprete autorizzato.

La scelta veramente coraggiosa del nostro tempo non sta tanto e solo negli stili di vita compatibili ed equo solidali (detto brutalmente: non è perché riciclo la carta che andrò in paradiso, eppure io lo faccio sempre! Sul ritorno del fariseismo dovrei scrivere una lettera a parte), ma nel fatto stesso di fare famiglia, con tutti gli ostacoli culturali, i pregiudizi, la pubblicità negativa da parte dei mass-media, l’iniqua pressione fiscale che penalizza chi si sposa e vuole avere figli (spesso i conviventi hanno la precedenza nell’assegnazione delle case rispetto alle famiglie, appunto perché “deboli”). Che significa poi “apertura alla diversità”, se non, per l’ennesima volta, voler introdurre di soppiatto quel che non si ha il coraggio di affermare chiaro e tondo?

Sulla disponibilità all’affido familiare e all’adozione i cattolici, anche quelli più “reazionari” non hanno bisogno di lezioni da nessuno. Da CL, ad esempio, è nata l’associazione “Famiglie per l’accoglienza” che però non somigliano alla famiglia “modello ‘68”: sono famiglie dove, nella povertà del proprio limite, si cerca di voler bene e basta, e non ci vuole certo CL per fare questo.

Giusta la critica ai modelli economici iperliberistici, ma non ci si domanda se non sia altrettanto ingiusto il modello dell’”individualismo garantito” che si vuole oggi imporre, dove lo stato (cioè noi, i contribuenti) deve farsi carico di situazioni che si vogliono deliberatamente mantenere precarie, dove si massimizza l’utile individuale (non necessariamente quello economico, ma quello edonistico sì) mentre le conseguenze negative vanno a scapito della collettività.

Concludendo sulla presentazione, vorrei fare un’osservazione che forse è sfuggita agli organizzatori della manifestazione: nel momento in cui hanno criticato –non a torto- la famiglia consumistica tipo “mulino bianco” (dove però c’erano un padre e una madre) non si sono accorti che con la loro immagine di famiglia “non patriarcale, ma aperta, generosa, critica, accogliente, interculturale, multietnica e, perciò stesso, laica e democratica” hanno tracciato un ritratto sorprendentemente simile a un’immagine di famiglia non meno artificiosa e melensa: quella del “Medico in Famiglia” di Lino Banfi, dove il padre e la madre sono assenti (lei è morta, il padre si scarica la coscienza col volontariato, lontano dai figli), dove ognuno, in nome dei “buoni sentimenti”, in fondo fa quel che gli pare e piace. E risparmio al lettore l’altra “famiglia” alla quale Banfi, che ostenta la sua devozione a Padre Pio, si è tanto generosamente prestato: quella del “padre delle spose”. A proposito: una famiglia dove tutti sono tanto impegnati a essere aperti-generosi-critici-accoglienti-interculturali-multietnici, troverà o no il tempo di volersi bene?

Sulla brochure valgono grosso modo le osservazioni che ho fatto per il manifesto: le riserve sul considerare il mutamento sempre e comunque un bene, ad esempio. Ma vorrei anche qui approfondire alcuni punti, perché qui il linguaggio è più sottile e forse per questo anche più insidioso.

La famiglia è soltanto “una rassicurazione”? Dico provocatoriamente: perché scandalizzarcene? Il mondo intorno a noi non è soltanto un giardino equosolidale: c’è effettivamente il bisogno di essere rassicurati da qualcuno che ci conosce e ci accetta. Ripenso alla mia unica storia d’amore con una bellissima ragazza di Bari che poi divenne suora. Cominciavamo a fare i primi timidi progetti matrimoniali, e io pensavo: “sulla panchina possono andare tutti, al bar ti accolgono per quello che paghi, ma solo in casa ti accolgono per quello che sei”. E’ tanto scandaloso, tanto egoista rifugiarsi tra le braccia di chi ti vuol bene? O non è piuttosto da lì che si trova il coraggio di ripartire, di ricostruirsi e di andare avanti, piuttosto che in cento discorsi sulla solidarietà universale? La famiglia, sotto questo aspetto, è l’organizzazione più anti-totalitaria che esista, anti-totalitaria persino nei confronti del buonismo dominante, perché nasce, o almeno si mantiene, con una simpatia umana, con una voglia di condividere che non è dettata dallo stato o dai valori o dalla collettività, ma che proviene direttamente dall’io delle persone coinvolte. Non per nulla tutti i totalitarismi e tutte le utopie l’hanno sempre combattuta, perché crea legami originari, che lo stato o l’utopia non possono né creare né controllare. Non per niente, in “1984” di George Orwell, la rivolta del protagonista contro il Partito passa attraverso una semplice storia d’amore, e questo atto deve essere pagato con la vita.

Tornando a noi: dobbiamo inseguire a ogni costo una “complessità” spesso creata artificialmente, o piuttosto avere il coraggio di essere semplici, dire pane al pane e vino al vino? Si ha crescita e maturazione quando si va all’essenziale, non quando ci si perde in elucubrazioni artificiose.

Ho letto gli estratti dei documenti conciliari. Ma questi non contrastano, né mai hanno contrastato, col Magistero della Chiesa, anzi sono essi stessi Magistero! Chi cerca di manipolarli per far passare la sua visione ideologica si assume delle responsabilità estremamente gravi. Un solo brano potrebbe dare adito a qualche perplessità, la Gaudium et Spes n.75 ([i cristiani] devono ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali… ecc.), ma si supera subito quando si pensa che i cristiani devono sì rispettare i punti di vista altrui, ma da nessuna parte è scritto che debbano supinamente accodarcisi. Anzi, quando tali punti di vista contrastino radicalmente e deliberatamente con il modo di vivere proposto dal Vangelo e dalla Chiesa, hanno il dovere di far sentire –anche qui civilmente- il proprio dissenso. Le parole del Concilio non possono certo fare da alibi a chi si è scomodato per inviare proiettili a Mons. Bagnasco e per insultare tanto pesantemente il Papa.

Che devo pensare, infine, delle numerose e pesanti citazioni del Card. Martini, se non che lo hanno citato maliziosamente fuori contesto, oppure che la mia impressione negativa su certi maestri esce più che confermata? Ha ragione il Cardinale a contestare il “familismo”, è vero che alla luce del Vangelo la famiglia non è “tutto”, ma la famiglia si trascende in nome di una realtà più alta e più esigente (il celibato per il Regno di Dio), non in nome di una misura tanto più bassa e accomodante quale i DI.CO.!

Sono poi profondamente contrario a usare il termine “famiglia tradizionale”. C’è la famiglia. Punto, chiuso. Il resto è triste scimmiottatura. Dobbiamo stare attenti a non cadere in queste banali trappole semantiche. E’ vero che la famiglia non deve appoggiarsi unicamente sulla tradizione, ma anche qui mi viene in aiuto la mia esperienza personale: quando vivevo felicemente l’affetto con la mia ragazza, ero tanto più contento perché sapevo di continuare una storia antica e bella quanto il mondo. Ci amavamo come avevano amato milioni di uomini e di donne prima di noi, e non ci sentivamo certamente vecchi e sorpassati per questo! Anzi, proprio questo sentimento di essere ancorati nel mondo, di non fare qualcosa di arbitrario ma di voluto da mille generazioni, ci rendeva la realtà fresca, nuova, non estranea e nemmeno arbitraria. Che un giovane sano e normale volesse bene a una ragazza sana e normale, che insieme cominciassero a pensare al futuro, questo era l’ordine delle cose, ed era profondamente bello. Tutto qui. Il resto è chiacchiera.

Infine, tutta l’ideologia di Martini viene fuori nel discorso di Gerusalemme del 16 marzo scorso, quando afferma: “Credo che la chiesa italiana debba dire cose che la gente capisce”. A parte il fatto che Papa Benedetto XVI lo ascoltano in 50.000 per volta, quindi forse qualcuno ci capisce qualcosa, secondo il Cardinale la Chiesa dovrebbe dire solo quello che alla gente piace sentirsi dire? La chiesa che ha in mente lui dovrebbe essere forse una specie di fast-food dello spirito, che per dare ragione a tutti non interessa più a nessuno. Un clone della Chiesa Anglicana, insomma, che ha detto sì all’aborto, si ai matrimoni e ai sacerdoti gay, si all’eutanasia, si agli esperimenti sugli embrioni, alla contraccezione, tutto questo per paura di non essere “al passo coi tempi”. Ma con questi “yes-men” Cristo c’entra più qualcosa?

Il Cardinale prega perché si raggiunga “quel livello di verità delle parole per cui tutti si sentano coinvolti”. Giustissimo, ma sentirsi coinvolti non basta. A un certo punto, e proprio attraverso il dialogo, si deve capire che è il momento di scegliere, che stare da una parte non è la stessa cosa che stare dall’altra. Il dialogo cristiano (un dialogo che, come giustamente ricorda lo stesso Cardinale, si fa prima di tutto con la vita) non è accademia, a un certo punto porta, nella libertà delle persone, o al cambiamento della vita o al rifiuto.

L’illusione pelagiana del Cardinale è credere che, se i cristiani “si comportano bene”, tutti automaticamente li accetteranno. Certamente per molti sarà così, ma proprio il modo di vivere coerentemente la fede non mancherà di suscitare irritazioni e avversione in chi, tra i laicisti, crede di essere norma a se stesso. Questo scontro non si potrà né evitare né attutire, e come dimostra la storia di questi ultimi due-tre anni, non sono stati i cristiani a cercarlo. Siamo un segno di contraddizione anche quando non lo vorremmo, non perché più bravi degli altri ma perché apparteniamo a qualcosa, o maglio a Qualcuno di diverso, molto diverso dalla mentalità che si cerca di far passare a tutti i costi.

Si è detto che il sonno della ragione genera mostri. Ma c’è un altro sonno, forse ancora più pericoloso, che genera mostri altrettanto spaventosi: il sonno della coscienza. Guardiamoci da coloro che la vogliono addormentare. Ho finito. Voglio anche dirti che ho inviato ad Avvenire la brochure e la presentazione del convegno. Questo mi provocherà quasi certamente dei nemici in Diocesi, anche se non sono abbastanza importante per dare fastidio a nessuno. Ma non potevo tacere. E’ tanto comodo farsi gli affari propri, ma qui ne va di ben altro che della mia tranquillità.

Cordiali saluti,
Giovanni Romano

domenica 19 agosto 2007

Grazie per sempre, Chieffo!

Una notizia molto triste oggi. E' morto Claudio Chieffo, il più grande e soprattutto il più vero dei cantautori cattolici. Anche se a lui, probabilmente, questa definizione stava stretta. Per i dettagli biografici vedere il suo sito, ma qui m'interessa il ricordo personale che ho di lui. Perciò accompagno l'articolo con questa foto che gli scattai personalmente quando venne ad Andria.

Conobbi le sue canzoni verso la fine del 1980, quando entrai nel Movimento di Comunione e Liberazione. All'epoca, praticamente, non c'era altro modo per conoscerle. Chieffo era -e in gran parte è ancora- del tutto sconosciuto al di fuori del "ghetto" dei cantautori cattolici o genericamente "religiosi", e per di più snobbato anche da molti di loro.

Questo non vuol dire che fosse impopolare, o il solito "genio incompreso". Era invece noto a decine, probabilmente centinaia di migliaia di persone. E non soltanto per i suoi grandi concerti al Meeting di Rimini, o le sue apparizioni ai raduni di CL e a gli appuntamenti con il Papa. Ma soprattutto per la sua instancabile passione di incontrare e spendersi anche per piccoli gruppi di amici, fino in capo al mondo come in Kazakistan, negli USA o in Russia. Per lui non esistevano le folle. Per lui esisteva l'uomo, esisteva sempre una persona ben determinata con la quale condividere la bellezza di aver incontrato l'Unico che cambia la vita: Cristo.

Mi ricordo, la prima volta che ascoltai una sua cassetta (ricordo anche il titolo: "La Casa") e lo sentii cantare di amicizia, di verità, di dolore ma al tempo stesso di speranza e di Cristo presente, rimasi assolutamente sbalordito. "Ma come fa a conoscermi così?", mi chiesi. "Come fa a sapere quali sono i miei desideri? Come fa a cantare in modo tanto struggente il fiume e il cavaliere, il dolore e la ricerca dell'infinito?".

Lo incontrai di persona per la prima volta al Meeting dell'81, credo. Un omone con una gran zazzera e barba bionda come un'aureola, ma senza nessuna posa ieratica, al contraio. Quanto alle parole non fu niente di speciale. Lo ringraziai per le sue canzoni, come avranno fatto centomila altri, e lui rispose ringraziando a sua volta. Ma il siuo sguardo era schietto, la stretta di mano virile. L'unica persona radiante che abbia mai conosciuto in vita mia.

Lo incontrai da vicino altre due volte. Ad Andria, per un recital di fronte ai ragazzi delle medie superiori. Il suo spettacolo, assurdamente, venne messo in coda a manifestazioni molto più banali, oltre le 22. Quando entrò, la maggior parte dei ragazzi se n'era andata. Ma lui cantò come se fosse davanti al pubblico del Metropolitan, una cosa stupenda. E poi venne a Grosseto, invitato da un suo intimo amico cui aveva anche salvato il matrimonio. Stavolta la sala era strapiena, e fu una serata straordinaria. Pareva che conoscesse tutti, sentii alcune canzoni che non conoscevo ancora. La maggior parte della gente non lo conosceva nemmeno, ma quando la serata finì ci volle mezz'ora buona prima che uscisse, sommerso dalle congratulazioni.

In nessun modo era un cantante da sagrestia. Le sue canzoni interpellavano l'uomo, qualunque uomo. Non per niente era amico di Giorgio Gaber, che lo stimava molto. Critico verso Guccini e il suo laicismo sempre più disperato. E scontro a viso aperto coi tanti colleghi cantautori di successo, tutti "politicamente corretti" e tutti allineati e coperti dietro lo spinello libero. Ma mai il muso, mai rancore per nessuno. Solo l'abbraccio di una enorme positività.

Forse Claudio Chieffo aveva la grazia più grande di tutte: la libertà di sentirsi amato e la gratitudine di seguire la sua vocazione.

Grazie per sempre,

Giovanni Romano

Questo il comunicato di Don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione:

Cari amici, preghiamo per Claudio Chieffo, che ora vede faccia a faccia il volto buono del Mistero che fa tutte le cose e che egli ha desiderato e cantato per tutta la vita. La poesia delle sue canzoni ha espresso la passione per la presenza di Cristo come di Colui che svela a ciascuno il significato del dramma della vita, facendosi compagno nel cammino al Destino. Il nostro popolo, educato dal suo canto, continua a camminare nella certezza che "è bella la strada che porta a casa", dove ora Don Giussani e don Ricci accolgono Claudio.

giovedì 9 agosto 2007

Evoluti per caso. Grazie al cielo


Più puntuale dei tormentoni natalizi, la premiata ditta Fabrizio Roversi & Syusy Blady torna alla carica con le sue trasmissioni fatte "per caso". Li abbiamo visti turisti per caso, velisti per caso, e ora anche "Evoluti per caso". Ma stavolta la trasmissione ha un taglio ideologico molto preciso, di casuale non c’è niente. Lui alle Galapagos sulle orme di Darwin, lei a Rio de Janeiro alla ricerca di un paradiso di sensualità (è comprensibile, data la sua non proprio prorompente bellezza). La tesi è che l'evoluzione si spiega da sola, tutto nasce a caso (ma “quel che nasce a caso, a caso deve continuare”, diceva il Card. Biffi), l'uomo non è altro che una entità transitoria, irrilevante, che si spiega interamente con i suoi istinti.

Due sono le cose che mi hanno colpito. Una è la "gita scolastica" alle Galapagos da parte di un gruppo di ragazzi, figli di scienziati, che vengono debitamente catechizzati sull'evoluzione e- si spera- vaccinati definitivamente contro la raligione e le domande ultime della filosofia (ma la teoria che spiega il moltiplicarsi degli individui belli rispetto a quelli brutti è piena di buchi logici spaventosi). L’altra è la derisione aperta del pudore da parte della Blady, che schernisce i "bacchettoni" in nome della sensualità pagana che imperversa in Brasile. Non una parola sul fatto che questo paese sia ai primi posti al mondo per il numero dei transessuali (da dove viene la parola “viado”?) e soprattutto per lo sfruttamento sessuale dei bambini

Insomma una trasmissione squallida, specialmente dal versante brasiliano. Penso che siamo in presenza di una vera e propria offensiva ideologica della sinistra attraverso la TV di Stato. Non per nulla la trasmissione è stata inframmezzata da uno spot contro la legge 40. Un caso anche questo?

Una cosa se non altro mi consola. Chi sostiene che tutto avvenga a caso, senza alcun disegno intelligente, si esclude da sé rispetto a ogni idea di intelligenza e di senso. Da questo punto di vista, mi fa davvero piacere che la premiata ditta Roversi & Blady, nonché chi la pensa come loro, ammettano volentieri di esistere solo per caso.

Giovanni Romano

Gesù Cristo? Solo un errore di battitura

La cosa era già stata notata dal settimanale "TEMPI" ma me ne sono accorto di persona oggi. Battendo in Word 2003 la parola "Gesù", il programma lo segnala come un errore di stampa. Ho voluto fare la controprova battendo la parola "Maometto". Il programma l'ha accettata senza problemi.

I programmatori si sono dimostrati cristofobi e “dhimmi” fino alla più stupida meschinità! Potrei correggere l’errore e includere “Gesù” nel vocabolario di Word. Ma rifiuto di sottostare a questa umiliazione. Meglio che resti sottolineato in rosso, proprio perché questo testimonia che Nostro Signore è scomodo, è un segno di contraddizione persino sul computer, di fronte a un pensiero stupidamente laico che crede di bastare a se stesso, e s’inchina davanti alla forza.

Giovanni Romano

mercoledì 8 agosto 2007

Ma cosa imparano gli animalisti dagli animali?


La tendenza a proiettare sugli animali i propri sentimenti, i propri atteggiamenti e i propri giudizi di valore è antica quanto l'uomo. In verità, la natura non offre "insegmamenti". Al contrario, la varietà estrema dei comportamenti riscontrabili nel mondo animale offrirebbe appigli a tutte le tesi. I monogami potrebbero addurre a esempio i pappagallini "inseparabili", gli omosessuali potrebbero replicare con il comportamento delle scimmie e delle iguane, i sostenitori della poliandria e del matriarcato potranno portare a esempio gli elefanti. I poligami, poi, avranno soltanto l'imbarazzo della scelta tra cervi, gorilla, foche, antilopi e ippopotami, per citare solo alcuni. Persino le perversioni più sinistre potrebbero trovare una giustificazione "naturale" se guardiamo a quello che fanno i ragni e le mantidi dopo l'accoppiamento. Per non parlare di specie come gli scorpioni che si rivoltano contro la prole se questa non è pronta a scappare il più presto possibile una volta terminato il periodo di allevamento.

L'unico comportamento che la natura sembra giustificare parrebbe proprio il relativismo. L'ambientalista, e in questo caso particolare l'animalista, sfugge però all'atteggiamento tradizionale di misurare gli uomini col metro degli animali (identificando i suoi vizi e le sue virtù con il loro comportamento, vedi Esopo e Fedro), e fa il contrario. Il suo giudizio è chiaramente formulato: approvazione incondizionata per tutto ciò che sono e fanno gli animali, disprezzo e avversione altrettanto incondizionati verso qualunque cosa sia riconducibile all'etichetta "uomo". La varietà dei comportamenti del mondo aninale non lo spinge a domandarsi se l'uomo sia qualcosa di qualitativamente diverso. Al contrario, se ne serve per dimostrare che l'uomo non è altro che un animale tra tanti, che la natura ha causalmente fornito di una certa percentuale di geni in più. In questa ottica, si capisce perfettamente l'osservazione del Professor Veronesi secondo cui l'uomo possiede soltanto il 2% scarso in più di geni rispetto alla scimmia platirrina a lui più simile, lo scimpanzé.

Non importa che con quel 2% scarso l'uomo abbia scritto l'Odissea e il Mahabaharata, abbia scoperto la gravitazione universale e la teoria della relatività, abbia costruito le Piramidi e la Grande Muraglia, abbia previsto le eclissi e gli uragani, sia riuscito a guardare dallo spazio gli oceani per segnalare gli tsunami... siamo uguali alle scimmie, o meglio, le scimmie sono uguali a noi: è il relativismo, bellezza!

Quel che l'uomo ha realizzato, anzi, può essere considerato un'aberrazione, il prodotto di una inquietudine inspiegabile e molesta, che gli animali sono felicemente esentati dal provare. E' questo, anzi, il mondo che hanno in mente gli animalisti. Un mondo dove si vive senza la fatica di fare domande, dove la Necessità ha finalmente trionfato sulla scomoda Libertà e sull'ancora più scomoda Responsabilità, patrimonio esclusivo degli uomini.

Si rimprovera agli animalisti l'ipocrisia di strillare per la violazione dei "diritti" animali e di essere perfettamente indifferenti, quando non attivamente consenzienti, ai più biechi esperimenti genetici a danno dell'uomo (come nell'industria dei cosmetici: non un solo animalista ha avuto da ridire sulla soppressione o gli esperimenti sugli embioni e sui feti, purché gli animali venissero risparmiati). In realtà, il loro atteggiamento ha la profonda coerenza degli ottusi. Gli animali non si possono toccare perché, povere creature, non possono evitare di fare quel che fanno né di essere quello che sono. L'uomo invece è l'essere colpevole per definizione, "il cancro del pianeta", la creatura più ripugnante che esista perché è l'unica che ha la libertà di decidere, l'unica le cui azioni cerchino un significato.

L'ideale dell'animalista, l'unica cosa che sarebbe disposto a imparare dagli animali, è la supremazia assoluta dell'istinto e la rinuncia alla ragione. Sembra una filosofia da "figli dei fiori", e in gran parte lo è, pur con una differenza marginale in quel che riguarda la visione dei conflitti. Gli animalisti più sprovveduti non si differenzano dagli hippies nella loro visione da lotofagi di una Natura idillica e senza conflitti. Quelli un po' più smaliziati ammettono l'evidenza, e anche che tali conflitti siano necessari. Quello che vogliono togliere di mezzo, a livello umano, non è il conflitto (non c'è nulla che in natura suggerisca il pacifismo) ma il dolore, il rimorso e la colpa che accompagnano i conflitti umani. Si arriva così al sinistro paradosso per cui si afferma la casualità e la spietatezza della natura quando è l'uomo a essere in gioco, ma si abolisce alla radice qualsiasi idea di "diritto naturale".

Non parliamo, infine, del fatto che gli animalisti non sembrano essere particolarmente interessati agli aspetti del mondo animale che hanno particolarmente colpito le generazioni precedenti: la cura della prole, lo spirito di sacrificio e l'ingegnosità verso i loro piccoli, il coraggio o l'astuzia contro i predatori. Sono cose che non li toccano affatto. Grazie a loro, più che avvicinarci agli animali ci stiamo allontanando sempre più dall'uomo.

Giovanni Romano