lunedì 27 febbraio 2017

La Terra e le sue sette sorelle

Il 22 febbraio scorso i notiziari di tutto il mondo hanno riportato la scoperta, davvero sensazionale, di un sistema solare con 7 pianeti simili alla Terra, tre dei quali sarebbero adatti a ospitare la vita. Per i dettagli della scoperta rimando a questo articolo pubblicato dal Messaggero.

La scoperta, com’è naturale, ha suscitato una marea di commenti, e se è vero quanto diceva Umberto Eco di Internet, la maggioranza di quelli che ho letto sono stati negativi, superficiali o tutte e due le cose. Si parte dal solito argomento:“Perché destinare tanti soldi all’esplorazione dello spazio se sulla Terra i problemi sono ben altri?”, dimenticando quanti benefici le esplorazioni spaziali hanno già apportato ai materiali resistenti al freddo e al calore, alla medicina e alla chirurgia, ai sistemi di sicurezza, alle comunicazioni, ai trasporti e alla geolocalizzazione, tanto per citarne solo alcuni.

Una versione apparentemente più raffinata dell’obiezione di cui sopra è l’ironia con cui Michele Serra ha pontificato dalla sua “Amaca”: “Arrivare a quei sette pianeti e colonizzarli? No, per carità! L’idea di avere dei pianeti di ricambio ci incoraggerebbe a distruggere ancora di più il nostro con le guerre, l’inquinamento, il riscaldamento globale”… ecc. ecc. ecc. Naturalmente si è ben guardato dal citare l’aborto come una delle principali cause di distruzione della vita umana sulla Terra, ma sarebbe stato pretendere troppo. Di effetto Serra ce n’è già abbastanza!

Un’altra obiezione “classica” è: “Abbiamo scoperto sette pianeti simili alla Terra. E con questo? Non potremo mai raggiungerli né loro potranno mai mettersi in contatto con noi. Perché allora tanto entusiasmo?”. Effettivamente 40 anni/luce sembrano pochi, ma come ha giustamente osservato Luciano De Crescenzo (che di formazione è un ingegnere, non dimentichiamolo) un messaggio radio e la relativa -eventuale- risposta impiegherebbero complessivamente ottant’anni. Se vogliamo avere un’idea più precisa di quanto sia abissale questa distanza basta fare un semplice calcolo. I sette pianeti del sistema Trappist-1 sono distanti circa 3,78432^14 km, vale a dire 378.432 miliardi di km. Un’astronave che viaggiasse a 28.000 km/h impiegherebbe 1.542.857 anni per un viaggio di sola andata. Pare di essere in un racconto come I sette messaggeri di Dino Buzzati: nell’immensità dello spazio e del tempo i contatti si perdono, i messaggi diventano sempre più rari, le voci si affievoliscono fino a tacere per sempre.

Risparmio infine al lettore tutte le barzellette -politiche o meno- che hanno preso spunto dalla vicenda, e vengo al cuore del problema. Io non credo che questa scoperta sia superflua, e nemmeno che siano stati soldi sprecati. Al di là di tutti i discorsi che possiamo fare sull’allocazione più o meno giusta delle risorse, noi esseri umani siamo una incoercibile sete di infinito, di scoperte, di “oltre”. Una vita o una civiltà che si condannassero a non scoprire nulla sono sterili e morte già in anticipo. Con buona pace di Dante, le umane genti non si accontentano del “quia”, o quanto meno desiderano scoprire cosa c’è oltre l’orizzonte (lo stesso Dante ha reso Ulisse una figura immortale proprio per il suo tentativo di andare oltre).

In secondo luogo, sono proprio le scoperte apparentemente più astratte ad aprire la strada a sviluppi imprevedibili fino a quel momento. Senza scomodare Einstein e la teoria della relatività, basti pensare alla scoperta delle onde radio da parte di James ClerkMaxwell: fu una scoperta “a tavolino”, ma quanta strada si è fatta da allora in poi! Oppure diamo un’occhiata alla macchina di Turing, un modello teorico senza il quale i computers non sarebbero nemmeno pensabili (incluso quello con cui sto scrivendo e quelli di voi che mi state leggendo). Cosa sappiamo degli sviluppi che potrebbe avere la scoperta delle onde gravitazionali sugli spostamenti tra le varie parti dell’Universo?

In terzo luogo, tanta insistenza quasi spasmodica nel voler trovare la vita al di fuori della Terra dovrebbe farci riflettere. Questa ansia rivela un altro dei bisogni fondamentali del genere umano, quello di socializzare, di condividere la propria esistenza anche oltre i confini del proprio pianeta. Non importa se, come ci ha avvertito Stephen Hawking, il contatto con gli alieni potrebbe essere pericoloso. L’importante è scoprire l’Altro perché attraverso questo incontro si approfondisce la conoscenza della realtà e si arriva a capire sempre più chi siamo noi.

Anche qui, tuttavia, non si può fare a meno di notare una profonda contraddizione: quelle poche cellule che su Marte o sui sette pianeti farebbero gridare al miracolo della vita, sulla Terra, nel ventre di una donna, sono considerati niente altro che un grumo di cui ci si può disfare e ci si disfa a piacimento. È la prova che il nostro sguardo sulla realtà non è tanto di stupore quanto di pretesa e di dominio.

I sette pianeti del Trappist-1, forse per loro fortuna, sono al di là della nostra portata almeno per il prevedibile futuro. Non sappiamo cosa potrà venire da questa scoperta, ma di fronte all’ignoto la parola più vera spesso spetta al poeta più che allo scienziato. Per questo mi piace concludere con questi splendidi versi che fanno giustizia di molte sciocchezze e di molte saccenti obiezioni:

(…) Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
che è una stoltezza dirselo.
(Eugenio Montale, “Satura”)


Giovanni Romano

martedì 21 febbraio 2017

La guerra delle palme



«I turbamenti e le sofferenze dovuti all'immigrazione sono già in atto»
(Card. Giacomo Biffi, «Sulla immigrazione», settembre 2000)

Chi avrebbe mai pensato che la trovata delle palme in Piazza Duomo a Milano avrebbe destato tante polemiche, tanto risentimento e tanta rabbia sfociati addirittura in un attentato incendiario? Si noti che ho evitato di proposito le parole «odio» e «razzismo» che sono in realtà comode scappatoie per non comprendere il disagio che cova dietro questa vicenda assurda solo in apparenza.

Come mai questa installazione è stata avvertita come un'imposizione, quasi come una violenza culturale inflitta alla città di Milano, alla sua storia e al suo habitat? Non è forse vero, come ha dimostrato l'amministrazione Sala, che le palme erano state installate in quella stessa piazza già alla fine dell’800 senza che a nessuno fosse venuto in mente di protestare?

A parte il confronto tra le due foto, in cui la presenza delle palme a fine ‘800 era molto più discreta di quella odierna (a mio giudizio assai pacchiana), c’è da tenere conto che il contesto storico-culturale è profondamente mutato. L'Italia di allora era un paese colonizzatore cui le palme non facevano impressione, anzi rappresentavano una sorta di trofeo. Quel che è «esotico» e «coloniale» è remoto per definizione, collocato a distanza di sicurezza in un remoto spazio fisico e mentale, che desta tutt'al più curiosità se non un certo orgoglio. Oggi invece l'Italia è un paese invaso da folle di «migranti» che vengono avvertiti come una minaccia, una prepotenza, una prevaricazione anche culturale con particolare riferimento all'islam.

Probabilmente nessuno dei tanti che predicano contro l' «odio» e il «razzismo» ricorda - o vuole ricordare - che nel novembre 2009 migliaia di islamici, in spregio ai divieti della Prefettura, ruppero i cordoni della polizia e invasero il sagrato di Piazza Duomo per farne un luogo di preghiera musulmano. Fu un inequivocabile gesto di sopraffazione e intimidazione verso i cristiani. Forse è proprio questa presenza sempre più ingombrante ad aver scatenato l'avversione e i sarcasmi contro le palme. Anche le immagini caricaturali del Duomo trasformato in moschea diventano molto più comprensibili in questa prospettiva.

A ciò si aggiunga il fatto che a volere le palme non è stato tanto il Comune ma la multinazionale americana Starbucks che ha dichiarato apertamente di voler assumere solo personale straniero in nome della «lotta-al-razzismo-all'omofobia-al-bullismo-alla-xenofobia-e-all'intolleranza-ecc.-ecc.-ecc.». I milanesi - o quanto meno un gran numero di loro - si sono sentiti dunque emarginati due volte: economicamente perché una multinazionale estera ha imposto il proprio progetto con la sua forza economica, e culturalmente perché sono costretti anche a sorbirsi i fervorini politicamente correttissimi di una cultura omologante che li espropria della loro identità.

Bruciare le palme, però, a parte essere un gesto tanto violento quanto stupido, è soprattutto sintomo di debolezza, di un’impotenza sempre più diffusa che non trova vie culturali o politiche per manifestarsi, della perdita di controllo sul proprio destino e sulla propria economia. Un segnale di conflitto e di disagio che non dovrebbe essere sottovalutato.


Giovanni Romano

sabato 24 dicembre 2016

Si, il popolo ha bisogno di eroi

In queste ore durissime, nell'imminenza di feste natalizie piu` che mai a rischio per il fanatismo e la crudelta` dei terroristi islamici, sono state sollevate molte polemiche sulla decisione di divulgare i nomi e le fotografie di Luca Scatà e Christian Movio, i due agenti che hanno affrontato e ucciso a Sesto San Giovanni Anis Amri, il macellaio di Berlino. Averli tanto esaltati come eroi, si e` detto, li ha esposti sconsideratamente alle rappresaglie jihadiste.

Anche ammettendo che si sia trattato di un errore dovuto a imprevidenza o dilettantismo, sono polemiche sterili perche` ormai il danno e` fatto. E in ogni caso c'e` poco da dubitare che i terroristi sarebbero prima o poi venuti a sapere la loro identita` anche se non fosse stata rivelata. Non dimentichiamo come venne profanata la tomba di Francisco Javier Torrontera, un agente delle forze speciali spagnole caduto nell'assedio agli attentatori di Madrid nell'aprile del 2004 (vedi  questo link).

Quello che preoccupa forse piu` delle rappresaglie islamiche e` questa atmosfera di pavidita` e di rassegnazione, quasi che avessimo a scusarci di avere eliminato un assassino per paura di attirarci addosso una vendetta che verra` comunque e che nessuna sottomissione varra` a evitare. Tanta vilta` morale finisce per sminuire il valore del gesto di chi ha affrontato e vinto il terrorista a rischio della propria vita.

Pur con tutti i rischi del caso, in un certo senso e` stato bene aver diffuso i volti e i nomi dei due agenti. E` stato un segnale inequivocabile di avvertimento ai terroristi: in Italia ci sono persone disposte ad affrontare la minaccia, che sono pronte a "metterci la faccia", uomini di fronte alle quali nessun jihadista puo` illudersi di cavarsela a buon mercato. Contrariamente a quel che pensava il borghesissimo Bertholt Brecht, un popolo ha bisogno di eroi, e ne ha bisogno piu` che mai ora, quando lo scopo preciso dei terroristi e` quello di renderci muti, spaventati, disposti a nascondere la nostra identita` e le nostre convinzioni, gia` schiavi nello spirito in attesa di essere incatenati anche nel corpo. Come ha scritto quasi profeticamente l'agente Scatà, "la paura e` una reazione, il coraggio e` una scelta". Reagire e` il primo passo per liberarci dalla soggezione e dalla sottomissione.

Per questo il mio ringraziamento personale, e quello di milioni di italiani non ancora rimbambiti dal buonismo, va a Luca Scatà e Christian Movio con i migliori auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo!

Giovanni Romano

martedì 20 dicembre 2016

La psicopolizia del Web

Riporto qui la lettera che scrissi ad Avvenire il 21 Novembre scorso in merito alle polemiche suscitate dalla vittoria di Donald Trump e alle insinuazioni (condivise anche da Avvenire, sembra di capire) che fosse stata propiziata dalla diffusione di notizie false propalate ad arte per screditare la Clinton. Ora, a parte tutta la pesantissima campagna di denigrazione contro Trump e il suo elettorato sulla quale il quotidiano della CEI non ha speso nemmeno una parola, il rimedio prospettato dall'articolista mi sembra peggiore del male. Ecco il mio testo:

Spett.le Redazione,
ho letto con interesse il pezzo di Gilio Rancilio datato sabato 19 novembre, e devo dire di avere alcune riserve tanto sul merito quanto sul metodo. I contenuti sono ovviamente inoppugnabili, ma il tono generale dell’articolo sembra insinuare che Trump sia stato eletto in buona misura grazie alla diffusione di menzogne propalate ad arte contro la Clinton. Peccato che anche l’ex presidente Obama abbia fatto un uso intensivo dei social networks in occasione di entrambe le sue campagne elettorali senza che nessuno abbia trovato nulla da eccepire.

Ancora meno condivisibile, secondo me, è l’aver accennato senza apparenti obiezioni ai “poliziotti del web”. Ma chi controlla i controllori? Chi garantisce che questo controllo non diventi una psicopolizia per imporre il pensiero unico “politically correct”? Quanto sono realmente imparziali strumenti come il software elaborato in 36 ore dai quattro studenti di Princeton o la “mappa contro l’intolleranza” di cui parlò La Stampa del 15 gennaio 2014 che in realtà può trasformarsi in un pericoloso strumento di schedatura? (ne ho scritto sul mio blog, questo è il link abbreviato: http://tinyurl.com/hmztccd). Come mai su Facebook o Twitter si viene immediatamente bannati se si critica l’omosessualismo, ma le bestemmie “rispettano gli standard della comunità”? Come mai la Apple ha tolto dal proprio store la Dichiarazione di Manhattan dove le confessioni cristiane difendevano il matrimonio tra l’uomo e la donna? Sarebbero questi i poliziotti del Web o piuttosto i suoi carcerieri?

Purtroppo condivido in pieno la conclusione: ormai la verità non interessa più anche quando viene conosciuta. Ma mi chiedo se un articolo come quello di Rancilio sarebbe stato pubblicato se avesse vinto la Clinton. Consentitemi di dubitarne.

Distinti saluti,
Giovanni Romano

venerdì 11 novembre 2016

Riflessione politicamente scorrettissima su San Martino

Oggi la Chiesa ricorda San Martino, un santo caritatevole ma tutt'altro che buonista. Quando incontrò il povero, infatti, divise il suo mantello con lui facendo due parti uguali. Ma usò la spada, giusto nel caso che al povero venissero strane idee e volesse approfittare della situazione...

Come tanti finti poveri di adesso.

Giovanni Romano

giovedì 1 settembre 2016

Gli insegnanti "deportati": una cattiva divisione del lavoro

La cosiddetta "legge sulla buona scuola" ha riportato alla ribalta, e anzi aggravato, un fenomeno sul quale bisognerebbe riflettere seriamente, un male endemico del nostro paese, quella che io chiamo la cattiva divisione del lavoro tra un Nord "produttivo" e un Sud "impiegatizio".
Questo divario e` venuto fuori con particolare crudezza nel momento in cui, con l'inizio del corrente anno scolastico, in forza della legge di cui sopra centinaia di insegnanti meridionali sono stati costretti a scegliere se trasferirsi al Nord per ottenere il tanto sospirato posto di ruolo o finire definitivamente per strada dopo anni di precariato.
Non e` mia intenzione esporre qui l'ennesimo cahier des doléances di una categoria fin troppo bistrattata, i giornali e i social networks ne sono gia` pieni. Quello che mi interessa sono alcune reazioni che denotano assoluta incomprensione del problema in se` e nelle sue conseguenze a lungo termine.
Ho sentito pronunciare da una dirigente scolastica, ad esempio un discorso piu` o meno di questo tenore: "Ma che volete che sia, quando eravamo supplenti tutti abbiamo dovuto viaggiare, adattarci, arrangiarci... E adesso cosa pretendiamo, che il lavoro venga a casa nostra? Siamo noi che dobbiamo andarlo a cercare, non viceversa! Io stessa non esiterei a trasferirmi se fosse necessario. Non fanno cosi` gia` i docenti universitari?".
Proprio vero che il sazio non crede al digiuno! Fuor di metafora, e` preoccupante il gap che si sta creando tra una classe dirigente sempre piu` ristretta e autoreferenziale e una moltitudine di esecutori sempre piu` espropriati di ogni potere. Innanzituto, il paragone coi docenti universitari o coi presidi e` fuorviante: a parte la vistosa differenza di reddito in favore di queste due categorie, i primi non di rado alloggiano spesati. Un insegnante deve pagarsi tutto di tasca propria in localita` dove il costo della vita e` ben maggiore che al Sud, con uno stipendio fermo da tempo immemorabile. Anche nella migliore delle ipotesi, che speranze ha di mettere da parte qualcosa per il futuro?
Veniamo pero` al secondo e piu` grave aspetto del problema: la cattiva divisione del lavoro. E` una categoria interpretativa fin troppo rozza, sono il primo ad ammetterlo. Il Nord ha numerose eccellenze di alta cultura (il Salone del Libro, la Biennale a Venezia, il Politecnico di Torino solo per fare qualche esempio), cosi` come il Sud, specialmente negli ultimi anni, ha sviluppato sacche di imprenditoria dinamica e innovatrice. Tuttavia qui si discute dell'istruzione media che viene impartita dalla scuola di stato, e della media imprenditoria diffusa sul territorio. Prima ancora che recriminare sulla "deportazione" degli insegnanti (fenomeno comunque traumatico e negativo) dovremmo chiederci perche` la maggioranza assoluta degli insegnanti proviene dal Sud, e perche` al Nord sono scarsissimi gli autoctoni che decidono di intraprendere questo lavoro.
Il motivo e` crudamente economico: perche` mai il figlio o la figlia di un imprenditore quantomeno benestante dovrebbero scegliere l'insegnamento con la sua snervante trafila di precariato, subordinazione e trasferimenti se possiedono gia` un lavoro che li rendera` indipendenti e ben remunerati senza bisogno di spostarsi da casa propria? E` vero che la crisi e la dissennata politica fiscale dei nostri governi hanno in parte distrutto questo modello, ma al Nord l'idea di imtraprendere, di farcela da soli, di non mendicare un posto ma trovarsi un lavoro resta ancora valida.
Quale sfogo occupazionale puo` invece trovare la piccola borghesia meridionale, dal momento che ancora adesso, al netto delle eccezioni di cui sopra, le attivita` imprenditoriali sono monopolizzate da pochi potenti, ostacolate in ogni modo dalla burocrazia, non di rado possedute da imprese estere che nulla curano dell'occupazione o del futuro dei propri lavoratori? Per i piu` restano soltanto la carriera militare, le forze dell'ordine e il pubblico impiego, ivi compresa la scuola.
Questo ha portato a una colonizzazione incrociata in cui le due parti del paese parlano linguaggi diversi e si sopportano malvolentieri: il Sud si sente economicamente colonizzato e sfruttato dal Nord, il Nord si sente soffocato e incompreso da una burocrazia importata dal Sud.
Il problema e` particolarmente delicato nella scuola: quale istruzione va a impartire, sia pure con tutta la sua buona volonta`, chi non conosce il territorio e la sua storia, chi incolpevolmente ne ignora la mentalita`, le tradizioni, le sfumature? E` un problema strutturale, non di cultura e nemmeno di bravura. In una scuola cosi` impostata si finisce inevitabilmente per parlare un linguaggio standardizzato, astratto, lontano dalla vita reale, un discorso, piu` che un insegnamento. Ed e` questo probabilmente il risultato che lo stato cerca deliberatamente di ottenere: l'omologazione del modo di pensare, l'imposizione di un pensiero unico. Lo ottiene, ma a prezzo della sterilita` e dell'incomunicabilita`tra il popolo e l'istituzione, tra un discorso ufficiale in cui nessuno realmente crede e una vita che non trova strumenti culturali per esprimersi.
Chi scrive queste righe ha vissuto sulla propria pelle questa esperienza. Per sei indimenticabili anni ho vissuto in Maremma e l'ho dovuta lasciare, con rimpianto infinito, proprio quando avevo iniziato ad assimilare una cultura, una storia, un modo di pensare costruito da innumerevoli generazioni di cui nemmeno immaginavo l'esistenza e di fronte alle quali ero semplicemente un ospite temporaneo. Me ne sono dovuto andare proprio quando anche le buche per la strada cominciavano a diventare un problema mio.
Se questo modello di scuola continuera` (e non c'e` nessun segno che mostri un'inversione di tendenza, anzi!) ne pagheremo il prezzo non solo coi disagi dei docenti che dovranno trasferirsi - cosa di cui allo stato non importa nulla - ma ben piu` gravemente col distacco tra un "paese legale" autoreferenziale e autoritario e un "paese reale" sempre piu` apatico o peggio ancora risentito senza sbocchi.
Giovanni Romano

venerdì 19 agosto 2016

La trappola del burkini

Com'era prevedibile, il divieto al burkini imposto sulle spiagge francesi ha fatto discutere e ha avuto ampia eco in Italia. Sotto questo aspetto ho trovato stupefacente la reazione di ambienti cattolici che potrebbero essere definiti senz'altro come "conservatori": una compatta levata di scudi in difesa di questo "costume da bagno" (sic!), con una veemenza che forse non si è vista nemmeno quando si è trattato di difendere uomini e donne cristiani licenziati e discriminati solo perché portavano al collo il Crocifisso.
Da un certo punto di vista questa posizione fa onore al cattolicesimo perché conferma che difendere la libertà religiosa - in senso cristiano - significa difendere la libertà di tutti. Mi sembra però che stavolta persino intellettuali e giornalisti del calibro di Costanza Miriano, Massimo Introvigne e Giuliano Guzzo abbiano clamorosamente mancato il punto della questione.
Può essere interessante un'esposizione sia pure molto sommaria delle critiche più diffuse a questo provvedimento:
  1. È un divieto ridicolo, i problemi sono altri (crisi economica, disoccupazione, terrorismo, ecc.);
  2. Il burkini è soltanto un costume da bagno, e sulla spiaggia ognuno è libero di vestirsi come vuole;
  3. Chi l'ha detto che le donne islamiche siano "costrette" a portare il velo o il burkini? Non portano il velo anche le suore, senza che nessuno trovi niente da ridire?
  4. Prima di condannare il burkini, pensate alle nudità esibite dalle donne occidentali sulle spiagge;
  5. Se si proibisce di portare il burkini alle donne musulmane, prima o poi proibiranno tutti i simboli religiosi, soprattutto quelli cristiani.
Non vale nemmeno la pena di discutere la critica n.1. è il classico espediente che si adotta quando si vuole eludere una questione. Discuterò per ultima la critica n.2 perché ha a che vedere direttamente con il nocciolo del nostro argomento.
Critica n.3: è certamente vero che molte donne islamiche portano il velo di loro spontanea volontà, ma non si può ignorare in nessun modo la fortissima pressione sociale e culturale che lo impone di fatto a tutte le musulmane (e non soltanto a quelle che hanno liberamente scelto di portarlo, come le suore). Per non parlare della costrizione a portare il velo anche alle occidentali nei paesi islamici. Coloro che difendono con foga il burkini sembrano aver passato un colpo di spugna sui gravissimi episodi di intimidazione, percosse e persino uccisioni di donne musulmane che hanno cercato di vestirsi all'occidentale. A parte il caso di Hina, io stesso sono stato testimone diretto delle botte e dei lividi inflitti a una mia alunna marocchina dal padre solo perché la ragazza si vestiva come le altre sue compagne. Il paragone con le suore, poi, è assurdo e improponibile anche per un'altra ragione: il velo islamico (come anche i veli portati dalle donne fin dalla più remota antichità) è segno del possesso dell'uomo sulla donna. Il velo delle suore è, al contrario, il segno dell'emancipazione femminile dal possesso maschile attraverso la verginità e la libera donazione di se stesse soltanto a Dio.
Critica n.4: mi ricorda certi alunni che quando vengono rimproverati si mettono a protestare: "Professore, ma non sono solo io!". Anche questo è un modo abbastanza infantile per eludere il problema, ma il punto merita di essere discusso più a fondo. Io non sono certamente un sostenitore del nudismo, ma non si può tacere che la nostra civiltà ha un rapporto più positivo delle altre con il corpo e con la bellezza che esso esprime. è giusto parlare di mercificazione e banalizzazione del corpo, specialmente di quello femminile, ma non si può dimenticare nemmeno quanto disse Papa Giovanni Paolo II proprio nella Cappella Sistina a proposito della "teologia del corpo". Il corpo umano è dono di Dio, e prima del peccato originale era bellezza primigenia, coronamento della Creazione. Non si deve abusare ma nemmeno nascondere con una morbosa suscettibilità che forse nasconde desideri inconfessati.
Critica n.5: è forse la più infondata di tutte. I simboli religiosi di qualsiasi tipo sono già formalmente proibiti nelle scuole francesi (e solo i musulmani si fanno un punto d'onore di ignorare e sfidare questo divieto, mentre i cristiani obbediscono docilmente). In Inghilterra la situazione è anche peggiore perché la pressione anticristiana (e solo anticristiana, ci tengo a specificare) mette al bando la Croce mentre accetta senza protestare il velo islamico o il turbante dei Sikh. Il divieto al burkini non aggiunge nulla alla persecuzione strisciante di cui già soffrono i cristiani in Europa.
Arriviamo infine al nocciolo della questione con la critica n.2. Affermare che il burkini sia un semplice "costume da bagno" significa prima di tutto contraddirsi con la critica n.5, e in secondo luogo ignorare di proposito la mentalità da cui proviene. Partiamo da una considerazione del tutto laica. Nessun modo di vestire, in nessun caso, è una questione puramente privata. Con il nostro modo di vestire comunichiamo i nostri gusti, il nostro stato d'animo, il nostro status sociale, e naturalmente anche la nostra cultura di appartenenza, che ne siamo consapevoli o no. Ma nel caso dei musulmani c'è un'altra osservazione da fare: nella cultura islamica non esistono spazi neutri in nessun ambito del vivere, nessun comportamento è moralmente indifferente ma ogni manifestazione umana (e a maggior ragione il modo di vestirsi) è direttamente riconducibile a Dio. Da questo punto di vista il burkini non è semplicemente "un altro modo di vestire" ma un atto deliberato di disprezzo e di rifiuto della nostra civiltà. Non è soltanto chiudere il corpo femminile in un involucro ma anche chiudersi dentro un ghetto culturale.
Sottovalutare questo aspetto di sfida porta a sottovalutare anche l'invadenza con cui i musulmani non solo osservano le proprie usanze (e questo potrebbe essere anche accettabile) bensì le impongono agli altri ogniqualvolta si sentono abbastanza forti per farlo, o non incontrano una risoluta opposizione. Nelle mense scolastiche del Nord gli alunni non musulmani non possono più mangiare salumi: sono stati eliminati "per non offendere i musulmani" (e qui la parola offendere sottintende il rischio di violente ritorsioni). Nelle piscine tedesche si va verso orari o giorni separati per uomini e per donne perché cosi` vogliono i musulmani (altrimenti "si offendono"...). A Rimini una spiaggia è stata riservata in esclusiva alle donne musulmane e chiusa a tutti gli altri. Più di una volta, in Inghilterra, i conducenti pakistani di taxi e autobus hanno rifiutato di prendere a bordo ciechi accompagnati dai cani perché per l'Islam i cani sono animali "impuri". Le docenti cristiane delle public schools acquistate dai musulmani hanno dovuto indossare il velo o essere licenziate. E si potrebbe continuare con innumerevoli altri esempi.
Di fronte a tutto questo, possiamo davvero ridicolizzare o minimizzare la questione del burkini? Personalmente trovo del tutto giustificato il provvedimento preso dal governo francese, tanto più coraggioso alla luce delle aggressioni, delle sofferenze e dei lutti che l'Islam ha già inflitto a quella nazione e che probabilmente ancora le infliggerà. Davvero non capisco come possano sottovalutare il problema dei cattolici a tutta prova che fino al giorno prima lanciavano alte grida d'allarme sull'invasione islamica e sul tramonto della nostra civiltà.

Giovanni Romano