sabato 4 maggio 2013

Biagio Marin e Prezzolini: il fraintendimento della fede.

In questo periodo la mia presenza sul blog è fatta sempre più scarsa, sia per la  mia connaturata pigrizia sia per motivi di studio. Ho ritrovato tra i miei documenti una lettera (non pubblicata) che inviai ad Avvenire il 2 settembre del 2011 (!) su uno scambio di lettere tra Biagio Marin e Prezzolini. Il tema però mi sembra non avere perso nulla della sua attualità, per questo lo ripropongo qui.

Caro Direttore,

lo so, ci sono ben altri argomenti di cui trattare, e riprendere dopo quasi due mesi l'articolo “Prezzolini e Marin, lettere dell'amicizia” (15 luglio scorso) può sembrare un'oziosa perdita di tempo. Ma gli argomenti – l'interpretazione del Concilio, la fede, la modernità e la Chiesa cattolica – sono di quelli che non passano, e dà tristezza vedere con quanta superficialità non scevra di superbia Biagio Marin abbia “liquidato” la Chiesa e la cultura che nasce dalla fede, con accuse che Marco Roncalli ha definito giustamente “assurde”. Non si tratta però di una semplice questione di temperamento. Le radici del suo pensiero e gli esiti cui ha condotto si sono dimostrati disastrosi per il cristianesimo e per l'uomo come tale.

Ho conosciuto per mia sfortuna uno di quei preti “più liberali dei laici” auspicati da Marin. Tutti lo stimavano e ammiravano il suo “anticonformismo” che in pratica consisteva nello scagliarsi spesso contro le gerarchie ecclesiastiche e il Magistero, senza mai criticare gli esiti più aberranti e disumani del laicismo secolarista. La gente concentrava la sua ammirazione su di lui, ma il sacerdote non faceva quasi nulla per richiamarli a Cristo. Uomo di singolare aridità spirituale (la sua cristologia era praticamente inesistente,e su questo ritornerò), della sua parrocchia aveva fatto un deserto, e i pochi rimasti si sentivano autorizzati a disprezzare i fedeli di tutte le altre parrocchie perché loro soli si sentivano “veri” cristiani, loro soli avevano il “coraggio” di contestare la gerarchia, loro soli erano gli “adulti” che “avevano capito che cosa fosse “il vero cristianesimo” che non aveva bisogno di statue, processioni, rosari e forse anche preghiere tout court (a me fu sconsigliato di dire l'Angelus tre volte al giorno, del rosario si rideva apertamente). Si insisteva molto sulla Bibbia, ma solo per trovare conferme a quello che già si pensava. Senza accorgercene stavamo diventando una congregazione protestante. Si era dimenticata la disarmante riflessione di C.S. Lewis nelle “Lettere di Berlicche”: “Non far mai venire in mente al tuo paziente che se Dio ha avuto misericordia di lui, ne ha avuta altrettanta per il droghiere un po' viscido che gli siede accanto nel banco”. Fortunatamente alcuni incontri con quelli che Marin avrebbe bollato come dei cattolici “libidinosi di potenza” mi fecero riscoprire la bellezza del cattolicesimo e la ragionevolezza della fede cristiana. La mia vita prese una strada meno segnata dal lamento e dalle recriminazioni.

È fin troppo facile liquidare la teologia come “un farnetico da pazzi” dimenticando che essa esprime potentemente la tensione dell'uomo verso l'infinito. Solo Goethe si poté permettere di lasciar cadere la teologia per far intraprendere a Faust la sua grandiosa avventura, ma alla teologia dovette ritornare con la preghiera finale del Doctor Marianus. La strada più comoda, quella che prese Marin - e più di recente Ermanno Olmi con “Centochiodi” - fu invece quella di sbarazzarsi delle domande per non sentirsene interpellati.

Particolarmente allarmante e al tempo stesso rivelatrice è la rivolta contro la cristologia, cioè contro l'umanità di un Dio che ha accettato - e redento – la carne in tutta la sua concretezza, in tutta la sua fatica, in tutto il peso del suo limite. È più comodo un Dio ridotto a Parola, il dio del Libro al quale si può far dire tutto quel che ci piace sentirci dire. È facile leggere Meister Eckhart – il sermone “Sulla povertà” l'ho letto anch'io –, inebriarsi con gli straordinari voli della sua altissima intelligenza speculativa, e alla fine sentirsi autorizzati a essere “liberi da Dio”. Un cristianesimo “dalle nuvole in su” che fa molto comodo a chi detiene il potere su questa terra.

L'accusa non solo più assurda ma anche più ingiusta che Marin poteva muovere alla Chiesa è di concedere valore a una persona quasi a proprio arbitrio. La Chiesa non attribuisce, ma riconosce il valore infinito di ogni persona, e per essa – come per il suo Signore – davvero “Nessuno (…) è abbastanza idiota, che essa non lo possa consacrare 'sacerdos'”. Marin lo scrive con sarcasmo, ma se la Chiesa discriminasse come lui e si rivolgesse solo agli “intelligenti” o agli immancabili “onesti” non avrebbe mai ordinato un santo come il Curato d'Ars, e Cristo si sarebbe scelto altri discepoli.

C'è soltanto da rabbrividire nel constatare quanto si sia fatta strada la mentalità di cui Marin era antesignano forse inconsapevole, e a quali esiti stia conducendo. È il mondo, non la Chiesa, ad essersi arrogato “empiamente” il diritto di stabilire chi è abbastanza intelligente, bello, prestante per nascere o per essere tenuto in vita. A questa deriva non può essere argine sufficiente un generico “senso religioso” o un'ammirazione intellettuale per i Vangeli. Può esserlo solo la concretezza di un Fatto che vive nei Sacramenti (e qui l'accusa di “sacramentalismo magico” sfiora la blasfemia). Se è sbagliato idolatrare l'istituzione e dimenticare lo Spirito, altrettanto grave è denigrare sistematicamente la forma storica e dunque reale che Cristo stesso ha stabilito per la trasmissione del suo messaggio. Anche perché spesso e volentieri si scambia per voce dello Spirito quello che passa per la testa a noi...

Un'ultima osservazione a proposito di Prezzolini. Alcuni dei suoi giudizi sulla “protestantizzazione della Chiesa” sono particolarmente acuti, e seppe vedere la deriva dove Marin e tanti altri vedevano solo progresso. Ma anche lui partiva da presupposti laici di pura efficacia storica che non gli facevano cogliere in pieno la portata del fatto cristiano. Non si può essere semplicemente “cattolici alla vecchia maniera”. Qualsiasi aggettivo, qualsiasi specificazione accanto alla parola “cattolico” è altamente pericolosa perché ne mutila l'universalità e l'asservisce a un'idea di parte. La riscoperta del sacro, in sé indispensabile, passa dallo stupore di un incontro inaspettato, da una vita che cambia imprevedibilmente, da una circostanza in cui si vede all'opera una forza che non è nostra. Le forme sono destinate a isterilirsi in due casi: o quando si perde di vista l'essenziale o quando si resta abbarbicati alla lettera dimenticando la fantasia creatrice di Dio. Peccato che questo sia sfuggito a due uomini di valore come Marin e Prezzolini.

Cordiali saluti,

Giovanni Romano

sabato 30 marzo 2013

Il martirio silenzioso di Benedetto XVI

Ho trovato su Twitter una bellissima riflessione di Elizabeth Scalia sul martirio silenzioso di Benedetto XVI dopo il suo ritiro. Lo traduco qui allegando il testo originale:

Molta gente potrà restare sorpresa nell'apprendere che nel 2007 Papa Benedetto XVI visitò i detenuti dello stesso carcere [minorile] che Papa Francesco ha visitato il Giovedì Santo, e celebrò la Messa coi ragazzi, sebbene non il Giovedì Santo.

Menziono questo a causa delle osservazioni sconcertanti che sto vedendo da parte di persone cui piacerebbe far finta che fino ad ora la Chiesa e i suoi Papi siano stati noncuranti verso i poveri e gli ultimi. Sentimenti come questi possono provenire solo da ignoranza o da deliberata malafede.

Parlando di umiltà papale, mentre io sono certamente ammirata e stimolata dagli esempi di Papa Francesco, vale la pena di far notare che Benedetto sembra aver accettato che si parli male di lui, che venga incompreso e persino messo da parte per amore di Cristo e della sua chiesa, e per amore delle opere dello Spirito Santo. Anche questo è un genere di umiltà assolutamente ammirabile, punto per punto altrettanto pieno di abnegazione e di imitazione di Cristo quanto la volontà di vivere con semplicità e di lavare i piedi agli altri. Vale la pena di riflettere a tutti questi esempi di umiltà papale durante questo Triduo, siete d'accordo anche voi?

Unauthorized translation by
Giovanni Romano

Many people may be surprised to learn that in 2007, Pope Benedict XVI visited the inmates at the same detention center Pope Francis visited today, and shared Mass with the kids, although it was not on a Holy Thursday. 

I mention this because of the weird remarks I am seeing from people who would like to pretend that until now the church and its popes have been negligent of the poor and the marginalized. These are sentiments that can only come from a place of ignorance or willful malice.

Speaking of papal humility, while I am certainly admiring of and challenged by the examples of Pope Francis, it's worth mentioning that Benedict seems content to be maligned, misunderstood or even cast aside for the sake of Christ and his church, and the workings of the Holy Spirit. That's a pretty admirable sort of humility, too, every bit as self-abnegating and Christlike as the willingness to live simply and wash the feet of others. Worth pondering all of our examples of papal humility, this Triduum, don't you think?

sabato 9 marzo 2013

Piccola censura (de sinistra) cresce...

Giovedì scorso, 7 marzo, le riviste TV (in particolare TV Mia) segnalavano nella programmazione di prima serata su RAI1, dopo Affari tuoi, una replica dello sceneggiato Lo scandalo della Banca Romana. È stato invece trasmessa la commedia romantica New in town - Una single in carriera con Renée Zellweger.

Nessuno mi toglie dalla testa il sospetto che si siano volute evitare delle spiacevoli analogie con lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena, perché gli spettatori non tirassero imbarazzanti conclusioni. Ma il MPS non appartiene alla parte politica che ha sempre strepitato per la "libertà d'informazione" e "il pensiero critico"?. Per non parlare delle ben più minacciose censure e blindature dell'informazione che promette Grillo. Stiamo freschi...

Giovanni Romano

domenica 24 febbraio 2013

Sommessa risposta a Corrado Guzzanti

Tempo  fa, ho trovato su Facebook questo intervento di Corrado Guzzanti che riporto di seguito. Mi sembra lo spunto per discutere di cosa sia oggi l'offesa al senso religioso, e di come rispondere a certe provocazioni.

In merito all'offesa confesso di non capire esattamente cosa sia il "sentimento religioso" perché sfortunatamente non ne sono dotato. Ho sempre pensato che essere intimamente credenti non possa essere troppo diverso dall'essere intimamente liberali, o socialisti, o vegani. Si tratta di amare e riconoscersi in delle idee, in una visione della società e del mondo, e le idee non sono sacre e intoccabili solo perché noi crediamo così fortemente in esse; vivono nel dibattito pubblico, confrontandosi e dovendo convivere con idee diverse e a volte opposte. Spero di non offendere nessuno se affermo che l'esistenza di un creatore, l'inferno, il paradiso, l'immortalità dell'anima, il giorno del giudizio ecc. siano, fino a spettacolare prova contraria, soltanto delle idee, delle opinioni che si è liberissimi di sostenere purché non si tenti di imporle agli altri come un tabù inviolabile. Che il sentimento religioso non possa reclamare una superiore legittimità, perché supportato, mi dicono, da pervasiva e speciale intuizione, appare evidente dal fatto che le credenze religiose sono tante, più di quelle da cucina dell'Ikea, e producono purtroppo affermazioni contrastanti. Un buddista e un cattolico, egualmente persuasi della loro fede, saranno certi di saperla molto lunga sull'origine e il senso dell'uomo e dell'universo, ma almeno uno di loro, al momento del trapasso, avrà una sorpresa. Ciò dovrebbe suggerire che convinzione "sentimentale" profonda e verità siano sostanzialmente due cose diverse.
(Corrado Guzzanti)

L'ateo è colui che non crede a nulla
e pretende che gli altri credano a lui”

Non riconosco a Corrado Guzzanti alcun coraggio morale, ma una notevole dote di furbizia sì. Con il brano che ho citato mette sapientemente le mani avanti per proteggersi dall'accusa di “offesa al sentimento religioso” (e specialmente al sentimento religioso cristiano, anche se non lo afferma esplicitamente. Offendere altri sentimenti religiosi come ad esempio quello islamico può costare molto, molto di più). E non fa queste dichiarazioni soltanto per sé: la sua è una vera e propria teorizzazione del disprezzo antireligioso che prima o poi dovrebbe diventare – anzi sta già diventando – dottrina politica fino a istituzionalizzarsi in norma giuridica, in modo da mettere al riparo chiunque, à la Odifreddi, affermi che il cristiano è un imbecille tout court.

Andiamo però a vedere cosa c'è dietro le sue affermazioni, esaminandole una per una.

In merito all'offesa confesso di non capire esattamente cosa sia il "sentimento religioso" perché sfortunatamente non ne sono dotato.

Prima di tutto si parte da un equivoco, certo deliberato: che la religione sia soltanto sentimento, o peggio ancora sentimentalismo. Lui afferma di esserne “sfortunatamente” privo, ma non si evince che ne senta la mancanza, anzi piuttosto il contrario. Un po' come essere privi di orecchio musicale o di sensibilità per la poesia: un piccolo difetto forse, ma si vive benissimo lo stesso.

Ho sempre pensato che essere intimamente credenti non possa essere troppo diverso dall'essere intimamente liberali, o socialisti, o vegani. Si tratta di amare e riconoscersi in delle idee, in una visione della società e del mondo, e le idee non sono sacre e intoccabili solo perché noi crediamo così fortemente in esse(...) Ciò dovrebbe suggerire che convinzione "sentimentale" profonda e verità siano sostanzialmente due cose diverse.

Il sentimento religioso, come lui lo intende, è qualcosa che ci si forma da sé a forza di autosuggestione, così che tanto più è fermamente creduto tanto maggiore è la prova della sua falsità. Un bel sofisma, ma non è niente altro che il vecchio giochetto laicista del “testa vinco io, croce perdi tu”: se non si crede abbastanza si è ipocriti, e se si convinti si è fanatici. In ogni caso quel che interessa al laico è affermare spocchiosamente la propria “superiorità”.

Ma il “sentimento” religioso è tutto qui, una convinzione totalmente irrazionale e arbitraria? E se per assurdo lo fosse, bisognerebbe almeno chiedersi da cosa nasce e perché. Nemmeno le peggiori crisi di follia nascono totalmente nel vuoto, alla base c'è pur sempre un motivo reale, e ad essere aberrante è la risposta, non la domanda. Qui è in gioco la spinta irresistibile, costitutiva dell'uomo a chiedersi perché, a porsi domande, a interrogarsi sul significato di ogni cosa. Anziché banalizzare la questione a “sentimento religioso” come fa Guzzanti, sarebbe più corretto parlare di senso religioso come fa Don Giussani: il bisogno che ha ciascuno di trovare un significato, anche inconscio, per cui valga la pena vivere i cinque minuti successivi della propria vita. In questo senso, come Giussani nota acutamente, l'ateismo in senso etimologico è impossibile.

Che il sentimento religioso non possa reclamare una superiore legittimità, perché supportato, mi dicono, da pervasiva e speciale intuizione, appare evidente dal fatto che le credenze religiose sono tante, più di quelle da cucina dell'Ikea, e producono purtroppo affermazioni contrastanti.

Qui siamo ancora sul terreno di Guzzanti che usa un argomento tipico dell'illuminismo: la varietà delle credenze religiose, molte delle quali si contraddicono a vicenda, non è forse una prova ulteriore della loro falsità, o quanto meno della loro soggettività? Osservo di passaggio che paragonare il numero delle credenze religiose a quelle dell'IKEA non è tolleranza, è disprezzo, più o meno come quello di Anatole France quando scrisse che “chiunque è libero di inginocchiarsi davanti a una cipolla alle quattro del mattino e chiamarla il suo dio”. Come se il senso religioso non avesse nulla a che vedere con la ragione in quanto tale! In questo modo si liquida sbrigativamente tutto il patrimonio di riflessione filosofica, di poesia, di arte, di preghiera che esso ha generato ovunque, anche se sarebbe probabilmente troppo pretendere da Guzzanti un approfondimento culturale in questo senso.

Ci sono due risposte al suo argomento. La prima è: quale religione, o meglio quale atteggiamento di fronte all'esistenza corrisponde di più ai bisogni fondamentali dell'uomo? Una religione che dà per scontato che alcuni esseri umani, bambini compresi, debbano essere sacrificati per placare l'ira degli dei, oppure una religione che li mette addirittura al primo posto? (“Se non ritornerete come bambini...”). Una religione che predica l'odio e la sottomissione contro gli “infedeli” kafir oppure una religione che ingiunge di amare anche il nemico (Guzzanti compreso)? Un modo di pensare laicista che considera “altruista” e “pietoso” dare la morte ai malati oppure una religione che non li abbandona e cerca di alleviare le loro sofferenze?

La seconda risposta è che il cristianesimo, prima ancora di essere una teoria, è un avvenimento storicamente verificabile. Non sto qui a riassumere le testimonianze degli storici, numerose e inconfutabili (i primi vangeli risalgono ad appena trent'anni dopo la crocifissione, mentre per la vita di Alessandro Magno scritta da Plutarco bisognò attendere oltre 400 anni). Basta anche chiedere a qualunque docente di antropologia culturale o di storia delle religioni quanto sia fondamentalmente inspiegabile la nascita e soprattutto la diffusione del cristianesimo nel mondo antico. Ida Magli scrisse che qualunque personaggio storico si può comprendere con le categorie del proprio tempo, tranne Cristo. Il suo messaggio è assolutamente nuovo e diverso rispetto a tutte le idee correnti nel mondo giudaico e pagano, è imparagonabile con qualsiasi altra dottrina insegnata prima, eppure si diffuse con una rapidità stupefacente, e non soltanto tra gli schiavi. E qui si trova implicitamente la risposta a un'altra osservazione di Guzzanti:

le idee non sono sacre e intoccabili solo perché noi crediamo così fortemente in esse; vivono nel dibattito pubblico, confrontandosi e dovendo convivere con idee diverse e a volte opposte.

Appunto. Il cristianesimo visse e si confrontò nel dibattito pubblico, un dibattito pubblico che cercò di emarginarlo o con lo scherno indifferente (come capitò a San Paolo nell'Aeropago) oppure con la violenza delle persecuzioni. Tuttavia, senza appoggiarsi ad alcun potere, almeno nei primi secoli, il cristianesimo conquistò i cuori, le menti, le intelligenze di popolazioni sempre più vaste, fu trovato più umano e persuasivo, più vero della selva di religioni che popolavano il mondo pagano. Mi viene il sospetto che quando Guzzanti invoca rumore di fondo del dibattito pubblico lo faccia in realtà per non ascoltare, per non sentirsi interrogato da quel che non vuole sentire, per non essere costretto a porsi la domanda: “E se avessero ragione?” e dunque per non cambiare vita di conseguenza, in quanto nel cristianesimo dottrina e vita sono tutt'uno. È questo, in fondo, quel che dà fastidio a chi non crede: dover prendere posizione, non poter scegliere a proprio comodo e secondo la propria personale convenienza, doversi confrontare – questo sì, e non teoricamente – con il Realmente-Altro.

Spero di non offendere nessuno se affermo che l'esistenza di un creatore, l'inferno, il paradiso, l'immortalità dell'anima, il giorno del giudizio ecc. siano, fino a spettacolare prova contraria, soltanto delle idee, delle opinioni che si è liberissimi di sostenere purché non si tenti di imporle agli altri come un tabù inviolabile. (…) Un buddista e un cattolico, egualmente persuasi della loro fede, saranno certi di saperla molto lunga sull'origine e il senso dell'uomo e dell'universo, ma almeno uno di loro, al momento del trapasso, avrà una sorpresa.

Se Guzzanti avesse letto il Card. Biffi si sarebbe probabilmente risparmiato questa osservazione, perché è stato proprio questi a scrivere: “Il credente è uno che si aspetta molte sorprese”. Bisogna vedere però quali sorprese. Se ha ragione il buddista, nella migliore delle ipotesi ci aspetta il Nirvana, cioè un indeterminato Nulla o un Tutto ugualmente indeterminato: in entrambi i casi, però, l'io non c'entra più nulla con l'essere. Se ha ragione il cattolico, troverà un mondo notevolmente più vario, animato e gioioso (se va in paradiso) oppure molto, ma molto doloroso (se va all'inferno). In ogni caso un mondo nel quale la sua individualità non scomparirà, ma conoscerà la verità.

E se fossi in Guzzanti starei attento a chiedere “spettacolari prove contrarie”. Primo perché mi ricorda sgradevolmente quel che i farisei dissero a Cristo sulla croce (“Avanti, scendi che ti crediamo!”, e l'avevano visto risuscitare Lazzaro!). Secondo, perché Cristo stesso rifiutò di dare spettacolo dei propri poteri (“Se sei figlio di Dio, buttati giù che verranno gli angeli a sorreggerti”). Terzo, infine, perché se proprio si insiste Dio potrebbe mandarci una “spettacolare prova contraria” come quella che capitò a Sodoma e Gomorra...

Giovanni Romano

martedì 5 febbraio 2013

Scusi, mi fa vedere l'apertura mentale?

Molto tempo fa, addirittura il 4 dicembre del 2006, rilanciai un appello contro il gioco Rule of Rose perché particolarmente sadico e violento. Lo feci con tanta più convinzione perché avevo letto le recensioni sulla stampa specializzata (la rivista Computer Idea, non certo di area cattolica).

Il post giacque dimenticato per altri anni, fino a quando si vece viva una blogger, una certa "Queer" (un soprannome non certo scelto a caso) che mi mandò questo commento (potete trovarlo anche sul post originale):

Credo che la vostra sia solo ignoranza, ben miscelata ad una dose sovrumana di pregiudizi.
Io ho giocato a questo gioco e sono fiera di dirvi che si tratta di una sottilissima analisi psicologica di temi assolutamente delicati e veritieri. Non c'è niente di più perverso rispetto a ciò che accade realmente ovunque, nella realtà di tutti i giorni. A questo punto, i vostri cari pargoletti potete ibernarli e scongelarli tra qualche secolo, se ritenere un gioco simile la quint'essenza dell'orrore e della violenza. 
Aprite gli occhi. E la mente.
Sul serio.
Al che io risposi:

Ti faccio una domanda senza ironia: e ti prego di rispondermi seriamente: qual è la "sottilissima analisi psicologica di temi assolutamente delicati e veritieri" che hai trovato in questo gioco? Ti ringrazio in anticipo.

A parte gli insulti gratuiti e l'arroganza, sono almeno sei mesi che attendo una risposta. Che non è mai arrivata.

Giovanni Romano

martedì 18 dicembre 2012

I Comandamenti secondo Benigni

Ieri sera l'ormai Poeta Laureato Ufficiale (e tra poco Grand'Ufficiale, se già non lo hanno nominato a questa carica) ha detto che mentre i dieci Comandamenti dicono sempre "No, no, no", la Costituzione dice "Sì, sì, sì". Non ho il tempo per discutere a fondo una posizione del genere, che di ogni desiderio -o capriccio- fa un diritto. Mi limito a chiedermi: e se seguissimo il consiglio dell'Illustrissimo? La via più semplice sarebbe buttar via i Comandamenti ridotti ormai a una anticaglia reazionaria, ma prima di farlo suggerirei di modificarli oppurtunamente, invertendo tutti i "no" e i "si", e stare a vedere quello che succede. Proviamo....

  1. Avrai qualche altro Dio fuori di me (è il multiculturalismo, bellezza!)
  2. Nomina il nome di Dio invano (la bestemmia contro il Dio cristiano è forse reato? Bigotto chi lo pensa!)
  3. Non ricordarti di santificare le feste (infatti, ora i negozi e i centri commerciali sono aperti anche la Domenica e le feste comandate)
  4. Non onorare il padre e la madre (qui gli esempi sono superflui. Per informazioni rivolgersi a Erika e Omar)
  5. Sì, uccidi (a norma di legge, per carità! Con l'aborto e l'eutanasia)
  6. Sì, commetti atti impuri (non occorrono esempi)
  7. Sì, ruba (tanto sarai giustificato come una "vittima della società", a meno che non sia di un partito diverso dalla sinistra)
  8. Sì, dì pure falsa testimonianza (tanto la verità non esiste, esistono solo le opinioni)
  9. Desidera la donna d'altri (altrimenti il divorzio che ci sta a fare? E tanti attori, scrittori e registi "controcorrente" come camperebbero?)
  10. Desidera la roba d'altri (è giustizia sociale, no?).
Mi sorge un dubbio: ma non è giù questa la società in cui viviamo? E allora dov'è "l'anticonformismo" di Benigni? Che coraggio morale ci vuole a dire quello che già dicono ogni giorno i mass-media? Che merito c'è a pensare quello che già pensano tutti?

Giovanni Romano

P. S.: Dimenticavo che ora non si deve più parlare di padre e madre, ma di progenitore A e progenitore B. A questo punto tanto vale buttar via i Comandamenti e fidarci di chi vuole farci dire sempre "Sì si si si si si si si....".

domenica 9 dicembre 2012

Soluzione del "Racconto di Natale" del 26 dicembre 2011

Il 26 dicembre scorso postai un problemia di scacchi che aveva a tema un racconto di Natale, invitando i lettori a risolverlo. Oggi mi è stato gentilmente chiesto di fornire la soluzione, e lo faccio molto volentieri. La posizione iniziale era la seguente:





Il Bianco annunciò il matto in sette mosse, e la partita si svolse come segue (le note sono in formato .PGN, chi ha un programma come l'ottimo Chesspad 2.0 può fare copia/incolla e vedere le mosse man mano che vengono giocate):


[Event "Racconto di Natale"]
[Site "Circolo d'Ixe in Val di Zeta"]
[Date "????.??.??"]
[Round "?"]
[White "Satana"]
[Black "Babbo Natale"]
[Result "1-0"]
[SetUp "1"]
[FEN "N7/2p2kn1/Q1r5/2r1pN2/4P3/q3p3/4K3/2R3R1 w - - 0 1"]

1. Rxg7+ Kf6 2. Qxc6+ Rxc6 3. Rxc6+ Qd6 4. Rxd6+ cxd6 5. Nc7 d5 6. Nxd5+ Ke6 7.
Re7#

Ma il diavolo non poté cantar vittoria all'ultima mossa, perché sulla scacchiera si era formata l'immagine di una Croce:


Così scomparve con un urlo, in una fiammata e lasciando dietro l'immancabile puzza di zolfo. E la gerla coi regali di Babbo Natale fu salva.

Buon Natale a tutti,

Giovanni Romano