giovedì 1 settembre 2016

Gli insegnanti "deportati": una cattiva divisione del lavoro

La cosiddetta "legge sulla buona scuola" ha riportato alla ribalta, e anzi aggravato, un fenomeno sul quale bisognerebbe riflettere seriamente, un male endemico del nostro paese, quella che io chiamo la cattiva divisione del lavoro tra un Nord "produttivo" e un Sud "impiegatizio".
Questo divario e` venuto fuori con particolare crudezza nel momento in cui, con l'inizio del corrente anno scolastico, in forza della legge di cui sopra centinaia di insegnanti meridionali sono stati costretti a scegliere se trasferirsi al Nord per ottenere il tanto sospirato posto di ruolo o finire definitivamente per strada dopo anni di precariato.
Non e` mia intenzione esporre qui l'ennesimo cahier des doléances di una categoria fin troppo bistrattata, i giornali e i social networks ne sono gia` pieni. Quello che mi interessa sono alcune reazioni che denotano assoluta incomprensione del problema in se` e nelle sue conseguenze a lungo termine.
Ho sentito pronunciare da una dirigente scolastica, ad esempio un discorso piu` o meno di questo tenore: "Ma che volete che sia, quando eravamo supplenti tutti abbiamo dovuto viaggiare, adattarci, arrangiarci... E adesso cosa pretendiamo, che il lavoro venga a casa nostra? Siamo noi che dobbiamo andarlo a cercare, non viceversa! Io stessa non esiterei a trasferirmi se fosse necessario. Non fanno cosi` gia` i docenti universitari?".
Proprio vero che il sazio non crede al digiuno! Fuor di metafora, e` preoccupante il gap che si sta creando tra una classe dirigente sempre piu` ristretta e autoreferenziale e una moltitudine di esecutori sempre piu` espropriati di ogni potere. Innanzituto, il paragone coi docenti universitari o coi presidi e` fuorviante: a parte la vistosa differenza di reddito in favore di queste due categorie, i primi non di rado alloggiano spesati. Un insegnante deve pagarsi tutto di tasca propria in localita` dove il costo della vita e` ben maggiore che al Sud, con uno stipendio fermo da tempo immemorabile. Anche nella migliore delle ipotesi, che speranze ha di mettere da parte qualcosa per il futuro?
Veniamo pero` al secondo e piu` grave aspetto del problema: la cattiva divisione del lavoro. E` una categoria interpretativa fin troppo rozza, sono il primo ad ammetterlo. Il Nord ha numerose eccellenze di alta cultura (il Salone del Libro, la Biennale a Venezia, il Politecnico di Torino solo per fare qualche esempio), cosi` come il Sud, specialmente negli ultimi anni, ha sviluppato sacche di imprenditoria dinamica e innovatrice. Tuttavia qui si discute dell'istruzione media che viene impartita dalla scuola di stato, e della media imprenditoria diffusa sul territorio. Prima ancora che recriminare sulla "deportazione" degli insegnanti (fenomeno comunque traumatico e negativo) dovremmo chiederci perche` la maggioranza assoluta degli insegnanti proviene dal Sud, e perche` al Nord sono scarsissimi gli autoctoni che decidono di intraprendere questo lavoro.
Il motivo e` crudamente economico: perche` mai il figlio o la figlia di un imprenditore quantomeno benestante dovrebbero scegliere l'insegnamento con la sua snervante trafila di precariato, subordinazione e trasferimenti se possiedono gia` un lavoro che li rendera` indipendenti e ben remunerati senza bisogno di spostarsi da casa propria? E` vero che la crisi e la dissennata politica fiscale dei nostri governi hanno in parte distrutto questo modello, ma al Nord l'idea di imtraprendere, di farcela da soli, di non mendicare un posto ma trovarsi un lavoro resta ancora valida.
Quale sfogo occupazionale puo` invece trovare la piccola borghesia meridionale, dal momento che ancora adesso, al netto delle eccezioni di cui sopra, le attivita` imprenditoriali sono monopolizzate da pochi potenti, ostacolate in ogni modo dalla burocrazia, non di rado possedute da imprese estere che nulla curano dell'occupazione o del futuro dei propri lavoratori? Per i piu` restano soltanto la carriera militare, le forze dell'ordine e il pubblico impiego, ivi compresa la scuola.
Questo ha portato a una colonizzazione incrociata in cui le due parti del paese parlano linguaggi diversi e si sopportano malvolentieri: il Sud si sente economicamente colonizzato e sfruttato dal Nord, il Nord si sente soffocato e incompreso da una burocrazia importata dal Sud.
Il problema e` particolarmente delicato nella scuola: quale istruzione va a impartire, sia pure con tutta la sua buona volonta`, chi non conosce il territorio e la sua storia, chi incolpevolmente ne ignora la mentalita`, le tradizioni, le sfumature? E` un problema strutturale, non di cultura e nemmeno di bravura. In una scuola cosi` impostata si finisce inevitabilmente per parlare un linguaggio standardizzato, astratto, lontano dalla vita reale, un discorso, piu` che un insegnamento. Ed e` questo probabilmente il risultato che lo stato cerca deliberatamente di ottenere: l'omologazione del modo di pensare, l'imposizione di un pensiero unico. Lo ottiene, ma a prezzo della sterilita` e dell'incomunicabilita`tra il popolo e l'istituzione, tra un discorso ufficiale in cui nessuno realmente crede e una vita che non trova strumenti culturali per esprimersi.
Chi scrive queste righe ha vissuto sulla propria pelle questa esperienza. Per sei indimenticabili anni ho vissuto in Maremma e l'ho dovuta lasciare, con rimpianto infinito, proprio quando avevo iniziato ad assimilare una cultura, una storia, un modo di pensare costruito da innumerevoli generazioni di cui nemmeno immaginavo l'esistenza e di fronte alle quali ero semplicemente un ospite temporaneo. Me ne sono dovuto andare proprio quando anche le buche per la strada cominciavano a diventare un problema mio.
Se questo modello di scuola continuera` (e non c'e` nessun segno che mostri un'inversione di tendenza, anzi!) ne pagheremo il prezzo non solo coi disagi dei docenti che dovranno trasferirsi - cosa di cui allo stato non importa nulla - ma ben piu` gravemente col distacco tra un "paese legale" autoreferenziale e autoritario e un "paese reale" sempre piu` apatico o peggio ancora risentito senza sbocchi.
Giovanni Romano