venerdì 25 settembre 2009

Uomofobia

Fa parlare di sé la decisione del TAR di Lecce di sciogliere la giunta provinciale di Taranto perché tutti gli assessori sono uomini. Questo in ossequio alla legge sulle "quote rosa".

Con buona pace del "politicamente corretto", credo che questo sia un vero e proprio caso di "reverse discrimination". A parte il fatto che le assunzioni obbligatorie favoriscono le persone meno qualificate e meno competenti, alla base di questo provvedimento c'è una ostilità dichiarata verso il sesso maschile, il desiderio di diminuirlo e di svilirlo. Mi chiedo se il TAR si sarebbe mosso con altrettanta sollecitudine se la giunta fosse stata composta soltanto da donne.

Giovanni Romano

giovedì 24 settembre 2009

A Trani sempre più laicismo e sempre meno dialogo


Da venerdì 25 settembre e fino a Domenica 27 avrà luogo il tradizionale appuntamento dei “Dialoghi di Trani”, incontri e dibattiti ad alto livello con studiosi, giornalisti, protagonisti dell’attualità. Una manifestazione sempre seguita da un pubblico numeroso, attento e preparato, nella bellissima cornice medievale del castello svevo. Quest’anno, non soprendentemente, il tema è "Co-scienza e Democrazia".

A sorprendere, invece, è la scelta unilaterale dei partecipanti, quasi tutti con un pedigree rigidamente laico o laicista. Flores d’Arcais, Beppino Englaro (ho scritto qui quello che penso di lui), Piero Dorfles, Piergiorgio Odifreddi, Gilberto Corbellini, per citare solo i più noti. Mancavano solo Rita Levi Montalcini, Margherita Hack e Gianfranco Fini, e la compagnia di giro sarebbe stata al completo.

Nessun intellettuale cattolico, meno che mai quelli “politicamente scorretti” come Francesco Agnoli, Camillo Langone, Rino Cammilleri (che fu ospite l’anno scorso), o persino Vittorio Messori. Si annuncia una manifestazione a senso unico come mai prima d'ora.
Non so perché questo sia avvenuto. Può darsi che gli organizzatori non abbiano voluto invitare esponenti di area cattolica, nel qual caso i laicisti se la suoneranno e se la canteranno da soli (e poi dicono che è la cultura cattolica a essere autoreferenziale!). Se il dialogo è confronto di posizioni diverse, di cosa mai potranno parlare Flores D’Arcais e Beppino Englaro, se non forse incensarsi a vicenda e gettare veleno di comune accordo contro la Chiesa? Un dialogo vero e drammatico sul fine vita sarebbe stato mettere a confronto Englaro con Mario Melazzini o almeno con Roberto D’Agostino.

Può esserci però un’ipotesi ancora più inquietante: che nessun intellettuale cattolico abbia avuto il coraggio di farsi avanti, forse rifiutando di fungere da vittima sacrificale o zimbello di fronte a un pubblico prevenuto in senso laicista. In questo modo, però, ci si è impediti di testimoniare che la difesa della vita è una verità di ragione prima ancora che di fede. Non sono in grado di verificare nessuna delle due ipotesi. Quello che è evidente è un inquietante processo di ghettizzazione o auto-ghettizzazione che sminuisce non solo questa edizione dei Dialoghi, ma la cultura stessa.

Giovanni Romano

Il paradosso del museo egizio


Ho finito da due giorni di leggere un libro estremamente interessante della collana “I Meridiani” della Mondadori: “Testi religiosi dell’antico Egitto”. A parte il contenuto, che meriterebbe un commento molto approfondito (specialmente se si mettono a confronto questi testi con l’Epopea di Gilgamesh), mi ha colpito un dettaglio paradossale. Nelle note e nella ricchissima bibliografia viene citato numerose volte il Museo Egizio di Torino ma non compare il nome di nessuno studioso italiano, a parte Edda Bresciani, curatrice e traduttrice del volume. I grandi egittologi sono inglesi, americani, tedeschi, francesi e persino qualche russo. Ma di italiani nemmeno l'ombra.

E’ mai possibile che l’Italia possieda il secondo museo egizio al mondo dopo quello del Cairo, e non sia in grado di esprimere studiosi all’altezza? Non credo sia in questione il valore dei nostri studiosi, probabilmente deve essere una questione di finanziamenti alle ricerche. Il risultato è che il Museo di Torino per gli studiosi esteri è una miniera, e per gli italiani rischia di diventare un semplice magazzino.

Giovanni Romano

lunedì 21 settembre 2009

Lacrime di coccodrillo su Boffo

Il quotidiano online "L'Occidentale" ( www.loccidentale.it ) ha proposto il 13 settembre scorso un'analisi piuttosto interessante del "caso Boffo" a firma di Pietro De Marco. Alcune sue conclusioni sono senz'altro condivisibili, le avevo intuite persino io dal mio buco di provincia, come ad esempio il tentativo di smantellare la "linea Ruini". Giusta, ma tutto sommato marginale, anche la puntualizzazione che invita a non parlare più di "cattocomunisti" ma di "cattomanichei".

Ho notato che nell'articolo non si parla quasi del lato morale della vicenda ma solo di quello politico. In un certo senso è comprensibile, sia perché era troppo evidente che si è trattato di uno scandalo "a orologeria", sia perché la posta in gioco va ben oltre la singola figura di Boffo. Altre affermazioni, tuttavia, non mi trovano d'accordo, o mi trovano d'accordo solo parzialmente. Vediamo di analizzarle nei dettagli.

E' senz'altro vero affermare che: "Dino Boffo e Avvenire non erano in nessun modo omologabili ai nemici del governo". Ricordo benissimo molte lettere di cattomanichei, antiberlusconiani fanatici, che proponevano "evangelicamente" di bruciarlo in piazza, e rimproveravano aspramente il quotidiano e il direttore per la loro misura e il loro equilibrio. E' vero anche che molta destra cattolica ha sguaiatamente esultato per la sua caduta pensando di ritagliarsi chissà quale spazio di potere. Giusta dunque la considerazione di De Marco secondo cui questo è un errore che la destra pagherà molto caro (due giorni fa c'era già arrivato più analiticamente Don Massimo Camisasca quando aveva scritto sul Corriere che Boffo e Avvenire facevano argine, nel mondo cattolico, all'antiberlusconismo).

Da qui a dire, però, che si è trattato di un "errore" e di un episodio di "fuoco amico", ce ne corre, e molto. Non condivido in particolare questa affermazione:

Una prima conclusione: Dino Boffo è stato vittima del cosiddetto "fuoco amico" ed è stato difeso da falsi amici.

Si è trattato di tutt'altro che di un errore, ma di un attacco deliberato a freddo, perché c’è laicismo anche a destra. Un laicismo peggiore anzi, perché più attaccato alla conservazione di privilegi, più calcolatore, più opportunista, meno coraggioso. Anche a destra c'è la convinzione che la storia non la fanno i popoli ma le élites, e se il popolo non è d'accordo, peggio per lui.

De Marco fa una giusta diagnosi delle probabili conseguenze della caduta di Boffo: il crollo dell'area cattolica moderata e l'avanzata del pauperismo e dell'antiberlusconismo:

Feltri ha ottenuto in un attimo il risultato che anni di circolazione intracattolica di un falso diffamatorio non erano riusciti ad ottenere. Ma sarebbe ancora poca cosa, se l’errore (l’autogol come diffusamente lo si definisca nello stesso centrodestra) non fosse stato compiuto senza rendersi conto o saper calcolare che si offrivano alle sinistre, politiche e cattoliche, ad un tempo: la fine di Boffo e della sua sapiente moderazione di Avvenire e di altri media; la sanzione di una (presunta) "fine dell'età ruiniana"; il pretesto per una ennesima campagna contro Berlusconi liberticida e contro il governo; l'occasione per tutta la sinistra di mostrarsi defensor ecclesiae, un vero regalo immeritato, e per i laicati cattolici critici, per gli scontenti della Chiesa “silenziosa e indulgente con premier e governo”, un motivo di alzare la voce e proclamare giunta la stagione della "chiesa della profezia". Quest’ultima, poi, consiste nella mobilitazione dei fedeli, da parte di influenti cleri parrocchiali e organi di opinione ecclesiale, alla militanza contro la moderazione, e l'intelligenza, delle gerarchie e di Avvenire e, su tutti i fronti, contro il governo e il centrodestra (Fini escluso).

E' precisamente l'ultimo inciso che spiega tutto, che ci indica chi era dietro la manovra e perché. Ma De Marco non tira le conclusioni fino in fondo, preferisce illustrare le conseguenze ma non il cuore del problema:

L'obiettivo errore (non voglio pensare ad un lavoro consapevole; sarebbe follia [io invece si, N.d.R.]) diagnostico e strategico di Feltri e di alcuni ambienti conservatori anche cattolici, ha prodotto per ora il successo di uno spericolato uso di dicerie e sospetti da parte di quei diversi nemici (reali) di Boffo che oggi forse se ne dicono difensori ed estimatori. Il camuffamento dei fatti, e delle geometrie politiche, è tale che qualche ingenuo, nel mondo cattolico conservatore, ha fatto propria l'allucinazione feltriana di un "Boffo di sinistra" e ha pensato ad una liberazione di Avvenire! Qualche avventatezza comunicativa ha fatto speculare, persino, su una Santa Sede come mandante. Eppure in questa nuova, e confusa, situazione la risposta al cui prodest? è inequivoca.

D'accordissimo sulla maramaldesca irresponsabilità di alcuni ambienti conservatori cattolici che si ritroveranno in mano un pugno di mosche. Ma se vogliamo rispondere alla domanda "Cui prodest?" non dobbiamo annoverare solo la sinistra, ma anche Fini, nominato soltanto di sfuggita (ma il solo averlo fatto è significativo).

Molto interessanti gli ulteriori punti dell'articolo, dove si parla di "patologico ipermoralismo da intelligencija", di "sregolata retorica anti-potere persino da penna ecclesiastica", di "incontrollata patetizzazione del potere" (millenarismo travestito e/o buonismo, come abbiamo visto nel paragone irresponsabile tra gli annegamenti dei clandestini e la Shoah).

Un patologico ipermoralismo da intelligencija invade da mesi, da anni, i quotidiani, i fogli di opinione e i siti della sinistra. Sappiamo che gran parte degli enunciati sono semplicemente falsi, non hanno riscontro né in documenti né in atti di governo delle istituzioni o delle persone sotto tiro. L’opinione pubblica antigovernativa, quella cattolica inclusa, vivono così di analogie infondate e illogiche: ad es. quelle allarmistiche e vaticinatòrie di nuovo razzismo e fascismo. La sregolata retorica anti-potere persino da penna ecclesiastica, comunque da un’intelligencija che chiamo neomanichea, è il peggio. Preda di luoghi comuni, lo sfogo incontrollato in bocca cattolica è, poi, corruptio pexima. Niente può convenirle meno dell’incontrollata patetizzazione delle cose. Infatti la lettura quotidiana della sfera pubblica è stata segnata nel “popolo di sinistra” da una discriminazione secondo il valore: esso ha di fronte a sé l’iniquità del Nemico, la sua sottoumanità, la sua violenza, realmente da odiare, non meno che da temere e da irridere.

Il punto più interessante dell’articolo è dove De Marco individua la radice culturale profonda dell’antiberlusconismo nell’inquietante dualismo gnostico di chi si crede “figlio della luce” contro i “figli delle tenebre”:

Un dualismo gnostico - a piena conferma del celebre teorema di Eric Voegelin - ha dunque prodotto il mito di una presenza malvagia che ha contaminato il Paese o, semplice variante, che si è fatto espressione della sua contaminazione. L’intelligencija ha vissuto con angoscia la propria sconfitta nell’ultimo quindicennio politico come avvento di un universo alieno, sotto il dominio, sotto la Legge, di un demiurgo inferiore, cieco e malevolente. L’odio dell’intelligencija alla persona del premier è, dunque, odio ontologico.

De Marco non lo nomina, ma questo è precisamente l'atteggiamento rancoroso di Dossetti e dei dossettiani suoi alunni (Prodi e Andreatta in primis) com'è stato descritto nell'ultimo libro di Gianni Baget Bozzo e Pier Paolo Saleri “Giuseppe Dossetti - La Costituzione come ideologia politica” - Edizioni Ares.

Del tutto ingenua invece è la conclusione, che non vede (o non vuole vedere, o forse non può denunciare) da dove veramente è partito questo attacco (non semplicemente "errore"!) e non vuole ammettere che le sue conseguenze, obiettivamente disastrose per i cattolici moderati, non sono accidentali ma previste e volute una ad una, a costo di sfasciare il paese e di creare quasi una guerra di religione:

Nell’abbondante letteratura sul friendly fire vi è un capitolo importante su come distinguere senza errore, sul teatro delle operazioni, l’amico dal nemico. Sarà opportuno adattare analogicamente quelle tecniche di identificazione alla sfera politica, sperando che (e operando perché) le numerose, e già leggibili, conseguenze dell’aggressione a Boffo possano essere neutralizzate o contrastate.

Questo articolo, a leggerlo bene, sa di lacrime di coccodrillo, perché ormai il danno è fatto.

Giovanni Romano

sabato 12 settembre 2009

H1NI: dalla trascuratezza alla psicosi

A Napoli, purtroppo, si è verificato il primo decesso dovuto - indirettamente - all’influenza “A”, e la reazione è stata quanto meno sconcertante. Il morto - che non poteva contagiare più nessuno - è stato lasciato nel più completo abbandono come il cadavere di un appestato. L’unico che gli si è avvicinato è stato un sacerdote, con buona pace dei tanti laicisti che “amano l’umanità”. Quasi 200 autisti si sono rifiutati di uscire con gli automezzi se non fossero stati forniti di guanti e mascherina.

Non so se in altri paesi si sia verificata una psicosi del genere, ma non posso fare a meno di osservare che a Napoli troppa gente prima si culla nella più completa trascuratezza igienica e poi, quando arriva l’emergenza, perde completamente la testa. Né questa è una caratteristica dei soli napoletani. Succede ovunque quando viene trascurata la prevenzione.


Giovanni Romano

venerdì 11 settembre 2009

11 Settembre - per ricordare

Dal sito di Claudio Chieffo, il testo della sua meravigliosa canzone "Hope dance". Grazie a Martino Chieffo che l'ha postata stamattina.

Hope Dance
Parole e musica di Claudio Chieffo

Caro amore, nella fotografia,
mi sorridi, ma sei andato via…
sei volato in un giorno di fuoco,
come un grido spezzato nel vuoto.

Mio Dio dammi un segno soltanto
perché possa asciugare il mio pianto,

dammi un segno, una voce, un colore
per cambiare la rabbia in dolore.

Credevamo di essere i padroni del mare,
credevamo di vivere, ma vivere non è giocare…

Come allora nel ballo sul prato
la tua mano mi aveva lasciato,
ora ancora rimane l’attesa
della musica dolce sospesa…

Mio Dio dammi un segno soltanto
perché possa asciugare il mio pianto,

dammi un segno, una voce, un colore
per cambiare la rabbia in dolore.


Dai telogi un colpo di Coda


"Habe nun, ach! Philosophie,
Juristerei und Medizin
Und leider auch Theologie
Durchhaus studiert..."
(GOETHE, Faust, I vv.354-357)



“Il Foglio” di sabato 5 settembre presentava, a pag.IV, una lunga intervista di Marco Burini al teologo Piero Coda in occasione del XXI° congresso nazionale dell’Associazione teologica italiana (Ati) che in questi giorni si tiene a Castel del Monte, nel comune di Andria (nella foto).


Non ho le competenze per discutere l’articolo nei suoi aspetti prettamente teologici, ma ci sono alcuni spunti che mi hanno fatto riflettere, e che dovrebbero far riflettere. Prima di tutto, la malcelata frustrazione e il senso di scontento che traspaiono dall’intervista, diretti contro il ministero ordinato, e più specificamente contro il Magistero.


Burini definisce i teologi “una classe intellettuale semiclandestina che ogni tanto si ritrova per contarsi e per vedere se può cominciare a contare davvero”. A parte la contraddizione di chi ha sempre rimproverato alla chiesa di popolo che “non ci si deve contare”, secondo le intenzioni di qualche teologo nella Chiesa tutto si dovrebbe ridurre a questioni di ruolo e di potere (la “rivendicazione” del sacerdozio femminile non è altro che questo). Come se l’essere stati chiamati a esercitare un ministero ordinato, e aver dato la vita per questo, non contasse nulla di fronte alla cultura degli specialisti.


Sinceramente, non so se un teologo di statura davvero monumentale come Hans Urs von Balthasar, uomo di sterminata cultura e di vocazione sacerdotale altrettanto profonda, sarebbe stato d’accordo.


In secondo luogo, Coda accusa il magistero di “mantenere lo status quo ecclesiale”. Dal profondo della mia ignoranza mi permetto di osservare che una cosa è lo status quo, dall’altra il depositum fidei. Inoltre, nell'intervista c'è un punto polemico davvero sgradevole, non all'altezza di un teologo della cultura e della preparazione di Mons. Coda. E' il punto in cui Coda tira una stilettata postuma al Card. Ottaviani, prefetto del Sant'Uffizio all'epoca di Giovanni XXIII e bieco conservatore nell'immaginario dei teologi "progressisti", rilevando con condiscendenza che il suo motto era "Semper Idem" ("sempre lo stesso"). In realtà, come potete vedere sul sito dell'araldica vaticana, il motto del Cardinale Ottaviani era "Semper Fidem". Una sola lettera cambia tutto, e la figura del Cardinale ne esce molto migliore di quella che Coda vuol far credere. Un lapsus freudiano nella migliore delle ipotesi, e non voglio nemmeno pensare alla peggiore.


C’è veramente da restare stupiti di fronte a un’affermazione come questa: “La teologia clericale è funzionale alla formazione dei preti e soprattutto è demandata ai preti. Ma non appartiene alla grande tradizione della Chiesa”. Ah, no? E San Tommaso d’Aquino, allora? E Sant’Anselmo d’Aosta? E San Bonaventura? E il Cusano? E San Giovanni della Croce, per non parlare di von Balthasar citato prima, non erano forse sacerdoti e ministri ordinati? Prevedo l’obiezione: nelle epoche in cui questi teologi sono vissuti, non era possibile fare teologia al di fuori della Chiesa e al di fuori del ministero ordinato. La teologia era monopolio esclusivo della Chiesa, chi si azzardava a interpretare per proprio conto le Sacre Scritture veniva bruciato come eretico. Il protestantesimo è nato anche per questo. Ma si può ribattere che nessuno di loro, in nessun momento, si è sentito limitato o costretto dal proprio stato sacerdotale, né dall’aderire al magistero della Chiesa.


Colpisce anche la sufficienza di Coda verso coloro che, con dedizione e intelligenza, cercano di aderire al Magistero e di calarlo nella storia con i fatti, non soltanto nei convegni. Ad esempio, un avvenimento come il Meeting di Rimini viene liquidato sprezzantemente in una sola frase: “Al Meeting di Rimini ho visto che vanno avanti per conto loro...”. E’ un’osservazione che si attaglia molto di più alla corporazione di questi teologi e alle sue velleità di potere. Basta vedere con quanto livore viene ricordata la scissione dell’Ati che dette vita alla Sirt (Società italiana di ricerca teologica) di cui fecero parte Rino Fisichella, Angelo Amato e altri: “Fu un tentativo destabilizzante con l’appoggio finanziario dei vescovi. Guarda caso molti di loro lo sono poi diventati...”.


Ma come? Non sono proprio i teologi a invocare libertà e dibattito, e poi quando qualcuno dei loro si permette di pensare in proprio viene bollato come carrierista, venduto, opportunista? Chi mette i suoi talenti di teologo al servizio del Magistero perde automaticamente cultura e intelligenza? Come può invocare rispetto, chi verso gli altri non ne mostra alcuno? Probabilmente è vero che il potere logora chi non ce l’ha, ma non abbassiamoci a questo livello. La controversia è ben più profonda.


Il punto è se, di fronte alla sfida dei tempi, i teologi saranno disposti a testimoniare Cristo e le verità della fede che non mutano col capriccio delle opinioni, oppure, come i giureconsulti, non faranno altro che mettere la loro eloquenza al servizio del potere di turno, giustificando tutto e il contrario di tutto. Vedi quello che è accaduto nella confessione anglicana. Coda parla abbonantemente di “profezia”, ma è tutta rivolta contro il Magistero, non c’è un solo accenno critico alla disumanità e al cinismo del “mondo”, col quale anzi si è più che disposti a venire a compromessi. Non vorrei che i teologi diventassero i nuovi dottori della legge, che mettono in discussione tutti i dogmi tranne le proprie opinioni.


Un’ultima nota di colore. Può sembrare un particolare insignificante, ma m’inquieta un po’ il fatto che questo congresso di teologia si tenga proprio a Castel del Monte e non, ad esempio, in un’abbazia o in un edificio cristiano. E’ vero che il nome originale del castello era “Castello di Santa Maria del Monte”, dal nome di un’antica abbazia benedettina che sorgeva nei pressi. E’ vero che a pochi passi dal Castello sorge una moderna chiesa con questo nome, eppure... eppure, perché proprio Castel del Monte è forse l’unico castello in tutta la cristianità che non ha una cappella? Non mi vengano a dire che il Castello è tutto un edificio religioso, costruito per “celebrare le diversità”. Già questo sminuisce il fatto cristiano, ridotto a una teoria tra le altre. Se proprio vogliamo approfondire, più che un edificio religioso Castel del Monte è un edificio magico, un luogo dove l’imperatore celebrava non le diversità ma l'omologazione, non la divinità ma se stesso e il suo potere arbitrario e svincolato da Dio.


Un “segno dei tempi” anche questo?


Giovanni Romano


P.S.: In realtà, il convegno si svolge presso il "Castel del Monte Park Hotel", il che se non altro denota la sana convivialità dei partecipanti. Ma il nome resta...