venerdì 11 settembre 2009

Dai telogi un colpo di Coda


"Habe nun, ach! Philosophie,
Juristerei und Medizin
Und leider auch Theologie
Durchhaus studiert..."
(GOETHE, Faust, I vv.354-357)



“Il Foglio” di sabato 5 settembre presentava, a pag.IV, una lunga intervista di Marco Burini al teologo Piero Coda in occasione del XXI° congresso nazionale dell’Associazione teologica italiana (Ati) che in questi giorni si tiene a Castel del Monte, nel comune di Andria (nella foto).


Non ho le competenze per discutere l’articolo nei suoi aspetti prettamente teologici, ma ci sono alcuni spunti che mi hanno fatto riflettere, e che dovrebbero far riflettere. Prima di tutto, la malcelata frustrazione e il senso di scontento che traspaiono dall’intervista, diretti contro il ministero ordinato, e più specificamente contro il Magistero.


Burini definisce i teologi “una classe intellettuale semiclandestina che ogni tanto si ritrova per contarsi e per vedere se può cominciare a contare davvero”. A parte la contraddizione di chi ha sempre rimproverato alla chiesa di popolo che “non ci si deve contare”, secondo le intenzioni di qualche teologo nella Chiesa tutto si dovrebbe ridurre a questioni di ruolo e di potere (la “rivendicazione” del sacerdozio femminile non è altro che questo). Come se l’essere stati chiamati a esercitare un ministero ordinato, e aver dato la vita per questo, non contasse nulla di fronte alla cultura degli specialisti.


Sinceramente, non so se un teologo di statura davvero monumentale come Hans Urs von Balthasar, uomo di sterminata cultura e di vocazione sacerdotale altrettanto profonda, sarebbe stato d’accordo.


In secondo luogo, Coda accusa il magistero di “mantenere lo status quo ecclesiale”. Dal profondo della mia ignoranza mi permetto di osservare che una cosa è lo status quo, dall’altra il depositum fidei. Inoltre, nell'intervista c'è un punto polemico davvero sgradevole, non all'altezza di un teologo della cultura e della preparazione di Mons. Coda. E' il punto in cui Coda tira una stilettata postuma al Card. Ottaviani, prefetto del Sant'Uffizio all'epoca di Giovanni XXIII e bieco conservatore nell'immaginario dei teologi "progressisti", rilevando con condiscendenza che il suo motto era "Semper Idem" ("sempre lo stesso"). In realtà, come potete vedere sul sito dell'araldica vaticana, il motto del Cardinale Ottaviani era "Semper Fidem". Una sola lettera cambia tutto, e la figura del Cardinale ne esce molto migliore di quella che Coda vuol far credere. Un lapsus freudiano nella migliore delle ipotesi, e non voglio nemmeno pensare alla peggiore.


C’è veramente da restare stupiti di fronte a un’affermazione come questa: “La teologia clericale è funzionale alla formazione dei preti e soprattutto è demandata ai preti. Ma non appartiene alla grande tradizione della Chiesa”. Ah, no? E San Tommaso d’Aquino, allora? E Sant’Anselmo d’Aosta? E San Bonaventura? E il Cusano? E San Giovanni della Croce, per non parlare di von Balthasar citato prima, non erano forse sacerdoti e ministri ordinati? Prevedo l’obiezione: nelle epoche in cui questi teologi sono vissuti, non era possibile fare teologia al di fuori della Chiesa e al di fuori del ministero ordinato. La teologia era monopolio esclusivo della Chiesa, chi si azzardava a interpretare per proprio conto le Sacre Scritture veniva bruciato come eretico. Il protestantesimo è nato anche per questo. Ma si può ribattere che nessuno di loro, in nessun momento, si è sentito limitato o costretto dal proprio stato sacerdotale, né dall’aderire al magistero della Chiesa.


Colpisce anche la sufficienza di Coda verso coloro che, con dedizione e intelligenza, cercano di aderire al Magistero e di calarlo nella storia con i fatti, non soltanto nei convegni. Ad esempio, un avvenimento come il Meeting di Rimini viene liquidato sprezzantemente in una sola frase: “Al Meeting di Rimini ho visto che vanno avanti per conto loro...”. E’ un’osservazione che si attaglia molto di più alla corporazione di questi teologi e alle sue velleità di potere. Basta vedere con quanto livore viene ricordata la scissione dell’Ati che dette vita alla Sirt (Società italiana di ricerca teologica) di cui fecero parte Rino Fisichella, Angelo Amato e altri: “Fu un tentativo destabilizzante con l’appoggio finanziario dei vescovi. Guarda caso molti di loro lo sono poi diventati...”.


Ma come? Non sono proprio i teologi a invocare libertà e dibattito, e poi quando qualcuno dei loro si permette di pensare in proprio viene bollato come carrierista, venduto, opportunista? Chi mette i suoi talenti di teologo al servizio del Magistero perde automaticamente cultura e intelligenza? Come può invocare rispetto, chi verso gli altri non ne mostra alcuno? Probabilmente è vero che il potere logora chi non ce l’ha, ma non abbassiamoci a questo livello. La controversia è ben più profonda.


Il punto è se, di fronte alla sfida dei tempi, i teologi saranno disposti a testimoniare Cristo e le verità della fede che non mutano col capriccio delle opinioni, oppure, come i giureconsulti, non faranno altro che mettere la loro eloquenza al servizio del potere di turno, giustificando tutto e il contrario di tutto. Vedi quello che è accaduto nella confessione anglicana. Coda parla abbonantemente di “profezia”, ma è tutta rivolta contro il Magistero, non c’è un solo accenno critico alla disumanità e al cinismo del “mondo”, col quale anzi si è più che disposti a venire a compromessi. Non vorrei che i teologi diventassero i nuovi dottori della legge, che mettono in discussione tutti i dogmi tranne le proprie opinioni.


Un’ultima nota di colore. Può sembrare un particolare insignificante, ma m’inquieta un po’ il fatto che questo congresso di teologia si tenga proprio a Castel del Monte e non, ad esempio, in un’abbazia o in un edificio cristiano. E’ vero che il nome originale del castello era “Castello di Santa Maria del Monte”, dal nome di un’antica abbazia benedettina che sorgeva nei pressi. E’ vero che a pochi passi dal Castello sorge una moderna chiesa con questo nome, eppure... eppure, perché proprio Castel del Monte è forse l’unico castello in tutta la cristianità che non ha una cappella? Non mi vengano a dire che il Castello è tutto un edificio religioso, costruito per “celebrare le diversità”. Già questo sminuisce il fatto cristiano, ridotto a una teoria tra le altre. Se proprio vogliamo approfondire, più che un edificio religioso Castel del Monte è un edificio magico, un luogo dove l’imperatore celebrava non le diversità ma l'omologazione, non la divinità ma se stesso e il suo potere arbitrario e svincolato da Dio.


Un “segno dei tempi” anche questo?


Giovanni Romano


P.S.: In realtà, il convegno si svolge presso il "Castel del Monte Park Hotel", il che se non altro denota la sana convivialità dei partecipanti. Ma il nome resta...

2 commenti:

massimo ha detto...

bè giovanni gli hai propio fatto le pulci e l'hai messo nell'angolo,credo che tu abbia ragione su tutta la linea,mi vengono in mente molte cose da scrivere,le ometto tutte eccetto:credo che discorsi del genere se veramente li ha rilasciati siano o solo efetto di una scampagnata e non sapeva che sarebbero stati riportati o aimè è l'efetto della secolarizzazione del clero che Benedetto xvi ha denunciato,aggiungo nel medievo ci sono state eminenti teologhe,caterina da siena,ildegarda di bingen ecc.infine sò da fonte personale certa che il card. ottaviani per tutto il corso del suo episcopato e fino alla morte ebbe a cuore di aiutare paternamente con forti spese personali quei sacerdoti che lasciavano il ministero,trovava per loro lavoro e casa,li seguiva come figli,e anche nei casi più pietosi si è dato da fare per con ogni mezzo.grazie del tuo scritto che leggo sempre volentieri.
ciao massimo

La voce dal vicolo ha detto...

A dire il vero avevo esitato a pubblicare questo articolo, uno sprovveduto insegnante di provincia non può permettersi di fare le pulci a un teologo di livello internazionale. Ma poi, quando per caso provvidenziale ho scoperto il fraintendimento (chiamiamolo così) sul motto del Card. Ottaviani, non ho avuto più esitazioni.

Ringrazio te per la testimonianza su di un cardinale calunniato nella maniera più meschina.