domenica 24 luglio 2011

Il fondamentalista politicamente corretto

La doppia strage norvegese stata percepita dai media e dall'opinione pubblica in modo esattamente contrario a quella di Madrid. A Madrid si pensò sulle prime a un attentato dell'ETA e solo in seguito venne allo scoperto la matrice islamica (1). A Oslo si è pensato subito a un attentato jihadista, per poi scoprire, con orrore anche maggiore, che la matrice è domestica, nata all'interno di una destra estrema e delirante che agisce con modalità simili a quelle che si erano viste negli USA con l'attentato di Timothy McVeigh agli uffici dell'FBI di Oklahoma City. Errore comprensibile, perché Al Quaeda ci ha abituati (se è umanamente possibile abituarsi) ad attentati particolarmente clamorosi, efferati, con decine o centinaia di vittime, e il suo modus operandi evidentemente ha fatto scuola. Sul Web, inoltre, non sono mancate insensate rivendicazioni da parte di musulmani esaltati almeno quanto Beirik.

Orrore e sgomento a parte, quello che mi ha dato fastidio nella vicenda è stato sentir ripetere fino alla nausea l'aggettivo “cristiano” associato al nome dell'attentatore. Mai è stato associato con altrettanta nettezza l'aggettivo “islamico” agli attentatori dei vari gruppi jihadisti. Si parla in modo anodino di “terrorismo internazionale”, o di “presunti attentatori islamici”, di “terrorismo di matrice jihadista”, e naturalmente ci si affannava a spiegare che l'islam in realtà “è-una-religione-di-pace” e banalità del genere. Nemmeno gli ecologisti in quanto tali sono mai stati associati all'omicidio di Pym Fortuyn.

Intendiamoci: qui non intendo incolpare né islamici né ecologisti per un crimine cui sono del tutto estranei. Intendo invece mettere sotto accusa i media per l'atteggiamento usato contro i cristiani. Sembrava proprio che laici e laicisti stessero aspettando questo momento da molto tempo. Eccoli, i cristiani che tramano nell'ombra! Eccoli, i lupi travestiti da agnelli! Eccoli, gli oscurantisti pronti a colpire! Poco importa che la Norvegia sia uno dei paesi più secolarizzati al mondo. Poco importa se il cristianesimo protestante lascia libero chiunque di piegare le Scritture a proprio uso e consum (lo chiamano “libero esame”, se ben ricordo). Poco importa che Beirik sul suo sito si dichiarasse interessato all'esoterismo e alla massoneria, roba che col cristianesimo non ha nulla a che vedere. Il colpevole, e che colpevole!, si è servito da solo su un piatto d'argento. Ignorante, violento, marginale, appassionato di armi da fuoco, islamofobo dichiarato (anche se tra le sue vittime non risulta che ci siano dei musulmani, almeno che io sappia). Cosa potrebbe desiderare di più il “politically correct”? Un colpevole “naturaliter” di destra, uscito pari pari dalle pagine del Mein Kampf!

Cosa accadrà, adesso? A parte le domande inquietanti sulla solitudine e la violenza che covano all'interno di società come quelle scandinave dove ci si è illusi di eliminare ogni imprevisto, temo che nel lungo periodo. saranno i cristiani a dover sopportare le conseguenze peggiori. Già un cristiano certo della propria fede viene correntemente accusato di “comportarsi come se avesse la verità in tasca”; da ora in poi sarà possibile anche ricattarlo come potenziale assassino. Possibile che a nessuno, men che mai al primo ministro norvegese, sia venuto in mente che chi ha agito in questo modo lo ha fatto contro tutti gli insegnamenti del cristianesimo? A tal punto si è diventati ignoranti – volutamente ignoranti – sui contenuti della fede cristiana? Siamo così superficiali che ci accontentiamo di etichette? Ci hanno abituati a ragionare così un paio di secoli d'ideologie e di “lumi”. E per i laici sarà molto più facile, da ora in poi, spingere sui temi etici ed emarginare ancor più i cristiani (quelli che con Beirik non c'entrano nulla) in nome della “tolleranza”.

Di fronte a un'atmosfera che si farà sicuramente più pesante, cosa dovremo fare noi cristiani? Nient'altro che essere noi stessi, senza farci né ricattare né intimidire. Prima di tutto, pregare, nella consapevolezza che l'ultima parola nella storia non appartiene all'uomo. Mai rinunciare alla gioia e alla bellezza che l'incontro col cristianesimo porta nella vita. Mai esitare ad alzare la voce quando saranno calpestati i diritti della vita e della persona. In modo pacato ma fermo, lasciando ai loro avversari il pregiudizio e la malafede. E mai dimenticarsi di pregare per loro, perché una ferita all'umano così grande come la strage di Oslo si può affrontare solo con la misericordia.

Giovanni Romano

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(1) Non senza che questo provocasse il crollo dei consensi al governo Aznar, la rivolta dell'opinione pubblica spagnola e l'imprevista vittoria di Zapatero. A questo proposito, il quotidiano El Mundo pubblicò un dossier molto informato in cui sosteneva che Aznar fu deliberatamente ingannato dai servizi segreti, in cui era forte la presenza dei socialisti.

domenica 3 luglio 2011

GB: Sempre più in pericolo la libertà religiosa

Una avvocatessa cristiana vede “l'inizio di una tirannia” nelle dichiarazioni del Commissario alle Pari Opportunità


LONDRA, 1 Luglio 2011 / 05:59 (CNA) – La dirigente del Christian Legal Centre del Regno Unito vede incombere la persecuzione dei cristiani nella vita pubblica dietro le recenti controverse dichiarazioni da parte del Commissario alle Pari Opportunità e ai Diritti Umani Trevor Phillips.


Andrea Minichiello Williams, che dirige l'ufficio legale, ha riferito dalla CNA che Phillips le è anche apparso “ingenuo”, affermando che “non sembra vivere nella stessa Inghilterra in cui vivo io”.

La Williams non è stata la sola a chiedersi da dove Phillips abbia preso alcune delle idee che ha espresso in un'intervista del 19 giugno scorso con il quotidiano The Telegraph. Il Commissario alle Pari Opportunità ha dichiarato che gli immigrati musulmani si stavano integrando nella società inglese meglio di qualunque popolazione cristiana [L'attentato di Londra è stato opera di musulmani "perfettamente integrati", N.d.T.] , e che le pratiche di adozione cattoliche erano più discriminatorie dei tribunali basati sulla Sha'aria.


Phillips ha aggiunto anche che i cristiani tendessero a immaginare che sia in atto una discriminazione contro di loro quando in effetti non ve n'è alcuna. E ha specificato che i credenti non devono aspettarsi eccezioni rispetto all'Equality Act del 2010, con il suo linguaggio controverso sull'orientamento sessuale, una volta “usciti dalla chiesa o dalla moschea”.


La Williams, il cui ufficio cura la difesa dei diritti dei cristiani britannici nella sfera pubblica, ha dichiarato che le radici cristiane del suo paese l'avevano reso in passato “una terra di grande libertà” dov'era rispettata “la libertà di coscienza”.


“Abbiamo visto sradicare tutto questo in base al programma delle Pari Opportunità, che è la politica seguita da Trevor Phillips”, ha detto in un'intervista del 30 giugno. “Il secolarismo, secondo questo programma, non è neutrale. Punisce chi dissente”.


La Williams ha dichiarato che il sistema delle Pari Opportunità, iniziato con il primo ministro Tony Blair e proseguito con il suo successore Gordon Brown, “suona come un'utopia – ma di fatto conduce agli inizi di una tirannia”.


“Se si entra nella sfera pubblica, o in un impiego pubblico, si deve parlare e agire secondo il programma delle Pari Opportunità. Se non si agisce in quel modo, se non si è d'accordo, si viene puniti. Si perde il lavoro. Si viene indagati. Si corre il rischio di essere accusati di diffondere odio. Questa è la realtà che stiamo vivendo nel Regno Unito”.


La critica più plateale di Phillips al cristianesimo tradizionale nell'intervista a The Telegraph è arrivata quando si è toccato il punto dell'immigrazione di popolazioni provenienti dall'Africa e dai Caraibi.


Il Commissario ha ammesso che c'è “un chiasso dell'altro mondo sulla Chiesa che viene perseguitata”, ma ha detto che il vero problema per “le chiese convenzionali” è l'influsso di “gente che... crede in una religione dei tempi andati, il che secondo me è incompatibile con una società moderna, multietnica e multiculturale”.


La Williams ha ribattuto che questa idea di “incompatibilità” viene da una caricatura del cristianesimo, non dal Vangelo di Cristo in sé. “Tutto quello che viene da Lui”, ha detto, “porta al riconoscimento della dignità innata di ogni essere umano”.


“Proprio perché il cristianesimo non è coercitivo - a differenza del secolarismo, e a differenza dell'islam – conduce alla vera tolleranza”.


Nella lunga intervista al Telegraph, Phillips ha detto che i credenti in quanto individui possono aspettarsi che la sua Commissione difenda il loro diritto di celebrare il culto e di credere in quello che vogliono. Ha detto che è “parte integrante del patto fondativo di una democrazia liberale” che gli individui non vengano penalizzati o trattati in maniera discriminatoria” a motivo “di essere anglicano, musulmano o metodista o ebreo” [I cattolici non vengono menzionati, N.d.T.].


Ma la Williams ha accusato la Commissione di non osservare nemmeno questa limitata interpretazione della libertà religiosa.


“Quel che Mr. Phillips dovrebbe fare”, ha detto, “è venire a trascorrere una giornata al Christian
Legal Centre, dare una scorsa ai casi, e vedere la discriminazione che c'è in giro”.


Nel caso di Shirley Chaplin, ad esempio – l'infermiera a cui è stato detto di togliere la croce che portava al collo dopo averla indossata per 38 anni di servizio al pronto soccorso – sono state fatte eccezioni per i musulmani, con il loro lungo e fluente hjiab e una grossa spilla”.


Nel South London Council si permette ai musulmani di pregare cinque volte al giorno, ma ai cristiani non si permette di tenere calendari cristiani sulle loro scrivanie. Questa è la realtà in cui viviamo”.


Ha anche messo in rilievo il caso di Eunice e Owen Johns, una anziana coppia pentecostale che sono stati rifiutati come genitori affidatari – nonostante la loro vasta esperienza – perché disapprovavano l'omosessualità. “La Commissione Pari Opportunità è intervenuta in quel caso. Ed è intervenuta contro i cristiani”, ha fatto notare la Williams.


“Sono intervenuti in molti altri casi di rilievo. Non sono mai intervenuti, mai, contro i musulmani. Sono intervenuti solo in casi che coinvolgevano i cristiani per mettersi contro di loro. Questa non è uguaglianza. Questa è disuguaglianza”.


“C'è un servilismo generale verso l'islam, e al contrario il cristianesimo viene soppresso”, ha osservato la Williams.


“L'idea di fare posto alla Sha'aria, di accettarla – e poi di dire che le agenzie di adozione cattoliche, le quali credono che un bambino abbia bisogno di una madre e di un padre sposati, debbano essere chiuse – sta devastando la nostra società”.


La Williams ha detto che il perseguimento aggressivo del secolarismo da parte dell'Inghilterra sta creando un “vuoto” che i musulmani radicali potrebbero cercare di sfruttare. “L'islam radicale ha un programma preciso in questa nazione, e sta lavorando sodo”, ha puntualizzato.


Ma molti cristiani britannici mancano di difendere la verità biblica in questo contesto. “In molti modi, la Chiesa ha da rimproverare se stessa per la situazione in cui ci troviamo. Quel che dobbiamo fare è trovare la nostra voce. Altrimenti, avremo un'oppressione e una soppressione sempre maggiore”.


La Williams ha osservato che la Cristianità “è sopravvissuta storicamente ad attacchi molto peggiori di quelli di Trevor Phillips”. Ma ha ammesso che le prospettive appaiono “molto cupe” al momento.


“Abbiamo attualmente un governo che sta discutendo se estendere le unioni civili agli edifici di culto”, ha osservato. “Dicevano che non l'avrebbero mai fatto”.


La Williams e altri cristiani inglesi vogliono una autentica libertà religiosa per sé e per gli altri. Ma capiscono che il conflitto con il secolarismo è parte del costo della sequela.


“Gesù ha sofferto un falso processo, era odiato dal mondo, fu messo in croce”, ha ricordato”. “Ma
c'è stata la Sua resurrezione, e la speranza deriva da questo”.


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martedì 14 giugno 2011

I cattolici che non fanno paura al potere

Voglio subito sgombrare il campo da un equivoco, a costo di deludere e irritare alcuni amici che – già lo so - mi leggeranno. Sono andato a votare i referendum, e ne ho votati tre su quattro. Ho rifiutato di votare solo quello sul legittimo impedimento perché l'intento fazioso e persecutorio era troppo sguaiatamente evidente (non “la-legge-è-uguale-per-tutti”, bensì “la forca è uguale per tutti”).





Ma ho votato tre SI per motivi che poco o nulla hanno a che vedere con l'accanimento sconcertante, ai limiti del fanatismo, con cui tanti, troppi ambienti cattolici forse, incluse non di rado le gerarchie, hanno promosso in particolare il referendum sull'acqua, e che mi ha procurato un senso di disagio sempre più forte man mano che si avvicinava la data delle consultazioni.




Cominciamo però dal quesito più semplice e meno controverso, quello sull'energia atomica. Qui non ho avuto dubbi. Fukushima mi ha fatto completamente ricredere sulla sicurezza delle centrali nucleari e sulla credibilità dei governi quando sono in ballo interessi economici di fronte ai quali il valore della vita umana si riduce a zero. Fukushima è la prova provata dell'impossibilità di prevedere ogni possibile incidente e di farvi fronte. Ma soprattutto è la prova provata di una disinformazione deliberata e allucinante. Per giorni si è cercato di minimizzare la gravità di quello che era accaduto, anche a rischio di lasciare che la popolazione venisse contaminata in maniera sempre più grave, e si è stati costretti ad ammettere la verità solo quando i danni erano diventati troppo evidenti, con la centrale sventrata come quella di Chernobyl.




Fukushima mi ha trasformato in un nuclearista pentito, e nessun discorso potrà più persuadermi del contrario. A coloro che continuano a sostenere la causa del nucleare faccio una proposta: benissimo, costruiamo pure le centrali anche in Italia, ma con l'obbligo per voi e per le vostre famiglie di andare a vivere entro un raggio massimo di 30 km da una centrale o da un sito di stoccaggio di combustibile nucleare. Vi offriamo anche la casa gratis se volete; se l'energia nucleare è così sicura come sostenete, non penso che qualcuno di voi farebbe obiezione.





Veniamo però ai referendum più scottanti, quelli sui quali i cattolici – o almeno una parte consistente, dirò poi quale – si sono esposti più vocalmente, anche se l'opinione pubblica laica non sembra essersene accorta più di tanto. Mi prenderò la libertà di citare ampiamente l'eccellente articolo di Stefano Fontana dal sito Labussolaquotidiana.it (“I cattolici hanno vinto i cattolici hanno perso”) ma prima di tutto devo dare ragione dei miei due SI.





Ho votato SI perché condivido la concezione cattolica della proprietà privata come responsabilità sociale, non solo come mero accumulo. Dai sostenitori del NO o dell'astensione ci è stato detto e ripetuto che non si trattava di “privatizzare” l'acqua ma semplicemente di affidarne la gestione ai privati in modo da rendere più efficiente il servizio, limitare gli sprechi e favorire la distribuzione. Ma è un argomento solo giuridico-formale, che non tiene conto del fatto che la gestione dell'acqua passerebbe in pratica da un monopolio pubblico a uno privato. Una vera privatizzazione avrebbe prodotto effetti positivi solo in regime di concorrenza, cosa impraticabile nel caso degli acquedotti. E i monopoli privati si sono sempre rivelati più esosi nei confronti dell'utenza, più riluttanti a investire per modernizzare gli impianti, più trascurati sotto l'aspetto della sicurezza. Non dimentichiamo che fu l'ENEL, non le compagnie elettriche private, a portare la corrente a 220V in tutta Italia: prima al Sud la corrente era di soli 125V. E fu una compagnia elettrica privata a provocare il disastro del Vajont, scaricandone poi ogni conseguenza sulle spalle della collettività.




Se avessero vinto il NO o l'astensione, avremmo assistito probabilmente all'ennesima stangata sulle tariffe e le bollette senza alcun vantaggio apprezzabile, per giunta con la scusa della “lotta agli sprechi”, o avremmo assistito al solito gioco del “privatizzare i profitti e socializzare le perdite”. E questo, per le finanze massacrate di moltissime famiglie, è veramente troppo. Si è detto anche che con questo voto i cittadini hanno confermato l'andazzo dell'inefficienza e dello spreco, perché i comuni non hanno soldi per provvedere alle riparazioni e alla manutenzione. Ma allora i soldi delle nostre (esose) tasse dove vanno a finire? L'esito di questo referendum non può in nessun modo essere invocato come alibi dagli enti locali e dai servizi pubblici, se mai il contrario: è un severo richiamo alle loro responsabilità.





Queste laicissime considerazioni mi hanno persuaso a votare SI. Ma con disagio, lo ripeto, e ora vengo al punto. Tanto mondo cattolico ha fatto del referendum sull'acqua una inopportuna ed enfatica crociata tra il Bene e il Male, sull'onda della scomunica dossettiana contro Berlusconi e chi la pensa come lui (1).




Come fa notare giustamente Fontana, “si è notata una mobilitazione particolare del mondo cattolico, probabilmente superiore a quella contro il divorzio e l'aborto. (…) Non ci sono dati certi a questo proposito, ma tutti abbiamo assistito alle catene di sms, ai pronunciamenti delle associazioni, prima tra tutte l’Azione cattolica, ai volantinaggi davanti alle chiese, alle dichiarazioni di vescovi e uffici stampa delle diocesi, all’impegno propagandistico degli ordini religiosi, alle dichiarazioni di moltissimi teologi moralisti”. Attenzione a una particolarità che emerge da queste parole: tra i cattolici si è trattato in gran parte di una mobilitazione clericale (quella parte del mondo cattolico cui accennavo prima), per molti versi speculare e opposta a una mobilitazione ben più popolare e massiccia, quella sì nata veramente dal basso: la mobilitazione per il Family Day che partì in massima parte dai laici, dalle famiglie stesse, e che una parte purtroppo non trascurabile del clero seguì o con indifferenza o addirittura con fastidio.





Non è mancato nemmeno il classico terzomondismo d'accatto, segno dell'incapacità di guardare la questione in termini di realismo e non di utopia. Ancora Fontana: “Una diocesi ha detto: 'Andare a votare è un gesto per la vita, per la vita di tanti che ancora nel mondo non hanno il diritto più elementare, quello dell’acqua'. Cosa c’entri il referendum in Italia con la mancanza di acqua in Africa non ci è dato di sapere. Se analizziamo la gran parte dei settimanali diocesani troviamo questo livello di ragionamento. Ma quando si sbandierano ragioni di questo genere si cade nel moralismo inefficace e servizievole. Si crede di aver contribuito a far andare avanti la storia ed invece ci si è accodati ad altri”.





Ho messo in neretto queste parole perché mi sembra che centrino perfettamente il nocciolo della questione. I fedeli sono stati gravemente ammoniti a recarsi alle urne perché “il voto è dovere civico”. Ci siamo già dimenticati che fu proprio l'astensione dei cattolici a far saltare il referendum sulla legge 40? I cattolici erano eversivi allora, o era eversivo e inumano il tentativo di affondare una legge già ingiusta di per sé, per sostituirla con un'anarchia molto peggiore? Direi dunque che per un cattolico il dovere del voto viene dopo un doveroso discernimento sulle questioni oggetto del voto stesso, dunque non può mai essere uno scontato automatismo. In questa occasione, invece, troppi cattolici hanno fatto la figura dei volenterosi barellieri della storia.





Ieri il sito della Tiscali sbandierava la foto di due suore che entravano sollecitamente in un seggio, certificato elettorale e rosario in mano. Molti cartelloni per il SI avevano una scritta a caratteri cubitali: “METTICI SOPRA UNA CROCE”. Quando ho visto queste cose non ho potuto fare a meno di sorridere amaramente. Ma come, ci si ricorda della Croce solo quando fa comodo per votare, mentre si fa di tutto per toglierla dai luoghi dove la gente vive? Ci si ricorda che esistono le suore solo quando vanno a votare allineate e coperte dove vuole l'estrema sinistra? C'è stato uno, uno solo dei cattolici che sono arrivati a “digiunare per l'acqua” in Piazza San Pietro che abbia protestato contro l'europride, che inquina le acque dei rapporti umani molto più radicalmente di qualsiasi referendum? Il potere mediatico laicista ha forse paura di cattolici così omologati, il cui “profetismo” (termine più che mai abusato in questo caso) si è “appiattito sul rubinetto” secondo l'efficace espressione di Fontana?




A giusto titolo l'autore osserva che da parte cattolica si è trascurato il principio della sussidiarietà a favore dell'attuale gestione statalista, anche se non ha spiegato in che modo si sarebbe potuto provvedere in questo senso. Risparmio al lettore le citazioni bibliche stravolte oltre i limiti del grottesco pur di trovare argomenti “evangelici” per appoggiare la campagna referendaria. Gli risparmio anche i fraintendimenti (voluti?) della Dottrina Sociale della Chiesa. Chi vuole può andare a leggerli nell'articolo citato. Una affermazione di Fontana suona paradossale, apparentemente come uno spauracchio agitato per rivalsa: “Credevo di votare per l'acqua, ho votato per il divorzio breve”, ma considerando l'appiattimento sui “valori comuni”, la quasi sacralizzazione di un argomento che poteva e doveva essere affrontato con criteri razionali, l'inconsistenza o i troppi distinguo sui valori non negoziabili, non è poi tanto peregrina. Mi trova invece completamente d'accordo la preoccupata chiusa dell'articolo: “Si dovrebbe analizzare a fondo, nel prossimo futuro, l’atteggiamento mentale e operativo dei cattolici in occasione di questo referendum, ben oltre le poche riflessioni condotte in queste righe. Credo che ne emergerebbero significative incertezze culturali e i segni di alcune crepe considerevoli nel tessuto ecclesiale”.





Posso confermarlo. Ho votato SI, ma che di certi compagni di strada avrei fatto volentieri a meno. E probabilmente, come l'asino di Buridano, finirò per buscarle da tutte e due le parti.





Giovanni Romano




(1) Vedi il libro di G. BAGET BOZZO e PIER PAOLO SALERI “Giuseppe Dossetti – La costituzione come ideologia politica”, Ares, Milano 2009.

giovedì 14 aprile 2011

Un direttore di fama mondiale contro il "karaoke ecclesiastico"

IL DIRETTORE DI UN CORO DI FAMA MONDIALE
DEFINISCE “KARAOKE ECCLESIASTICO” LA MODERNA MUSICA LITURGICA
di David Kerr
Londra, 14 aprile 2011 / 05:46am – Il direttore di un coro vincitore del Grammy Award ha lanciato un pungente attacco contro la moderna musica liturgica. Jospeh Cullen, direttore del coro della London Simphony Orchestra, dice che dagli anni '60 in poi c'è stata “una vistosa mancanza di simpatia” per “una musica liturgica degna di questo nome”.
Scrivendo nell'edizione del 9 aprile del settimanale inglese The Tablet, ha lodato la musica adoperata per la scorsa visita papale nel Regno Unito. Ma ha aggiunto: “Triste a dirsi, una simile eccellenza non è tipica della grande maggioranza delle nostre chiese cattoliche. C'è un'evidente mancanza di simpatia per l'eredità che dovrebbe essere la roccia di una musica sacra degna di questo nome nella Chiesa di oggi”.
Negli anni recenti Joseph Cullen ha raggiunto una posizione di assoluto rilievo a motivo della sua stretta collaborazione con alcuni dei massimi direttori d'orchestra del mondo tra cui Sir Simon Rattle, Valery Gergiev e Sir Colin Davies, con cui ha vinto un Grammy Award nel 2006 per la loro registrazione del “Falstaff” di Verdi.
Nella sua analisi, Cullen dice che la corsa a trovare nuove impostazioni musicali per la messa postconciliare negli anni '60 ha fatto sì che in questo processo venisse applicato uno scarso discernimento artistico. Come risultato, dice, la maggior parte delle messe parrocchiali ora adoperano inni mal composti che vengono usati inappropriatamente come semplici “filtri” nel corso della sacra liturgia.
Così scrive Cullen: “E' frequente imbattersi in materiale di bassa lega e in una grande faciloneria. Gli inni si adattano al ritmo della musica popolare (ad esempio, “My God Loves Me” al tono di “Plaisir d'amour”) con poco riguardo all'inappropriatezza dell'originale e alle parole ben conosciute”.
Ha criticato anche la pratica di un solo cantore che conduce i canti in parrocchia. “L'uso inappropriato di una voce tonante dietro un microfono, un karaoke ecclesiastico, sembra aver eliminato il canto corale dell'assemblea”.
Forse il suo attacco più pungente, però, è diretto ai musicisti diocesani ufficiali che commissionano e promuovono la loro stessa musica. “I comitati liturgici musicali eletti delle conferenze episcopali non possono avere un conflitto d'interessi nel promuovere la loro stessa musica, o il loro tipo di musica. Questa sarebbe considerata corruzione qualunque altro campo”.
Cullen sta ora facendo appello a una maggiore aderenza ai documenti della Chiesa sulla musica sacra e a un maggiore addestramento nelle parrocchie di coloro che vengono istruiti nelle tradizioni corali della Chiesa.

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domenica 27 marzo 2011

Se tutti i cattolici avessero il coraggio di quest'uomo...

UN ELETTRICISTA “ACCENDE” LA BATTAGLIA PER LA VITA

RIFIUTANDO DI LAVORARE PER UNA CLINICA ABORTISTA

Di Dave Hrbacek


St. Paul, Minnesota, 24 marzo 2011 / 09:34am – Un biglietto nel bagno della casa di Tim e Nicole Roach a Faribault, Minnesota, recita: “Gratitudine. Ricordati sempre di contare le tue benedizioni”.


“Doveva dire: 'Augusto, lavati le mani e i denti'”, scherzava Nicole,riferendosi a suo figlio di nove anni.

Il biglietto è arrivato a proposito di recente mentre la famiglia, che appartiene alla parrocchia della Divina Misericordia di Faribault, continua a lottare contro la disoccupazione di Tim, iniziata nel luglio 2009, quando è stato licenziato dal suo lavoro di elettricista. E la coppia è stata costretta ad approfondire ancora di più il concetto di gratitudine quando di recente una grossa benedizione è apparsa all'improvviso per poi svanire in una manciata di secondi.

A metà febbraio, Tim ha ricevuto una telefonata dal suo sindacato locale con la notizia che ogni lavoratore licenziato agogna di udire: un'offerta di lavoro.

Non sarebbe potuta arrivare in un momento migliore. L'indennità di disoccupazione di Tim stava quasi per finire. Tim non riusciva quasi a credere a quello che la voce dall'altro capo del telefono gli stava offrendo: un impiego da capomastro per almeno 11 mesi, con un salario da 65,000 a 70,000$ l'anno.

Perfetto, ha pensato Tim. Poi sono arrivate le cattive notizie: avrebbe dovuto lavorare alla costruzione di una nuova clinica della Planned Parenthood [la principale organizzazione abortista americana, N.d.T.] nell'University Avenue di St. Paul. Il meglio del meglio si è mutato nel peggio del peggio quando lui ha respinto l'offerta nel giro di pochi secondi.

“L'ottovolante ha cominciato a precipitare di brutto”, ha detto Tim, 38 anni. “Lui [il sindacalista] non era proprio sicuro che in quel posto si sarebbero praticati degli aborti. In un certo senso ha cercato di essere evasivo, penso, per cercare di indurmi a dire sì.Ma io gli ho detto: 'Aspetta un momento. E' la Planned Parenthood'”.

Alle
prese con difficoltà finanziarie

E, da un momento all'altro, Tim è tornato a essere un disoccupato senza prospettive immediate. Con l'indennità di disoccupazione destinata a finire questo mese. Fortunatamente sua moglie Nicole, 37 anni, lavora a tempo pieno come specialista di mezzi di comunicazione per la scuola elementare Akin Road di Farmington. Eppure, la famiglia, che include anche la figlia undicenne Adeline, sta sulle spese.

Anche se Tim non ha perso tempo a rifiutare l'offerta – la conversazione al telefono è durata circa un minuto – Nicole è stata un po' più lenta ad accettare la decisione, soprattutto perché è lei a gestire il bilancio familiare e ha avuto a che fare con il disagio finanziario dovuto alla lunga disoccupazione di Tim.

“La prima cosa che volevo che facesse era giustificare (di prendere l'offerta di lavoro)”, ha detto lei, quando Tim la chiamò dopo averla rifiutata. “E' solo una clinica”. No che non lo è!

“In tutta questa vicenda, la nostra fede si è approfondita”, ha detto Nicole. “Sentiamo di essere stati messi alla prova. Abbiamo scelto di seguire la nostra fede”.

Per qualche osservatore esterno, questo è un altro modo importante di essere pro-life. Forse non altrettanto diretto come un picchettaggio di fronte a una clinica abortista, tuttavia manda un coordinatrice dell'ufficio arcidiocesano per il matrimonio, la messaggio sulla santità della vita umana, dice Sharon Wilson, famiglia e la vita.

Poco tempo dopo la sua decisione, la storia di Tim ha fatto il giro della rete via posta elettronica. E' arrivata al computer di Padre Erik Lundgren, viceparroco della Divina Misericordia, che ne ha fatto parola in una delle sue omelie. Nel vangelo di quella domenica, Gesù dice ai Suoi discepoli che non si può servire sia Dio che il denaro.

“Ho proprio pensato che fosse un esempio ispiratore per tutti nella nostra parrocchia, un esempio dello zelo che è necessario per noi cattolici nel dibattito e nella lotta a favore della vita”,

ha detto Padre Lundgren. “E' un esempio d'ispirazione anche per me sacerdote. Qui alla Divina Misericordia, le parole 'Gesù, confido in Te' sono scritte sul fonte battesimale, e questo è il nocciolo della questione”.


Questo è il genere di fiducia che la famiglia Roach sta prendendo mentre Tim continua a cercare un lavoro. Il suo progetto a lungo termine è di iniziare un'attività in proprio, ma avrà bisogno di guadagnare e risparmiare denaro perché questo accada. Nel frattempo, desidera prendere qualunque lavoro che possa trovare. Un elemento positivo è il senso di pace che lui e Nicole stanno sperimentando, e che non c'era fino a pochi mesi fa.

“Negli ultimi sei mesi, abbiamo imparato a prendere le nostre preoccupazioni e le nostre paure e affidarle a Dio”, ha detti Nicole. “Quello che è avvenuto ha davvero cambiato me e la mia fede. Mi sento orgogliosa di essere cattolica e di prendere posizione contro l'aborto”.

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sabato 12 marzo 2011

Aggressione anticattolica all'Università Complutense di Madrid

Protesta di studenti anticattolici

alla cappella universitaria di Madrid



Madrid, Spagna, 11 marzo 2011 / 08:01 pm – Circa 70 studenti universitari hanno fatto irruzione nella cappella dell'Università Complutense di Madrid il 10 marzo, gridando insulti contro la Chiesa cattolica, Papa Benedetto XVI e i preti.


Parecchie studentesse del gruppo sono andate sull'altare, nude alla cintola in su.


Un'altra studentessa che al momento dell'aggressione era a pregare nella cappella ha detto al quotidiano spagnolo "ABC" che due delle giovani donne sull'altare “si vantavano delle proprie tendenze omosessuali”.


Il gruppo di studenti ha fatto irruzione nella cappella con un megafono e ha spintonato via il cappellano. Hanno cominciato a gridare insulti contro la Chiesa cattolica e i suoi insegnamenti. Il gruppo ha anche collocato dei posters sui banchi e sulla bacheca degli avvisi all'entrata della cappella.

Tutto l'incidente è stato filmato.


Un'altra studentessa intervistata da "ABC" ha chiesto: “Cosa sarebbe successo se questo fosse avvenuto in una moschea? Questa gente dovrebbe sapere che i cattolici non risponderanno mai a una provocazione con un'altra provocazione solo per difendersi”.


“Nessuno ci metterà a tacere con atti di ostilità, di scherno, di intimidazione o di ogni altra pressione illegittima che offenda le sensibilità religiose di chiunque”, ha continuato. “Inoltre, atti come questi sono punibili per legge. Com'è facile e vigliacco fare qualcosa del genere in forma anonima!”.


Gli amministratori dell'Università hanno condannato questo atto e hanno detto che sarà aperta un'indagine per identificare i responsabili. Hanno ribadito l'impegno dell'Università a rispettare la libertà di culto e di fede religiosa, e hanno esortato gli studenti a essere tolleranti verso i reciproci sentimenti religiosi. “La neutralità del governo nelle questioni religiose significa che nessuna credenza specifica può essere imposta né soggetta a persecuzione”.


“La tolleranza e il rispetto sono assolutamente indispensabili”, hanno affermato.


"ABC" ha riferito che non è stata la prima volta in cui la cappella è stata obiettivo di attacchi anticristiani. La scorsa settimana le porte e i muri della cappella sono stati imbrattati di dipinti anticattolici.


L'Arcidiocesi di Madrid ha emesso un comunicato stampa di condanna per la profanazione della cappella e ha sporto un reclamo formale con l'Università. “Queste azioni sono un attacco alla libertà di culto e la profanazione di un luogo sacro, che porta con sé pene canoniche per ogni battezzato che vi abbia preso parte”.


L'Arcidiocesi ha definito “vergognoso che in una società democratica dove si suppone che ci sia rispetto per gli altri, per le istituzioni religiose e per il diritto di celebrare la propria fede in pubblico”, un gruppo di giovani abbia macchiato il buon nome e il duro lavoro dell'Università Complutense.


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Giovanni Romano

Chiesa spagnola sfregiata da pseudo-satanisti

Una storica chiesa spagnola

vandalizzata con simboli satanici


Almeria, Spagna, 11 marzo 2011 / 05:54 pm – Una chiesa centenaria in restauro nella diocesi di Almeria, Spagna, è stata vandalizzata con graffiti e simboli satanici nel fine settimana del 5 marzo scorso.


Gli operai hanno trovato l'interno della chiesa vandalizzato con simboli e graffiti satanici il 7 marzo. Gli esperti dicono che sembra che l'intenzione fosse di dare l'impressione di un rito satanico.


Il vandalismo si è verificato dopo che la diocesi ha vinto una lunga e aspra battaglia legale contro una compagnia privata che voleva trasformare la chiesa in una balera e in un luogo turistico. La diocesi stava aspettando l'autorizzazione ufficiale dalle autorità locali per cominciare i lavori di ripristino.


La chiesa di Las Salinas de Cabo de Gata, costruita nel 1907, era stata chiusa al culto dal 2004 a causa della sua struttura fatiscente. La diocesi ha emesso un comunicato stampa il giorno seguente, condannando il vandalismo e la “provocazione insensata”. Il comunicato stampa ha affermato che la diocesi aveva finalmente ricevuto l'autorizzazione ufficiale per iniziare i restauri. “Questo atto offende la coscienza religiosa e il senso comune di ogni persona civile e costituisce in se stesso un attacco gratuito a uno spazio sacro alla fede cattolica”.


Dopo un esame da parte di parecchi esperti, il danno, i graffiti e lo sconquasso causato dai responsabili “sembrano escludere la conclusione che si sia trattato di un atto satanico”, ha dichiarato la diocesi.


“Tutto sta a indicare che si è trattato di un atto deliberato di vandalismo, lo scopo e l'intenzione del quale la diocesi non intende discutere per ovvie ragioni. In ogni caso, nessuno potrà costringere la diocesi a tornare sulla sua decisione, basata sulla legge, per portare a termine il ripristino di questa simbolica chiesa diocesana, così che possa essere riaperta al culto”, ha affermato il comunicato stampa.


La diocesi ha sporto formale denuncia chiedendo alle autorità di arrestare e punire i responsabili.


A tutte le parrocchie della diocesi è stato chiesto di offrire una speciale preghiera in riparazione della profanazione della chiesa il primo lunedì di Quaresima.


Luis Santamaria del Rio, un esperto del network ispanoamericano per lo studio delle sette, ha detto alla CNA di essere d'accordo con le conclusioni della diocesi e che questo atto di vandalismo “non sembra avere nulla in comune con i rituali satanici”.


Ha detto che l'atto era chiaramente mirato contro la diocesi per la questione della proprietà della chiesa. Vincente Jara, un esperto di satanismo del network, si è detto d'accordo con Santamaria. “Questa non è stata una messa nera o un rituale satanico”, ma piuttosto “un atto di vandalismo che ha incluso sia simboli satanici che non satanici”, ha detto.


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Giovanni Romano

Una riflessione a pie' di pagina. C'è poco da rallegrarsi che i satanisti non c'entrino, perché comunque chi ha commesso l'atto di vandalismo è ricorso ai loro simboli, il che a pensarci bene è ancora più inquietante perché significa che la mentalità è diffusa. (GR)

martedì 8 marzo 2011

"Chi entra Papa esce cardinale" (anche a Milano)

Così recita un ironico proverbio romanesco, e i romani di Papi se ne intendono. A quanto pare, forse a Milano se ne intendono un po' meno, specialmente al Corriere della Sera. Un articolo del 4 marzo riportava come requisito indispensabile per il futuro cardinale arcivescovo di Milano (e
secondo la non modesta opinione del Corriere, anche futuro Papa) la capacità di essere “un grande interlocutore per il mondo laico”, e non esitava a fare il nome del neo-porporato Gianfranco Ravasi, o in seconda battuta del Patriarca di Venezia Mons. Angelo Scola.


In teoria non c'è nulla da eccepire a un requisito del genere. E' chiaro che un pastore, e non soltanto il pastore una diocesi come Milano, deve sapere interloquire con tutti, intellettuali o incolti, atei o credenti. Ma deve interloquire con ciascuno in quanto persona, incontrandolo nel suo bisogno più vero e lasciando alla porta etichette e paludamenti. L'equivoco -voluto- del Corriere è far credere che in una diocesi (e a Milano, poi!) siano solo gli intellettuali ad avere importanza, con il resto del popolo di Dio ridotto a una massa d'ignoranti degni al massimo di ironico compatimento da parte delle intelligenze superiori, quelle che disquisiscono dalla cattedra dei non credenti.


C'è veramente da stupirsi di tanto provincialismo e di tanta immodestia. Con Papa Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI, la Chiesa ha dilatato il suo respiro a una dimensione mondiale. Nulla garantisce che il futuro Papa sia italiano. E nemmeno, come scrive il Corriere, Milano può essere considerata “la diocesi più importante del mondo”. La più importante d'Italia certamente sì, ma su che cosa si misura la sua importanza su scala mondiale? Probabilmente il Corriere avrà adottato un criterio economico-aziendale, perché, se dovesse basarsi sulla percentuale dei frequentanti la Messa, si accorgerebbe che diocesi come Manila, Seul, tutte quelle africane, persino quelle nei paesi islamici la battono di gran lunga. E sulle cause di questa desertificazione è meglio tacere.


Un altro rilievo che si può muovere all'articolo è la sufficienza verso i movimenti ecclesiali, specialmente Comunione e Liberazione, da cui il Cardinale Scola a detta del Corriere si sarebbe quasi emancipato. Chi scrive ha avuto la fortuna di conoscerlo di persona abbastanza a lungo quando era Vescovo di Grosseto, e può testimoniare che proprio l'appartenenza al Movimento è stato lo spunto per aprirsi a tutti, non un limite da superare.


Cosa dire, in conclusione? A voler essere polemici, ci sarebbe da sorridere di fronte all'autoreferenzialità laica del Corriere. Ma alle tre somme autorità interpellate nell'articolo (Alberto Melloni, Benny Lai e Giancarlo Zizola) vorrei sommessamente ricordare che Nostro Signore venne da dove nessuno se l'aspettava. Venne da una periferia dimenticata e da una stirpe dimenticata ma non decaduta. E i primi che volle incontrare furono i pastori e la gente semplice, non gli intellettuali. E forse l'attuale Papa se ne ricorderà molto più di loro nella scelta del futuro pastore.


Giovanni Romano

Aprés Berlusconi, le déluge?

Tre giorni fa, Assuntina Morresi sul blog Stranocristiano (“Biotestamento”) cercava di fare il punto sulla situazione molto confusa della legge sul biotestamento. L'articolo individuava tre schieramenti: in primo luogo le forze di opposizione, con il Pd spaccato tra la componente laica (sempre più laicista) e quella cattolica (sempre meno rilevante). Quanto all'UDC, paralizzata dal disegno velleitario del “grande centro” con Fli, si può dire solo che sta alla finestra, limitandosi a fare la parte dell'”anima bella”.


Il secondo schieramento riguarda il mondo cattolico, e la diagnosi non è confortante: “Una parte del mondo cattolico ha le idee confuse, e pur essendo di orientamento pro-life, sostiene che la legge non servirebbe, perché basta la costituzione, il codice deontologico dei medici, etc. Forse si dovrebbero chiedere come mai sono d’accordo con Ignazio Marino, Veronesi e con i radicali, che questa legge non la vogliono più”.


L'unico schieramento ad avere le idee chiare, a quanto pare, sarebbe il terzo: “La maggioranza adesso al governo sta invece cercando di portare a casa la legge: se non ci riescono adesso, questa legge non si farà mai più, qualsiasi sia il prossimo governo, proprio perché sarà pressoché impossibile che ci sia uno schieramento sufficientemente compatto da approvare una legge che divide così tanto. La prossima maggioranza, molto probabilmente, sarà più frammentata di questa, e con più persone laiche, o comunque indifferenti ai valori non negoziabili”.


Devo confessare che queste ultime parole mi hanno particolarmente preoccupato. Cosa significa infatti dire: “La prossima maggioranza, molto probabilmente, sarà più frammentata di questa, e con più persone laiche, o comunque indifferenti ai valori non negoziabili” se non ammettere implicitamente una debolezza culturale, una deriva tanto inesorabile quanto inarrestabile, il definitivo venir meno di quella che prima era un'evidenza al di sopra di ogni discussione, la convinzione che la vita umana sia un bene da difendere e di cui avere cura fino all'ultimo?


Dopo Berlusconi il diluvio, dunque? E' lui l'unica e ultima diga contro la marea montante del relativismo e del nichilismo? La rete tessuta con tanta pazienza dal Card. Ruini si è già sfilacciata? La prevalenza della cultura della morte è solo questione di tempo?


Anche se l'orizzonte sembra molto buio, non sarei così pessimista. Victor Hugo diceva che niente può fermare un'idea il cui momento è venuto. Niente se non un fatto imprevisto. Nessuno in America aveva previsto i Tea Party. Nessuno aveva calcolato la forza e il radicamento dell'opposizione popolare a molte “riforme” volute da Obama. Così come nessuno aveva previsto le rivolte nel Maghreb, indipendentemente dalle conseguenze che potranno avere. Questo non significa un tranquillo attendismo o peggio ancora un'attesa miracolistica. Significa anzi lavorare il più possibile, ognuno nel proprio ambito, per preservare e diffondere le evidenze fondamentali sulla vita, sulla famiglia, sulla libertà di educazione. Non sappiamo se questo avrà successo, ma se i cattolici non faranno la loro parte, certamente la profezia di Hugo è destinata ad avverarsi.


Giovanni Romano

domenica 6 marzo 2011

Fede debole e idolatria moderna

Una fede debole non può competere con la moderna "idolatria",avverte
l'arcivescovo di Denver


di Benjamin Mann


Parigi, 4 marzo 2011 / 12:09 pm (CNA) - Rivolgendosi a una riunione di prelati europei il 4 marzo, l'arcivescovo di Denver Charles J. Chaput ha avvertito che molti cristiani contemporanei hanno ridotto la loro fede a una conveniente "forma di paganesimo" che non può competere con la diffusa “idolatria” della moderna cultura consumista.


L'Arcivescovo Chaput ha pronunciato le sue osservazioni nel corso di una conferenza tenuta a Parigi per onorare il defunto Cardinale Arcivescovo Jean-Marie Lustiger, un convertito ebreo al cattolicesimo che fu arcivescovo della città dal 1981 al 2005.


L'arcivescovo di Denver ha descritto il Cardinale Lustiger come un “realista non sentimentale” che osava parlare apertamente sulle tendenze più inquietanti nella Chiesa e nella società – inclusa una mancanza di fede tra i cristiani dichiarati, destinata a lasciare un vuoto che sarebbe stato riempito da altri “dei” come il sesso e il denaro.


“Lustiger definì i cristiani tiepidi e il cristianesimo superficiale per quello che sono: una forma congeniale di paganesimo”, ha detto l'arcivescovo Chaput. “La Chiesa ha bisogno della sua medicina in quantità di gran lunga maggiore”.


Ha ricordato gli avvertimenti profetici del Cardinale Lustiger contro “il crearsi degli alibi e sfuggire alle implicazioni della nostra fede”. In un brano citato dall'arcivescovo, il Cardinale scriveva che “molti cristiani” avevano “ridotto a un mero idolo il Dio dell'Alleanza” attraverso l'evasione e i fraintendimenti.


“La crisi principale della Cristianità moderna non è di risorse, di personale, o di marketing”, ha affermato l'arcivescovo. “E' una crisi di fede. Milioni di persone sostengono di essere cristiani, ma non credono davvero”.


“Non studiano la Scrittura. Non amano la Chiesa come madre e maestra. E si accontentano di un cristianesimo innocuo e dolciastro che si riduce a un sistema di etica socialmente corretta”.


“Questo è ingannare se stessi”, ha avvertito, “la peggiore specie di falso cristianesimo che non ha il potere di creare speranza dalla sofferenza, di resistere alle persecuzioni, o di condurre gli altri a Dio”.


L'arcivescovo Chaput ha detto che queste forme indebolite di fede cristiana non sarebbero in grado di competere con i molti culti moderni del successo e della gratificazione istantanea.


Il Cardinale Lustiger, ha ricordato, “aveva avvertito che uno degli istinti più antichi e profondi dell'uomo è l'idolatria”. L'arcivescovo di Denver ha detto di vedere che questo istinto prende oggi molte forme.


“Non ci sono veri atei in America – proprio il contrario”, ha detto. “Abbiamo un fiorente libero mercato di piccoli dei da adorare. Il sesso e la tecnologia hanno congregazioni sterminate”.


“Sono stato particolarmente colpito”, ha notato, “dalla descrizione dello stato moderno fatta da Lustiger 'come una delle forme più forti d'idolatria mai esistite; è diventato il sostituto più assoluto di Dio che gli uomini siano riusciti a darsi... ed è una divinità tirannica, che si nutre delle proprie vittime'”.


Ma l'arcivescovo di Denver ha detto che queste tendenze umane, che conducono all'adorazione degli oggetti e di se stessi, non possono essere esorcizzate con il semplice esercizio dell'autorità.


“Il rimedio cristiano a queste idolatrie”, ha spiegato, “non può mai essere la semplice coercizione dall'esterno, attraverso dichiarazioni più forti di vescovi più forti”. Ha citato l'intuizione del Cardinale Lustiger secondo cui queste forme d'idolatria “devono essere esorcizzate dal di dentro... per sradicarle, dobbiamo essere convertiti nel profondo”.


Ha indicato anche che il punto di vista peculiare del Cardinale Lustiger è altrettanto importante per i cattolici statunitensi oggi di quanto lo è stato per i cattolici europei durante la sua vita. L'opera del Cardinale, ha messo in rilievo l'arcivescovo Chaput, “continua a influenzare la formazione del nostro seminario” (il seminario di San Giovanni Maria Vianney a Denver).


“E' stato un ebreo che ha scoperto Gesù Cristo... sua madre fu assassinata ad Auschwitz. E' sopravvissuto alla guerra più orribile della storia, ma si rifiuta di odiare e disperare. Invece, si volge a Dio più profondamente e si dà al sacerdozio”.


“La maggior parte dei giovani che ho incontrato sono affamati di esempi di virilità, di fiducia, di coraggio e di fede”, ha sottolineato l'arcivescovo Chaput. “La storia personale del Cardinale Lustiger è essa stessa una catechesi – un invito a cercare Dio in maniera eroica”.


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Giovanni Romano

venerdì 4 marzo 2011

Gli USA di Obama: indifferenti alla libertà religiosa


L'arcivescovo Chaput critica l'inazione americana

sulle questioni relative alla libertà religiosa


Washington D.C., 1 marzo 2011 / 01:31 pm – L'inazione e la noncuranza americana verso la promozione della libertù religiosa impediscono agli Stati Uniti di esportare “una delle sue più grandi qualità” e impacciano una “onesta discussione” sul rapporto tra l'islam e i capisaldi della democrazia, ha detto l'arcivescovo Chaput il 1 marzo.

“C'è bisogno di ribadire che la libertà religiosa – il diritto di adorare, predicare, insegnare e praticare liberamente quello in cui si crede, incluso il diritto di cambiare o cessare liberamente la propria fede religiosa sotto la protezione della legge – è la prima pietra nella fondazione della libertà umana”, ha commentato. “Nessuno, o che agisca nel nome di Dio o nel nome di qualche programma o ideologia politica, ha l'autorità di interferire con questo basilare diritto umano”.

L'arcivescovo di Denver, che ha servito dal 2003 al 2006 come membro della commissione statunitense sulla libertà religiosa internazionale, ha pronunciato queste osservazioni in un discorso inaugurale alla Georgetown University sponsorizzato dal Berkeley Center for Religion, Peace and World Affairs. La sua conversazione ha avuto per tema la questione se il ruolo della religione nella politica e nella società americana sia un modello per altri paesi.

Gli Stati Uniti hanno una storia come luogo di rifugio per le vittime della persecuzione religiosa, ha precisato l'arcivescovo. Al tempo stesso, “Proprio ora in America non ci stiamo comportando come se riverissimo questa eredità, o volessimo condividerla, o persino se la comprendessimo realmente. E penso che un giorno potremmo svegliarci per vedere che questa è una tragedia per noi, e per innumerevoli altre persone”.

L'arcivescovo, prendendo spunto dalla propria esperienza come commissario alla libertà religiosa, ha espresso la preoccupazione che le minoranze cristiane in Africa e Asia stiano sopportando il peso principale della violenza religiosa.

“Quasi il 70 per cento della popolazione mondiale vive oggi in nazioni – triste a dirsi, molte di loro a maggioranza musulmana, ma anche la Cina e la Corea del Nord – dove la libertà religiosa subisce gravi restrizioni”, ha detto, citando un rapporto del Pew Forum risalente al 2009,

L'arcivescovo ha avanzato l'ipotesi che molti leaders governativi, nei media, nell'università e nel mondo degli affari non sembrino più considerare la fede religiosa come “un fattore sociale salutare o positivo”. Ha criticato “l'ambivalenza” dell'amministrazione Obama verso “le diffuse violazioni della libertà religiosa in tutto il mondo” e anche l'inadeguatezza e la mancanza di interesse dei media nel riferire queste cose.

Ha detto che il modello americano di religione all'interno della società può e deve essere adattato ad altri paese, perché tocca un desiderio universale di libertà e di dignità umana. “Questi desideri sono innati dentro tutti noi”, ha aggiunto, richiamando l'attenzione sui “movimenti democratici che stanno ora attraversando il Medio Oriente e il Nord Africa”.

Tuttavia, l'arcivescovo Chaput ha sottolineato che gli stessi valori americani non possono essere capiti senza riconoscere che derivano da “una visione del mondo prevalentemente cristiana”.

“Far cadere dall'alto questo modello sopra culture non cristiane – come il nostro paese ha appreso per amara esperienza in Iraq – diventa un esercizio molto pericoloso”, ha avvertito. “Uno degli errori più gravi della politica americana in Iraq è stato sopravvalutare il potere della fede religiosa nel formare la cultura e la politica”.

L'arcivescovo di Denver ha detto che al cuore del modello americano di vita pubblica c'è “una visione cristiana dell'uomo, del governo e di Dio”. Ha chiarito di non affermare che l'America sia “una nazione cristiana”, o che l'eredità protestante sia positiva in blocco. Tuttavia, il modello americano ha fornito “una società aperta, libera e non settaria” precisamente a causa dei suoi capisaldi morali.

Questi capisaldi hanno un fondamento religioso in “una visione cristiana della santità e del destino della persona umana”. Nel modello americano, la persona umana non è un prodotto della natura o dell'evoluzione o una creazione delle condizioni economiche, o lo schiavo di un “paradiso impersonale”.

“L'uomo è in primo luogo e fondamentalmente un essere religioso con un valore intrinseco, una libera volontà e dei diritti inalienabili. E' creato a immagine di Dio, da Dio e per Dio. Perché siamo nati per Dio, apparteniamo a Dio. E qualunque rivendicazione Cesare possa avanzare nei nostri confronti, benché importante, è secondaria”, ha detto.

Date le nostre origini, l'arcivescovo Chaput ha detto che la libertà religiosa è “la prima e più importante” libertà per l'uomo perché è creato per uno scopo religioso e con un destino religioso. Nonostante “un'intera legione di inesattezze” dei Padri Fondatori, la logica americana di una società basata sulla sovranità di Dio e sulla dignità umana si è dimostrata “rimarchevolmente capace” di autocritica, di pentimento e di rinnovamento.

Negli Stati Uniti, ha spiegato, la religione è più di un affare privato tra l'individuo e Dio. E' essenziale per le “virtù richieste a un popolo libero” e dai gruppi religiosi ci si aspetta che contribuiscano alla struttura della società.

“Gli americani hanno imparato dal proprio passato”, ha concluso l'arcivescovo Chaput. “La genialità dei documenti fondativi degli Stati Uniti è il bilanciamento che hanno raggiunto nel creare una vita civile che sia non settaria e aperta a tutti, ma anche dipendente per la sua sopravvivenza dal mutuo rispetto tra l'autorità religiosa e quella secolare. Il sistema funziona. Dovremmo esserne orgogliosi come di uno dei contributi storici che questo paese ha dato allo sviluppo morale dei popoli di tutto il mondo”.

Il testo integrale del discorso dell'arcivescovo Chaput può essere letto qui:

http://www.catholicnewsagency.com/document.php?n=1000




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Giovanni Romano

domenica 27 febbraio 2011

Per favore, Don Corinno, non suoni le campane a festa!



Caro Don Corinno,

non so se il mio intervento sia opportuno in un momento terribile come questo. Lei ha dovuto condividere, e sta condividendo, l'immenso dolore dei genitori di Yara. Lei ha pianto con loro ed è rimasto in silenzio con loro, perché in un'occasione come questa non c'è nulla che si possa dire, solo portare insieme il lutto con la propria presenza, per quello che si può.

Lei ha avuto il grande coraggio di proclamare a viso aperto l'orribile verità che il mostro potrebbe essere nel paese, tra i conoscenti della famiglia e della ragazzina. E allora perché, di fronte a questo dolore che richiederebbe riflessione e silenzio da parte di ognuno di noi, ha deciso di suonare ogni ora le campane a festa e non a lutto? Sì, Yara è un angelo e la morte non deve avere l'ultima parola, ma quel suono gioioso stride troppo con un dolore umano che chiede ragione. Non sono io che Le devo ricordare le parole dell'Ecclesiaste: c'è un tempo per ogni cosa, tempo per ridere e tempo per piangere. E questo non è il momento della gioia, o non lo è ancora. Ci lasci per favore le nostre lacrime che sono anch'esse una domanda a Dio prima di ogni risposta. Suoni piuttosto le campane a morto, come si faceva una volta. Con quei rintocchi lenti e terribili ci richiami alla brevità della vita e al mistero del dolore, così che ognuno sia interpellato e che soprattutto l'assassino, se è tra i Suoi parrocchiani, si senta sconvolgere e mordere senza sentirsi prematuramente assolto.
Mi scusi lo sfogo, Don Corinno. Ho la disgrazia di avere un carattere triste e permaloso. Ma l'allegria delle campane a festa oggi, proprio oggi, non la capisco.
Giovanni Romano

venerdì 25 febbraio 2011

La "libertà di morire" genera abbandono terapeutico

Dal sito Catholicnewsagency.com

di Alan Holdren

Roma, 24 febbraio 2001 / 07:26pm - Le storie da incubo sulla malasanità nei confronti degli anziani in Inghilterra e nel Galles sono il risultato di una nuova generazione di "gente spaventata" che vede gli anziani, gli handicappati e i malati come "un peso" e come "esseri inutili", secondo un consulente del Vaticano.

All'inizio del mese le autorità britanniche hanno riferito che ci sono gravi carenze nel sistema sanitario nazionale.

Secondo un'analisi condotta sui certificati di morte delle case di riposo dall'Ufficio Statistico Nazionale, 667 pazienti ospedalieri sono morti di disidratazione tra il 2005 e il 2009 in Inghilterra e nel Galles.

Lo studio ha anche messo in luce un aumento delle morti nel sistema sanitario nazionale causate da negligenza, dovute a malnutrizione, sangue contaminato e infezione da piaghe da decubito durante lo scorso decennio.

I risultati dell'inchiesta hanno suscitato urgenti appelli alle riforme in Inghilterra e hanno anche attirato l'attenzione del quotidiano vaticano.

Il Dr. Carlo Belleni, che tiene una rubrica sulle questioni legate alla bioetica e alla cura, ha scritto il 19 febbraio che la mancanza di cure è in realtà "scandalosa... ma non sorprendente".

Ha citato il caso di altre inchieste presentate davanti al parlamento britannico in anni recenti sul cattivo trattamento nei confronti dei malati di mente, che ha definito "invisibili" agli occhi del sistema sanitario nazionale britannico.

"In breve, chiunque stia più calmo riceve un trattamento proporzionalmente inferiore", ha detto Bellieni.

Neil Duncan-Jordan della National Pensioners Convention ha dichiarato al Daily Mail che è "assolutamente sconvolgente" che queste cause stiano provocando un numero così alto di decessi.

"Ciò che questi dati rivelano è che un numero significativo di anziani nelle case di cura hanno un'assistenza di terz'ordine".

Ha detto di essere rimasto colpito dal fatto che sono morti di denutrizione, di sete o perché non erano accuditi abbastanza bene a letto, eppure probabilmente pagavano l'equivalente di circa 800 sterline a settimana.

"Per loro essere trattati in quel modo non è niente di meno che scandaloso", ha detto.

Un'inchiesta separata da parte dell'Health Service Ombudsman pubblicata agli inizi dell'anno ha messo in luce dieci storie di abbandono di pazienti in ospedale. Alcuni erano stati tenuti per settimane o mesi a corto di cibo, acqua e pulizie.

In un caso, gli apparecchi che tenevano in vita un uomo sono stati staccati prima che i suoi figli ne fossero informati. [Il neretto è mio, N.d.T.]

Su migliaia di reclami presentati agli ospedali del servizio sanitario nazionale, una maggioranza schiacciante di quelli presi in esame coinvolge pazienti anziani.

Bellieni ha citato uno studio pubblicato nel "Journal of the American Medical Association" dove si sottolineava questo punto in maniera particolare. I risultati di un sondaggio mostravano che in un certo numero di nazioni occidentali "la maggioranza dei dottori pensa che la vita con disabilità neurologiche, ma anche con un grave handicap fisico, sia peggiore della morte".

Questa prospettiva, ha detto, è "il segno di una ferita culturale, un profondo scoraggiamento morale che considera la disabilità non come qualcosa da superare, ma qualcosa di intollerabile, verso cui si sente avversione, non compassione".

"Si cercano soluzioni per come aiutarli a morire e non per come aiutarli a vivere meglio", ha detto.

"La questione della morte con dignità non sta nel come affrettarla, bensì nel come vincere il dolore e la solitudine", ha detto il dottore. "Ma si è creato scientificamente un clima di terrore verso una potenziale e improbabile persistenza nel mantenere (le persone) in vita".

Nel mondo oggi si sta creando "una generazione di gente terrorizzata" che "sa solo come cercare modi per difendersi, per mettersi al riparo, per fuggire, che guardano alla morte come l'ultima disperata consolazione, perché la vita ha ultimamente perduto (il suo) significato e la sua attrattiva".

Questa prospettiva porta la gente a cercare "strategie di uscita" per vite che sono diventate "insopportabili" ai loro stessi occhi", ha spiegato.

Bellieni ha affermato che "l'abbandono degli anziani... non è un problema di malasanità ma di disperazione culturale di fronte ai malati... fino a quando restano in vita".

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Giovanni Romano

giovedì 24 febbraio 2011

Qualche dubbio sui "profughi" tunisini


Non c'è molto da aggiungere quanto ai commenti sulla slavina umana che si sta rovesciando e si rovescerà sulle nostre coste. Probabilmente, se le cose continueranno a questo ritmo, le migliaia di arrivi di questi giorni saranno solo una minuscola avanguardia.

Si potrebbe tuttavia cercare di approfondire la questione con due domande che ben pochi organi d'informazione, meno che mai quelli di tendenza "immigrazionista" hanno posto finora, per lo meno che io sappia.

Primo. I migranti vengono definiti "profughi". Ma da che mondo è mondo i profughi fuggono a famiglie intere (chiedetelo ai nostri istriani, ad esempio, o a qualsiasi altro popolo in fuga). Questa ondata migratoria invece è composta al 99,9% di giovani maschi. Possibile che questi giovani uomini pensino solo alla propria pelle abbandonando al loro destino anziani, donne e bambini? E come mai invece nessuno ancora fugge dalla Libia, dove una guerra è realmente realmente in corso in queste ore?

Secondo. I profughi fuggono quando il popolo viene sconfitto, non quando ha vinto. E' vero che le notizie provenienti dall'Egitto e dalla Libia hanno fatto passare in secondo piano la situazione tunisina, ma sembra proprio che in quel paese la dittatura sia stata sconfitta. E allora perché andarsene?

Chi sono realmente questi migranti, e cosa vogliono? E' vero che nei paesi del Maghreb la situazione economica e occupazionale è insostenibile (e allora ha senso venire in Europa lasciandosi dietro la famiglia con la prospettiva di mantenerla con le proprie rimesse). E' vero anche che le rivolte sono scoppiate per l'aumento improvviso e ingiustificato del prezzo del pane, ma emigrare in massa e saturare i paesi ospitanti, anch'essi in recessione, può essere una soluzione? Oppure anche la miseria rappresenta ormai una merce da esportazione, che graverà sui paesi di arrivo più che su quelli di partenza?

Giovanni Romano

sabato 12 febbraio 2011

Ciechi davanti al rischio islamico

Traduco questo articolo dal sito Catholicnewsagency . Ma credo che questo sarà l'ennesimo avvertimento che passerà inascoltato, come passò inascoltato l'avvertimento dell'arcivescovo di Smirne al quale un alto esponente islamico dichiarò tranquillamente: "Con le vostre leggi democratiche vi invaderemo, con le nostre leggi islamiche vi domineremo". Certo non lo ha ascoltato il Cardinale Tettamanzi, che anziché preoccuparsi degli islamici che violarono il sagrato del Duomo di Milano per pregare in aperto spregio ai cordoni della polizia, si preoccupa con la massima sollecitudine di far costruire moschee e minareti...
L'Occidente non riesce a capire il rischio di "islamizzazione",
avverte un arcivescovo iracheno
KIRKUK, Iraq, 11 febbraio 2011 / 01:35 pm - Il mondo occidentale secolarizzato è incapace di comprendere pienamente la minaccia di un "risveglio dell'islam" nel Medio Oriente, secondo un vescovo iracheno assediato dai movimenti radicali nella sua stessa arcidiocesi.
In un'intervista con l'agenzia dei vescovi italiani SIR, l'arcivescovo Luis Sako di Kirkuk, Iraq, ha definito il Medio Oriente "un vulcano spaventoso" a causa delle possibili conseguenze di agitazioni diffuse.
"Ci sono forze e movimenti islamici che vogliono cambiare il Medio Oriente, creando stati islamici, i califfati, dove domini la Sha'ria", ha avvertito.
I gruppi radicali presenti in Iraq come Al Quaeda e Ansar al Islam stanno facendo appello ai cittadini di altre nazioni del Medio Oriente per inoculare un'influenza islamica in proteste altrimenti non religiosamente motivate come in Tunisia e in Egitto.
Per l'arcivescovo Sako questi appelli hanno "la chiara intenzione di alimentare... un totale cambiamento religioso" nell'area.
"Sono voci che potrebbero trovare terreno fertile in Egitto e altrove e quindi non dovrebbero essere sottovalutate. anche perché ci sono potenze regionali i cui leaders hanno definito queste rivolte come un 'risveglio dell'islam'", ha dichiarato.
In pratica, lo scopo di questi fondamentalisti è "creare un vuoto per poterlo riempire di temi religiosi, convinti che l'islam sia la soluzione per ogni problema".
In Egitto, i manifestanti insistono che le proteste diffuse non hanno motivazioni religiose o etniche, ma nascono piuttosto da un malcontento generale contro situazioni sociali e politiche di estrema povertà.
Alcuni temono, però, che le associazioni islamiche organizzate come i Fratelli Musulmani siano in ottima posizione per trarre vantaggi0 dalla confusione a proprio beneficio politico.
Perché le agitazioni potrebbero venire manipolate da opportunisti fondamentalisti, l'arcivescovo Sako ha definito il Medio Oriente "un vulcano spaventoso".
Se l'Egitto dovesse diventare uno stato islamico, ha detto, sarebbe "un problema per tutti" e avrebbe "innegabili contraccolpi negativi per le minoranze cristiane".
Secondo l'arcivescovo, l'Europa e il Nord America sono ciechi di fronte alla possibilità di una tale "islamizzazione" del Medio Oriente.
"La mentalità occidentale non permette di comprendere pienamente quel rischio", ha detto.
Ha spiegato che la politica e la religione sono interconnesse nel Medio Oriente, mentre vi è "un vuoto tremendo" tra le due nelle nazioni occidentali.
Il risultato sono due estremismi, ha detto. La mentalità mediorientale è dominata dall'islam, mentre in Occidente domina un secolarismo che nega le radici cristiane e relega i valori cristiani alla sfera privata.
Sebbene la "violenza materiale" non appaia in Occidente, la privatizzazione generale del cristianesimo è "contro la democrazia", ha detto. "In Oriente, al contrario, vale l'opposto: la religione pervade ogni cosa".
Ha definito "sconosciuto e inquietante" il futuro del Medio Oriente, e ha detto che la comunità internazionale è "incapace di muoversi" per fare fronte ai recenti sviluppi degli avvenimenti.
I cristiani iracheni -tormentati dalla violenza e dalla mancanza di sicurezza- guardano alla crisi egiziana con "tristezza", ha detto all'agenzia SIR. Hanno paura che la nazione nordafricana potrebbe cadere in preda alle stesse divisioni etniche e religiose.
L'arcidiocesi dell'arcivescovo Sako è stata duramente colpita dalla violenza degli estremisti. Nove cristiani sono morti e altri 104 sono rimasti feriti a Kirkuk.
La paura che hanno i sopravvissuti per la situazione egiziana, ha detto il prelato, è che diventi "un nuovo Iraq".
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Giovanni Romano