lunedì 9 ottobre 2017

Tristi perché arretrati, o arretrati perché tristi?

Qualche giorno fa ebbi una violenta disputa su Facebook a proposito dell’”Accabadora”, una donna che nella Sardegna del Nord-Est era incaricata di praticare la soppressione dei malati terminali, e le cui ultime imprese sono arrivate fino alla prima metà del secolo scorso. La discussione è iniziata da questo articolo, ed è rimarchevole come in esso manchi assolutamente la benché minima critica verso un costume che definire barbaro è poco. Al contrario, il tono è elogiativo, parla di “pietà” quasi fosse un grande merito sfondare la testa di un morente a colpi di mazza o soffocarlo con un cuscino. In ogni caso, ci rassicura l’articolista, l’esistenza dell’accabadora “(…) è sempre stata ritenuta un fatto naturale, come esisteva la levatrice che aiutava a nascere, esisteva s’abbacadora che aiutava a morire. Si dice addirittura che spesso era la stessa persona [il neretto è mio, N.d.R.] e che il suo compito si distinguesse dal colore dell’abito (nero se portava la morte, bianco o chiaro se doveva far nascere una vita).

A parte tutte le considerazioni che si potrebbero fare sul matriarcato e sui suoi effetti negativi, l’articolo presenta alcune vistose contraddizioni che possono sfuggire solo ai più superficiali. Tanto per cominciare, ci viene detto che l’”accabadura” era “Un atto pietoso nei confronti del moribondo ma anche un atto necessario alla sopravvivenza dei parenti, soprattutto per le classi sociali meno abbienti: nei piccoli paesi lontani da un medico molti giorni di cavallo, serviva a evitare lunghe e atroci sofferenze al malato”.

Dal che si evince chiaramente che anche la morte faceva distinzioni di classe, e che l’uccisione era la fine riservata ai poveri molto più che ai ricchi. Che poi questa pratica fosse colpa anche della grettezza spietata dei latifondisti che mantenevano la popolazione nella miseria, questo è indubbio. Si accenna anche a uno dei problemi più seri della Sardegna in generale e della Barbagia in particolare: la mancanza di buone vie di comunicazione, che ne hanno frenato fino ad oggi lo sviluppo sia economico che civile.

Questa però può essere al massimo una spiegazione, non una giustificazione. Tanto quanto la ricchezza, anche la povertà può generare – anzi genera quasi sempre – un egoismo ancor più gretto e feroce. È proprio vero che si sopprimevano i malati solo per pietà, oppure anche per impadronirsi di pochi bocconi di pane in più? E se il medico non veniva nemmeno chiamato, come si poteva affermare con tanta sicurezza che la malattia fosse terminale? Praticare l’”accabadura” non era forse un modo, diciamo così, di “aiutare il destino” togliendo di mezzo i più deboli, le vite diventate ormai inutili a beneficio delle tasche dei più forti? È significativo che, come scrive esplicitamente l’articolo, “sa femmina accabadora” veniva sempre chiamata dai parenti, non dal malato. Ed è per lo meno strano che mai nell’articolo si accenna al desiderio di chiamare un prete.

Secondo: “s’accabadora” veniva sempre di notte, vestita di nero da capo a piedi, faceva uscire i parenti dalla casa e soffocava il morente col cuscino oppure gli sfondava il cranio con “su mazzolu”. Poi se ne andava silenziosa come era venuta, mentre i parenti la ringraziavano offrendole prodotti della terra (eh, certo, la morte su commissione ha il suo prezzo!). Se un comportamento del genere fosse stato così naturale e culturalmente accettato, perché venire di notte? Perché vestirsi di nero? Perché coprirsi il volto e tutta la figura? In questo, “s’accabadora” era esattamente identica al boia che eseguiva le sentenze mascherandosi con il cappuccio: pur essendo un funzionario statale regolarmente inquadrato e pagato, pur avendo dalla sua la legge e l’opinione pubblica che lo giustificavano, il suo lavoro era così disumano in sé da suscitare disagio e orrore in chi lo avesse incontrato di persona.

Portiamo ora il discorso su un altro livello. Cosa possiamo dire di una cultura che accetta così tranquillamente non tanto la morte quanto la soppressione della vita? Una pratica del genere può essere giustificata soltanto dalla miseria oppure c’è un elemento di crudeltà, di fatalismo pagano che a sua volta è diventato il fattore paralizzante che ha contribuito a ibernare quella parte della Sardegna in una perpetua miseria? Altre regioni d’Italia, come il Molise, la Basilicata e il Veneto hanno conosciuto una miseria altrettanto feroce, un abbandono altrettanto totale, ma in nessuna di esse, per quanto ne sappia, si ricorreva all’eliminazione dei morenti come fosse un fatto “naturale” (non c’è niente di naturale in un colpo che ti sfonda la testa, per giunta con “Su mazzolu” fabbricato appositamente allo scopo).

Una cultura diventa umana nella misura in cui si prende cura della vita, non nella misura in cui la sopprime. Sono proprio le culture non fataliste, non ripiegate sulla circolarità maligna del tempo, quelle dove ogni vita ha la sua importanza, a possedere la tensione a non accontentarsi, a migliorare, a non lasciare nessuno indietro. Se l’arretratezza è causa di malinconia, anche una malinconia divorante può essere causa di arretratezza. È una sinistra ironia che nella foto dell’”accabadora” sia presente il Crocifisso, il che dimostra quanto il cristianesimo sia rimasto alla superficie di una cultura forse ferma interiormente all’epoca dei nuraghi. Non c’è bisogno di essere cristiani, tuttavia, per trovare barbara e inumana questa pratica. Non ho letto I quaderni dal carcere, ma sono assolutamente certo che un sardo della statura di Antonio Gramsci avrebbe condannato col massimo rigore questo costume che ora, in piena malafede, si torna a giustificare in nome di una ipocrita “pietà”.

Giovanni Romano

sabato 3 giugno 2017

Urge un vaccino contro la stupidità

In questi giorni infuria un dibattito tanto violento quanto assurdo sulle vaccinazioni, specialmente perché il governo è intervenuto con mano pesante tornando a imporre l’obbligo di vaccinare i bambini contro 12 malattie pena l’esclusione dalla scuola e addirittura la revoca della patria potestà. Non contento di questo, il Ministero della Salute ha immediatamente radiato i medici che si erano espressi contro le vaccinazioni.

Sgombriamo subito il campo da un equivoco. Chi scrive è assolutamente favorevole alle vaccinazioni, senza se e senza ma. Rifiutarsi di vaccinare i propri figli è un atto di irresponsabile gravità. Gli argomenti contrari (come quello secondo cui i vaccini causerebbero l’autismo) non hanno alcuna consistenza scientifica. Né tantomeno si può essere d’accordo su chi vuole seminare il panico parlando di una morìa di bambini causata dalle vaccinazioni. Per quanto dolorose siano quelle morti, il loro numero non sarà MAI paragonabile, nemmeno lontanamente, alla strage che potrebbe verificarsi in caso di epidemia. Senza contare che una malattia di cui si ride come il morbillo se non curata può causare encefalopatia, e la rosolia è pericolosissima per le donne in stato di gravidanza. Problemi così gravi non si possono affrontare con superficialità, nemmeno gridando alla “libertà di cura”. A parte i risultati delle cure “alternative” come l’omeopatia, non si può invocare nessuna “libertà di cura” quando si tratta di malattie infettive.

A chi continua a sostenere che le vaccinazioni obbligatorie non sono necessarie, facciamo presente che l’Italia è al 212° posto su 222 nella graduatoria mondiale della mortalità infantile con 3,31 decessi annui ogni 1.000 nati , ben al di sotto della Finlandia (3,36), della Germania (3,46) e della Svizzera (3,73) (fonte: https://www.indexmundi.com/map/?v=29&l=it). In tutti questi paesi al di sopra del nostro, guarda caso, le vaccinazioni non sono obbligatorie.

Perché tanto risentimento e tante proteste, allora? Il problema è nel metodo adottato dal governo. Dopo anni di indifferenza nei confronti dell’isteria immotivata contro le vaccinazioni, si è svegliato troppo tardi ed è intervenuto brutalmente, senza darsi la pena di informare, di spiegare, di coinvolgere la cittadinanza. Governi non eletti si abituano a prevaricare sui cittadini, scavando un solco di indifferenza, di ostilità e di dubbio anche dove non ci dovrebbe essere motivo di disaccordo.

E a Corato? Purtroppo non disponiamo di statistiche aggiornate ma è interessante citare un articolo di CoratoLive del 28 ottobre scorso: http://tinyurl.com/y8fga2hr. Da quell’articolo si deduce chiaramente sia che la copertura vaccinale è molto buona (il 95% circa) sia che, contrariamente a quanto vuol farci credere chi si oppone caparbiamente alle vaccinazioni, i genitori stessi vogliono vaccinare i loro figli e sono i primi a protestare quando il servizio viene a mancare.

C’è tuttavia un’ultima domanda imbarazzante: lo stesso governo che usa il pugno pesante contro gli italiani si guarda bene dall’esigere la vaccinazione ai clandestini che ci stanno invadendo. Come mai, allora, il personale che li raccoglie dai barconi veste tute da guerra batteriologica? Vogliono forse prolungare il Carnevale? Andate a chiederlo alla Boldrini che per anni si è occupata dei rifugiati...

Giovanni Romano

sabato 11 marzo 2017

Il toro e la fanciulla: un falso duello

Qualche giorno fa proprio di fronte a Wall Street è stata collocata «a sorpresa» la statua di una ragazzina che, le mani sui fianchi, si piazza in atto di sfida davanti al famoso Toro. Pare che il monumento «alternativo» sia stato collocato nottetempo ma la mattina dopo c'erano già la stampa, le TV e una nutrita rappresentanza di VIP e radical-chic, tutti evidentemente preavvertiti.

Quale il significato di questa statua? Un ricordo del movimento «Occupy Wall Street» di un paio d'anni fa? Una sfida al femminile al gioco cinico e spietato della Borsa e della globalizzazione finanziaria che ha ridotto alla miseria intere nazioni e minaccia di inghiottirne altre?

Niente di tutto questo. Quello tra il toro e la ragazzina è un falso duello, e per due ragioni. Prima di tutto, lo scopo di chi ha collocato la statua era semplicemente quello di rivendicare una maggiore presenza femminile ai piani alti delle istituzioni finanziarie, con particolare riferimento ai consigli di amministrazione. In questo senso la fanciulla (o piuttosto chi ha commissionato la statua) gioca allo stesso gioco del toro e accetta le sue regole. Vuole semplicemente prenderne il posto ma non sembra né diversa né migliore.

Una seconda delusione viene dallo scoprire chi c'è dietro questa operazione di cosmesi politicamente corretta: un fondo d'investimento che maneggia la bazzecola di 2,5 trilioni di dollari all'anno. Niente di realmente alternativo, dunque, se non un cambio di poltrone ai vertici. Ne valeva la pena?

Giovanni Romano

giovedì 9 marzo 2017

Visite psicologiche obbligatorie: tutela o vessazione?

Sul sito Oggiscuola.it è comparso ieri un intervento del garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Calabria, Antonio Marziale, che ha annunciato come il ministro dell’Istruzione Fedeli abbia dato il via libera alle visite psicologiche obbligatorie per i docenti al fine di accertarne l’idoneità in modo che siano evitati episodi di maltrattamenti specialmente ai danni dei bambini. Com’egli stesso ha dichiarato provvederà a emanare immediatamente le linee guida. E nel frattempo -particolare significativo- quella pagina ha ricevuto oltre 3 milioni di visite, nonostante sia appesantita da una pubblicità invasiva e insopportabile.

Salvaguardare i più piccoli è fuori discussione, ma nel discorso del dott. Marziale ci sono dei particolari che colpiscono sfavorevolmente. Prima di tutto i toni brutali e offensivi con cui ha parlato degli insegnanti e di chiunque avesse mosso critiche alla sua idea. Non si riesce a farci l’abitudine: mentre i riconoscimenti alla categoria -quando ci sono- sono solo e soltanto verbali, le minacce, il pugno e il bastone sono concreti e immediatamente operativi. Secondo, è troppo comodo l’aver affrontato il problema in chiave esclusivamente repressiva (cito testualmente: “chi ha a che fare con loro [i bambini, N.d.R:] quotidianamente non può’ permettersi il lusso di scaricare le proprie frustrazioni maltrattandoli. Chi lo fa deve cambiare mestiere, anzi bisogna farglielo cambiare”) senza minimamente preoccuparsi di cercare le cause del burn-out né tantomeno offrire rimedi credibili.

Non una parola, non un moto di solidarietà ha speso questo burocrate, né i suoi colleghi, né lo stesso ministro sugli insegnanti minacciati, derisi e anche picchiati in troppi istituti, con particolare riferimento ai professionali. Non sa o non gl’importa sapere cosa significhi andare un giorno dopo l’altro in classi cattive, incontrollabili, violente dove il docente è come un cane alla catena che non può ne fuggire né attaccare a sua volta. Non un accenno alle famiglie che arrivano fino alle percosse anche contro i presidi se i loro pargoli non vengono lisciati, vezzeggiati e soprattutto promossi anche se sono più ignoranti di un’ameba. Tutte le responsabilità, come al solito, vengono scaricate sulle spalle degli insegnanti che adesso si troveranno a dover subire una vessazione in più.

Queste visite psicologiche obbligatorie, infatti, a parte che probabilmente saranno a carico dei docenti, così come sono state intese verranno svolte in un’ottica di sospetto e ostilità, non di aiuto. Il dott. Marziale può stare certo fin da ora che almeno il 60% degli insegnanti oggi cambierebbe mestiere se ne avesse la possibilità, senza aspettare i suoi comandi! Ma questo è impossibile per la politica di deliberato impoverimento della classe media che per mancanza di alternative economiche è condannata a fornire carne da cannone alla scuola.

Eppure altri sistemi meno professionalmente degradanti ci sarebbero, solo che lo stato si guarda bene dal prenderli in considerazione. Ad esempio, un anno sabbatico ogni 5-6 anni di lavoro (cfr. Giovanni Pacchiano, “Di scuola si muore”, Feltrinelli 1998) in cui il docente dovrebbe svolgere altre mansioni che comunque gli diano respiro dalla cattedra. Oppure l’eliminazione delle “classi pollaio” di 28-32 alunni per creare gruppi più piccoli e più facilmente controllabili (sembra davvero incredibile che dopo l’entrata in ruolo di 100.000 nuovi docenti il problema non sia stato nemmeno lontanamente risolto).

C’è inoltre un pericolo sottile e non dichiarato in questo controllo psicologico: assicurarsi che tutti i docenti la pensino allo stesso modo, che tutti si conformino ai dettami del politicamente corretto. La scuola ormai non è più un veicolo di diffusione della cultura -se mai lo è stata- ma un mezzo di controllo sulle menti e uno strumento di manipolazione sociale (ecco perché la dilatazione incontrollata del tempo-scuola è un mezzo per allontanare i figli dalle famiglie consegnare i loro cervelli all’ammasso). Come nell’URSS di Brezhnev, chiunque si azzardi a pensare in proprio è un pazzo da ricoverare in manicomio. Forse l’insegnante veramente pericoloso, agli occhi della burocrazia ministeriale, non è soltanto quello che picchia gli alunni ma quello che legge, si informa e non la beve.

Giovanni Romano

martedì 7 marzo 2017

Montalbano alla guerra del gender

Sulla questione del gender si sta combattendo ormai da anni una vera e propria guerra. Ma è una guerra asimmetrica, in cui una parte può valersi solo della propria testimonianza fatta in silenzio, di incontri divulgati di bocca in bocca ai quali partecipano poche decine o centinaia di persone (quando va bene), ignorata o vilipesa dai media, abbandonata dai pastori della Chiesa e tradita da troppi preti. Dall'altra un apparato mediatico dai mezzi praticamente illimitati che imbavaglia qualunque contraddittorio, sostenuta dal coro assolutamente conformista dei VIP della canzone, dello sport, dello spettacolo. Proprio ieri ne abbiamo avuto un esempio particolarmente meschino con il politicamente correttissimo Andrea Camilleri che non ha esitato a sferrare l'ennesimo colpo basso valendosi della popolarità del suo sceneggiato Il commissario Moltalbano.

Mi permetto di "rubare" l'intervento di un mio amico su Facebook che ha descritto molto bene quello che è accaduto durante la puntata di ieri sera:

(...) ho visto la puntata di "Montalbano".... Ad un certo punto, quasi in sottofondo, ma ben udibile, veniva inquadrata una TV accesa in cui un personaggio, non importa chi, esprimeva la sua posizione a favore della famiglia tradizionale, basata sull'incontro tra uomo e donna, che genera naturalmente bambini, e contro l'omosessualismo, considerato espressamente una deviazione (che tale è). Bene.... indovinate un po'? Questo personaggio, alla fine della storia, è risultato essere il cattivone stupratore assassino di turno. Le menti deboli ed acritiche, che spesso seguono questo programma, in maniera neanche tanto subliminale, hanno associato quanto ipocritamente espresso in tv dal "protagonista," alla sua carica delinquenziale estrema. Se 2+2 fa 4 allora, per camilleri e gli autori del programma.... "difensore della famiglia naturale e normale"=assassino stupratore.

Non c'è da niente da aggiungere. se mai osservare che si sbaglia a parlare di "famiglia tradizionale": (la famiglia è naturale, non tradizionale), e che ormai la macchina del fango lavora a pieno regime, come contro i sacerdoti cattolici ormai identificati tout court come pedofili.

Sono orgoglioso di non possedere nella mia biblioteca nessuno dei libri di Andrea Camilleri altrimenti l'avrei trattato come Knut Hamsun lo scrittore collaborazionista fu trattato dai norvegesi: gli restituirono tutti i suoi libri buttandoli davanti alla sua porta.

Giovanni Romano

martedì 28 febbraio 2017

Lettera a un giornalista con la schiena a cerniera

Infuria violentemente la polemica sull'eutanasia, ma sulla scorta di quanto è accaduto innumerevoli altre volte l'esito è ormai scontato. Con la stampa, i TG, i politici, gli intellettuali, i social networks tutti allineati e coperti dietro il favor mortis è praticamente certo che avremo la legge. E poi la estenderemo gradatamente dai soliti "casi pietosi" fino alla soppressione dei minori, degli incapaci di intendere e di volere fino agli anziani non consenzienti.

Le voci di dissenso vengono brutalmente silenziate. Per il pochissimo che vale, però, ho voluto far conoscere quello che penso a uno dei tanti giornalisti obbedienti al pensiero dominante cui ho anche tolto l'amicizia su Facebook. Dal momento che il messaggio è assolutamente privo di riferimenti personali lo riporto integralmente e senza alcuna modifica, perché quello che scrivo a una persona penso che possa valere per tutti i giornalisti che giustificano e promuovono il suicidio assistito:

Io non so se tu, giornalista e dunque in grado di influenzare l'opinione pubblica, ti renda conto delle gravi responsabilità che ti stai assumendo. Prima di tutto qui non stiamo parlando di un educato scambio di idee ma letteralmente di vita e di morte, e tu ti sei messo dalla parte della morte.

Secondo, la volontà di morire non riguarda mai la singola persona ma è un gesto che si ripercuote sull'intera società. Basti pensare al battage che ha accompagnato il suicidio di Welby e il piagnisteo mediatico su altri casi più recenti. Una tattica ben collaudata: prima si sbandierano i "casi pietosi", poi si banalizza nella tranquilla accettazione dell'orrore (Olanda docet). Grazie a Welby e ai radicali nessun paziente può più aspettarsi che la prima reazione del personale sia quella di porgere incondizionatamente aiuto. Più probabilmente la sua sopravvivenza sarà valutata sulla base di considerazioni costo/efficacia.

Terzo, le DAT non fanno prova anzi sono molto pericolose perché una persona le compila quando è in salute ma potrebbe cambiare idea quando la malattia sopravviene sul serio. E in questo caso si troverebbe intrappolato dalla sua stessa volontà.

Quarto: diffondere la cultura (sic!) dell'eutanasia incoraggia (per non dir altro...) i più deboli e gli anziani al "gesto altruistico" di porre fine alla propria vita per non pesare di più sulla società. Bisogna proprio essere ciechi per non rendersi conto di quanto questo allontani gli esseri umani gli uni dagli altri, proprio in un'epoca dove non si fa altro che parlare d'"amore".

Quinto: la lotta contro l'obiezione di coscienza dei medici che sarebbero costretti a diventare assassini contro la loro volontà. Spero che non vorrai volontariamente confondere il rifiuto di provocare la morte con l'accanimento terapeutico.

Per questo ritengo assolutamente aberrante e disumana la tua posizione, tanto più grave perché pronunciata - lo ripeto - da chi è in grado di esercitare una forte influenza sull'opinione pubblica. Simili divergenze - ripeto anche questo - non possono restare e non resteranno senza conseguenze nemmeno sul piano personale. Ho detto.

Giovanni Romano

lunedì 27 febbraio 2017

La Terra e le sue sette sorelle

Il 22 febbraio scorso i notiziari di tutto il mondo hanno riportato la scoperta, davvero sensazionale, di un sistema solare con 7 pianeti simili alla Terra, tre dei quali sarebbero adatti a ospitare la vita. Per i dettagli rimando a questo articolo pubblicato dal Messaggero.

La scoperta, com’è naturale, ha suscitato una marea di commenti, e se è vero quanto diceva Umberto Eco di Internet, la maggioranza di quelli che ho letto sono stati negativi, superficiali o tutte e due le cose. Si parte dal solito argomento:“Perché destinare tanti soldi all’esplorazione dello spazio se sulla Terra i problemi sono ben altri?”, dimenticando quanti benefici le esplorazioni spaziali hanno già apportato ai materiali resistenti al freddo e al calore, alla medicina e alla chirurgia, ai sistemi di sicurezza, alle comunicazioni, ai trasporti e alla geolocalizzazione, tanto per citarne solo alcuni.

Una versione apparentemente più raffinata dell’obiezione di cui sopra è l’ironia con cui Michele Serra ha pontificato dalla sua “Amaca”: “Arrivare a quei sette pianeti e colonizzarli? No, per carità! L’idea di avere dei pianeti di ricambio ci incoraggerebbe a distruggere ancora di più il nostro con le guerre, l’inquinamento, il riscaldamento globale”… ecc. ecc. ecc. Naturalmente si è ben guardato dal citare l’aborto come una delle principali cause di distruzione della vita umana sulla Terra, ma sarebbe stato pretendere troppo. Di effetto Serra ce n’è già abbastanza!

Un’altra obiezione “classica” è: “Abbiamo scoperto sette pianeti simili alla Terra. E con questo? Non potremo mai raggiungerli né loro potranno mai mettersi in contatto con noi. Perché allora tanto entusiasmo?”. Effettivamente 40 anni/luce sembrano pochi, ma come ha giustamente osservato Luciano De Crescenzo (che di formazione è un ingegnere, non dimentichiamolo) un messaggio radio e la relativa -eventuale- risposta impiegherebbero complessivamente ottant’anni. Se vogliamo avere un’idea più precisa di quanto sia abissale questa distanza basta fare un semplice calcolo. I sette pianeti del sistema Trappist-1 sono distanti circa 3,78432^14 km, vale a dire 378.432 miliardi di km. Un’astronave che viaggiasse a 28.000 km/h impiegherebbe 1.542.857 anni per un viaggio di sola andata. Pare di essere in un racconto come I sette messaggeri di Dino Buzzati: nell’immensità dello spazio e del tempo i contatti si perdono, i messaggi diventano sempre più rari, le voci si affievoliscono fino a tacere per sempre.

Risparmio infine al lettore tutte le barzellette -politiche o meno- che hanno preso spunto dalla vicenda, e vengo al cuore del problema. Io non credo che questa scoperta sia superflua, e nemmeno che siano stati soldi sprecati. Al di là di tutti i discorsi che possiamo fare sull’allocazione più o meno giusta delle risorse, noi esseri umani siamo una incoercibile sete di infinito, di scoperte, di “oltre”. Una vita o una civiltà che si condannassero a non scoprire nulla sono sterili e morte già in anticipo. Con buona pace di Dante, le umane genti non si accontentano del “quia”, o quanto meno desiderano scoprire cosa c’è oltre l’orizzonte (lo stesso Dante ha reso Ulisse una figura immortale proprio per il suo tentativo di andare oltre).

In secondo luogo, sono proprio le scoperte apparentemente più astratte ad aprire la strada a sviluppi imprevedibili fino a quel momento. Senza scomodare Einstein e la teoria della relatività, basti pensare alla scoperta delle onde radio da parte di James Clerk Maxwell: fu una scoperta “a tavolino”, ma quanta strada si è fatta da allora in poi! Oppure diamo un’occhiata alla macchina di Turing, un modello teorico senza il quale i computers non sarebbero nemmeno pensabili (incluso quello con cui sto scrivendo e quelli di voi che mi state leggendo). Cosa sappiamo degli sviluppi che potrebbe avere la scoperta delle onde gravitazionali sugli spostamenti tra le varie parti dell’Universo?

In terzo luogo, tanta insistenza quasi spasmodica nel voler trovare la vita al di fuori della Terra dovrebbe farci riflettere. Questa ansia rivela un altro dei bisogni fondamentali del genere umano, quello di socializzare, di condividere la propria esistenza anche oltre i confini del proprio pianeta. Non importa se, come ci ha avvertito Stephen Hawking, il contatto con gli alieni potrebbe essere pericoloso. L’importante è scoprire l’Altro perché attraverso questo incontro si approfondisce la conoscenza della realtà e si arriva a capire sempre più chi siamo noi.

Anche qui, tuttavia, non si può fare a meno di notare una profonda contraddizione: quelle poche cellule che su Marte o sui sette pianeti farebbero gridare al miracolo della vita, sulla Terra, nel ventre di una donna, sono considerati niente altro che un grumo di cui ci si può disfare e ci si disfa a piacimento. È la prova che il nostro sguardo sulla realtà non è tanto di stupore quanto di pretesa e di dominio.

I sette pianeti del Trappist-1, forse per loro fortuna, sono al di là della nostra portata almeno per il prevedibile futuro. Non sappiamo cosa potrà venire da questa scoperta, ma di fronte all’ignoto la parola più vera spesso spetta al poeta più che allo scienziato. Per questo mi piace concludere con questi splendidi versi che fanno giustizia di molte sciocchezze e di molte saccenti obiezioni:

(…) Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
che è una stoltezza dirselo.
(Eugenio Montale, “Satura”)


Giovanni Romano

martedì 21 febbraio 2017

La guerra delle palme



«I turbamenti e le sofferenze dovuti all'immigrazione sono già in atto»
(Card. Giacomo Biffi, «Sulla immigrazione», settembre 2000)

Chi avrebbe mai pensato che la trovata delle palme in Piazza Duomo a Milano avrebbe destato tante polemiche, tanto risentimento e tanta rabbia sfociati addirittura in un attentato incendiario? Si noti che ho evitato di proposito le parole «odio» e «razzismo» che sono in realtà comode scappatoie per non comprendere il disagio che cova dietro questa vicenda assurda solo in apparenza.

Come mai questa installazione è stata avvertita come un'imposizione, quasi come una violenza culturale inflitta alla città di Milano, alla sua storia e al suo habitat? Non è forse vero, come ha dimostrato l'amministrazione Sala, che le palme erano state installate in quella stessa piazza già alla fine dell’800 senza che a nessuno fosse venuto in mente di protestare?

A parte il confronto tra le due foto, in cui la presenza delle palme a fine ‘800 era molto più discreta di quella odierna (a mio giudizio assai pacchiana), c’è da tenere conto che il contesto storico-culturale è profondamente mutato. L'Italia di allora era un paese colonizzatore cui le palme non facevano impressione, anzi rappresentavano una sorta di trofeo. Quel che è «esotico» e «coloniale» è remoto per definizione, collocato a distanza di sicurezza in un remoto spazio fisico e mentale, che desta tutt'al più curiosità se non un certo orgoglio. Oggi invece l'Italia è un paese invaso da folle di «migranti» che vengono avvertiti come una minaccia, una prepotenza, una prevaricazione anche culturale con particolare riferimento all'islam.

Probabilmente nessuno dei tanti che predicano contro l' «odio» e il «razzismo» ricorda - o vuole ricordare - che nel novembre 2009 migliaia di islamici, in spregio ai divieti della Prefettura, ruppero i cordoni della polizia e invasero il sagrato di Piazza Duomo per farne un luogo di preghiera musulmano. Fu un inequivocabile gesto di sopraffazione e intimidazione verso i cristiani. Forse è proprio questa presenza sempre più ingombrante ad aver scatenato l'avversione e i sarcasmi contro le palme. Anche le immagini caricaturali del Duomo trasformato in moschea diventano molto più comprensibili in questa prospettiva.

A ciò si aggiunga il fatto che a volere le palme non è stato tanto il Comune ma la multinazionale americana Starbucks che ha dichiarato apertamente di voler assumere solo personale straniero in nome della «lotta-al-razzismo-all'omofobia-al-bullismo-alla-xenofobia-e-all'intolleranza-ecc.-ecc.-ecc.». I milanesi - o quanto meno un gran numero di loro - si sono sentiti dunque emarginati due volte: economicamente perché una multinazionale estera ha imposto il proprio progetto con la sua forza economica, e culturalmente perché sono costretti anche a sorbirsi i fervorini politicamente correttissimi di una cultura omologante che li espropria della loro identità.

Bruciare le palme, però, a parte essere un gesto tanto violento quanto stupido, è soprattutto sintomo di debolezza, di un’impotenza sempre più diffusa che non trova vie culturali o politiche per manifestarsi, della perdita di controllo sul proprio destino e sulla propria economia. Un segnale di conflitto e di disagio che non dovrebbe essere sottovalutato.


Giovanni Romano

sabato 24 dicembre 2016

Si, il popolo ha bisogno di eroi

In queste ore durissime, nell'imminenza di feste natalizie piu` che mai a rischio per il fanatismo e la crudelta` dei terroristi islamici, sono state sollevate molte polemiche sulla decisione di divulgare i nomi e le fotografie di Luca Scatà e Christian Movio, i due agenti che hanno affrontato e ucciso a Sesto San Giovanni Anis Amri, il macellaio di Berlino. Averli tanto esaltati come eroi, si e` detto, li ha esposti sconsideratamente alle rappresaglie jihadiste.

Anche ammettendo che si sia trattato di un errore dovuto a imprevidenza o dilettantismo, sono polemiche sterili perche` ormai il danno e` fatto. E in ogni caso c'e` poco da dubitare che i terroristi sarebbero prima o poi venuti a sapere la loro identita` anche se non fosse stata rivelata. Non dimentichiamo come venne profanata la tomba di Francisco Javier Torrontera, un agente delle forze speciali spagnole caduto nell'assedio agli attentatori di Madrid nell'aprile del 2004 (vedi  questo link).

Quello che preoccupa forse piu` delle rappresaglie islamiche e` questa atmosfera di pavidita` e di rassegnazione, quasi che avessimo a scusarci di avere eliminato un assassino per paura di attirarci addosso una vendetta che verra` comunque e che nessuna sottomissione varra` a evitare. Tanta vilta` morale finisce per sminuire il valore del gesto di chi ha affrontato e vinto il terrorista a rischio della propria vita.

Pur con tutti i rischi del caso, in un certo senso e` stato bene aver diffuso i volti e i nomi dei due agenti. E` stato un segnale inequivocabile di avvertimento ai terroristi: in Italia ci sono persone disposte ad affrontare la minaccia, che sono pronte a "metterci la faccia", uomini di fronte alle quali nessun jihadista puo` illudersi di cavarsela a buon mercato. Contrariamente a quel che pensava il borghesissimo Bertholt Brecht, un popolo ha bisogno di eroi, e ne ha bisogno piu` che mai ora, quando lo scopo preciso dei terroristi e` quello di renderci muti, spaventati, disposti a nascondere la nostra identita` e le nostre convinzioni, gia` schiavi nello spirito in attesa di essere incatenati anche nel corpo. Come ha scritto quasi profeticamente l'agente Scatà, "la paura e` una reazione, il coraggio e` una scelta". Reagire e` il primo passo per liberarci dalla soggezione e dalla sottomissione.

Per questo il mio ringraziamento personale, e quello di milioni di italiani non ancora rimbambiti dal buonismo, va a Luca Scatà e Christian Movio con i migliori auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo!

Giovanni Romano

martedì 20 dicembre 2016

La psicopolizia del Web

Riporto qui la lettera che scrissi ad Avvenire il 21 Novembre scorso in merito alle polemiche suscitate dalla vittoria di Donald Trump e alle insinuazioni (condivise anche da Avvenire, sembra di capire) che fosse stata propiziata dalla diffusione di notizie false propalate ad arte per screditare la Clinton. Ora, a parte tutta la pesantissima campagna di denigrazione contro Trump e il suo elettorato sulla quale il quotidiano della CEI non ha speso nemmeno una parola, il rimedio prospettato dall'articolista mi sembra peggiore del male. Ecco il mio testo:

Spett.le Redazione,
ho letto con interesse il pezzo di Gilio Rancilio datato sabato 19 novembre, e devo dire di avere alcune riserve tanto sul merito quanto sul metodo. I contenuti sono ovviamente inoppugnabili, ma il tono generale dell’articolo sembra insinuare che Trump sia stato eletto in buona misura grazie alla diffusione di menzogne propalate ad arte contro la Clinton. Peccato che anche l’ex presidente Obama abbia fatto un uso intensivo dei social networks in occasione di entrambe le sue campagne elettorali senza che nessuno abbia trovato nulla da eccepire.

Ancora meno condivisibile, secondo me, è l’aver accennato senza apparenti obiezioni ai “poliziotti del web”. Ma chi controlla i controllori? Chi garantisce che questo controllo non diventi una psicopolizia per imporre il pensiero unico “politically correct”? Quanto sono realmente imparziali strumenti come il software elaborato in 36 ore dai quattro studenti di Princeton o la “mappa contro l’intolleranza” di cui parlò La Stampa del 15 gennaio 2014 che in realtà può trasformarsi in un pericoloso strumento di schedatura? (ne ho scritto sul mio blog, questo è il link abbreviato: http://tinyurl.com/hmztccd). Come mai su Facebook o Twitter si viene immediatamente bannati se si critica l’omosessualismo, ma le bestemmie “rispettano gli standard della comunità”? Come mai la Apple ha tolto dal proprio store la Dichiarazione di Manhattan dove le confessioni cristiane difendevano il matrimonio tra l’uomo e la donna? Sarebbero questi i poliziotti del Web o piuttosto i suoi carcerieri?

Purtroppo condivido in pieno la conclusione: ormai la verità non interessa più anche quando viene conosciuta. Ma mi chiedo se un articolo come quello di Rancilio sarebbe stato pubblicato se avesse vinto la Clinton. Consentitemi di dubitarne.

Distinti saluti,
Giovanni Romano

venerdì 11 novembre 2016

Riflessione politicamente scorrettissima su San Martino

Oggi la Chiesa ricorda San Martino, un santo caritatevole ma tutt'altro che buonista. Quando incontrò il povero, infatti, divise il suo mantello con lui facendo due parti uguali. Ma usò la spada, giusto nel caso che al povero venissero strane idee e volesse approfittare della situazione...

Come tanti finti poveri di adesso.

Giovanni Romano

giovedì 1 settembre 2016

Gli insegnanti "deportati": una cattiva divisione del lavoro

La cosiddetta "legge sulla buona scuola" ha riportato alla ribalta, e anzi aggravato, un fenomeno sul quale bisognerebbe riflettere seriamente, un male endemico del nostro paese, quella che io chiamo la cattiva divisione del lavoro tra un Nord "produttivo" e un Sud "impiegatizio".
Questo divario e` venuto fuori con particolare crudezza nel momento in cui, con l'inizio del corrente anno scolastico, in forza della legge di cui sopra centinaia di insegnanti meridionali sono stati costretti a scegliere se trasferirsi al Nord per ottenere il tanto sospirato posto di ruolo o finire definitivamente per strada dopo anni di precariato.
Non e` mia intenzione esporre qui l'ennesimo cahier des doléances di una categoria fin troppo bistrattata, i giornali e i social networks ne sono gia` pieni. Quello che mi interessa sono alcune reazioni che denotano assoluta incomprensione del problema in se` e nelle sue conseguenze a lungo termine.
Ho sentito pronunciare da una dirigente scolastica un discorso piu` o meno di questo tenore: "Ma che volete che sia, quando eravamo supplenti tutti abbiamo dovuto viaggiare, adattarci, arrangiarci... E adesso cosa pretendiamo, che il lavoro venga a casa nostra? Siamo noi che dobbiamo andarlo a cercare, non viceversa! Io stessa non esiterei a trasferirmi se fosse necessario. Non fanno cosi` gia` i docenti universitari?".
Proprio vero che il sazio non crede al digiuno! Fuor di metafora, e` preoccupante il gap che si sta creando tra una classe dirigente sempre piu` ristretta e autoreferenziale e una moltitudine di esecutori sempre piu` espropriati di ogni potere. Innanzituto, il paragone coi docenti universitari o coi presidi e` fuorviante: a parte la vistosa differenza di reddito in favore di queste due categorie, i primi non di rado alloggiano spesati. Un insegnante deve pagarsi tutto di tasca propria in localita` dove il costo della vita e` ben maggiore che al Sud, con uno stipendio fermo da tempo immemorabile. Anche nella migliore delle ipotesi, che speranze ha di mettere da parte qualcosa per il futuro?
Veniamo pero` al secondo e piu` grave aspetto del problema: la cattiva divisione del lavoro. E` una categoria interpretativa fin troppo rozza, sono il primo ad ammetterlo. Il Nord ha numerose eccellenze di alta cultura (il Salone del Libro, la Biennale a Venezia, il Politecnico di Torino solo per fare qualche esempio), cosi` come il Sud, specialmente negli ultimi anni, ha sviluppato sacche di imprenditoria dinamica e innovatrice. Tuttavia qui si discute dell'istruzione media che viene impartita dalla scuola di stato, e della media imprenditoria diffusa sul territorio. Prima ancora che recriminare sulla "deportazione" degli insegnanti (fenomeno comunque traumatico e negativo) dovremmo chiederci perche` la maggioranza assoluta degli insegnanti proviene dal Sud, e perche` al Nord sono scarsissimi gli autoctoni che decidono di intraprendere questo lavoro.
Il motivo e` crudamente economico: perche` mai il figlio o la figlia di un imprenditore quantomeno benestante dovrebbero scegliere l'insegnamento con la sua snervante trafila di precariato, subordinazione e trasferimenti se possiedono gia` un lavoro che li rendera` indipendenti e ben remunerati senza bisogno di spostarsi da casa propria? E` vero che la crisi e la dissennata politica fiscale dei nostri governi hanno in parte distrutto questo modello, ma al Nord l'idea di imtraprendere, di farcela da soli, di non mendicare un posto ma trovarsi un lavoro resta ancora valida.
Quale sfogo occupazionale puo` invece trovare la piccola borghesia meridionale, dal momento che ancora adesso, al netto delle eccezioni di cui sopra, le attivita` imprenditoriali sono monopolizzate da pochi potenti, ostacolate in ogni modo dalla burocrazia, non di rado possedute da imprese estere che nulla curano dell'occupazione o del futuro dei propri lavoratori? Per i piu` restano soltanto la carriera militare, le forze dell'ordine e il pubblico impiego, ivi compresa la scuola.
Questo ha portato a una colonizzazione incrociata in cui le due parti del paese parlano linguaggi diversi e si sopportano malvolentieri: il Sud si sente economicamente colonizzato e sfruttato dal Nord, il Nord si sente soffocato e incompreso da una burocrazia importata dal Sud.
Il problema e` particolarmente delicato nella scuola: quale istruzione va a impartire, sia pure con tutta la sua buona volonta`, chi non conosce il territorio e la sua storia, chi incolpevolmente ne ignora la mentalita`, le tradizioni, le sfumature? E` un problema strutturale, non di cultura e nemmeno di bravura. In una scuola cosi` impostata si finisce inevitabilmente per parlare un linguaggio standardizzato, astratto, lontano dalla vita reale, un discorso, piu` che un insegnamento. Ed e` questo probabilmente il risultato che lo stato cerca deliberatamente di ottenere: l'omologazione del modo di pensare, l'imposizione di un pensiero unico. Lo ottiene, ma a prezzo della sterilita` e dell'incomunicabilita`tra il popolo e l'istituzione, tra un discorso ufficiale in cui nessuno realmente crede e una vita che non trova strumenti culturali per esprimersi.
Chi scrive queste righe ha vissuto sulla propria pelle questa esperienza. Per sei indimenticabili anni ho vissuto in Maremma e l'ho dovuta lasciare, con rimpianto infinito, proprio quando avevo iniziato ad assimilare una cultura, una storia, un modo di pensare costruito da innumerevoli generazioni di cui nemmeno immaginavo l'esistenza e di fronte alle quali ero semplicemente un ospite temporaneo. Me ne sono dovuto andare proprio quando anche le buche per la strada cominciavano a diventare un problema mio.
Se questo modello di scuola continuera` (e non c'e` nessun segno che mostri un'inversione di tendenza, anzi!) ne pagheremo il prezzo non solo coi disagi dei docenti che dovranno trasferirsi - cosa di cui allo stato non importa nulla - ma ben piu` gravemente col distacco tra un "paese legale" autoreferenziale e autoritario e un "paese reale" sempre piu` apatico o peggio ancora risentito senza sbocchi.
Giovanni Romano

venerdì 19 agosto 2016

La trappola del burkini

Com'era prevedibile, il divieto al burkini imposto sulle spiagge francesi ha fatto discutere e ha avuto ampia eco in Italia. Sotto questo aspetto ho trovato stupefacente la reazione di ambienti cattolici che potrebbero essere definiti senz'altro come "conservatori": una compatta levata di scudi in difesa di questo "costume da bagno" (sic!), con una veemenza che forse non si è vista nemmeno quando si è trattato di difendere uomini e donne cristiani licenziati e discriminati solo perché portavano al collo il Crocifisso.
Da un certo punto di vista questa posizione fa onore al cattolicesimo perché conferma che difendere la libertà religiosa - in senso cristiano - significa difendere la libertà di tutti. Mi sembra però che stavolta persino intellettuali e giornalisti del calibro di Costanza Miriano, Massimo Introvigne e Giuliano Guzzo abbiano clamorosamente mancato il punto della questione.
Può essere interessante un'esposizione sia pure molto sommaria delle critiche più diffuse a questo provvedimento:
  1. È un divieto ridicolo, i problemi sono altri (crisi economica, disoccupazione, terrorismo, ecc.);
  2. Il burkini è soltanto un costume da bagno, e sulla spiaggia ognuno è libero di vestirsi come vuole;
  3. Chi l'ha detto che le donne islamiche siano "costrette" a portare il velo o il burkini? Non portano il velo anche le suore, senza che nessuno trovi niente da ridire?
  4. Prima di condannare il burkini, pensate alle nudità esibite dalle donne occidentali sulle spiagge;
  5. Se si proibisce di portare il burkini alle donne musulmane, prima o poi proibiranno tutti i simboli religiosi, soprattutto quelli cristiani.
Non vale nemmeno la pena di discutere la critica n.1. è il classico espediente che si adotta quando si vuole eludere una questione. Discuterò per ultima la critica n.2 perché ha a che vedere direttamente con il nocciolo del nostro argomento.
Critica n.3: è certamente vero che molte donne islamiche portano il velo di loro spontanea volontà, ma non si può ignorare in nessun modo la fortissima pressione sociale e culturale che lo impone di fatto a tutte le musulmane (e non soltanto a quelle che hanno liberamente scelto di portarlo, come le suore). Per non parlare della costrizione a portare il velo anche alle occidentali nei paesi islamici. Coloro che difendono con foga il burkini sembrano aver passato un colpo di spugna sui gravissimi episodi di intimidazione, percosse e persino uccisioni di donne musulmane che hanno cercato di vestirsi all'occidentale. A parte il caso di Hina, io stesso sono stato testimone diretto delle botte e dei lividi inflitti a una mia alunna marocchina dal padre solo perché la ragazza si vestiva come le altre sue compagne. Il paragone con le suore, poi, è assurdo e improponibile anche per un'altra ragione: il velo islamico (come anche i veli portati dalle donne fin dalla più remota antichità) è segno del possesso dell'uomo sulla donna. Il velo delle suore è, al contrario, il segno dell'emancipazione femminile dal possesso maschile attraverso la verginità e la libera donazione di se stesse soltanto a Dio.
Critica n.4: mi ricorda certi alunni che quando vengono rimproverati si mettono a protestare: "Professore, ma non sono solo io!". Anche questo è un modo abbastanza infantile per eludere il problema, ma il punto merita di essere discusso più a fondo. Io non sono certamente un sostenitore del nudismo, ma non si può tacere che la nostra civiltà ha un rapporto più positivo delle altre con il corpo e con la bellezza che esso esprime. è giusto parlare di mercificazione e banalizzazione del corpo, specialmente di quello femminile, ma non si può dimenticare nemmeno quanto disse Papa Giovanni Paolo II proprio nella Cappella Sistina a proposito della "teologia del corpo". Il corpo umano è dono di Dio, e prima del peccato originale era bellezza primigenia, coronamento della Creazione. Non si deve abusare ma nemmeno nascondere con una morbosa suscettibilità che forse nasconde desideri inconfessati.
Critica n.5: è forse la più infondata di tutte. I simboli religiosi di qualsiasi tipo sono già formalmente proibiti nelle scuole francesi (e solo i musulmani si fanno un punto d'onore di ignorare e sfidare questo divieto, mentre i cristiani obbediscono docilmente). In Inghilterra la situazione è anche peggiore perché la pressione anticristiana (e solo anticristiana, ci tengo a specificare) mette al bando la Croce mentre accetta senza protestare il velo islamico o il turbante dei Sikh. Il divieto al burkini non aggiunge nulla alla persecuzione strisciante di cui già soffrono i cristiani in Europa.
Arriviamo infine al nocciolo della questione con la critica n.2. Affermare che il burkini sia un semplice "costume da bagno" significa prima di tutto contraddirsi con la critica n.5, e in secondo luogo ignorare di proposito la mentalità da cui proviene. Partiamo da una considerazione del tutto laica. Nessun modo di vestire, in nessun caso, è una questione puramente privata. Con il nostro modo di vestire comunichiamo i nostri gusti, il nostro stato d'animo, il nostro status sociale, e naturalmente anche la nostra cultura di appartenenza, che ne siamo consapevoli o no. Ma nel caso dei musulmani c'è un'altra osservazione da fare: nella cultura islamica non esistono spazi neutri in nessun ambito del vivere, nessun comportamento è moralmente indifferente ma ogni manifestazione umana (e a maggior ragione il modo di vestirsi) è direttamente riconducibile a Dio. Da questo punto di vista il burkini non è semplicemente "un altro modo di vestire" ma un atto deliberato di disprezzo e di rifiuto della nostra civiltà. Non è soltanto chiudere il corpo femminile in un involucro ma anche chiudersi dentro un ghetto culturale.
Sottovalutare questo aspetto di sfida porta a sottovalutare anche l'invadenza con cui i musulmani non solo osservano le proprie usanze (e questo potrebbe essere anche accettabile) bensì le impongono agli altri ogniqualvolta si sentono abbastanza forti per farlo, o non incontrano una risoluta opposizione. Nelle mense scolastiche del Nord gli alunni non musulmani non possono più mangiare salumi: sono stati eliminati "per non offendere i musulmani" (e qui la parola offendere sottintende il rischio di violente ritorsioni). Nelle piscine tedesche si va verso orari o giorni separati per uomini e per donne perché cosi` vogliono i musulmani (altrimenti "si offendono"...). A Rimini una spiaggia è stata riservata in esclusiva alle donne musulmane e chiusa a tutti gli altri. Più di una volta, in Inghilterra, i conducenti pakistani di taxi e autobus hanno rifiutato di prendere a bordo ciechi accompagnati dai cani perché per l'Islam i cani sono animali "impuri". Le docenti cristiane delle public schools acquistate dai musulmani hanno dovuto indossare il velo o essere licenziate. E si potrebbe continuare con innumerevoli altri esempi.
Di fronte a tutto questo, possiamo davvero ridicolizzare o minimizzare la questione del burkini? Personalmente trovo del tutto giustificato il provvedimento preso dal governo francese, tanto più coraggioso alla luce delle aggressioni, delle sofferenze e dei lutti che l'Islam ha già inflitto a quella nazione e che probabilmente ancora le infliggerà. Davvero non capisco come possano sottovalutare il problema dei cattolici a tutta prova che fino al giorno prima lanciavano alte grida d'allarme sull'invasione islamica e sul tramonto della nostra civiltà.

Giovanni Romano

mercoledì 8 giugno 2016

La strage di Debre Libanos: una precisazione dolorosa ma necessaria




Il 18 maggio scorso il quotidiano La Stampa pubblicava un articolo dirompente su una delle peggiori atrocità mai compiute dalle forze armate italiane: la strage di Debre Libanos, un monastero copto fondato in Etiopia nel XIII secolo dal santo Teclè Haimanòt, principale centro religioso del paese.

In quella che è stata definita “la più grande strage di religiosi cristiani mai avvenuta in Africa”, le truppe italiane al comando del Maresciallo Rodolfo Graziani compirono una spietata rappresaglia contro il clero e i fedeli copti, accusati senza prove di avere organizzato l'attentato del 19 febbraio 1937 ad Addis Adeba  in cui Graziani era rimasto gravemente ferito e sette persone erano morte. Il generale Maletti ricevette l'ordine di circondare l'area del monastero di Debre Libanos il 18 maggio successivo, in occasione della festa di San Michele che richiamava pellegrini da tutta l'Etiopia. Ai pellegrini fu permesso di entrare ma non di uscire. Con il passare dei giorni il monastero si trasformò in una trappola mortale nel momento in cui i soldati lanciarono l'attacco sulla folla e sui monaci indifesi. Secondo testimonianze oculari il numero delle vittime fu di circa duemila, di cui almeno la metà monaci, sacerdoti e diaconi. Alcuni soldati italiani, presi dal rimorso per quanto erano stati costretti a fare, donarono ai superstiti del monastero gli ombrelli bianchi coi quali si erano riparati dal sole nei giorni precedenti.

Basterebbe questo episodio da “armadio della vergogna”, trasmesso in docufilm da TV2000 il 21 maggio scorso, a sfatare una volta per tutte il mito degli “Italiani-brava-gente”. Ancora più vergognoso è il silenzio totale che ha accompagnato queste rivelazioni che avrebbero dovuto provocare un esame di coscienza e una revisione della nostra storia. Nel modo in cui è stata data la notizia, tuttavia, c'è un particolare che stona e che dovrebbe far riflettere: l'enfasi con cui si è messo in rilievo che a compiere la strage “non furono le milizie islamiste” e che il numero dei morti fatti dagli italiani superava quello della strage compiuta dagli ottomani in quello stesso luogo nel luglio del 1531. 

Tanta premura nel difendere l'islam mi sembra alquanto fuori luogo. Bisogna infatti notare almeno tre elementi:

  • le vittime del 1937 furono massacrate dopo un attentato perché sospettate di essere terroristi e ribelli, ma non in odium fidei. Quella di Graziani fu una strage che prese le mosse da motivi abbietti di vendetta personale e di puro terrore, ma non fu diretta contro i copti in quanto cristiani;
  • alcuni – pochissimi – soldati italiani dimostrarono rimorso per quanto avevano fatto, e a nessuno passò per la mente di giustificare la loro azione con motivi religiosi;
  • infine, a costo di apparire cinici, il numero delle vittime della strage ottomana del 1531 non dovrebbe essere considerato soltanto in senso assoluto ma anche relativamente alla probabile popolazione etiope dell'epoca.


In conclusione, se nessun italiano può né deve sentirsi scusato per una strage tanto infame, a maggior ragione nessuno può sentirsi autorizzato a tracciare paralleli arbitrari e fuorvianti tra quella che fu una rappresaglia militare - per quanto aberrante- e le stragi di cristiani perpetrare a sangue freddo e senza alcun rimorso dalle armate ottomane e dai terroristi islamici.

Giovanni Romano

domenica 17 gennaio 2016

Via la Croce, ecco a voi il flipper!

Nelle sue rubriche dedicate alle "stranezze", non di rado La Settimana Enigmistica pubblica le storie bizzarre di preti (per lo piu` pastori protestanti inglesi o americani) che pur di attirare i fedeli attrezzano la chiesa coi biliardini, si esibiscono come funamboli o cantanti, raccontano barzellette su Gesu` per divertire e intrattenere la propria congregazione (1).

Leggo sempre episodi del genere con un senso di pena e di disagio (2). Quel che dovrebbe essere un Mistero, la storia piu' grande mai raccontata, la speranza piu' grande mai data agli uomini, banalizzato come un fenomeno da baraccone degno tutt'al piu` della curiosita' oziosa e divertita di una rivista di evasione... 

Quanto siano efficaci questi sistemi e` facile immaginare, non e` il caso di ripeterlo qui. L'equivoco di fondo (che nasce probabilmente a monte, da un errore assai più grave nella formazione di questi sacerdoti e/o pastori) e` duplice: da un lato credere nella propria bravura e dunque concentrare l'attenzione su di se' distogliendola da Cristo; dall'altro offrire al loro "pubblico" quello che già trova comodamente dappertutto. Perché si dovrebbe  andare in chiesa se i predicozzi inflazionati sulla bontà, la tolleranza, l'accoglienza si possono ascoltare ogni giorno da tutti i pulpiti laici? Perché il cuore dovrebbe commuoversi se il sacerdote insiste più sul riscaldamento globale che non sulla nascita o la passione di Gesù? Abbiamo cosi paura del silenzio e della preghiera che ci affidiamo alle battute di un comico à la page nell'illusione di essere "rivoluzionari" e "originali"? Che cosa e` più importante, essere originali o essere veri? Ci siamo dimenticati dell'ammonimento di Cristo sul sale della terra che perde il suo sapore (Mt 5, 13)?

Queste considerazioni trovano una puntuale e amara conferma dai numeri costantemente in calo dei partecipanti alle udienze papali e ancor più di coloro che frequentano la Messa domenicale. Della confessione poi è meglio non parlare. Non si tratta solo di apatia ma peggio ancora di distanza tra gli esseri umani, un disinteresse sostanziale al destino dell'altro e ancora più a fondo la perdita della Speranza. Chi ricorre a queste iniziative non riconosce più di essere uno strumento inadeguato e che in realtà colui che opera è un Altro. La conversione comincia innanzitutto da noi stessi, non dalle nostre iniziative più o meno "originali". Altrimenti l'interesse della gente cesserà nel momento preciso in cui cesserà la novità.

Giovanni Romano

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1. Dimenticando pero` di citare l'umorismo di Gesu` vedi ad esempio il capitolo 6 del Vangelo di San Matteo quando Gesù traccia un ritratto decisamente satirico degli ipocriti con le facce lunghe che fanno finta di digiunare o strombazzano le proprie elemosine.

2. Per strana coincidenza, appena tre giorni fa La Settimana Enigmistica (n.4373 del 14 gennaio 2016) ha pubblicato  a pag. 4 un ennesimo esempio di queste bizzarrie: un reverendo statunitense ha scommesso di pagare il tatuaggio a tutti coloro che si fossero fatti incidere sulla pelle il logo della sua parrocchia. Con questa sconsiderata iniziativa si è trovato sommerso da almeno una ventina di fatture piuttosto salate, e altri sono già in coda...

giovedì 24 dicembre 2015

"Solo un Dio ci puo` salvare..."


Cosi` scrisse Heidegger in una citazione ormai arcinota, e a una considerazione superficiale le sue parole potrebbero contenere una buona dose di ironia o di tragicita`. Come puo` salvarci un Dio che da Nietzsche in poi era stato dichiarato ufficialmente morto? Come si poteva scrivere una frase del genere dopo quasi cinque secoli nei quali il pensiero occidentale, dall'Umanesimo in poi, era consistito in grandissima misura nello sforzo di emanciparsi da qualsiasi apporto che sfuggisse al calcolo della Ragione? Con quale stato d'animo, se non di amara delusione, si poteva tornare a invocare l'intervento divino quando sembrava che nessun traguardo fosse ormai precluso alla Tecnica?

Ogni illazione sull'ironia, pero`, viene a cadere quando si legge la seconda parte della frase: ",,,. Occorre preparare l'attesa". Non si puo` attendere se non Chi esiste. Non si puo` desiderare se non quello che manca a ogni nostro risultato, che sara` sempre al di la` di qualunque cosa si riesca a produrre con le nostre mani, eppure e` sempre presentito come un ospite che sta per suonare alla porta.

Cosi`, da un anno all'altro, da una generazione all'altra, l'umanita` attende Qualcuno che la possa salvare. Attende a dispetto di tutto. A dispetto degli spregevoli avvoltoi che puntualmente insudiciano il Natale con la propaganda del suicidio assistito. A dispetto delle violenze che sembrano incrudelire a bella posta proprio quando sta per arrivare semplicemente un Neonato. A dispetto della permalosita` vera o piu` spesso presunta di altre religioni per le quali non accade e non puo` accadere mai nulla. A dispetto della nostra superficialita` che ci fa scambiare l'attesa con l'accumulo di beni e lo stordimento di feste che tradiscono la Festa, per non pensare fino allo strazio al nostro limite e non sentire il bisogno fino alla disperazione.

Occorre preparare l'attesa di qualcuno che non si conosce. Questo e` il punto massimo e piu` nobile al quale puo` arrivare il pensiero laico. I cristiani invece sanno Chi sta per arrivare. Sanno cosa significa stupirsi e sostare commossi di fronte a un avvenimento ripetuto letteralmente miliardi di volte (la nascita di un bambino) ma che nel Natale contiene una carica di speranza, di fiducia, di rinnovamento inimmaginabili. Abbiamo bisogno di tutto, e la risposta e` un Bambino totalmente bisognoso di noi. Il Natale e` una festa bellissima anche da un punto di vista laico perche` fa capire che i bambini sono i benvenuti. Volerlo dimenticare o peggior ancora censurare e` il sintomo piu` grave dell'invecchiamento terminale della nostra civilta`. Per questo, il mio augurio quest'anno va a tutti coloro che non dimenticano e continuano a stupirsi per questo avvenimento e per la sua assoluta gratuita`.


BUON NATALE

sabato 28 novembre 2015

Una strage che fa comodo a chi vive di stragi

Il pazzoide - o forse l'agente provocatore - che ha assalito una clinica abortista della Planned Parenthood a Colorado Springs negli USA - ha distrutto in mezza giornata il lavoro di mesi, anche di anni, condotto dalle organizzazioni pro-life che si sono battute e si battono, spesso di fronte a una opposizione durissima e violenta, all'ostilità mediatica delle star e degli opinionisti più in vista (basti pensare a Oprah Winfrey). Per non parlare dell'amministrazione Obama, una delle più ideologiche e divisive che l'America si sia mai data, che ha elevato l'aborto a "diritto umano fondamentale".

Tutto il lavoro paziente di persuasione, di dialogo, di accoglimento del dolore e della sofferenza di donne indotte o spinte ad abortire o dai loro uomini o plagiate dalla mentalità edonista per cui il bambino è solo un peso, tutto questo lavoro è andato in fumo proprio quando, lentamente ma sicuramente, il movimento pro-life stava guadagnando terreno e più di una clinica della Planned Parenthood era stata chiusa perché i medici e gli infermieri erano diventati tutti obiettori. Un metodo molto più pericoloso agli occhi degli abortisti, perché una coscienza risvegliata è molto più forte che non le bombe e i fucili.

Al di là della scontata condanna della violenza, questa strage dovrebbe far riflettere su quanto sia stata grave la ferita che l'amministrazione Clinton prima, quella Obama poi, hanno inflitto alla coscienza di un popolo che nel corso degli anni ha vissuto l'aborto con un disagio via via maggiore.

Fa davvero specie che Radio24, nel riferire oggi la notizia, abbia usato il termine "consultorio familiare" per una istituzione dove l'unico "consiglio" è quello di abortire e dove l'omicidio di bambini è pratica normale e quotidiana.

Questa strage è stata il miglior regalo possibile per chi vive sulla strage dei neonati.

Giovanni Romano

sabato 17 ottobre 2015

La lezione dimenticata di San Tarcisio

Non date le cose sante ai cani
e non gettate le vostre perle davanti ai porci,
perche' non le calpestino con le loro zampe
e poi si voltino per sbranarvi

Mt 7,6


Credo che pochi cattolici ormai conoscano la storia di Tarcisio, il ragazzino martire a causa dell'Eucarestia che portava segretamente ai cristiani incarcerati per la loro fede nell'agosto del 257 d.C.. Narra la leggenda che mentre si recava al carcere alcuni ragazzacci, incuriositi dalla cassetta che portava tra le braccia con tanta cura, cominciarono a seguirlo e a importunarlo, chiedendogli cosa avesse di cosi' prezioso. Non avendo avuto risposta, cercarono di strappargliela dalle mani, ma qui avvenne il miracolo: le braccia di Tarcisio sembravano diventate d'acciaio, per quanti sforzi facessero non riuscirono a fargli minimamente allentare la presa. Allora lo scherno divenne odio e lo colpirono tutti insieme con pugni, calci, pietre fino a ridurlo in fin di vita. Ma Tarcisio continuava a tenere stretta sul cuore quella cassetta che per lui era piu' importante della vita. In quel momento passo' Quadrato, un robusto centurione anche lui cristiano, che quando vide quel linciaggio intervenne e mise in fuga il branco. Tarcisio ebbe appena il tempo di affidargli le Ostie consacrate, poi gli mori' tra le braccia.

Non ho potuto fare a meno di pensare a questo giovanissimo martire quando ho letto che al Sinodo sulla famiglia un vescovo ha riferito di un episodio che per molti aspetti e' agli antipodi del sacrificio di Tarcisio. Al momento di ricevere la sua Prima Comunione, un ragazzino avrebbe spezzato l'Ostia consacrata e ne avrebbe dato la meta' al padre, divorziato risposato che non avrebbe ne' potuto ne' dovuto prenderla.

Dire che si e' trattato di un abuso liturgico e' poco. E' stato un sacrilegio in piena regola perche' nessun laico, tantomeno un ragazzino, puo' permettersi di dare il Corpo di Cristo a suo arbitrio, tantomeno a chi e' indegno di riceverlo perche' non si pente e non ha nessuna intenzione di cambiare vita. "Ma era suo padre!", mi si obbietterà. "Il ragazzo stava vivendo il momento piu' bello della sua vita, ha visto che il padre soffriva di vedersi escluso da quella festa, e ha voluto condividere Gesu' con lui. Cosa c'e' di male?".

In altre parole, si passa dall'etica del sacrificio all'etica della gratificazione, quasi che l'Eucarestia sia un gettone, un lasciapassare di socializzazione o peggio ancora un "diritto". E stiamo attenti a compatire certe "sofferenze", perche' proprio in nome della pieta' sono stati introdotti i tre stadi di abolizione dell'uomo: divorzio, aborto ed eutanasia!

Non c'e' bisogno di dire che questo ragazzino tanto compassionevole ha suscitato la "commozione" di molti padri sinodali (spero che qualcuno di loro abbia avuto invece il coraggio profetico di sdegnarsi). E' quella che Robert Hughes ha definito giustamente "La cultura del piagnisteo": c'e' sempre una vittima da qualche parte, c'e' sempre qualche oppresso che reclama i suoi diritti calpestati, non importa se campati in aria, e c'e' sempre qualche istituzione oppressiva che glieli nega, non importa se a torto o a ragione. Quello che conta, appunto, e' essere gratificati, sentirsi giustificati e rispettabili perche' vittime, e in quanto vittime sentirsi autorizzati a ottenere tutto quel che si vuole.

Va da se' che l'episodio e' stato ripreso con grande enfasi dai media di tutto il mondo, con buona pace della riservatezza dei lavori sinodali e con un tempismo tanto immediato quanto sospetto. Al di la' della storiella strappalacrime, si tratta di una operazione cinicamente ributtante che ormai non mira nemmeno piu' ad attaccare solo il matrimonio ma il cuore stesso dell'Eucarestia.

Probabilmente il ragazzino citato al Sinodo avra' agito in buona fede, ma era stretto dovere del sacerdote innanzitutto istruirlo bene e in secondo luogo richiamarlo, spiegandogli con chierezza le ragioni dell'inopportunita' del suo gesto, perche' a volte la Chiesa e' costretta a dire un fermo NO per non addormentare le coscienze.

Mi viene il sospetto che gli stessi Padri sinodali che si sono commossi per il ragazzino tanto altruista condannerebbero l'"integralismo", il "fanatismo" e la "chiusura al dialogo" di Tarcisio che amava tanto Gesu' da non credersi piu' buono di lui e da proteggerLo con la sua stessa vita.

Giovanni Romano