venerdì 20 novembre 2009

Quando a essere aggrediti sono gli etero...

Dal sito Catholicnewsagency traduco un articolo relativo alle minacce contro i sostenitori della "Question 1", un referendum con cui gli elettori del Maine hanno respinto a larga maggioranza la decisione dell'assemblea dello stato di legalizzare il "matrimonio" omosessuale. La reazione non si è fatta attendere, e ora c'è gente che vive nella paura. Senza contare che prima o poi verrà qualche giudice a ribaltare la volontà popolare e ad "aggiustare" il risultato...

I sostenitori della Proposizione 1 non dovrebbero vivere nella paura di ricevere minacce di morte, dice un ex leader omosessuale


Augusta, Maine, 14 novembre 2009 / 07:30 pm (CNA) – I sostenitori della Proposizione 1 del Maine hanno denunciato di aver ricevuto minacce di morte da rabbiosi oppositori della misura, che ha messo il veto alla mozione della legislatura dello stato che permetteva il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso. In risposta, un ex leader omosessuale dice che i sostenitori non “dovrebbero vivere nella paura” ma dovrebbero “mantenersi forti” e mostrare un amore che aiuti i loro avversari a cambiare.

Il 3 novembre, gli elettori del Maine approvarono la Proposizione 1 con un margine del 53 per cento contro il 47, causando disappunto e sconcerto tra i suoi avversari.

Lunedì 9 novembre il quartier generale dell’organizzazione Stand for Marriage ricevette un messaggio vocale minatorio da una donna che diceva: “Siete morti. Forse non oggi, forse non domani, ma presto… sarete morti”.

Secondo il Portland Press Herald, il portavoce di Stand For Marriage Scott Fish disse che a scoprire il messaggio è stato un collaboratore dell’organizzazione che stava chiudendo l’ufficio a Yarmouth.

Il sergente Daniel Gallant, della polizia di Yarmouth ha dichiarato che il messaggio non identificava nessuno per nome. Ha riferito che la polizia sta prendendo seriamente la minaccia e che cercherà di rintracciare la chiamata. La polizia interrogherà i membri di Stand for Marriage che possono essere stati minacciati durante la campagna.

Venerdì scorso, un anonimo ha minacciato l’ex direttore della Christian Civic League del Maine, sostenitrice della Proposizione 1.

“Sto chiamando a proposito di Mr. Mike Heath, il direttore della vostra Christian Civic League del Maine. Lui pensa che le persone gay dovrebbero vedersi revocati i diritti che già possiedono. Be’, io gli posso dire questo: io sono un gay che possiede pistole, e lui è il mio prossimo obiettivo”.

Heath non lavora più per l’organizzazione e non è stato coinvolto attivamente nella campagna per la Proposizione 1, riferisce il Portland Press Herald. E’ stato coinvolto nell’opposizione alle proposte di attribuire diritti per gli omosessuali nel 1998, 2000 e 2005.

La polizia di Augusta sta investigando sulle minacce. Heath è stato avvertito dalla polizia.

La Christian Civic League ha riferito di aver ricevuto altri commenti critici che dicevano che “avrebbero bruciato all’inferno” per non aver creduto “nell’uguaglianza per tutti”. Altri messaggi sostenevano anche che Gesù avrebbe odiato il gruppo e hanno attaccato l’organizzazione per aver promosso “odio, intolleranza e menzogne”.

Secondo il sito MyFoxMaine.com, il comitato per il NO alla Proposizione 1 ha dichiarato che continua a condannare “ogni discorso o azione che non tratti le persone con rispetto… anche i nostri sostenitori hanno dovuto affrontare intimidazioni simili di tanto in tanto”.

Il comitato ha dichiarato di condividere l’opinione di Mark Mutty, direttore dello Stand For Marriage del Maine, il quale ha detto che gli avversari devono trattarsi l’un l’altro come “vicini di casa e collaboratori sul posto di lavoro”.

La CNA ha parlato delle minacce con Michael Glatze, un ex leader del movimento omosessuale che ha smesso di identificarsi come gay.

“Questa roba mi disturba veramente”, ha detto a proposito delle minacce. “Ogni volta che dici qualcosa sull’omosessualità è certo che si solleverà un sacco di odio, e la gente diventa piuttosto agitata e furiosa. Sono le stesse persone che stanno cercando di fare approvare la legge sull’omofobia”.

“Tutto questo può essere davvero spaventoso per qualcuno che si trovi in un posto cercando di aiutare e che cerca di andare controcorrente rispetto a tutti i messaggi che sentiamo nella nostra società”.

“Mi dispiace che quella gente nel Maine debba affrontare tutto questo”, ha detto Glatze delle minacce di morte.

Glatze ha detto che la questione “è così intimidatoria” oggi perché alcuni “stanno cercando di fare quello che è giusto”, ma sempre più gente dice: “lasciamo perdere, non voglio seccature, mi rassegno perché preferisco questo [legalizzare il "matrimonio" omosessuale, N.d.T.] piuttosto che vivere nella paura”.

Ha dichiarato alla CNA di non essere un sostenitore del “matrimonio” omosessuale perché crede che il matrimonio sia “una unione di uomo e donna, un patto creato per sostenere la vita e la crescita dei bambini”.

“E’ un patto divino, non fatto dall’uomo, quindi io penso che tutto questo movimento per il matrimonio omosessuale sia decisamente arrogante perché sostiene che l’uomo possa rimodellare questo patto divino per adattarlo ai suoi desideri particolari, che sono desideri in contraddizione con la felicità umana e alla riuscita della vita”.

L’accusa che i sostenitori del matrimonio tradizionale siano motivati dall’odio, dice, è “orribile” e lo fa stare male.

Glatze ha descritto alla CNA le sue conversazioni con un ex collega e compagno di stanza che ora lo definisce detestabile a motivo delle sue attuali posizioni.

“L’ironia è che io sono perfettamente calmo, e tanto più calmo sono tanto più arrabbiato è lui, e con tanta più veemenza mi sta cercando di dire quanto io sia detestabile. Non c’è bisogno che io descriva quanto sia ironica questa situazione”.

“La situazione è molto difficile per le persone perché sono completamente avvolte in uno stile di vita nel quale hanno vissuto per lungo tempo. Inoltre sono potentemente spalleggiate dalla nostra cultura e sempre più rinforzate da messaggi di leaders carismatici, organizzazioni scientifiche, divi di Hollywood, quasi tutti eccetto i cristiani, sfortunatamente”.

Quando gli è stato chiesto di discutere il suo passato, Glatze ha detto che si identificò per la prima volta come omosessuale all’età di 19 anni e divenne un attivista per cercare di “fare la differenza” ed “eliminare l’omofobia”.

“A un certo punto mi trovai a far parte di un gruppo di esperti ad Harvard e mi venne chiesto di rispondere a un mucchio di domande. Ricordo di aver espresso un mucchio di punti di vista pro-omosessuali, e mi resi conto di non essere del tutto sicuro di identificarmi con essi”.

“Improvvisamente arrivai a capire che non ero d’accordo”, spiegò, descrivendo questa esperienza come “molto, molto angosciante” perché significava che doveva sradicare la maggior parte delle sue ferme convinzioni.

“Finii con l’allontanarmi da quei miei errori e arrivai a quello che era un modo di vivere di gran lunga più aperto e non giudicatorio, il che naturalmente è l’opposto di quello che piace pensare alla maggior parte degli attivisti gay e ad altre persone”.

Ha detto che mentre era nel suo stato mentale precedente, l’amore della sua famiglia lo ha davvero aiutato.

Quando era sulla strada di diventare un leader di primo piano nel movimento, e persino la rivista TIME gli aveva dedicato un profilo, la sua famiglia di cristiani aveva “un amore che era l’amore che si può avere solo attraverso Dio”, ha detto.

“Questo traspira davvero attraverso tutto, non importa quali opinioni abbia una persona”, ha detto alla CNA.

Se avesse detto che aveva appena pubblicato il primo numero della sua rivista pro-omosessuali, la sua famiglia “non si sarebbe limitata a giudicare e dire che non era d’accordo. Avrebbero detto, ‘beh, buon per te Michael, siamo tanto orgogliosi di te’”.

“C’era un amore che sorpassava proprio tutto. Loro erano ancora lì, erano ancora con me. E a un certo punto è stato il loro amore che mi ha messo in grado di cambiare le mie idee”.

Quelli che vengono minacciati nel Maine e negli altri stati, ha detto, “non dovrebbero mai fermare quell’amore, l’amore di Dio, e mai dubitare di lui”.

“Ma al tempo stesso stiano attenti. Penso che davvero dovremmo mantenerci forti e aiutarci l’un l’altro perché è una situazione grave”, ha detto Glatze alla CNA.

“Ho ricevuto anch’io simili email. Mi spaventano, mi rendono molto nervoso. Questa è la nostra realtà oggi”.

Copyright © CNA
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Unauthorized translation by
Giovanni Romano

lunedì 16 novembre 2009

2012: fine del mondo solo per i cristiani...

Dal sito www.culturacattolica.it ho trovato questo trafiletto sul regista Emmerich, che non ha esitato a mostrare la rovina dei simboli cristiani, ma se l'è fatta sotto quando si è trattato di toccare quelli islamici.
Ecco il link all'articolo: http://tinyurl.com/yhzxzwm .
Buona lettura, e chiediamoci se già non siamo schiavi dell'islam, e prima ancora della nostra paura.
Giovanni Romano

giovedì 12 novembre 2009

E poi li chiamavano "Secoli Bui"...

Dal sito Insidecatholic ho trovato questa piccola notizia d'agenzia, che rivela molto sulla pietas dell'uomo medievale anche verso i più deboli e i malati. Vedi il link http://tinyurl.com/38q3ac :
Gli archeologi hanno scoperto in Irlanda i resti di una chiesa medievale che data circa al VII secolo. Ma la vera scoperta è stata il cimitero adiacente, con le tombe di più di 1.300 uomini, donne e bambini. I ricercatori hanno già fatto alcune affascinanti scoperte durante le esplorazioni preliminari:

una delle più interessanti (...) sono stati i resti di una giovane donna che visse circa intorno all'anno 800, il cui teschio mostrava i segni di un intervento al cervello. "Sappiamo che lei sopravvisse all'operazione perché il teschio mostra segni di crescita ossea dopo che il foro era stato praticato, ha dichiarato McDonagh.La squadra ha scoperto anche due casi di una condizione genetica nota come extostosi multipla ereditaria, conosciuta anche come la malattia delle ossa bozzute, mentre in un caso le gambe di un giovane uomo si erano fuse insieme."Quest'uomo visse fino ai trent'anni, che erano allora la durata di una vita normale. Sarà stato necessario sollevarlo di peso per portarlo in giro dovunque andasse, ed è stato ovviamente sepolto con decoro e rispetto. il che ci dice qualcosa sul modo in cui le società medievali trattavano i disabili", ha aggiunto McDonagh.
Sebbene ci fosse molta rozzezza nei primi secoli del medioevo, quell'epoca non era fatta di sola brutalità. E' bello vedere che gli archeologi ci rivelano alcuni dei suoi lati meno conosciuti.
(c) 2009 Insidecatholic.com
Unauthorized translation by
Giovanni Romano

lunedì 2 novembre 2009

Obama riceve 2.000 bambini per Halloween. E per Natale, quanti?


I media hanno dato con grande enfasi la notizia dei 2.000 bambini che il presidente Obama ha ricevuto alla Casa Bianca per Halloween. A parte il fatto che se fossi stato il padre di uno di loro non l'avrei mandato in mezzo a scheletri, zombi e vampiri, mi chiedo come si comporterà a Natale un presidente tanto sollecito nel mandare gli auguri del Ramadan ai musulmani e celebrare festività che nulla hanno di cristiano.


Staremo a vedere quanti bambini il presidente Obama riceverà (se li riceverà) per Natale. E staremo anche a vedere se anziché mandare gli auguri di "Merry Christmas" manderà gli scipiti e falsi "season greetings". Quando a me, da quest'anno rispedirò al mittente qualsiasi cartolina, email o augurio che non accenni esplicitamente al Natale.

Come dicono negli USA, "stay tuned"...

Giovanni Romano

venerdì 16 ottobre 2009

Olanda: una società in sedazione terminale

Sul sito InsideCatholic ho tradotto questo articolo estremamente interessante sull'Olanda e sulle falsificazioni cui il paese fa ricorso per darsi l'immagine di una società "tollerante" e "aperta" mentre sta silenziosamente morendo di solitudine e di disperazione.

L'articolo prende in considerazione due soli argomenti (aborto ed eutanasia) ma in realtà ci sarebbe molto altro da dire: la viltà e l'autocensura di fronte all'aggressività islamica, la solitudine che porta a un altissimo tasso di suicidi e a manifestazioni di rabbia insensata, la diffusione incontrollata delle droghe. Ma l'articolo è gia illuminante di suo. Buona lettura.


di Joseph Meaney

Nella mia visita più recente ad Amsterdam per il Congresso Mondiale delle Famiglie (WCF) sono stato colpito ancora una volta dalla rimarchevole facciata di prosperità pacifica e tollerante che gli olandesi tengono in piedi. Sebbene sia sempre più in evidenza la sua famosa tolleranza verso il sesso sfrenato e la licenza, il fascino di Amsterdam resta intatto nelle sue linde case, nei negozi, nei musei, e nelle sue chiese bellissime (sebbene vuote).

La cruda verità, tuttavia, è che questo faro mondiale di liberalismo sta marcendo dall’interno e deve fare sempre più affidamento sulla menzogna per mantenere le apparenze di una nazione fondata sulla tolleranza, la pace e la prosperità.

Da nessuna parte questo è stato più evidente che al WCF, un evento a cadenza biannuale che mette insieme persone che hanno a cuore la vita e la famiglia provenienti da tutto il mondo. La stampa nazionale ha dibattuto se fosse accettabile o no aver permesso che si tenesse ad Amsterdam e ha condannato la partecipazione di deputati al congresso. Manifestanti anarchici anti-famiglia hanno vandalizzato l’ufficio del WCF e hanno imbrattato con vernice spray i muri che conducevano al centro conferenze di messaggi con slogans come “Fondamentalisti cristiani tornate a casa e crepateci” e “Libertà di scelta”. Gli operai del comune hanno rimosso i graffiti entro poche ore dalla loro apparizione in una notevole dimostrazione di efficienza.

Le autorità olandesi sono diventate molto abili a dissimulare gli atteggiamenti contro la famiglia e contro la vita che stanno erodendo non solo le ultime vestigia della loro ricca cultura ma quel che rimane dello stesso popolo olandese. La popolazione totale è di 16,7 milioni; gli ultrasessantacinquenni costituiscono quasi il 15% degli abitanti (in contrapposizione agli Stati Uniti, i cui cittadini ultrasessantacinquenni costituiscono il 12,8% della popolazione). La percentuale dei giovani al di sotto dei 15 anni sta calando, e all’interno di questa fascia demografica vi è un numero sempre maggiore di immigrati stranieri. E’ un fatto di pubblico dominio che il nome più comune scelto per un bambino di sesso maschile che nasce oggi ad Amsterdam è Mohammed (come nel caso di Londra, Bruxelles, Oslo e Copenhagen). A parte gli argomenti sulla religione, le differenze etniche e l’assimilazione, non ci vuole un demografo di professione per capire che questa tendenza non promette bene per gli olandesi di origine europea.

Questa nazione orgogliosamente progressista cerca sempre più di mantenere la sua aria di normalità e di prosperità per mezzo di elaborate falsificazioni. Gli olandesi sostengono spesso che il loro paese ha uno dei tassi di abortività più bassi al mondo, con 6,5 aborti su 1.000 donne, o circa 22.400 all’anno. E sostengono di avere un bassissimo tasso di gravidanze adolescenziali.

Ma questo non è altro che un trucco statistico. Sebbene gli olandesi usino scrupolosamente i contraccettivi, chiunque studi la pianificazione familiare conosce che le percentuali di fallimento dei contraccettivi sono molto alte. Aggiungete il fallimento inevitabile della prevenzione delle gravidanze a una popolazione apertamente promiscua, e vedrete inevitabilmente un gran numero di gravidanze.

L’Olanda sarebbe dunque un’eccezione a questa regola? Alcuni sostengono che il loro metodo “doppiamente olandese” di usare sia la contraccezione ormonale che i preservativi funziona meglio delle pratiche per il controllo delle nascite della maggior parte degli altri paesi. Una cosa di cui si discute raramente in questo contesto, tuttavia, è il fatto che ora è pratica comune per una donna olandese in ritardo con il ciclo andare dal suo medico generico e farsi praticare un’”estrazione mestruale”, o “regolazione mestruale” - un eufemismo intelligente per definire una procedura che consiste essenzialmente nel farsi vuotare manualmente il contenuto del suo grembo.

Ma qui sta il trucco. In questi casi, non si fa alcun test di gravidanza per determinare se la procedura ha fatto abortire un essere umano nei suoi primi giorni di vita. Così le estrazioni mestruali non vengono mai registrate come aborti, il che sono certamente in un gran numero di casi. Le statistiche ufficiali olandesi dunque sottostimano di gran lunga il vero numero degli aborti.

L’’eutanasia è un’altra area dove le cifre ufficiali danno un quadro fuorviante. Il dott. Henk Jochemsen, titolare della Cattedra Lindeboom di etica medica alla Free University di Amsterdam, ha riferito che l’Olanda riconosce ufficialmente circa 2.300 morti di eutanasia all’anno, comprese centinaia di pazienti che non hanno mai esplicitamente richiesto questo tipo di morte. Come se questo non fosse già abbastanza inquietante, ha rivelato anche che più di 11.000 persone all’anno muoiono sotto “sedazione profonda”. Questa procedura viene spacciata come un’opzione compassionevole per i malati terminali, un modo di mettere fine alla loro vita con dignità. Progettata in origine per essere impiegata raramente [ma quale pratica disumana non è stata presentata “solo per i casi estremi”?, N.d.T.), e solo allorquando i pazienti nelle loro ultime ore di vita stavano soffrendo di dolori che era difficile controllare.

Ma la sedazione profonda attualmente praticata in Olanda è diventata una forma diffusa di eutanasia passiva. Il dott. Jochemsen ha spiegato che oggi la causa di morte non è di solito la malattia ma la mancanza di cibo e idratazione -in breve, i pazienti vengono correntemente fatti morire di fame e di sete dopo essere stati drogati fino a perdere conoscenza, un fatto non rivelato dai dottori.

Non c’è bisogno di dire che queste morti sotto sedazione profonda non vengono contate come eutanasia in Olanda, anche se ammontano a più di quattro volte le cifre “ufficiali” delle morti per eutanasia (per ulteriori informazioni, visita www.lindeboominstituut.nl ).

La terra del progressismo impazzito ama proclamarsi un paradiso per gli edonisti “diversi” e un’isola di tolleranza. Statistiche disoneste possono tenere in piedi questa astuta illusione per un certo tempo, ma è improbabile che duri per molto tempo ancora la versione attuale del liberalismo olandese. Non è assolutamente possibile che si regga in piedi. L’entusiasmo per l’eutanasia può togliere di mezzo gli olandesi anche più velocemente di altre nazioni europee con tassi di natalità inferiori al tasso di ricambio demografico.

Molti gruppi etnici sono scomparsi nel corso della storia, generalmente tramite assimilazione all’interno di altri popoli che davano più valore alla nascita dei figli. Sarebbe una tragedia se il popolo e la cultura unici dell’Olanda, per amore della licenza e del calcolo, decidessero di cessare di esistere. Eppure questo lento suicidio è già molto avanzato. Mentre la cultura olandese europea si sposta dal presente verso il passato, sembra che gli olandesi abbiano scelto la sedazione profonda di tutta una nazione.

© Insidecatholic - Traduzione di Giovanni Romano

sabato 10 ottobre 2009

Beati i parlatori di pace... o no? - La sindrome di Felsemburgh


Se qualcuno fosse rimasto sorpreso del confermimento del Premio Nobel per la pace a Barack Obama, può stare tranquillo. Se è vero che il più delle volte il Comitato ha saputo premiare dei veri giganti nel loro campo (Camus, Einstein, Fermi, i coniugi Curie, Solzenicyn, Golgi, Tagore, Pasternak, per citare solo alcuni) altre volte ha premiato dei perfetti sconosciuti che tali sono rimasti anche dopo il premio (quanti sanno, ad esempio, che tanto Giosuè Carducci quanto Grazia Deledda furono premi Nobel per la letteratura? In Italia pochissimi e all'estero nessuno), oppure delle mediocrità presuntuose come Dario Fo, o persino degli scrittori che hanno inneggiato alla dittatura e al totalitarismo come Knut Hamsun o Mikhail Sholochov.

Non deve dunque sorprendere la nomina di Obama in sé. Sorprende invece il dichiarato carattere "d'incoraggiamento" del premio conferito a un presidente che, per obiettive difficoltà e mancanza di tempo, non ha ancora messo termine a nessuna guerra, non ha riconciliato ebrei e palestinesi, non ha fermato il riarmo nucleare iraniano e si è mostrato molto accondiscendente verso regimi totalitari come la Cina e Cuba.

Lo stesso Obama, a onor del vero, ha dichiarato onestamente di essere rimasto sorpreso da un premio che quasi certamente non si aspettava, o non si aspettava tanto presto. La Commissione, a sua volta, ha dichiarato di avergli conferito il Nobel per la nuova impostazione che ha portato nei rapporti internazionali. Finita l'epoca delle decisioni unilaterali e degli atti di forza à la Bush, è l'ora del dialogo e della concertazione.

Sulla carta il ragionamento non fa una grinza. Finché si ragiona non ci si bastona, dice il proverbio, e secondo la massima di Cicerone: "Niente è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra". Il guaio è che, piaccia o non piaccia, il mondo non è un giardino di rose, e se si vuole dialogare anche con dittatori, fanatici e terroristi bisogna farlo da una posizione di forza, e soprattutto non bisogna mai rinunciare a usarla se necessario.

Obama invece, e ancor più coloro che gli hanno voluto conferire il Nobel, sono forse convinti che la conflittualità mondiale sia stata causata da un atteggiamento troppo aggressivo e arrogante da parte degli USA e dell'Europa. Che sinistra miopia! Come faceva notare Roberto De Mattei nel suo libro Guerra Santa guerra giusta (Piemme 2002), spesso non siamo noi che scegliamo il nemico, ma è il nemico che sceglie noi, anche se non l'abbiamo provocato in alcun modo. L'11 settembre 2001 gli USA non occupavano un solo metro quadrato di terra musulmana, né avevano intenzione di farlo. Eppure furono aggrediti in maniera atroce e senza motivo.

Questo errore di prospettiva -illudersi che il male passi se ci limitiamo a non reagire- sarebbe già grave di suo, ma nel Nobel a Obama è entrato probabilmente in gioco anche un secondo fattore, più rozzo per alcuni aspetti e più sottille per altri. Un fattore che chiamerei "La sindrome di Felsemburgh", dal nome del protagonista del romanzo Il padrone del mondo di Robert Hugh Benson. Come romanzo è un disastro, scritto in modo approssimativo e quasi infantile, ma è straordinariamente penetrante nell'aver intuito le mostruosità che abbiamo ora sotto gli occhi: l'apostasia di massa e lo svuotamento della fede, il controllo totale dello stato sulle menti dei cittadini, le manipolazioni genetiche, la persecuzione dei cristiani e dei cattolici in particolare, perfino l'eutanasia quasi obbligatoria per legge. E pensare che il romanzo fu scritto nel 1907, ben prima di Noi di Zamjatin, di Brave New World di Huxley e di Nineteen Eighty-Four di Orwell!

Giuliano Felsemburgh è il giovane ed energico presidente dell'Umanità Unita a cui vengono conferiti poteri illimitati per creare finalmente un mondo giusto, pacifico, onesto, senza guerre e senza sofferenza. E soprattutto senza Dio. Con lo Stato Mondiale, col potere affidato al superuomo Felsemburgh, l'Umanità Unita spera finalmente di diventare padrona del proprio destino. Più nessun tabù, più nessun limite morale o materiale. Ma la liberazione è illusoria, Felsemburgh si rivela sempre più un dittatore crudele e senza scrupoli, anche perché assolutamente convinto di essere "l'eletto della Storia". L'unico ostacolo che ancora gli sbarra il passo verso il potere definitivo e senza limiti sono la Chiesa e i cattolici, perché gli ricordano che l'uomo è limitato, debole, pieno di errori e non può diventare Dio. Da qui una persecuzione senza tregua contro un numero sempre più piccolo di fedeli, fino a una conclusione assolutamente a sorpresa che qui non è il caso di rivelare.

E' ovvio che Obama non è certo un Felsemburgh, ma su di lui l'umanità ha appuntato delle speranze non dissimili. Il lato più rozzo della "sindrome di Felsemburgh" è appunto considerarlo un Messia che dovrebbe mettere magicamente le cose a posto. Ma questa è un'ingiustizia anche nei suoi confronti, perché Obama si è certo presentato come un presidente dalle idee chiare, ma non ha mai preteso di avere la bacchetta magica per risolvere tutti i problemi. Dal versante più sottile -e più inquietante- Obama viene visto come il presidente dell'umanità autosufficiente, la giovane promessa che finalmente dimostrerà che l'umanità può farcela da sola, senza chiedere nulla a nessuna entità superiore e senza sentirsi limitata da nulla. Lo dimostra il fatto che Obama ha rimosso le barriere alla sperimentazione genetica sugli embrioni umani e voglia togliere qualsiasi limitazione all'aborto, anche a sviluppo quasi completo del bambino. La più grande guerra che sia mai stata dichiarata alla vita umana.

Questo, a mio parere, è il significato del Nobel per la Pace che gli è stato conferito. Una "pace" che si fa mettendo a tacere molte domande, rinunciando a dire e a sostenere la verità (come nel caso di Cuba e della Cina). Un premio Nobel che un po' s'inserisce nel filone degli ultimi che l'hanno preceduto, come quello a Wangari Maathai, che si è occupata solo di piante, o agli allarmismi isterici sul clima di Al Gore. Ma la pace si fa tra gli uomini, e solo in secondo luogo con le piante o col clima. Da questo punto di vista, non vorrei che il Nobel a Obama fosse un premio dove l'uomo è diminuito per l'ennesima volta.

Giovanni Romano

P.S. N.1: Ma non era stato Nostro Signore a dire "Beati gli
operatori di pace", non semplicemente beati i parlatori di pace?

P.S. N.2: Avreste conferito il premio Nobel per la Pace a Neville Chamberlain, che per "dialogare" con Hitler distrusse la Cecoslovacchia e contribuì a scatenare la Seconda Guerra Mondiale?

giovedì 8 ottobre 2009

Moral Minority

In questi giorni il sistema politico italiano è in fibrillazione come forse nemmeno durante gli anni di piombo. Se allora la classe politica si era compattata contro il comune nemico terrorista, ormai da anni il paese vive un contrasto sempre più drammatico tra due schieramenti che ormai si disconoscono apertamente a vicenda.

Cosa del tutto incomprensibile in un paese “normale”, più larga è stata la maggioranza con cui è stato eletto l’attuale governo e sempre più travagliato e difficile è il suo cammino. Già prima della sentenza sul lodo Alfano, lasciava sconcertati la ridda di voci sulle elezioni anticipate, sulle dimissioni, sul dopo-Berlusconi. Tutto questo con una maggioranza solida, con un programma di governo chiaro e in piena attuazione, con un consenso popolare che nessun altro governo aveva raggiunto negli ultimi anni.

In questa situazione surriscaldata, la sentenza della Consulta ha fatto l’effetto di un fiammifero in una polveriera. Incontrollatamente impulsivo come sempre, Berlusconi ha inveito contro tutto e tutti, pronunciando parole incaute anche contro il Presidente della Repubblica e aprendo una crisi istituzionale molto pericolosa. Si è comportato esattamente come i suoi avversari volevano, scagliandosi a testa bassa come un toro contro il drappo rosso. E il drappo rosso -è il caso di dirlo!- è la Presidenza della Repubblica, considerata a torto o a ragione ancora una istituzione super partes.

Quello che m’interessa qui, però, non è giudicare della sua colpevolezza, né della fondatezza della sentenza della Corte Costituzione (ineccepibile in linea di principio). I penalisti hanno fatto notare che, sul piano strettamente processuale, le conseguenze per Berlusconi potrebbero essere scarse o addirittura nulle, perché sui processi incombe la prescrizione. Ma è chiaro che l’immagine di un premier perennemente sotto processo diventa politicamente insostenibile tanto sul piano interno quanto su quello internazionale. E se è vero che nessuno, nemmeno i “poteri forti”, in questo momento vuole la sua caduta, quel che realmente interessa tutti i suoi avversari è un governo politicamente azzoppato e dunque condizionabile.

Le implicazioni della vicenda sono in realtà ben più ampie, perché attraverso Berlusconi si vuole processare tutto il suo elettorato, tutta la maggioranza del paese che lo ha eletto. E’ qui che è entrata in gioco una vera e propria “moral minority” rappresentata da giornali laici, dalla TV di stato, dal mondo dello spettacolo, dalla stragrande maggioranza degli intellettuali allineati sul “politically correct”. Una lobby abituata alle passerelle senza contraddittorio sui giornali e in TV, all’arroganza e al disprezzo contro quelli che considera gli “incolti”, i “furbi”, i “delinquenti”, i “ladri”, i teleutenti “lobotomizzati” da Mediaset che si sarebbero fatti incantare dalla propaganda berlusconiana, oppure voterebbero il centro-destra perché rispecchia e alimenta le psicosi sulla sicurezza, la xenofobia, l’avversione agli immigrati e ai “diversi” .

Come è stato giustamente osservato, se il centro-sinistra mantiene questo atteggiamento di razzismo etico non fa altro che regalare voti a Berlusconi. E’ pura utopia sperare che degli elettori trattati sistematicamente da ladri e imbecilli, dopo una campagna di stampa tanto spietatamente denigratoria quanto scopertamente orchestrata, si volgeranno d’incanto alla sinistra quasi fosseo folgorati sulla via di Damasco.

Il punto è che alla sinistra non interessa essere legittimata dal voto popolare. Quello che vuole realmente è demoralizzare l’elettore medio del Pdl, fargli sentire il peso della disapprovazione dei benpensanti nostrani ed esteri, ricattarlo coi sensi di colpa, fargli pesare tutta la sua “inferiorità morale”, e se proprio non riesce a fargli cambiare parere, indurlo almeno a disertare le urne. Solo togliendo di mezzo il paese reale si può portare a termine dall’alto la “modernizzazione”, dal momento che il popolo -quello vero, non quello delle piazze antiberlusconiane- si tiene ancora incomprensibilmente attaccato a valori come la vita e la famiglia, manifesta qualche legittima perplessità sull’invasione indiscriminata dei clandestini, e non si lascia certo incantare dalle statistiche rassicuranti anche di matrice cattolica sulla diminuzione della criminalità.

No, alla sinistra non basta governare, deve educare! La maggioranza ottusa va guidata pure a suo dispetto, verso gli interessi “superiori”. Magari a suon di tasse e leggi contro l’”omofobia” e il “razzismo”. In questa sua ansia “pedagogica”, la sinistra rassomiglia veramente a una maestra di scuola sessantottina logorata da lunghi anni di frustrazioni, perennemente scontenta e querimoniosa contro i propri scolari tenuti sempre in stato di minorità, tutti potenzialmente sospettabili. Non pensare, c’è la sinistra che pensa per te! Non conosco nessuna forma di governo più tetra. Ma se davvero si volesse governare il paese in questo modo, soffocandolo e falsificandolo, si andrebbe incontro a delle tensioni sociali difficilmente controllabili se non con un vero e proprio regime.


E’ paradossale che a incarnare il desiderio di libertà e di realizzazione da parte di tanta gente comune sia un multimiliardario. Il paternalismo che spesso ispira i ricchi? L’adorazione popolare verso chi ha raggiunto il successo? L’identificazione con Berlusconi come figura “antipolitica”, più istintivamente vicina alla gente dei bizantinismi e delle prediche del Palazzo? L’illusione dell’“erichez-vous” riservato in realtà a chi i soldi già li possiede? Non so. Quello che è certo è che Berlusconi, nel bene e nel male, è stato finora una smentita vivente all’egemonia ideologica della sinistra. Se si fosse accontentato di far soldi in santa pace probabilmente l’avrebbero lasciato stare. Ma non ha mai voluto allinearsi ai “salotti buoni”, non ha fatto riverenze a nessuno. Pur con le sue goffaggini, i suoi eccessi potenzialmente pericolosi e i suoi limiti, incarna un’Italia che semplicemente vuole esistere, senza chiedere il permesso ai soloni di casa nostra, né tantomeno al “Times” o all’”Economist”.

Giovanni Romano

giovedì 1 ottobre 2009

Una vignetta ributtante

Sono rimasto profondamente scosso e amareggiato dalla vignetta apparsa sul “Times” il 29 settembre, e pubblicata da "Avvenire" il giorno successivo a p.35. Nell’illustrazione si vede un gruppetto di gente che manifesta per varie cause (la fine della guerra in Afghanistan, lo stop alla violenza sulle donne…) e ultimo un vecchietto che cerca inutilmente di porgere un volantino ai dirigenti del Labour Party che passano facendo finta di non vederlo. Su quel volantino, a caratteri cubitali, c’è scritto “Dignitas”.

"Avvenire" l'ha interpretata come “Dignità: la protesta della gente in Gran Bretagna contro l’attuale dirigenza laburista”, ma credo l'abbia completamente fraintesa. La vignetta è uno spot a favore della "Dignitas", la famigerata associazione svizzera che cerca di ottenere la legalizzazione dell’eutanasia in tutto il mondo. Come se la propaganda a favore del suicidio assistito fosse allo stesso livello della lotta alla violenza sulle donne! Come se il mondo fosse pieno di poveri vecchietti che supplicano disperatamente di essere tolti di mezzo, mentre i “cattivi” politici non vogliono ascoltarli.

Provo una vergogna infinita per chi è stato capace di ideare una vignetta simile e per il giornale che l’ha pubblicata.


venerdì 25 settembre 2009

Uomofobia

Fa parlare di sé la decisione del TAR di Lecce di sciogliere la giunta provinciale di Taranto perché tutti gli assessori sono uomini. Questo in ossequio alla legge sulle "quote rosa".

Con buona pace del "politicamente corretto", credo che questo sia un vero e proprio caso di "reverse discrimination". A parte il fatto che le assunzioni obbligatorie favoriscono le persone meno qualificate e meno competenti, alla base di questo provvedimento c'è una ostilità dichiarata verso il sesso maschile, il desiderio di diminuirlo e di svilirlo. Mi chiedo se il TAR si sarebbe mosso con altrettanta sollecitudine se la giunta fosse stata composta soltanto da donne.

Giovanni Romano

giovedì 24 settembre 2009

A Trani sempre più laicismo e sempre meno dialogo


Da venerdì 25 settembre e fino a Domenica 27 avrà luogo il tradizionale appuntamento dei “Dialoghi di Trani”, incontri e dibattiti ad alto livello con studiosi, giornalisti, protagonisti dell’attualità. Una manifestazione sempre seguita da un pubblico numeroso, attento e preparato, nella bellissima cornice medievale del castello svevo. Quest’anno, non soprendentemente, il tema è "Co-scienza e Democrazia".

A sorprendere, invece, è la scelta unilaterale dei partecipanti, quasi tutti con un pedigree rigidamente laico o laicista. Flores d’Arcais, Beppino Englaro (ho scritto qui quello che penso di lui), Piero Dorfles, Piergiorgio Odifreddi, Gilberto Corbellini, per citare solo i più noti. Mancavano solo Rita Levi Montalcini, Margherita Hack e Gianfranco Fini, e la compagnia di giro sarebbe stata al completo.

Nessun intellettuale cattolico, meno che mai quelli “politicamente scorretti” come Francesco Agnoli, Camillo Langone, Rino Cammilleri (che fu ospite l’anno scorso), o persino Vittorio Messori. Si annuncia una manifestazione a senso unico come mai prima d'ora.
Non so perché questo sia avvenuto. Può darsi che gli organizzatori non abbiano voluto invitare esponenti di area cattolica, nel qual caso i laicisti se la suoneranno e se la canteranno da soli (e poi dicono che è la cultura cattolica a essere autoreferenziale!). Se il dialogo è confronto di posizioni diverse, di cosa mai potranno parlare Flores D’Arcais e Beppino Englaro, se non forse incensarsi a vicenda e gettare veleno di comune accordo contro la Chiesa? Un dialogo vero e drammatico sul fine vita sarebbe stato mettere a confronto Englaro con Mario Melazzini o almeno con Roberto D’Agostino.

Può esserci però un’ipotesi ancora più inquietante: che nessun intellettuale cattolico abbia avuto il coraggio di farsi avanti, forse rifiutando di fungere da vittima sacrificale o zimbello di fronte a un pubblico prevenuto in senso laicista. In questo modo, però, ci si è impediti di testimoniare che la difesa della vita è una verità di ragione prima ancora che di fede. Non sono in grado di verificare nessuna delle due ipotesi. Quello che è evidente è un inquietante processo di ghettizzazione o auto-ghettizzazione che sminuisce non solo questa edizione dei Dialoghi, ma la cultura stessa.

Giovanni Romano

Il paradosso del museo egizio


Ho finito da due giorni di leggere un libro estremamente interessante della collana “I Meridiani” della Mondadori: “Testi religiosi dell’antico Egitto”. A parte il contenuto, che meriterebbe un commento molto approfondito (specialmente se si mettono a confronto questi testi con l’Epopea di Gilgamesh), mi ha colpito un dettaglio paradossale. Nelle note e nella ricchissima bibliografia viene citato numerose volte il Museo Egizio di Torino ma non compare il nome di nessuno studioso italiano, a parte Edda Bresciani, curatrice e traduttrice del volume. I grandi egittologi sono inglesi, americani, tedeschi, francesi e persino qualche russo. Ma di italiani nemmeno l'ombra.

E’ mai possibile che l’Italia possieda il secondo museo egizio al mondo dopo quello del Cairo, e non sia in grado di esprimere studiosi all’altezza? Non credo sia in questione il valore dei nostri studiosi, probabilmente deve essere una questione di finanziamenti alle ricerche. Il risultato è che il Museo di Torino per gli studiosi esteri è una miniera, e per gli italiani rischia di diventare un semplice magazzino.

Giovanni Romano

lunedì 21 settembre 2009

Lacrime di coccodrillo su Boffo

Il quotidiano online "L'Occidentale" ( www.loccidentale.it ) ha proposto il 13 settembre scorso un'analisi piuttosto interessante del "caso Boffo" a firma di Pietro De Marco. Alcune sue conclusioni sono senz'altro condivisibili, le avevo intuite persino io dal mio buco di provincia, come ad esempio il tentativo di smantellare la "linea Ruini". Giusta, ma tutto sommato marginale, anche la puntualizzazione che invita a non parlare più di "cattocomunisti" ma di "cattomanichei".

Ho notato che nell'articolo non si parla quasi del lato morale della vicenda ma solo di quello politico. In un certo senso è comprensibile, sia perché era troppo evidente che si è trattato di uno scandalo "a orologeria", sia perché la posta in gioco va ben oltre la singola figura di Boffo. Altre affermazioni, tuttavia, non mi trovano d'accordo, o mi trovano d'accordo solo parzialmente. Vediamo di analizzarle nei dettagli.

E' senz'altro vero affermare che: "Dino Boffo e Avvenire non erano in nessun modo omologabili ai nemici del governo". Ricordo benissimo molte lettere di cattomanichei, antiberlusconiani fanatici, che proponevano "evangelicamente" di bruciarlo in piazza, e rimproveravano aspramente il quotidiano e il direttore per la loro misura e il loro equilibrio. E' vero anche che molta destra cattolica ha sguaiatamente esultato per la sua caduta pensando di ritagliarsi chissà quale spazio di potere. Giusta dunque la considerazione di De Marco secondo cui questo è un errore che la destra pagherà molto caro (due giorni fa c'era già arrivato più analiticamente Don Massimo Camisasca quando aveva scritto sul Corriere che Boffo e Avvenire facevano argine, nel mondo cattolico, all'antiberlusconismo).

Da qui a dire, però, che si è trattato di un "errore" e di un episodio di "fuoco amico", ce ne corre, e molto. Non condivido in particolare questa affermazione:

Una prima conclusione: Dino Boffo è stato vittima del cosiddetto "fuoco amico" ed è stato difeso da falsi amici.

Si è trattato di tutt'altro che di un errore, ma di un attacco deliberato a freddo, perché c’è laicismo anche a destra. Un laicismo peggiore anzi, perché più attaccato alla conservazione di privilegi, più calcolatore, più opportunista, meno coraggioso. Anche a destra c'è la convinzione che la storia non la fanno i popoli ma le élites, e se il popolo non è d'accordo, peggio per lui.

De Marco fa una giusta diagnosi delle probabili conseguenze della caduta di Boffo: il crollo dell'area cattolica moderata e l'avanzata del pauperismo e dell'antiberlusconismo:

Feltri ha ottenuto in un attimo il risultato che anni di circolazione intracattolica di un falso diffamatorio non erano riusciti ad ottenere. Ma sarebbe ancora poca cosa, se l’errore (l’autogol come diffusamente lo si definisca nello stesso centrodestra) non fosse stato compiuto senza rendersi conto o saper calcolare che si offrivano alle sinistre, politiche e cattoliche, ad un tempo: la fine di Boffo e della sua sapiente moderazione di Avvenire e di altri media; la sanzione di una (presunta) "fine dell'età ruiniana"; il pretesto per una ennesima campagna contro Berlusconi liberticida e contro il governo; l'occasione per tutta la sinistra di mostrarsi defensor ecclesiae, un vero regalo immeritato, e per i laicati cattolici critici, per gli scontenti della Chiesa “silenziosa e indulgente con premier e governo”, un motivo di alzare la voce e proclamare giunta la stagione della "chiesa della profezia". Quest’ultima, poi, consiste nella mobilitazione dei fedeli, da parte di influenti cleri parrocchiali e organi di opinione ecclesiale, alla militanza contro la moderazione, e l'intelligenza, delle gerarchie e di Avvenire e, su tutti i fronti, contro il governo e il centrodestra (Fini escluso).

E' precisamente l'ultimo inciso che spiega tutto, che ci indica chi era dietro la manovra e perché. Ma De Marco non tira le conclusioni fino in fondo, preferisce illustrare le conseguenze ma non il cuore del problema:

L'obiettivo errore (non voglio pensare ad un lavoro consapevole; sarebbe follia [io invece si, N.d.R.]) diagnostico e strategico di Feltri e di alcuni ambienti conservatori anche cattolici, ha prodotto per ora il successo di uno spericolato uso di dicerie e sospetti da parte di quei diversi nemici (reali) di Boffo che oggi forse se ne dicono difensori ed estimatori. Il camuffamento dei fatti, e delle geometrie politiche, è tale che qualche ingenuo, nel mondo cattolico conservatore, ha fatto propria l'allucinazione feltriana di un "Boffo di sinistra" e ha pensato ad una liberazione di Avvenire! Qualche avventatezza comunicativa ha fatto speculare, persino, su una Santa Sede come mandante. Eppure in questa nuova, e confusa, situazione la risposta al cui prodest? è inequivoca.

D'accordissimo sulla maramaldesca irresponsabilità di alcuni ambienti conservatori cattolici che si ritroveranno in mano un pugno di mosche. Ma se vogliamo rispondere alla domanda "Cui prodest?" non dobbiamo annoverare solo la sinistra, ma anche Fini, nominato soltanto di sfuggita (ma il solo averlo fatto è significativo).

Molto interessanti gli ulteriori punti dell'articolo, dove si parla di "patologico ipermoralismo da intelligencija", di "sregolata retorica anti-potere persino da penna ecclesiastica", di "incontrollata patetizzazione del potere" (millenarismo travestito e/o buonismo, come abbiamo visto nel paragone irresponsabile tra gli annegamenti dei clandestini e la Shoah).

Un patologico ipermoralismo da intelligencija invade da mesi, da anni, i quotidiani, i fogli di opinione e i siti della sinistra. Sappiamo che gran parte degli enunciati sono semplicemente falsi, non hanno riscontro né in documenti né in atti di governo delle istituzioni o delle persone sotto tiro. L’opinione pubblica antigovernativa, quella cattolica inclusa, vivono così di analogie infondate e illogiche: ad es. quelle allarmistiche e vaticinatòrie di nuovo razzismo e fascismo. La sregolata retorica anti-potere persino da penna ecclesiastica, comunque da un’intelligencija che chiamo neomanichea, è il peggio. Preda di luoghi comuni, lo sfogo incontrollato in bocca cattolica è, poi, corruptio pexima. Niente può convenirle meno dell’incontrollata patetizzazione delle cose. Infatti la lettura quotidiana della sfera pubblica è stata segnata nel “popolo di sinistra” da una discriminazione secondo il valore: esso ha di fronte a sé l’iniquità del Nemico, la sua sottoumanità, la sua violenza, realmente da odiare, non meno che da temere e da irridere.

Il punto più interessante dell’articolo è dove De Marco individua la radice culturale profonda dell’antiberlusconismo nell’inquietante dualismo gnostico di chi si crede “figlio della luce” contro i “figli delle tenebre”:

Un dualismo gnostico - a piena conferma del celebre teorema di Eric Voegelin - ha dunque prodotto il mito di una presenza malvagia che ha contaminato il Paese o, semplice variante, che si è fatto espressione della sua contaminazione. L’intelligencija ha vissuto con angoscia la propria sconfitta nell’ultimo quindicennio politico come avvento di un universo alieno, sotto il dominio, sotto la Legge, di un demiurgo inferiore, cieco e malevolente. L’odio dell’intelligencija alla persona del premier è, dunque, odio ontologico.

De Marco non lo nomina, ma questo è precisamente l'atteggiamento rancoroso di Dossetti e dei dossettiani suoi alunni (Prodi e Andreatta in primis) com'è stato descritto nell'ultimo libro di Gianni Baget Bozzo e Pier Paolo Saleri “Giuseppe Dossetti - La Costituzione come ideologia politica” - Edizioni Ares.

Del tutto ingenua invece è la conclusione, che non vede (o non vuole vedere, o forse non può denunciare) da dove veramente è partito questo attacco (non semplicemente "errore"!) e non vuole ammettere che le sue conseguenze, obiettivamente disastrose per i cattolici moderati, non sono accidentali ma previste e volute una ad una, a costo di sfasciare il paese e di creare quasi una guerra di religione:

Nell’abbondante letteratura sul friendly fire vi è un capitolo importante su come distinguere senza errore, sul teatro delle operazioni, l’amico dal nemico. Sarà opportuno adattare analogicamente quelle tecniche di identificazione alla sfera politica, sperando che (e operando perché) le numerose, e già leggibili, conseguenze dell’aggressione a Boffo possano essere neutralizzate o contrastate.

Questo articolo, a leggerlo bene, sa di lacrime di coccodrillo, perché ormai il danno è fatto.

Giovanni Romano

sabato 12 settembre 2009

H1NI: dalla trascuratezza alla psicosi

A Napoli, purtroppo, si è verificato il primo decesso dovuto - indirettamente - all’influenza “A”, e la reazione è stata quanto meno sconcertante. Il morto - che non poteva contagiare più nessuno - è stato lasciato nel più completo abbandono come il cadavere di un appestato. L’unico che gli si è avvicinato è stato un sacerdote, con buona pace dei tanti laicisti che “amano l’umanità”. Quasi 200 autisti si sono rifiutati di uscire con gli automezzi se non fossero stati forniti di guanti e mascherina.

Non so se in altri paesi si sia verificata una psicosi del genere, ma non posso fare a meno di osservare che a Napoli troppa gente prima si culla nella più completa trascuratezza igienica e poi, quando arriva l’emergenza, perde completamente la testa. Né questa è una caratteristica dei soli napoletani. Succede ovunque quando viene trascurata la prevenzione.


Giovanni Romano

venerdì 11 settembre 2009

11 Settembre - per ricordare

Dal sito di Claudio Chieffo, il testo della sua meravigliosa canzone "Hope dance". Grazie a Martino Chieffo che l'ha postata stamattina.

Hope Dance
Parole e musica di Claudio Chieffo

Caro amore, nella fotografia,
mi sorridi, ma sei andato via…
sei volato in un giorno di fuoco,
come un grido spezzato nel vuoto.

Mio Dio dammi un segno soltanto
perché possa asciugare il mio pianto,

dammi un segno, una voce, un colore
per cambiare la rabbia in dolore.

Credevamo di essere i padroni del mare,
credevamo di vivere, ma vivere non è giocare…

Come allora nel ballo sul prato
la tua mano mi aveva lasciato,
ora ancora rimane l’attesa
della musica dolce sospesa…

Mio Dio dammi un segno soltanto
perché possa asciugare il mio pianto,

dammi un segno, una voce, un colore
per cambiare la rabbia in dolore.


Dai teologi un colpo di Coda


"Habe nun, ach! Philosophie,
Juristerei und Medizin
Und leider auch Theologie
Durchhaus studiert..."
(GOETHE, Faust, I vv.354-357)

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“Il Foglio” di sabato 5 settembre presentava, a pag.IV, una lunga intervista di Marco Burini al teologo Piero Coda in occasione del XXI° congresso nazionale dell’Associazione teologica italiana (Ati) che in questi giorni si tiene a Castel del Monte, nel comune di Andria (nella foto).
Non ho le competenze per discutere l’articolo nei suoi aspetti prettamente teologici, ma ci sono alcuni spunti che mi hanno fatto riflettere, e che dovrebbero far riflettere. Prima di tutto, la malcelata frustrazione e il senso di scontento che traspaiono dall’intervista, diretti contro il ministero ordinato, e più specificamente contro il Magistero.
Burini definisce i teologi “una classe intellettuale semiclandestina che ogni tanto si ritrova per contarsi e per vedere se può cominciare a contare davvero”. A parte la contraddizione di chi ha sempre rimproverato alla chiesa di popolo che “non ci si deve contare”, secondo le intenzioni di qualche teologo nella Chiesa tutto si dovrebbe ridurre a questioni di ruolo e di potere (la “rivendicazione” del sacerdozio femminile non è altro che questo). Come se l’essere stati chiamati a esercitare un ministero ordinato, e aver dato la vita per questo, non contasse nulla di fronte alla cultura degli specialisti.
Sinceramente, non so se un teologo di statura davvero monumentale come Hans Urs von Balthasar, uomo di sterminata cultura e di vocazione sacerdotale altrettanto profonda, sarebbe stato d’accordo.
In secondo luogo, Coda accusa il magistero di “mantenere lo status quo ecclesiale”. Dal profondo della mia ignoranza mi permetto di osservare che una cosa è lo status quo, dall’altra il depositum fidei. Inoltre, nell'intervista c'è un punto polemico davvero sgradevole, non all'altezza di un teologo della cultura e della preparazione di Mons. Coda. E' il punto in cui Coda tira una stilettata postuma al Card. Ottaviani, prefetto del Sant'Uffizio all'epoca di Giovanni XXIII e bieco conservatore nell'immaginario dei teologi "progressisti", rilevando con condiscendenza che il suo motto era "Semper Idem" ("sempre lo stesso"). In realtà, come potete vedere sul sito dell'araldica vaticana, il motto del Cardinale Ottaviani era "Semper Fidem". Una sola lettera cambia tutto, e la figura del Cardinale ne esce molto migliore di quella che Coda vuol far credere. Un lapsus freudiano nella migliore delle ipotesi, e non voglio nemmeno pensare alla peggiore.
C’è veramente da restare stupiti di fronte a un’affermazione come questa: “La teologia clericale è funzionale alla formazione dei preti e soprattutto è demandata ai preti. Ma non appartiene alla grande tradizione della Chiesa”. Ah, no? E San Tommaso d’Aquino, allora? E Sant’Anselmo d’Aosta? E San Bonaventura? E il Cusano? E San Giovanni della Croce, per non parlare di von Balthasar citato prima, non erano forse sacerdoti e ministri ordinati? Prevedo l’obiezione: nelle epoche in cui questi teologi sono vissuti, non era possibile fare teologia al di fuori della Chiesa e al di fuori del ministero ordinato. La teologia era monopolio esclusivo della Chiesa, chi si azzardava a interpretare per proprio conto le Sacre Scritture veniva bruciato come eretico. Il protestantesimo è nato anche per questo. Ma si può ribattere che nessuno di loro, in nessun momento, si è sentito limitato o costretto dal proprio stato sacerdotale, né dall’aderire al magistero della Chiesa.
Colpisce anche la sufficienza di Coda verso coloro che, con dedizione e intelligenza, cercano di aderire al Magistero e di calarlo nella storia con i fatti, non soltanto nei convegni. Ad esempio, un avvenimento come il Meeting di Rimini viene liquidato sprezzantemente in una sola frase: “Al Meeting di Rimini ho visto che vanno avanti per conto loro...”. E’ un’osservazione che si attaglia molto di più alla corporazione di questi teologi e alle sue velleità di potere. Basta vedere con quanto livore viene ricordata la scissione dell’Ati che dette vita alla Sirt (Società italiana di ricerca teologica) di cui fecero parte Rino Fisichella, Angelo Amato e altri: “Fu un tentativo destabilizzante con l’appoggio finanziario dei vescovi. Guarda caso molti di loro lo sono poi diventati...”.
Ma come? Non sono proprio i teologi a invocare libertà e dibattito, e poi quando qualcuno dei loro si permette di pensare in proprio viene bollato come carrierista, venduto, opportunista? Chi mette i suoi talenti di teologo al servizio del Magistero perde automaticamente cultura e intelligenza? Come può invocare rispetto, chi verso gli altri non ne mostra alcuno? Probabilmente è vero che il potere logora chi non ce l’ha, ma non abbassiamoci a questo livello. La controversia è ben più profonda.
Il punto è se, di fronte alla sfida dei tempi, i teologi saranno disposti a testimoniare Cristo e le verità della fede che non mutano col capriccio delle opinioni, oppure, come i giureconsulti, non faranno altro che mettere la loro eloquenza al servizio del potere di turno, giustificando tutto e il contrario di tutto. Vedi quello che è accaduto nella confessione anglicana. Coda parla abbonantemente di “profezia”, ma è tutta rivolta contro il Magistero, non c’è un solo accenno critico alla disumanità e al cinismo del “mondo”, col quale anzi si è più che disposti a venire a compromessi. Non vorrei che i teologi diventassero i nuovi dottori della legge, che mettono in discussione tutti i dogmi tranne le proprie opinioni.
Un’ultima nota di colore. Può sembrare un particolare insignificante, ma m’inquieta un po’ il fatto che questo congresso di teologia si tenga proprio a Castel del Monte e non, ad esempio, in un’abbazia o in un edificio cristiano. E’ vero che il nome originale del castello era “Castello di Santa Maria del Monte”, dal nome di un’antica abbazia benedettina che sorgeva nei pressi. E’ vero che a pochi passi dal Castello sorge una moderna chiesa con questo nome, eppure... eppure, perché proprio Castel del Monte è forse l’unico castello in tutta la cristianità che non ha una cappella? Non mi vengano a dire che il Castello è tutto un edificio religioso, costruito per “celebrare le diversità”. Già questo sminuisce il fatto cristiano, ridotto a una teoria tra le altre. Se proprio vogliamo approfondire, più che un edificio religioso Castel del Monte è un edificio magico, un luogo dove l’imperatore celebrava non le diversità ma l'omologazione, non la divinità ma se stesso e il suo potere arbitrario e svincolato da Dio.
Un “segno dei tempi” anche questo?
Giovanni Romano

P.S.: In realtà, il convegno si svolge presso il "Castel del Monte Park Hotel", il che se non altro denota la sana convivialità dei partecipanti. Ma il nome resta...

lunedì 31 agosto 2009

Chi vuole imbavagliare i cattolici?

Su una cosa, ammettiamolo, Silvio Berlusconi ha ragione: in Italia esiste davvero una giustizia ad orologeria. In questi giorni ne sta facendo tristemente le spese un grande giornalista che ammiro da molti anni per l’equilibrio, la preparazione, la pacatezza e il coraggio di sfidare il “politicamente corretto”. E’ Dino Boffo, il direttore di “Avvenire”.

Difficilmente un uomo è stato scelto con tanta lungimiranza al posto giusto nel momento giusto. Boffo ha trasformato quel che sembrava un noioso bollettino parrocchiale distribuito solo in abbonamento, pieno di editoriali prolissi che non leggeva quasi nessuno, in un quotidiano dinamico, pieno di notizie fresche e aggiornate, ben illustrato, elegante nel design e molto leggibile tipograficamente, soprattutto una tribuna libera dove si sono sempre potute confrontare le diverse anime del cattolicesimo italiano.

Soprattutto, “Avvenire” è diventata gradualmente la voce di molti cattolici (e non dei soli vescovi, come alla stampa laicista piace insinuare) che non nutrono alcun complesso d’inferiorità né di subordinazione culturale verso un secolarismo che si crede totalmente autoreferenziale. Non ha avuto paura di battersi su temi eticamente e politicamente scottanti. Ha saputo difendere la Chiesa da attacchi ingiusti e immotivati. Pian piano la sua circolazione è aumentata, anche se troppi cattolici, è doloroso dirlo, lo hanno snobbato o sottovalutato. Il segno più evidente della sua autorevolezza era sentirlo citare sempre più spesso nelle rassegne della stampa laica. L’opinione di “Avvenire” aveva preso un peso che non si poteva più ignorare. Dino Boffo ha dimostrato che si può essere ottimi giornalisti, uomini colti e al tempo stesso cattolici fedeli alla Chiesa senza chiudersi in un ghetto di sacrestia. Di più: ha dimostrato che seguendo gli insegnamenti della Chiesa è possibile realizzarsi sia nel proprio lavoro che nella propria umanità.

A molti questo dava fastidio, a sinistra come a destra. Mi accorgo però di aver usato due termini che da molto tempo non hanno più senso, particolarmente in relazione ai cattolici. Quando il potere laicista rifiuta di fare riferimento a Dio, la reazione contro la Chiesa è identicamente furibonda, perché destra e sinistra condividono il postulato che l’uomo basti a sé stesso.

“Avvenire”, e non il solo Boffo, è stato attaccato su almeno tre fronti. I laicisti e i radicali non gli hanno perdonato di avergli fatto fallire il referendum sulla manipolazione genetica, né la difesa della famiglia, della vita e del matrimonio. La destra non gli ha perdonato di aver difeso l’unità del paese contro forme di localismo miope e ottuso, i diritti dei più poveri e la dignità umana dei migranti. La magistratura, infine, non gli ha perdonato le forti critiche alle sentenze “creative” con cui taluni magistrati si sono arrogati un potere para-legislativo senza controllo, introducendo di fatto l’eutanasia, distruggendo le tutele a difesa dell’embrione, declassando l’insegnamento della religione cattolica scelta dalla stragrande maggioranza delle famiglie italiane.

Gli attacchi erao già nell'aria, numerosi e inquietanti. In primis, la falsa copertina di "Avvenire" pubblicata da "La Stampa", senza che l’altezzoso foglio laicista si sentisse in dovere di scusarsi (ci si scusa coi musulmani che possono sparare e sgozzare, non certo quando si offendono i cattolici!); Poi, lunedì 24, su “Il Giornale”, un attacco bilioso e a testa bassa dall'ex presidente Cossiga. Ma il colpo finale è stato tirato a freddo da un giornalista indescrivibilmente cinico e spregiudicato come Vittorio Feltri, non nuovo a operazioni mediatiche pilotate, aggressive e demagogiche di bassissimo profilo. La data non poteva essere più signficativa: il 28 agosto, la Festa della Perdonanza cui sarebbe dovuto intervenire lo stesso Presidente Berlusconi. Non c’è bisogno di dire che tanto tempismo nel divulgare un fatto accaduto otto anni prima (se è accaduto!) ha fatto immediatamente saltare l’incontro del capo del governo con il Cardinale Bertone. E sarebbe stato un incontro di portata storica.

Non era, e non è, il solo Boffo a essere il bersaglio di una campagna mediatica condotta con glaciale cinismo. Non era, e non è, solo “Avvenire” a essere preso di mira come giornale libero e indipendente dagli schieramenti. Si è voluto colpire un avvenimento altamente simbolico come la Perdonanza perché si vuole impedire a tutti i costi che lo stato riconosca nella Chiesa e nei cattolici dei valori ai quali esso stesso può fare riferimento per il bene comune. In Francia lo ha capito il non praticante Sarkozy; in Italia invece con questo episodio si è reintrodotto nel modo più brutale e subdolo il principio non della laicità, ma del laicismo delle istituzioni, dell’estraneità e dell’emarginazione definitiva dei cattolici dalla vita pubblica e culturale del paese. E ci meravigliamo che la disaffezione per la politica sia in aumento? Non se ne meraviglia di certo chi conta su questo per comandare senza rendere conto a nessuno!

Prima che i “puri” e i pauperisti alla Enzo Bianchi si mettano a strillare contro “l’alleanza tra il trono e l’altare”, vorrei osservare che la questione si pone esattamente al contrario. E’ lo stato laico che in questo momento ha bisogno della Chiesa. Intervenendo alla Perdonanza, Berlusconi avrebbe dato un segnale estremamente chiaro: il cattolicesimo non è un corpo estraneo all’Italia, non è un accidente storico, non è una religione accanto alle altre, intercambiabile col l’islam, il buddismo, lo scintoismo, l’animismo e compagnia bella. E’ parte del tessuto del nostro popolo, segno di un ethos che, appunto, rende possibile anche il perdono. La partecipazione a un gesto del genere da parte di una delle massime autorità dello stato era qualcosa che le autoreferenziali élites laiciste non potevano in nessun modo tollerare. Bisogna sradicare ogni appartenenza, eliminare la tradizione o al massimo ridurla a folklore, a fatto esclusivamente privato.

Non è solo l’episodio della Perdonanza che dovrebbe richiamare la nostra attenzione. E’ solo una coincidenza che Boffo sia stato attaccato nel momento in cui il presidente della Camera Fini sta esternmando sempre più apertamente contro la Chiesa e premendo per allargare le maglie del “testamento” di fine vita? E’ solo una coincidenza che si voglia far tacere “Avvenire” mentre si vuol diffondere la psicosi delle aggressioni “omofobe”? E’ solo una coincidenza che in questo periodo l’UE stia premendo per far rimuovere i crocifissi dagli edifici pubblici? E’ solo una coincidenza che da destra e da sinistra si minacci in continuazione la revisione del Concordato? A chi conviene questa situazione, a Berlusconi o piuttosto a chi, da dietro le quinte, si prepara a prenderne il posto e dopo aver voltato gabbana sui valori propugnati fino al giorno prima sta seguendo corsi accelerati di laicismo per arrivare sempre più in alto?

Cosa voglia ottenere “l’affaire Boffo” è chiaro: si vuole colpire al cuore la strategia tanto indovinata del Cardinale Ruini di una presenza autonoma dei media cattolici nella società. “Avvenire” dovrà essere neutralizzato. I cattolici dovranno essere in ogni modo imbavagliati, emarginati, ghettizzati, ridicolizzati impunemente. La Chiesa dovrà essere ricacciata o in un ghetto “spirituale” dove sarà libera di occuparsi di questioni “dalle nuvole in su”, oppure al massimo fare da tappabuchi con il volontariato ai fallimenti e ai disastri umani provocati dal secolarismo. Una volta zittito il quotidiano cattolico, l’Italia, potrà “finalmente” essere omologata a forza al laicismo e al nichilismo imposti da Bruxelles.Non a caso, qualche vescovo spagnolo dichiarò a mezza voce che se la società spagnola è precipitata senza contrasto nella secolarizzazione è stato anche perché le è mancato un quotidiano della levatura e della diffusione di “Avvenire”.

Io credo che in questo momento nessun altro giornalista cattolico abbia la statura, la competenza, l'autorevolezza di Dino Boffo. Eliminato lui, non solo sarebbe un vuoto incolmabile per “Avvenire”, non solo sarebbe una perdita per tutta la stampa libera in Italia, ma verrebbe a mancare un punto di riferimento decisivo per un giudizio equilibrato e sereno, cioè cattolico, sull’attualità. E più ancora sarebbe la morte della pietà. Tolta la presenza cattolica dai media, si entrerà in un mondo dove il giornalismo e la politica si ridurranno a una guerra di bande. Senza ritorno, e senza più avvenire.

Giovanni Romano

giovedì 27 agosto 2009

Un vescovo coraggioso contro i "cattolici adulti"

Riporto qui un articolo comparso il 25 agosto sul sito www.catholicnewsagency.com con un magnifico intervento di Mons. John M. D'Arcy contro l'arroganza degl intellettuali "cattolici" della Notre Dame University che hanno premiato il presidente più abortista della storia americana senza nemmeno sentirsi in dovere di comunicargli la loro decisione. Spero che molti leggano e condividano questo intervento.

FORT WAYNE, Indiana, 25 agosto 2009 /11:35am (CNA) - Il Vescovo John M. D’Arcy, la cui diocesi ricomprende la Notre Dame University, non è disposto a lasciar cadere i punti controversi sollevati dalla premiazione del Presidente Obama. Al contrario, il Vescovo di Fort Wayne - South Bend ha stilato un pungente articolo per il prossimo numero della rivista America, in cui rivolge un appello alla rinomata università affinché valuti le conseguenze di non aver rispettato l’autorità dei vescovi.
In un articolo che sarà l’editoriale della rivista America, pubblicata dai gesuiti, il Vescovo D’Arcy scrive che "man mano che l’estate s’inoltra sul magnifico campus vicino al lago dove il giovane sacerdote della Santa Croce, Edward Sorin, C.S.C., piantò la tenda 177 anni fa e iniziò la sua grande avventura, dobbiamo chiarificare la situazione che ha tanto amareggiato la Chiesa nella primavera scorsa: fare chiarezza su quel che era in gioco e quel che non era in gioco".

Secondo il Vescovo, che aveva richiesto al presidente di Notre Dame, Fr. John Jenkins, di non premiare Obama: "Non è in questione il presidente Obama... Non è una questione di democratici contro repubblicani... non è una questione se sia appropriato o meno per il Presidente degli Stati Uniti parlare alla Notre Dame o a qualunque grande Università Cattolica sulle questioni più urgenti del giorno".

La risposta dei fedeli, scrive il Vescovo d’Arcy, "non ha nulla a che vedere con ciò che questa rivista (America) ha definito "settarismo cattolico". Piuttosto, la risposta dei fedeli deriva direttamente dal Vangelo".

La vera questione posta dalla situazione è se una Università Cattolica abbia o meno la responsabilità di dare pubblica testimonianza alla fede, afferma D’Arcy. "In caso contrario, qual è il significato di una vita di fede? E come può un’istituzione cattolica aspettarsi che i suoi studenti vivano secondo la fede nelle difficili decisioni che dovranno affrontare in una cultura spesso ostile al Vangelo?", si chiede.

"Nella sua decisione di conferire la sua massima onorificenza a un presidente che si è ripetutamente opposto anche alla più piccola protezione legale per il bambino nel grembo, Notre Dame ha forse lasciato cadere la responsabilità che Papa Benedetto ritiene che abbiano le università cattoliche: dare pubblica testimonianza alle verità rivelate da Dio e insegnate dalla Chiesa?", si chiede anche il Vescovo.

Monsignor D’Arcy poi richiama severamente la Notre Dame University per aver sponsorizzato durante molti anni il lavoro teatrale "I monologhi della vagina".

"Sebbene abbia parlato con molta eloquenza sull’importanza del dialogo con il presidente degli Stati Uniti, il presidente di Notre Dame ha scelto di non dialogare col suo vescovo su queste due questioni, entrambi pastorali ed entrambi con serie ripercussioni sulla cura d’anime, che è la responsabilità principale del vescovo", ha detto.

"Entrambe queste decisioni", rivela il Vescovo D’Arcy, "sono state portate a mia conoscenza dopo essere state prese, e, nel caso della laurea honoris causa, dopo che il Presidente Obama aveva accettato".

Mettendo in chiaro di non aver mai interferito nella gestione interna di Notre Dame o di nessun’altra istituzione d’istruzioine superiore della diocesi, D’Arcy spiega che "il vescovo diocesano deve chiedersi se un’istituzione cattolica comprometta o meno il suo obbligo di dare pubblica testimonianza quando colloca il prestigio al di sopra della verità".

"Il mancato dialogo con il vescovo porta alla luce una seconda serie di questioni", prosegue.

"Di che tipo è la relazione di un’Università Cattolica con il vescovo locale? Nessun rapporto? O il vescovo è qualcuno che di tanto in tanto viene a celebrare la Messa nel campus? O è un tizio che siede sul palco durante la cerimonia del conferimento delle lauree?".

"Oppure il vescovo è il maestro della diocesi, responsabile delle anime, incluse quelle degli studenti - in questo caso gli studenti di Notre Dame? La responsabilità del vescovo d’insegnare, di governare e di santificare finisce forse alle porte dell’università?".

"Io pongo queste domande all’Università nello spirito della Ex corde Ecclesiae", ha dichiarato.

Il Vescovo D’Arci mette poi in rilievo la forte vita spirituale di molti membri della facoltà e di molti studenti dell’università, e riconosce che "il dipartimento di teologia è cresciuto in eccellenza accademica nel corso degli anni, rinforzato da un reclutamento avveduto di docenti di prim’ordine nel loro campo, nella conoscenza della tradizione e nel loro modo di vivere la fede cattolica".

"Tuttavia", aggiunge, "restano in piedi le questioni relative al rapporto dell’Università nel suo complesso con la chiesa, e quel che è accaduto sul campus prima e durante la premiazione di Obama è significativo per l’attuale dibattito sull’istruzione superiore cattolica".

Mettendo in rilievo che un gran numero di studenti e di membri della facoltà erano contrari al discorso inaugurale di Obama e al conferimento della laurea, il vescovo dice che alla rivista America "e ad altri nei media, sia cattolici che secolari, che hanno commentato le notizie da lontano, non hanno fatto una distinzione tra gli estremisti da una parte, e dall’altra gli studenti e coloro che si sono uniti a loro nelle ultime 48 ore prima della cerimonia. Il secondo gruppo (NO Response) ha agito con la preghiera e mostrando in modo civile il proprio disaccordo, Hanno cooperato con le autorità universitarie".

"In questo tempo di crisi per l’Università", egli nota, "questi studenti e professori, con l’istinto della fede, si sono rivolti al vescovo per avere guida, incoraggiamento e preghiera".

Sebbene all’inizio avesse inteso assentarsi dalla cerimonia della laurea, il Vescovo D’Arcy scrive che "Man mano che si avvicinava la laurea, sapevo che avrei dovuto essere con gli studenti. Era una questione di semplice giustizia che il vescovo fosse con loro, perché erano dalla parte della verità, e la loro dimostrazione era pacifica, radicata nella preghiera e ricca di significato".

Il Vescovo D’Arcy prende di mira anche il consiglio d’amministrazione dell’Università "per non aver detto nulla" quando si è riunito ad aprile per il loro incontro di apertura programmato da tempo.

"Quando l’incontro si è concluso, non hanno emesso nessun comunicato e non hanno preso alcuna posizione. In un’epoca in cui la trasparenza viene invocata come modo di vivere nella vita e nei campus, hanno scelto di non prendere parte al dibattito che si svolgeva tutt’intorno a loro e che stava scuotendo l’università dalle radici", ha scritto.

Quel che il consiglio d’amministrazione deve fare è "prendersi nuovamente la responsabilità, con appropriati studi e preghiera... con maggiore serietà e in uno spirito realmente cattolico", esorta il Vescovo.

D’Arcy conclude il suo articolo ponendo alcune domande cruciali a Notre Dame "e ad altre università cattoliche".

Il Vescovo chiede:

"Considerate vostra responsabilità, nelle vostre dichiarazioni pubbliche, nella vostra vita universitaria e nelle vostre azioni, incluso il conferimento pubblico di onorificenze, dare testimonianza alla fede cattolica in tutta la sua pienezza?".

"Qual è il vostro rapporto con la Chiesa e, in particolare, con il vescovo locale e la sua autorità pastorale, come definito dal Concilio Vaticano II?".

"Infine, una domanda più fondamentale: Dove si rivolgeranno le grandi università cattoliche per cercare una luce che li guidi negli anni a venire? Sarà il Land O’Lakes Statement o la Ex Corde Ecclesiae?".

Il Land O’Lakes Statement fu firmato nel luglio 1967 da un gruppo di educatori cattolici, guidato dall’allora presidente della Notre Dame Fr. Theodore Hesburg. Il famoso storico cattolico Philip Gleason definì questo manifesto "una dichiarazione d’indipendenza dalla gerarchia", aggiungendo che esso separava l’università cattolica dalla vita della fede e metteva in moto il declino dell’identità cattolica di parecchie grandi istituzioni d’istruzione superiore.

Il vescovo D’Arcy descrive il Land O’Lakes Statement come un documento "che proviene da un’epoca di frenesia, che ebbe il denaro come sua forza propulsiva. Il suo modo d’intendere la libertà era arroccato sulla difensiva, assolutista e ristretto. Non menziona mai Cristo e non nomina mai la verità".

"Il secondo testo, Ex Corde Ecclesiae, parla costantemente della verità e della ricerca della verità. Parla di libertà nel senso più ampio; la tradizione filosofica cattolica e teologica sono legate al bene comune, ai diritti degli altri e sempre soggette alla verità".

"Su queste tre domande, che sottopongo rispettosamente, si fonda il futuro dell’istruzione superiore cattolica in questo paese e in molti altri luoghi", conclude il Vescovo D’Arcy.
Traduzione di Giovanni Romano