lunedì 16 luglio 2007

Il mistero di Yamamoto

Il 18 aprile 1943, sulle isole Salomone, un agguato di caccia americani abbatteva l’aereo dove viaggiava l’Ammiraglio Isoroku Yamamoto, comandante in capo della flotta giapponese. I potenti bimotori P-38 Lightning, decollati da Guadalcanal, compirono un’impresa ai limiti dell’impossibile: un volo di quasi 2.000 km tra andata e ritorno, grazie all’installazione di serbatoi supplementari inviati appena la sera precedente, e un’intercettazione estremamente precisa, nel posto e nel momento esatto. L’attacco fu fulmineo e spietato. Vennero abbattuti sia l’aereo di Yamamoto che quello del suo capo di stato maggiore, l’ammiraglio Ugaki (che però sopravvisse, pur gravemente ferito), oltre a tutti e sei i caccia Zero della scorta. Dal canto loro gli americani persero un solo pilota sui diciotto inviati. Altri sei aerei più o meno gravemente danneggiati riuscirono comunque a tornare alla base. Il conto con l’uomo di Pearl Harbor era stato saldato.

Su questo abbattimento e sulle sue conseguenze si è detto e scritto di tutto (la mia fonte è il libro un po’ datato di Bernard Millot, “La guerra nel Pacifico”, 1968). Si sa perfettamente, ormai, che l’intercettazione poté avvenire perché gli americani avevano decifrato il codice segreto della marina giapponese (il che, tra l’altro, li aveva condotti alla vittoria nella decisiva battaglia di Midway nel giugno dell’anno precedente). Quel che resta però un mistero è una domanda ovvia: com’è possibile che i giapponesi, dopo una simile débacle, non si fossero resi conto che il loro codice era stato violato, e che l’abbiano mantenuto inalterato fino alla fine della guerra, con conseguenze calamitose per loro? Eppure un’intercettazione tanto precisa, a così grande distanza dalle basi, con forze più che sufficienti ad annientare la scorta dei caccia, non poteva essere semplicemente un colpo di fortuna, e avrebbe ben dovuto mettere in allarme!

Osserviamo, di passaggio, che gli Alleati vinsero a mani basse la guerra dell’intelligence, sia a livello di spie che a livello di cifrari. Gli inglesi, con il computer ULTRA, violarono la crittatrice tedesca ENIGMA (adoperata anche dalle forze armate italiane, purtroppo per noi). Gli americani riuscirono a decifrare i codici della marina giapponese (non quelli dell’esercito, però, il che li espose a più di una amara sorpresa). Gli stati maggiori dell’Asse, dal canto loro, sospettarono la presenza di traditori nelle loro file, ma non giunsero mai a immaginare che il nemico fosse arrivato a leggere in chiaro tutti i loro dispacci (sull’argomento si veda l’opera ormai classica del professor Alberto Santoni “Il vero traditore”).

Può darsi che nel caso dell’Ammiraglio Yamamoto giocasse un fattore al quale fa cenno Millot, pur se a proposito di altre battaglie: la tradizionale rigidezza giapponese, la riluttanza ad allontanarsi dagli schemi prestabiliti elaborati con tanta cura. Credo però che questa non sia soltanto una caratteristica nipponica bensì di tutti i regimi autoritari, dove non esiste circolazione di idee e di esperienze. Se non è permesso osservare liberamente la realtà, né trarre le conclusioni appropriate senza timori reverenziali, fatalmente si finisce per bloccarsi in una rete di schemi prestabiliti. L’Ammiraglio Yamamoto, una persona ammirevole quanto a preparazione, serietà e perspicacia, era però vincolato anch’egli ai limiti propri della sua cultura: assai rigido nei suoi piani e quasi incapace di cambiarli se la situazione evolveva come lui non aveva previsto (lo si vide a Midway). Come ogni “primo della classe” pensava di dare il buon esempio ai subordinati esigendo il massimo da se stesso, specialmente in fatto di puntualità. Ma fu proprio la sua leggendaria puntualità a costargli la vita. Gli americani poterono giocare d'azzardo all'estremo perché erano sicuri che Yamamoto avrebbe rispettato al minuto i tempi previsti. Per un capo in tempo di guerra, paradossalmente, questo è più un pericolo che una virtù (Hitler, ad esempio, volutamente non rispettava mai i suoi orari, il che lo salvò da più di un attentato). Lo stesso rifiuto di allontanarsi dagli schemi prestabiliti, probabilmente, operò anche dopo la morte dell’Ammiraglio. Non si volle nemmeno prendere in considerazione che il nemico avesse il completo dominio dell’intelligence.

Del tutto opposta la situazione nel campo americano (che, non dimentichiamolo, era una democrazia). Il messaggio relativo al viaggio di Yamamoto fu intercettato alle 6,36 del 17 aprile da una postazione nelle isole Aleutine (!), ritrasmesso con precedenza assoluta a Washington e immediatamente decifrato. Il segretario di stato Frank Knox ne venne a conoscenza alle 11 del mattino, e dopo una breve riunione con gli esperti dell’aviazione la decisione venne presa alle 15,35. Un messaggio urgente e segretissimo scavalcò tutta la trafila dei comandi e pervenne direttamente al 339° gruppo caccia di Guadalcanal, che avrebbe dovuto abbattere l’ammiraglio. Un altro messaggio inviato in Australia richiese l’invio immediato dei serbatoi supplementari alla base dei caccia. Entro le 17,10 i piloti americani erano a conoscenza della loro missione e del piano giapponese completo in tutti i dettagli. Alle 18,45 tutte le decisioni operative erano già state definite. Alle 21 arrivarono dall’Australia 4 grossi quadrimotori Liberator carichi dei serbatoi supplementari. I meccanici lavorarono fino alle 5 del mattino per installarli. Il decollo avvenne alle 6,20, e alle 9,35, con precisione cronometrica, i giapponesi si presentarono al tragico appuntamento sopra l’isola di Bougainville (cfr. Millot, op.cit., pp.479-481).

Riassumendo, dall’intercettazione del messaggio fino all’abbattimento di Yamamoto passarono appena ventisette ore. In un lasso di tempo tanto breve era stato possibile decifrare il messaggio, riunire gli esperti, prendere decisioni al massimo livello, individuare e mobilitare le forze sul campo a mezzo mondo di distanza, elaborare un piano operativo senza precedenti e mettere in grado di eseguirlo uomini e mezzi che mai prima avevano fatto niente del genere. Un tour de force di coordinazione informale, comunicazioni rapide ed efficaci, superiorità tecnica e logistica che probabilmente resterà unico nella storia delle guerre. Una vittoria non solo dell’intelligence, ma dell’intelligenza di chi, per fortuna, poteva prendere decisioni con la massima libertà e rapidità, senza i condizionamenti di un sistema militarista e autoritario.

Vista da questa prospettiva, Bougainville fu anche una tra le fin troppo rare vittorie della libertà.

Giovanni Romano

venerdì 13 luglio 2007

Uomini e ratti (neri)

Ieri sera ascoltavo distrattamente l'intramontabile "Superquark" con l'altrettanto intramontabile Piero Angela. Nel suo genere, è un esempio perfetto di divulgazione scientifica. Il mio, però, non è del tutto un complimento. Divulgare la scienza è certamente meritorio, specie in un paese a elevato analfabetismo matematico-scientifico come il nostro; tuttavia c'è il rischio -e Piero Angela condivide in pieno questa impostazione- di fare della scienza una panacea che, mentre dà l'impressione di poter rispondere a tutte le domande, in realtà ne mette a tacere altre, molto più fondamentali. Senza contare che la scienza si costruisce a partire da quel che si sa per andare verso quel che non si sa. In altre parole, la divulgazione è necessaria e utile, ma troppo spesso trasforma la scienza in una vetrina scintillante, mettendo in ombra invece il suo carattere fondamentale che è quello non dare niente per scontato e interrogarsi continuamente (interrogarsi, notiamo tra parentesi, è altro rispetto al "dubitare" che va di moda oggi).

Un buon esempio di questa indifferenza alle domande l'ho visto in questa trasmissione. tra i brevi servizi nella seconda parte ce n'erano alcuni veramente interessanti, come il rivoluzionario sistema di trasporti pubblici "TransMillennio" di Bogotà, il relitto di una Fortezza Volante sommerso poco distante il porto di Calvi n Corsica, una pudica pubblicità ai preservativi (e meno male che non hanno preso in giro chi sceglie la strada dell'astinenza, anche se l'hanno considerata una possibilità remota quanto un viaggio su Plutone), un servizio sulla bioinformatica (che sia la strada per rendere pensanti i computers?) e infine un'indagine sulle cause e le conseguenze delle grandi pestilenze che hanno imperversato in Europa fino alle soglie del secolo XVIII.

Proprio di queste vorrei parlare. Era invitato in studio un giovane docente universitario, elegante, garbato, sicuro di sé (come è giusto che sia), ma quasi con un'aria di divertito distacco. L'argomento invece era drammatico: le epidemie di peste, specialmente la Peste Nera, che praticamente dimezzarono la popolazione europea, ed ebbero conseguenze che andarono persino oltre quelle medico-sociali. Fu la Peste Nera, infatti (cosa che il docente non ha ricordato) a scuotere la fede in Dio dell'uomo medievale. Lo spettacolo continuo e spietato di una morte atroce, di fronte alla quale i superstiti erano assolutamente impotenti; la casualità con cui la malattia colpiva e risparmiava, non solo favorirono i movimenti millenaristi, ma ancora più a fondo fecero venir meno la convinzione che esistesse un Dio buono e provvidente.

Di queste cose però non si è parlato. Si è parlato piuttosto delle probabilità di una nuova pandemia (il professore ha ammesso allegramente che potrebbe fare più vittime della Spagnola), si è fatto osservare -e questo era veramente interessante- che le epidemie di peste sono scoppiate nel Mediterraneo quanto erano più intensi gli scambi commerciali pacifici con le civiltà orientali e specialmente con l'islam, mentre in tempo di guerra la peste non passava perché le frontiere erano chiuse. Infine si è parlato delle conseguenze, non necessariamente tutte negative, delle grandi epidemie: la manodopera disponibile diminuisce di molto, così che i lavoratori superstiti si fanno pagare di più, e il tenore di vita aumenta.

A parte la confutazione dell'idea "politicamente corretta" secondo cui l'apertura delle frontiere e la "contaminazione" sarebbero un bene in sé; a parte la constatazione che nel Medioevo è stato il mondo islamico a regalarci malattie nate dalla totale trascuratezza dell'igiene (ma non erano gli Arabi ad avere inventato i bagni pubblici e gli ospedali, come dice la vulgata scientista? Ma può darsi che fosse il rozzo Occidente a essere più vulnerabile alle epidemie, più o meno come gli indios nei confronti del morbillo), una cosa mi ha particolarmente colpito: a un certo punto il professore è uscito in una frase che in un attimo mi ha svelato tutta una mentalità: "Sembra proprio che nella storia ci sia una costante: non appena la popolazione diventa eccessiva, interviene un'epidemia a riequilibrare la situazione". Al che Piero Angela ha assentito entusiasta.

E' l'ideologia dell'"uomo-cancro-del-pianeta". La stessa ideologia che ha fatto dire al Principe Filippo di Edimburgo, presidente mondiale del WWF, nonché noto massone e occultista, che se dovesse rinascere (da bravo occultista, è logico che creda nella reincarnazione) vorrebbe essere un virus mortale "per contribuire a risolvere il problema della sovrappopolazione". E non era, purtroppo, una delle sue solite gaffes. Faceva specie la freddezza assoluta con cui il professore e il giornalista consideravano che fosse "naturale" che un'epidemia sterminasse metà della popolazione del pianeta, quasi un mezzo naturale di regolazione, certo più efficace del controllo delle tanto odiate nascite.

Poniamo però il caso che l'epidemia scoppi per davvero e colpisca anche loro, non direttamente però, ma nelle loro famiglie. Cosa penserebbe Piero Angela se –ai cani dicendo- gli morisse prematuramente il figlio Alberto? Cosa penserebbe il giovane professore se vedesse agonizzare sotto i suoi occhi un suo bambino o una sua bimba piccola? Penserebbero anche in questo caso che si tratta solo di "popolazione superflua" che è giusto far scomparire? O l'eventualità di cui si parla tanto alla leggera in questo talk-show scientista diventerebbe una realtà da strappare le viscere, e li metterebbe di fronte a dimensioni della loro personalità e a domande alle quali, grazie alla Scienza, non pensano nemmeno?

Giovanni Romano

giovedì 12 luglio 2007

Rushdie: dove sono i "trasgressivi" di casa nostra?

Il 21 giugno scorso la radio tedesca (Deutsche Welle) riportava una notizia che da noi non ha avuto la minima eco, almeno che io sappia. Gli scrittori e gli editori tedeschi hanno espresso pubblicamente la loro solidarietà a Salman Rushdie, dopo le nuove minacce che sono arrivate a lui e all'Inghilterra non solo da parte di isolati fanatici, ma dai governi di Iran, Iraq e Pakistan.

Personalmente, a suo tempo lessi "I versetti satanici", e a parte alcuni squarci lirici di grande bellezza lo trovai un polpettone illeggibile, tanto che questo libro è uno dei tre soli che ho buttato via in quarant'anni di lettura.

Tuttavia, ho trovato -e trovo- spaventosa, irrazionale e intollerabile la reazione dei musulmani. E condivido in pieno quel che hanno scritto gli autori e gli editori tedeschi: una minaccia a Rushdie è una minaccia a tutti noi.

In questo periodo, specialmente da quando è andata al potere la coalizione democristiana di Angela Merkel, la Germania sta dando lezioni di libertà e di coraggio a un mondo che si guarda bene dal raccoglierle. Ad esempio, il governo ha fatto ufficialmente sapere che la Germania vieterà sul proprio territorio la vendita prodotti cinesi fabbricati col lavoro forzato dei detenuti, sfidando le ire del colosso cinese.

Di fronte a queste prese di posizione chiare e forti, cosa dicono i nostri "trasgressivi" e "anticonformisti" di professione? Cosa dice Travaglio? Cosa dicono Luttazzi? Cosa dice Fo? Cosa dicono i no-global? Zitti e mosca, silenzio completo. Un silenzio che corrisponde al vuoto che regna nei loro cervelli. Al massimo si scaricano la coscienza protestando contro la caccia alle balene o contro gli OGM. Anzi, fanno tanto più chiasso quanto meno c'è da rischiare.

Sarebbero degni di compassione se non fossero degni soltanto di disprezzo.

Giovanni Romano

giovedì 28 giugno 2007

La censura silenziosa di cui Travaglio non parla mai

Ho perso ormai le speranze di leggere il libro dell'On. Luca Volontè "La congiura di Torquemada - l'eclissi di luna che colpì Buttiglione", Rubbettino Editore. Un'inchiesta sul modo ignobile in cui Rocco Buttiglione venne escluso dalla nomina a commissario europeo solo perché aveva osato dichiarare che, da cristiano, l'omosessualità qualche piccolo dubbio almeno glielo faceva venire.

Ho ordinato il libro alla mia libreria di fiducia da quasi due mesi (speranze di trovarlo direttamente sugli scaffali: zero). Mai arrivato. Come se la Rubbettino non esistesse nemmeno. In questa interminabile attesa, però, una cosa importante l'ho scoperta ugualmente: chi comanda in libreria, chi fa il bello e il cattivo tempo non è Berlusconi, come fa comodo pensare ai signori Fo, Travaglio & C., ma i distributori. Sono loro a decidere quando e se inviare un libro agli scaffali. Altrimenti l'unica alternativa, a quanto pare, è ricorrere al samizdat.

A questo punto avrei due domande da fare:

  1. Come mai non è possibile trovare sugli scaffali dei libri che vanno davvero controcorrente?
  2. Come mai la sinistra, che pure si riempie la bocca di "pluralismo", non si è mai interessata a questa censura di fatto?
Ecco perché l'ipocrisia della sinistra mi dà veramente il voltastomaco. Fanno i martiri quando nessuno li perseguita, denunciano la censura mentre i loro libri inondano letteralmente gli scaffali. Ma sulla censura vera sono muti come pesci. Forse siamo davvero all'emergenza democratica, ma non per colpa di Berlusconi. Per colpa del "politicamente corretto".

Giovanni Romano

venerdì 22 giugno 2007

Ma chi l'ha detto che i gay non si riproducono?

"Avvenire" di domenica 17 giugno scorso riferisce di 120.000 presenze al gay pride. Gli organizzatori parlano di oltre un milione. Chi ha ragione? Credo nessuno dei due, ma se il numero delle presenze è stato gonfiato senza pudore, allora abbiamo scoperto come i gay riescono a moltiplicarsi...

Giovanni Romano

Scacchi e bridge

Se è vero che gli scacchi sono il gioco dei re, allora senz'altro il bridge è il gioco degli aristocratici.


Giovanni Romano

sabato 16 giugno 2007

Gay, ma cosa avete da essere orgogliosi?

Leggo con amarezza su "Avvenire" di oggi (16 giugno) che il sito dell'orgoglio pedofilo, oscurato in Italia, dopo poche ore ha potuto tranquillamente riaprire in Germania perché ospitato da un sito gay.

Quanti di quelli che
oggi sfilano a Roma lo sanno? E se lo sanno, cosa dicono? Io credo che non tutti i gay l'approveranno. Ma se qualcuno di loro è d'accordo, mi vuole spiegare di cosa si sente orgoglioso?


Giovanni Romano

venerdì 15 giugno 2007

Quando si dice la coincidenza...


Me ne sono accorto solo oggi: il centro di preghiera islamico della mia città si trova in Via Lepanto.


Solo un caso, naturalmente...



Giovanni Romano

giovedì 14 giugno 2007

Aforismi d'inizio estate

  • Un amore che non raggiunge la sua meta diventa una macchietta.

  • La lucidità non è una virtù. E' una pena accessoria.
Giovanni Romano

sabato 2 giugno 2007

La sconfitta della leonessa e la vittoria della pecora


Ricordo che, in occasione delle prime elezioni irachene, "Il Giornale" o "Libero" pubblicarono la foto di una ragazza irachena, che a me sembrò bella quanto la Statua della Libertà. Era la vittoria della gente comune contro i terroristi, contro le intimidazioni della guerriglia (che qualcuno qui in Italia si ostina a chiamare "resistenza"), contro il disfattismo e l'ignavia dei nostri intellettuali. Una foto splendida, il sorriso di chi si è visto negare per tantissimo tempo i diritti politici dalla dittatura di Saddam Hussein. E al tempo stesso anche una vittoria politica per il governo Berlusconi, che aveva voluto l'intervento in Iraq, sfidando l'impopolarità.

Dopo nemmeno tre giorni, ecco la mazzata: il rapimento di Giuliana Sgrena, con tutte le ansietà annesse e connesse, con tutto il battage mediatico contro il governo, con la fine tragica che ognuno sa. Il tempismo del rapimento, la scelta accurata dell'obbiettivo, la parte politica cui apparteneva, fanno pensare che la mente del sequestro non fosse in Iraq ma in Italia, e doveva essere una mente perfettamente informata della nostra situazione politica, in grado di colpire il governo proprio là dov'era più debole, sul fronte dell'immagine.

Dal momento che la guerra che oggi si combatte è anche simbolica e mediatica, per il governo Belusconi si poté parlare di sconfitta completa. I filmati della Sgrena in ostaggio riuscirono a cancellare completamente la foto della ragazza irachena vittoriosa.

Eppure la voglio pubblicare lo stesso, per ricordare che, in fondo, forse ne valeva la pena. Chissà che fine avrà fatto quella ragazza, se non sarà stata uccisa in qualche vendetta settaria o sventrata in qualche attentato, o avvelenata da una bomba al cloro. Le auguro buona fortuna, il suo sorriso e il suo coraggio (così come il coraggio di tutto il popolo iracheno, un coraggio forse tradito) meritano di essere ricordati.

Giovanni Romano

lunedì 28 maggio 2007

Francia: il ritorno delle corvées

Oggi ascoltavo il giornale di Radio France Internationale che avevo scaricato da Internet. Tra le altre notizie, sembra che diventerà legge l'obbligo per tutti i lavoratori dipendenti di devolvere una giornata di paga per la solidarietà con gli anziani, che altrimenti rischiano di morire come mosche a causa dell'ondata di caldo che si annunzia, come nel 2003.

Non nascondo il mio sgomento e il mio disgusto. Lo scopo, ovviamente, è nobile (ma quando mai un'ingiustizia non è stata giustificata con nobili scopi?). Però la solidarietà non s'impone per decreto: a casa mia questo si chiama balzello. E non è nemmeno equo, perché, di fatto, ne sono esenti i lavoratori indipendenti, a meno di non instaurare un regime fiscale ancor più asfissiante e oppressivo. In questo modo, il governo scarica sulle spalle dei contribuenti il costo dei propri fallimenti (anche se mi chiedo: è umanamente possibile impedire a tutti gli anziani di morire per un'ondata di caldo?), e instaura un precedente molto grave. Andando a frugare nella loro busta paga, li trasforma sempre più in sudditi. Un po' come Amato che in una notte ha scippato i conti correnti di noi italiani. Una tassa che Berlusconi, guarda caso, si è ben guardato dall'abolire. Lo stato, infatti, è una macchina che prima di tutto cerca di perpetuare se stessa, è una tendenza che opera indipendentemente da chi sta al potere.

Comunque sia io, povero stupido, pensavo che i francesi avessero fatto la Rivoluzione per liberarsi dalle corvées...


Giovanni Romano

domenica 20 maggio 2007

Non basta più essere brave persone...

Bisogna essere anche consapevoli. Qualche giorno fa ho ricevuto, da una mailing list diocesana, una comunicazione che sprizzava giubilo da tutti i pori: i cristiani manifestavano "insieme per l'Europa". Sant'Egidio, i Focolarini, cattolici assortiti e poi protestanti, ebrei, musulmani. Tutti insieme europeisticamente.

La manifestazione non è sbagliata in sé. Effettivamente, "E' più che mai necessario superare i pregiudizi, i nazionalismi, le ferite storiche che l'Europa si trascina dalle guerre di religione in poi", come era scritto nella presentazione. Il guaio è che per raggiungere questo nobile scopo tanti cristiani -troppi- sono disposti a chiudere gli occhi davanti alla politica apertamente cristofoba dell'UE. Abbiamo già dimenticato come fu trattato Buttiglione? Abbiamo dimenticato che pochi giorni fa l'Europarlamento ha autorizzato la fabbricazione di medicinali prodotti con la distruzione sperimentale di embrioni umani (per evitare sofferenze agli animali!). Abbiamo dimenticato il colpo di mano che l'Europarlamento stava per tentare contro Mons. Bagnasco?

Europa sì, ma delle radici cristiane, non dell'agnosticismo e dell'apostasia. Europa sì, ma dei popoli, non dei regolamenti sulla curvatura delle banane. Europa sì, ma della storia, non dell'utopia. Europa, non solo UE. Ben venga la "Giornata per l'Europa" se servirà a ridestare la coscienza e l'identità dei cristiani (ma sinceramente ne dubito). Altrimenti si sarà trattato di una manifestazione non solo inutile ma addirittura controproducente, buona a farci fare per l'ennesima volta la figura degli utili idioti.

Giovanni Romano

giovedì 12 aprile 2007

Dolore per i fratelli algerini e marocchini

Non so perché, ma gli attentati di Algeri e Casablanca mi hanno colpito come un pugno nello stomaco come quelli di New York, Madrid e Londra, quelle piazze insanguinate le ho sentite come se fossero le nostre piazze. E a ragione, perché l'Algeria (almeno a un osservatore superficiale come me) sembrava essersi finalmente lasciata alle spalle la guerra atroce conto il GIA; il Marocco era avviato a consolidare un governo tollerante, aperto, persino pionieristico nel riconoscimento di alcuni diritti.

Le bombe hanno messo in crisi tutto questo. Al Quaeda non è un gruppo di scontenti, ma di assassini che vogliono rovesciare a freddo proprio quei regimi "moderati" che dal loro punto di vista sono peggiori persino delle "corrotte" democrazie occidentali.

Non c'era bisogno dell'avvertimento dei servizi segreti che il prossimo obiettivo potremmo essere noi. Basta guardare la carta geografica. Il Magreb lo abbiamo di fronte, e se si insediassero dei regimi fondamentalisti la nostra situazione sarebbe atroce come all'epoca delle scorrerie di Kareddhin il Barbarossa. Senza contare che gli eserciti di quei paesi hanno già missili a media gittata che possono colpire tutto il sud dell'Europa, fino all'Austria meridionale. Non oso nemmeno pensare a cosa potrebbe succedere se cadessero nelle mani sbagliate.

Quesgli scoppi sono già sinistramente rimbombati nelle nostre piazze.

Giovanni Romano

martedì 27 marzo 2007

Marines GB: una confessione sospetta

A leggere bene la notizia della cattura di 15 marines britannici da parte dell'Iran, si resta colpiti da un particolare. L'Iran ha dichiarato che i 15 "hanno confessato" di essere entrati nelle acque territoriali iraniane.

E' fin troppo chiaro che la polizia di certi stati (forse di tutti, all'occorrenza) ha i mezzi per far "confessare" qualunque cosa, anche di avere una spiritromba al posto del naso e due dischi volanti al posto dei piedi. Fuor di metafora, è chiaro che l'Iran avrebbe benissimo potuto fornire la prova dello sconfinamento britannico, ad esempio con la divulgazione dei tracciati radar che hanno condotto alla cattura dei marines. Se non l'hanno fatto, e si sono affidati alla "confessione" dei prigionieri, è chiaro che avranno usato mezzi violenti per estorcerla. Una triste farsa di cui i marines sono semplici, disgraziate pedine.

Giovanni Romano

La patetica illusione delle dodici stelle


Quando è stata approvata la bandiera dell'UE, molti cattolici, anche tra i più conservatori, s'illusero di una implicita citazione delle radici cristiane attraverso il simbolo delle dodici stelle.

Ora, a parte l'osservazione di Ryszard Kapuscinski secondo cui "Tutto ciò che esiste 'non esplicitamente' è come se non esistesse", il resto è pura illusione! L'Europa è più determinata che mai a escludere il cristianesimo dalla propria storia. Basti vedere la risposta villana data a Prodi, che pure sull'argomento non si era scaldato più di tanto (citato su Avvenire, 25 marzo "«Avevo proposto degli emendamenti ma mi sono sentito dire: «Mettiteli in tasca, non li possiamo discutere perché c'è una storia divisa»").

E' infantile aggrapparsi alla consolazione dei simboli quando dietro di essi è venuto meno il loro significato originario. Nella peggiore delle ipotesi, servono solo come specchietto per le allodole.

Giovanni Romano

I dolci veleni della beneficenza

E' di nuovo tempo di beneficenza. A Natale i panettoni, a Pasqua le uova. Tutto contro le malattie. Ma perché mai, spiegatemi, per curare la distrofia dovremmo beccarci il diabete?

Giovanni Romano

sabato 24 marzo 2007

Mentre gli eurocrati si autoincensano...

... Papa Benedetto XVI richiama l'Europa alla realtà con il suo discorso ai rappresentanti della COMECE per i 50 anni del Trattato di Roma:

“Sotto il profilo demografico, si deve purtroppo constatare che l’Europa sembra incamminata su una via che potrebbe portarla al congedo dalla storia. Ciò, oltre a mettere a rischio la crescita economica, può anche causare enormi difficoltà alla coesione sociale e, soprattutto, favorire un pericoloso individualismo, disattento alle conseguenze per il futuro”.

Non ho mai letto un giudizio più lucido, più preciso, più vero rispetto a quello che sta accadendo. Da notare che il sito della BBC World Service non ha degnato di una sillaba l'intervento del Papa (quando ne parla, è solo per diffamarlo, come nel caso del discorso di Regensburg). Questo non mi stupisce, ma è invece estremamente preoccupante che il sito del COMECE, cui era indirizzato il discorso, fino a questo momento non ha riportato il discorso del Papa, limitandosi a una generica esortazione sui "valori" dell'unità europea.

Se è già brutta la burocrazia di Bruxelles, molto peggio certa burocrazia clericale...

Giovanni Romano

Cattolici, non barellieri della storia

Pubblico qui l'estratto di una lettera inviata a un mio amico a proposito della scuola di formazione all'impegno politico che lui mi proponeva. Un progetto bello sulla carta ma con qualche vistosa ambiguità. E questa, tra parentesi, può essere una risposta a Luigi Bobba e al suo libro "Il posto dei cattolici".

Giovanni Romano

Per quanto riguarda la scuola diocesana d'impegno politico, vorrei esprimerti una mia perplessità. Si accusano i cittadini di apatia, qualunquismo, menefreghismo, opportunismo, e in gran parte tali accuse sono vere. Ma anche la classe politica non è esente da colpe. Prendi l'esempio di tanti referendum sistematicamente stravolti e ignorati (compresa la minaccia tutt'altro che vana di cambiare surrettiziamente la legge 40 e di abolire il Concordato).

Partecipare significa avere la disponibilità di esercitare un potere di cambiare le cose a vantaggio proprio o per il bene comune. Se invece il cittadino è chiamato a "partecipare" a decisioni già prese altrove, o a riti che per lui non hanno alcun significato, e non migliorano in nulla la sua situazione reale, è chiaro che alla fine nasce disgusto e avversione per la politica. E di ciò i politici possono ringraziare soltanto se stessi.

Questa apatia, ovviamente, non scoraggia per nulla i furbi e i prepotenti, anzi è per loro garanzia d'impunità. Sarebbe bene che una scuola di formazione politica mettesse a tema soprattutto questo: più che parlare astrattamente di "legalità", si dovrebbe partire dalla situazione attuale di totale *impotenza* dei cittadini verso istituzioni e organi d'informazione autoreferenziali, e studiare come è possibile ricostruire un tessuto sociale dal basso, partecipando non da cittadini anonimi ma da cristiani con una precisa identità e precise, non negoziabili appartenenze.

lunedì 19 marzo 2007

Il vero crimine è il politicamente corretto


La cronaca tranese, nelle prime settimane di marzo, ha registrato due avvenimenti apparentemente remotissimi tra loro, in realtà con dei punti di contatto abbastanza inquietanti. Il primo è il brutale assassinio di Aldomiro Gomez, un “viado” brasiliano di 57 anni, ritrovato nella sua auto con la testa fracassata; il secondo è la presentazione del libro “Boccamurata” della scrittrice anglo-sicula Simonetta Agnello Hornby (vedi foto a lato) presso la rinomata libreria La Maria del porto.

Cosa possono avere in comune due eventi tanto distanti? Prima di tutto, il sesso estremo, nelle sue forme più deviate (vedremo tra breve quale sia l’argomento di “Boccamurata”); in secondo luogo l’atteggiamento ormai apertamente apologetico della stampa e dei media quando si affrontano tali argomenti.

Cominciamo dall’omicidio del povero Aldomiro Gomez, nome d’arte “Tatiana”. Il giornale (Bombonotizie) ha avanzato due ipotesi. La prima, più ovvia, punta a un delitto maturato nell’ambiente degli omosessuali (su questa espressione ritorneremo subito). La seconda chiama in causa un branco di teppisti, denunciati dal Gomez pochi giorni prima di morire perché lo tormentavano e lo molestavano a causa della sua “diversità” (riporto le virgolette “politically correct” che nell’articolo compaiono immancabilmente). In quest’ultimo caso si sarebbe trattato di una vendetta del branco contro il Gomez, reo di essersi ribellato alle sue prepotenze.

A questo proposito, il titolo dell’articolo relativo al delitto coglie, forse involontariamente, un nesso che era già stato intuito dal sindaco di New York Rudolph Giuliani quando aveva cominciato a sbattere in galera i vandali e i “graffitari”. La conseguenza inattesa, ma non illogica, era stata la vistosa diminuzione degli omicidi e dei crimini violenti in città.

Il titolo recita infatti: NON PIU’ ATTI VANDALICI – ADESSO SI TORNA A UCCIDERE. Il riferimento è a precedenti, gravi episodi di teppismo avvenuti nei mesi scorsi (i leoni di pietra della Cattedrale semidistrutti a colpi di spranga, le giostrine devastate, le aiuole calpestate). Tutti segni premonitori di un’abitudine alla violenza e alla prevaricazione che, rimasta impunita, non ha difficoltà a esplodere poi nel delitto. In Italia, anziché fronteggiare il male a viso aperto, si è scelta la strada della resa e della rassegnazione, magari mascherandola da “dialogo”. L’indulto insegna, i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Ma torniamo al caso Gomez. Parlare di delitto “maturato nell’ambiente degli omosessuali” sembra voler spiegare tutto, come se in tale ambiente l’omicidio e la violenza fossero più scontati che altrove, dunque implicitamente più scusabili. A questo punto dovrebbero venirci in aiuto le statistiche, che purtroppo non ho e non so come procurarmi. Devo quindi procedere per congetture. Il primo dato da considerare dovrebbe essere, logicamente, l’incidenza dei delitti e delle violenze in ambito omo o transessuale in rapporto alle persone che vivono questa condizione. Dato di per sé quasi impossibile da determinare, perché solo una piccola minoranza di queste preferiscono venire alla luce, checché se ne dica a proposito dell’”outing”. Bisognerebbe poi confrontare questa percentuale in rapporto ai delitti e alle violenze in ambito eterosessuale, comprese le mura domestiche (dati questi ultimi molto più facili da determinare). Se risultasse che l’incidenza percentuale fosse più alta nella popolazione omo o trans, allora si avrebbe ragione a parlare di uno specifico, pericoloso “ambiente”, altrimenti no.

C’è un mezzo semplicissimo, tuttavia, per porre fine alla ridda delle ipotesi almeno nel caso Gomez. La polizia ha senz’altro i mezzi per accertare se l’aggressione sia stata compiuta da uno o più persone. E mentre scrivo è più che probabile che la scientifica sia giunta a conclusioni definitive. Lo stesso articolista, a dire il vero, concede poco credito all’ipotesi di una vendetta di teppisti, e propende per il delitto omosessuale. Ma implicitamente ne accusa la “società”, rea di aver colpevolizzato il Gomez per la sua “diversità” (sempre tra virgolette!).

Ma è giusto? Possiamo accettare di farci colpevolizzare? Siamo proprio sicuri che quella diversità (senza virgolette, stavolta) debba essere accettata a occhi chiusi? Che io sappia (non sono un esperto, ovviamente…) i trans hanno un numero estremamente alto di partners casuali, di gran lunga superiore a qualsiasi individuo “etero”, uomo o donna. In tanta promiscuità, il rischio d’incontrare il “mostro” o lo psicopatico può essere proporzionalmente più alto che per le stesse prostitute. Proprio questa precarietà, che finisce sistematicamente nell’uso e nell’abbandono reciproco, rende intrinsecamente violenti i rapporti di questo tipo. Dove non c’è garanzia, né fiducia, né voglia di stabilità, è chiaro che i risentimenti e le frustrazioni possono esplodere con la massima violenza, anche per i più futili motivi.

Detto questo, possiamo sbrigativamente liquidare quest’omicidio come se appartenesse a un “milieu” che possiamo guardare con distacco, dall’alto della nostra certezza di non esserne mai contaminati? Al contrario. Confesso di aver provato una grande pietà per la morte squallida e atroce di questo trans, ormai alle soglie della vecchiaia. Ho detto per lui un “Eterno riposo” perché tra non molto tutti l’avranno dimenticato, in primis quelli che l’avranno usato, o che saranno stati usati da lui, per una sera o per poche ore soltanto.

La mia pietà però non va alla sua diversità, che l’ha portato, se mai, a una vita probabilmente depressa e triste, sempre spasmodicamente protesa a una felicità che in uno stato di vita come il suo era impossibile raggiungere. La mia pietà va all’uomo (sì, all’uomo, non al travestito, non alla marionetta!) nel momento in cui ha sofferto ed è morto. Non lo compatisco per quello che aveva di diverso ma per la sofferenza e il dolore che me lo hanno reso vicino. Mi chiedo se in quegli attimi di orrore si sarà reso conto di aver gettato la sua vita nel cestino. Una vita che forse poteva essere ben “diversa”, e stavolta diversa nel senso più giusto.

Ne dubito, però. Sia perché in momenti come quelli non c’è nemmeno il tempo di pentirsi, sia perché l’ambiente, la società, i media benpensanti fanno ormai in modo che non sia nemmeno più pensabile mettere in discussione certe “scelte di vita”, a nessuno deve essere consentito domandare se certe scelte siano giuste o no, distruttive o no. E’ l’utopia del “sane, safe and consensual”, come dicono gli americani. I costi di un piacere cercato soltanto per se stessi devono essere a carico di tutta la società.

Veniamo adesso al secondo episodio, avvenuto più o meno contemporaneamente. Il contesto non potrebbe essere più diverso. Là una stradina solitaria, un appuntamento furtivo e frettoloso, un poveraccio di mezz’età che si trascina dietro le proprie chimere; qui l’ambiente distinto e colto di una libreria, un pubblico gentile e attento, una donna intelligente, di successo, che ha viaggiato molto, sicura di sé e delle sue competenze, che si gode sorridendo le luci della ribalta.

Eppure l’argomento, il “subject-matter” del libro, è, se possibile, ancora più ributtante del delitto Gomez: l’incesto, e peggio ancora la sua giustificazione. Leggiamo infatti dalla presentazione, sempre a cura di “Bombonotizie”: “Scopo dichiarato dell’autrice… è quello di sfatare i tabù che di volta in volta segnano un’epoca o una storia”. Il bersaglio, ovviamente, è sempre lo stesso, attaccato con monotona regolarità da tutti quelli che si credono innovatori: “Sotto accusa è la famiglia, in questo caso una famiglia della Sicilia moderna, colta e ricca, che, sotto l’apparente normalità, si rivela covo di sentimenti innominabili, segreti inconfessabili, passioni impetuose e amori proibiti, il cui fil rouge è rappresentato dal possesso della roba”.

A stendere quest’atto di accusa è un’avvocatessa, nonché giudice minorile, “specializzata e affermata nelle cause su abusi dei diritti di donne e minori”. Non so quale sia la sua posizione su questi casi, ma non mi stupirei se fosse uno di quegli avvocati-avvoltoio, specializzati nello sfascio delle famiglie e soprattutto nella distruzione della figura maschile e paterna, una razza descritta con impressionante nitidezza da Claudio Risé nel suo libro “Il padre – l’assente inaccettabile”.

La trama, ridotta all’osso, è questa: Tito, un ricco industriale siciliano, capo della classica famiglia patriarcale, scopre di essere nato dal rapporto incestuoso tra suo padre e la sorella di lui, la vecchia Zia Rachele. Come se non bastasse, Tito viene a scoprire il segreto della sua nascita da Dante, l’amante omosessuale di suo figlio Santi. Tutto questo fa saltare in aria qualsiasi idea di famiglia "normale". Qual è l’effetto della scoperta su Tito? In altre epoche sarebbe stato sgomento, orrore, vergogna. Qui lo shock è certamente forte, ma non annienta Tito, bensì, al contrario, “suscita la sua rinascita”.

Ma di quale “rinascita” si può trattare? Direi che ha due aspetti, uno soggettivo e uno oggettivo. Il primo è il rifiuto del marchio d’infamia e della vergogna che di solito si accompagnano a scoperte del genere. Dal momento che nessuno può scegliersi lo stato di vita in cui nascere, questo rifiuto di accollarsi la colpa può sembrare a prima vista giustificato. Ma c’è una seconda implicazione, più sottile e per così dire “oggettiva”, che mira esplicitamente a giustificare l’incesto in quanto tale, fin quasi a dargli pubblica dignità, nel momento stesso in cui si accusa e si svilisce la famiglia. Che importa se a far nascere Tito sia stato un rapporto tra fratello e sorella? L’importante è che abbia avuto le cure e l’affetto di cui aveva bisogno. Zia Rachele ha saputo non solo fargli da madre, ma essergli madre; allora il tabù non sarebbe altro che una convenzione bigotta, messa in giro dai preti per tenere in soggezione le donne e gli immancabili “diversi”.

Di fronte a tanta apertura culturale, noi italiani che ancora ci dibattiamo alle prese coi DI.CO. facciamo la figura dei provinciali senza speranza. L’Inghilterra è silenziosamente entrata, e da tempo, in una combinazione tra i peggiori incubi totalitari di George Orwell e quelli eugenetici di Aldous Huxley. Una Sodoma che trova “normale” la segregazione alla rovescia a favore degli omosessuali (gli “etero” non vengono ormai ammessi in alcuni alberghi abitualmente frequentati dai gay), in cui si sta per dare il via libera alla creazione di ibridi uomo-animale, dove i matrimoni sono scesi al minimo storico da centoundici anni, dove si legalizzano le adozioni gay e dove siamo ai primi posti mondiali per delinquenza e alcoolismo giovanile, che scrupolo volete che si faccia di fronte a un rapporto incestuoso?

Ma se gli inglesi chiudono tranquillamente gli occhi davanti a tutto questo (in nome della solita “tolleranza” che vieta di fare domande) noi poveri provincialotti qualche domanda ce la poniamo lo stesso, se non altro grazie alla nostra rozzezza.

Chiediamoci prima di tutto: chi l’ha detto che l’incesto sia solo “uno dei tanti” tabù che “di volta in volta” hanno segnato un’epoca o una storia, quasi che fosse possibile cambiarli e superarli a piacimento? Se c’è una proibizione più costante, più tenace, più universalmente sentita da tutti i popoli, da tutte le culture e in tutti i tempi è proprio quella dell’incesto.

Non tanto, e non solo, per la paura dei danni che possono derivare dall’”inbreeding”, ma per un orrore ancora più profondo che nessun sofisma può demolire: la vita è movimento, apertura all’altro, fluire di generazioni che passano le consegne a quelle successive. Nell’incesto si commette violenza contro la vita sia "incartandola" nel rapporto endogamico tra fratelli, sia addirittura tornando indietro come nel rapporto genitori/figli. Perché Edipo si acceca e Giocasta si uccide, pur essendo assolutamente inconsapevoli di essere madre e figlio, nel momento in cui si univano in matrimonio?

Nell’Edipo Re, in verità, si tocca uno dei vertici della tragedia umana: perché l’uomo sia colpevole di un destino che non avrebbe potuto evitare in nessun modo, e debba ugualmente espiarlo. Quel che faceva inorridire i Greci non era infatti la colpa soggettiva ma la violazione di un ordine oggettivo (Edipo non è un malvagio ma uno sventurato). Alla base della tragedia vi è l’uccisione del Padre e la profanazione del suo talamo. Sono andati distrutti sia il rispetto verso il Padre che la distanza, anch’essa piena di rispetto, nei confronti della Madre.

La vita, anziché scorrere verso le nuove generazioni, è tornata indietro, si è ripiegata su se stessa. La pestilenza che cade su Tebe non è solo il castigo esterno degli dei, ma il segno di questa vita corrotta e bloccata. Quello che Edipo e Giocasta hanno generato è solo vita apparente, destinata a distruggersi (Eteocle e Polinice) o a perire di morte violenta (Antigone), perché una volta ucciso il Padre nessuno è più in grado di essere veramente padre.

Tutto ciò, ne sono certo, non turba né interessa minimamente la Aniello Hornby. Quello che conta, per lei e per la cultura cui appartiene, sono solo i sentimenti soggettivi: se uno “accetta” la propria condizione e ci si trova bene, perché no? Se non c’è un ordine dato fuori di noi da rispettare, certo che il tabù dell’incesto è solo un sopruso e un inutile senso di colpa! Anzi il sopruso più grande è il matrimonio, perché fissa i ruoli, vincola le volontà, non permette di andare oltre un limite certo nei rapporti tra consanguinei.

Nell’ideologia della Hornby non è “l’ipocrisia” della famiglia a essere messa sotto accusa, ma la famiglia in quanto tale. Confesso che avrei un po’ di perplessità, anche a livello personale, verso chi “si trova perfettamente a suo agio nel raccontare le vicende familiari più torbide”. Nemmeno l’ombra di un dubbio, il sussulto di un minimo disagio? A nessuna domanda è permesso di venire a importunare la coscienza?

Probabilmente cercheremo invano tutto questo. C’è soltanto la figura “impassibile e distante” della Zia Rachele, la madre incestuosa di Tito. La recensione di “Bombonotizie” non dice nulla sui motivi che l’hanno portata all’incesto con il fratello Gaspare. Ma è facile escludere che il distacco e l’impassibilità di Rachele siano dovuti a rimorso per quello che è avvenuto (e che lei, a differenza di Tito, avrà voluto consapevolmente). Sarà probabilmente un senso di superiorità intellettuale (lei, nonostante l’età, è ancora “lucida e vivace”), una commiserazione sprezzante per chi ancora è rimasto ancorato a certi “tabù”. Forse la Zia Rachele è un autoritratto spirituale dell’autrice, donna colta e ormai definitivamente emancipata, al di sopra della massa ignorante.

Il libro si chiude su una nota di speranza, dice la recensione. Speranza in chi, in cosa? Soltanto in se stessi, presumibilmente. E’ vero che i figli non devono pagare per le colpe dei padri, ma è altrettanto vero che ogni generazione è responsabile dei figli che metterà al mondo, e che l’incesto distrugge l’idea stessa di paternità. Ma per una mentalità come quella cui appartiene la Hornby il vero tabù è interrogarsi sul significato e le conseguenze delle proprie azioni. Non basta portare alla luce e pubblicizzare un atto intrinsecamente cattivo perché diventi socialmente accettabile.

Dispiace dover dedicare tanto tempo ed energie a temi prima confinati nella sfera dell’intimo, più ancora che del privato. Il fatto è che il concetto stesso di persona è diventato pubblico, negoziabile. Quanto più si rivendica la privatizzazione selvaggia delle scelte familiari e sessuali tanto più si cerca d’imporle per legge, distruggendo gli istituti giuridici esistenti e creandone altri. Più si cerca di appartenere soltanto a se stessi, più si chiama in soccorso la mano pubblica. Si creano così esseri soli, atomizzati, dipendenti in tutto e per tutto dai meccanismi impersonali della burocrazia (basti vedere quanto è burocratica la proceduta per mettere in piedi un DI.CO.).

Il profondo fil rouge che lega l’assassinio di Aldomiro Gomez e il libro di Simonetta Agnello Hornby non sta soltanto nell’arbitrario stravolgimento della sessualità umana, ma soprattutto nell’atteggiamento chiaramente apologetico della stampa nei loro confronti. E se questa è la stampa locale, figuriamoci quella nazionale! I comportamenti e le “scelte” (anzi, si preferisce la parola neutra “orientamenti”) diventano insindacabili, dei dogmi assoluti, e guai a chi li mette in discussione.

Inutile dilungarsi sulle conseguenze, anche se va osservato che tutte puntano alla soppressione e all’impoverimento della vita umana. L’unica differenza, se mai, è che Aldomiro Gomez ha pagato di persona, mentre la Agnello Hornby probabilmente continuerà ancora per molti anni a incassare lauti profitti per quello che scrive, e per le famiglie che, come avvocato, contribuisce con tanto zelo a sfasciare.

Giovanni Romano

martedì 6 marzo 2007

Spammers

Giornali e notiziari Web segnalano con preoccupazione l'aumento esponenziale dello spam. E' certamente vero, ma posso dire che in questo momento sono inspiegabilmente fortunato.

Fino a qualche settimana fa ricevevo dagli 80 ai 110 messaggi spazzatura al giorno, ora si sono ridotti a 10-12. Forse avranno pescato e mandato in galera qualche spammer, oppure i filtri saranno stati migliorati.

In ogni caso, è una notizia che fa molto piacere.

Giovanni Romano