mercoledì 24 novembre 2010

Limousine


Domenica scorsa è passata sotto casa mia una limousine mostruosamente lunga come il modello della foto. Era dipinta di bianco e rosa e sembrava un confetto gigantesco, pareva le mancasse solo un fiocco legato sopra. Un capolavoro kitsch. La precedeva un veicolo pubblicitario anch'esso bianco e rosa dov'era scritto il nome dell'agenzia che la noleggiava per matrimoni.
Non ho potuto fare a meno di sorridere amaramente. Le macchine per la festa nuziale diventano sempre più lunghe proprio quando i matrimoni diventano sempre più corti o stanno scomparendo del tutto.
Ma si ostenta di più, temo, appunto perché il matrimonio sta perdendo d'importanza. Più viene meno la convinzione che sia una cosa capitale e definitiva, più si cercano lo sfarzo e l'ostentazione, ormai oltre i limiti della pacchianeria più volgare.
Prendiamo ad esempio un altro degli aspetti attraverso cui si è banalizzato il rito delle nozze, i fotografi. In quel giorno gli sposi sono praticamente degli ostaggi in mano loro, vengono costretti ad assumere le pose più strane, a volte persino buffonesche, sbatacchiati da uno sfondo all'altro e da un tavolo all'altro (quest'ultima è una fatica spiacevole ma necessaria, noblesse oblige!). Quanto tempo resta per pensare a quello che si sta facendo, a vivere un giorno che non tornerà mai più e che dovrebbe segnare un punto di svolta nella vita?
Non parliamo poi di quello che succede in chiesa. Si riprende di tutto, anche le inquadrature più banali e insignificanti, con primi piani esasperati degni di una telenovela di terz'ordine, ma non resta niente di essenziale. Se mi fossi sposato, avrei chiesto esplicitamente che nel filmato del matrimonio fosse registrata per intero l'omelia del sacerdote, che viene sempre saltata. Questo per ricordarmi sempre delle ragioni di quel giorno, dei passi che era stato necessario fare per arrivare a quel momento, degli obblighi e delle gioie che ci avrebbero attesi. Sempre sperando che il sacerdote fosse all'altezza, ma anche la peggiore delle omelie è comunque meglio della melensaggine di certe inquadrature.
Preferirei di gran lunga vedere macchine più corte e matrimoni più lunghi.
Giovanni Romano

domenica 31 ottobre 2010

Piccolo innocuo antidoto per Halloween...


Lo ammetto, gli anni scorsi avevo preso Halloween molto più sul ridere, ma mi sto ricredendo mano a mano che ho visto quanto stia dilagando una mentalità impregnata di morte. Non credo però che il rimedio sia scagliarsi a testa bassa contro questa "festa" (chiamiamola così: che cosa ci sia da festeggiare negli scheletri, nelle tombe e nei fantasmi proprio non lo so).

Personalmente ho trovato un piccolo rimedio, o meglio mi è capitato di trovarlo senza pensarci. Avevo notato che da molti anni ormai non ci si fanno più gli auguri di Buon Onomastico per la Festa di Ognissanti. E allora ieri, prima che la scuola chiudesse per un paio di giorni, ho augurato Buon Onomastico a tutti i colleghi che ho incontrato e alle classi dove sono stato presente.

Ho visto negli occhi di tutti un breve lampo di meraviglia, ma nessuno, dico nessuno, si è mostrato scontento o si è offeso. I più anzi mi hanno ricambiato di cuore l'augurio, quasi con gratitudine perché qualcuno si è ricordato di loro e gli ha fatto capire che erano importanti, e che la loro presenza era una cosa buona.


A quale punto di deserto spirituale siamo arrivati, ho riflettuto, se nessuno ormai si aspetta più niente? O meglio, siamo noi cristiani ad aver dimenticato che il cristianesimo è innanzitutto positività, non moralismo. Un augurio vale più di mille prediche, perché ci sono molti più cuori addormentati che cuori cattivi. E c'è bisogno di risvegliarli.
Giovanni Romano

venerdì 29 ottobre 2010

Il relativismo è scuola di indifferenza verso la vita umana: la "lectio magistralis" dell'Arcivescovo di Denver






Dal sito Catholicnewsagency.com propongo questa riflessione impietosa e coraggiosamente controcorrente dell'Arcivescovo di Denver durante un seminario di studi tenuto in Canada. Certe esperienze d'oltreoceano meritano di essere conosciute anche qui perché la situazione è ormai identica. Buona lettura.



Oggi i giovani hanno perso “il vocabolario morale”,
dice l'arcivescovo Chaput



VICTORIA, Canada, 16 ottobre 2010 / 06:08 (CNA/EWTN News) – Parlando a una conferenza nella Columbia Britannica, l'arcivescovo di Denver Charles Caput ha affermato che i cattolici oggi hanno mancato di trasmettere la fede alla prossima generazione, il che ha avuto come risultato che i giovani hanno perso il loro “vocabolario morale”.

Il prelato di Denver ha pronunciato le sue osservazioni il 15 ottobre durante il seminario “La fede nello spazio pubblico” sponsorizzato dalla Diocesi di Victoria, aprendo il suo discorso con un riferimento al famoso racconto breve di Shirley Jackson “La lotteria”.

Il racconto della Jackson – ambientata nell'America rurale degli anni '40 – racconta la storia di una piccola città che si riunisce ogni anno per implorare una forza senza nome affinché conceda alla gente un buon raccolto di granturco. Ogni anno gli abitanti della cittadina estraggono un pezzo di carta da una scatola di legno per vedere chi sarà scelto per un sacrificio umano. Una giovane madre finisce per estrarre il funesto biglietto nero e viene lapidata dalla comunità come parte del rituale annuale.

Riflettendo sul brano della Jackson, l'arcivescovo Chaput ha citato l'analisi della professoressa Kay Haugaard sul modo in cui nei decenni scorsi i giovani universitari avrebbero reagito con passione al racconto, coinvolgendosi in intensi dibattiti e discussioni in classe.

“Lei ha detto che nei primi anni '70 gli studenti che leggevano il racconto esprimevano shock e indignazione”, ha puntualizzato l'arcivescovo Chaput. “Il racconto provocava dibattiti veementi su argomenti di grande importanza: il significato del sacrificio e la tradizione, i pericoli del pensiero conformista e la cieca obbedienza al capo, le esigenze della coscienza e le conseguenze della vigliaccheria”.

“Ma a partire dalla metà degli anni '90, tuttavia, le reazioni hanno cominciato a cambiare”, ha proseguito l'arcivescovo.

“La Haugaard ha descritto una discussione in classe che – per me – è stata più inquietante dello stesso racconto. Gli studenti non avevano nulla da dire se non che la storia li annoiava. Così la Haugaard gli chiese cosa pensassero sugli abitanti del villaggio che sacrificavano ritualmente uno dei loro per il bene del raccolto”.

“Uno studente, che parlava in tono molto razionale, ha sostenuto che molte culture hanno tradizioni di sacrificio umano”, ha proseguito l'arcivescovo. “Un altro ha detto che la lapidazione potrebbe essere stata parte di 'una religione stabilita da molto tempo' e quindi accettabile e comprensibile”.

Un'altra studentessa ha sollevato l'idea della “sensibilità multiculturale”, dicendo di aver appreso a scuola che “se fa parte della cultura di una persona, ci è stato insegnato che non dobbiamo giudicare”.

“Mi è tornata in mente l'esperienza della Haugaard con 'La lotteria' mentre mi preparavo per questa breve conversazione”, ha spiegato il prelato.

“La nostra cultura ci catechizza ogni giorno. Funziona come acqua che cade goccia a goccia su una pietra, erode le sensibilità morali e religiose, e lascia un buco dove solevano esserci le loro convinzioni”

“L'esperienza della Haugaard”, ha aggiunto, “ci insegna che ci è voluta meno di una generazione perché questa catechesi producesse un gruppo di giovani adulti che non sono più in grado di prendere una posizione morale contro l'assassinio rituale di una giovane donna. Non perché fossero codardi, ma perché hanno perso il loro vocabolario morale”.

“I cristiani nel mio paese e nel vostro – e in tutto l'Occidente, in generale – hanno compiuto un lavoro immenso per trasmettere la nostra fede ai nostri figli e alla cultura in generale”, ha osservato l'arcivescovo Chaput.

“Invece di cambiare la cultura intorno a noi, noi cristiani abbiamo lasciato di farci cambiare dalla cultura. Abbiamo fatto un compromesso troppo al ribasso. Non vedevamo l'ora di assimilarci e di adattarci. E nel processo siamo stati sbianchettati e assorbiti dalla cultura alla quale eravamo stati mandati per santificarla”.

“C'è bisogno che lo riconosciamo ad alta voce, e c'è bisogno che corriamo ai ripari”, ha affermato. “Per troppi di noi, il cristianesimo non è una relazione filiale con il Dio vivente, ma un'abitudine e un'eredità acquisita. Siamo diventati tiepidi nella nostra fede, e ingenui nei confronti del mondo. Abbiamo perduto il nostro zelo evangelico, e abbiamo mancato di trasmettere la nostra fede alla prossima generazione”.

Rinnovare la catechesi cattolica allora, ha aggiunto l'arcivescovo Chaput, “ha poco a che fare con le tecniche, o le teorie, o i programmi, o le risorse. La questione centrale è se noi crediamo davvero o no. La catechesi non è una professione. E' una dimensione di sequela. Se siamo cristiani, siamo chiamati tutti a essere maestri e missionari”.

Tuttavia, ha osservato il prelato di Denver, “Non possiamo condividere ciò che non possediamo. Se gli insegnamenti della Chiesa ci imbarazzano, o se siamo in disaccordo, o se abbiamo deciso che sono troppo difficili per essere vissuti, o troppo ardui da spiegare, allora ci siamo già sconfitti da soli”.

“Abbiamo bisogno di credere davvero in quel che sosteniamo di credere”, ha ribadito. “Bisogna che smettiamo di chiamarci 'cattolici' se non stiamo con la Chiesa nei suoi insegnamenti - nessuno escluso”.

Nelle sue osservazioni conclusive, l'arcivescovo Chaput ha aggiunto che “Se siamo realmente cattolici, o quanto meno se vogliamo esserlo, allora c'è bisogno che agiamo da cattolici con zelo e obbedienza, e il fuoco di Cristo nei nostri cuori”.

“Dio ci ha dato la fede per condividerla. E per questo ci vuole coraggio. Ci vuole una deliberata demolizione della nostra vanità. Quando lo facciamo, la Chiesa è forte. Quando non lo facciamo, diventa debole. Tutto qui”.

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Giovanni Romano

giovedì 28 ottobre 2010

L'ombrellaio, un mestiere irrazionale


Con l'arrivo della cattiva stagione si tirano fuori gli ombrelli, e prima o poi si presenta la necessità di ripararli. Qualche folata di vento che lascia una stecca deformata, il puntale che si piega, un fermo della tela che si stacca, ed ecco che l'ombrello diventa quasi inutilizzabile se non interviene una riparazione.

Il problema è trovare dove ripararli. Gli ombrellai sono praticamente spariti, e solo rarissimamente, non più di una volta all'anno, passa dalle mie parti un ambulante in macchina, che chiama i clienti col megafono. Ma come fa uno che abita al quinto o al settimo piano a precipitarsi in strada nei trenta secondi scarsi che quello resta ad aspettare? Non può certo mettersi a inseguirlo! Va a finire invariabilmente così: l'ambulante passa oltre perché non dà a nessuno il tempo di rispondere, e torna sempre meno perché crede che nessuno abbia bisogno di lui. Un circolo vizioso che ha fatto sparire un mestiere.

Quali possono essere le cause? Probabilmente la nostra abitudine allo spreco e gli affitti troppo alti dei locali che hanno costretto gli ombrellai a diventare girovaghi. Ci potrebbero essere dei rimedi? Forse uno o due: l'ambulante potrebbe usare il megafono per dare un numero di cellulare dove raggiungerlo, o meglio ancora potrebbe lasciare dei volantini con le indicazioni su come contattarlo.

Perché mi occupo di un problema in apparenza tanto marginale? Perché l'ombrello, almeno per me, è un oggetto che ci appartiene più profondamente di molti altri. Quando piove lo sentiamo protettivo più di un impermeabile o di un cappuccio. Ci appartiene anche perché, volenti o nolenti, dobbiamo averne cura e siamo costretti a non dimenticarlo. Il suo aspetto e il suo stile sono un messaggio anche nei confronti degli altri, comunicano a distanza quello che siamo. Quando si guasta o lo dobbiamo buttare, credo che nessuno lo faccia con l'indifferenza con cui si butta via uno stuzzicadenti.

Non dobbiamo infine dimenticare che con la crisi diventa più conveniente ripare che buttare. Del beneficio ambientale, e del cambiamento positivo di mentalità che viene dal rifiutare l'usa-e-getta, non è nemmeno il caso di parlare tanto la cosa è evidente.

Giovanni Romano

Una modesta proposta ai baristi...

Sinceramente non so come facciano i baristi a vivere tutto il giorno con la musica a tutto volume. Forse bisognerebbe condurre degli studi di psicologia e di medicina del lavoro per esaminare le conseguenze di un'esposizione tanto prolungata e incontrollata.

Quello che so è che a me, entro certi limiti, piacciono i posti animati e pieni di vita. Si fanno tante lodi del silenzio ma, nella mia vita almeno, il silenzio ha significato solo il vuoto, il deserto affettivo o l'abbandono delle persone alle quali ho voluto bene.

Ma una cosa è l'animazione spontanea di una compagnia, un'altra è il chiacchiericcio interminabile della radio o peggio ancora della TV. Per questo proporrei a qualche barista coraggioso di istituire dei locali "radio/TV-free" dove dovrebbe esserci posto solo per le voci umane, o al massimo per la musica dal vivo. Locali del genere dovrebbero già essere presenti soprattutto al Nord. Chissà cosa succederebbe se ci liberassimo dalla paura nevrotica non del silenzio, ma di ascoltarci come veramente siamo.

Giovanni Romano

sabato 11 settembre 2010

BBC: Dai cattolici adulti ai cattolici per soli adulti...


Dal sito http://www.catholicnewsagency.com/

Il Cardinale O' Brien accusa la BBC di cercare di “umiliare” il Papa, e dice che è tempo di nominare un direttore per le trasmissioni religiose

LONDRA, 6 settembre 2010 / 09:02 am (CNA/EWTN News) – Il cardinale Keith O' Brien, la massima autorità cattolica in Scozia, ha accusato domenica la BBC di essere contaminata da “una mentalità radicalmente secolarista e socialmente libertina”. Poi il prelato ha aggiunto che l'ente pubblico diretto da Mark Thompson, un cattolico 52enne educato dai gesuiti, dovrebbe nominare immediatamente un direttore per le trasmissioni religiose.

Il Cardinale O' Brien, che è arcivescovo di St. Andrews e di Edimburgo, ha accusato anche la BBC di tramare un “colpo gobbo” ai danni del Vaticano in un documentario sugli abusi sessuali dei sacerdoti in occasione della visita di Papa Benedetto XVI in Gran Bretagna.

“Questa settimana il direttore generale della BBC ha ammesso che l'ente ha mostrato 'pesanti pregiudizi' [bias] nella copertura politica per tutti gli anni '80, riconoscendo l'esistenza di una parzialità [bias] politica istituzionale”, ha detto il Cardinale.

“La nostra dettagliata ricerca sulla copertura giornalistica della BBC sul cristianesimo e in generale e sul cattolicesimo in particolare, assieme a un'analisi sistematica di quanto ha pubblicato la Chiesa cattolica, ha rivelato una costante parzialità istituzionale anticristiana”, ha aggiunto.

Come prova, il Cardinale O' Brien indicato il declino del 15 per cento della programmazione religiosa nel corso degli ultimi vent'anni. Inoltre, ha aggiunto, fonti interne alla BBC hanno ammesso in privato che nell'emittente esiste una intolleranza culturale contro il cristianesimo.

“Alcuni capiservizio hanno ammesso alla Chiesa cattolica che una mentalità radicalmente secolarista e socialmente libertina pervade le loro redazioni. Questo macchia tristemente il modo in cui la BBC dà notizia delle questioni religiose, particolarmente nelle questioni che riguardano la fede cristiana”.

L'arcivescovo di Edimburgo ha espresso la sua preoccupazione che la BBC userà un documentario che sarà trasmesso prossimamente, intitolato “Benedetto – Processo a un Papa” (1) per “umiliare il Pontefice in coincidenza con la sua visita in Gran Bretagna”. Il programma è stato creato da Mark Dowd, un ex frate domenicano omosessuale, e andrà in onda il 15 settembre [La visita del Papa comincerà il 16 settembre, N.d.T.].

Il Cardinale si è unito al recente appello della Chiesa d'Inghilterra affinché la BBC nomini un direttore all'informazione religiosa per affrontare il problema del declino e della parzialità dell'informazione religiosa.

La BBC ha immediatamente respinto le critiche del Cardinale O' Brien sul suo modo di fare informazione religiosa. Una portavoce ha detto al Telegraph che “il dipartimento cronaca e affari interni della BBC ha un corrispondente religioso a tempo pieno”.

Infatti, l'anno scorso la BBC ha nominato il sig. Aaqil Ahmed come capo delle trasmissioni religiose, il primo musulmano a raggiungere quella posizione.

Nondimeno Roger Bolton, che presenta la trasmissione “Feedback” di Radio 4, ha detto agli inizi di quest'anno in una cerimonia di premiazione a Londra che la prospettiva religiosa è stata spesso “assente in modo sconcertante” sia nelle trasmissioni che dietro le quinte delle discussioni di redazione.

“La BBC Television, a differenza della BBC Radio, sembra essere nelle mani dei secolaristi e degli scettici, che considerano la copertura delle notizie religiose come un obbligo alquanto seccante da minimizzare il più possibile anziché un'area ricca e promettente da esplorare”, ha detto Bolton.

Ha notato inoltre che Aaqil Ahmed aveva uno stato di servizio di prim'ordine a Canale 4, ma che alla BBC il suo “campo da gioco” era “più simile a un cortile da pallamano che a uno stadio di calcio”.

Bolton ha aggiunto che la BBC News dovrebbe nominare un direttore delle trasmissioni religiose con anzianità e di prestigio paragonabili al caposervizio agli affari economici Robert Peston, così da apparire in prima fila nei suoi bollettini radio e TV.

“La BBC News ha bisogno di un direttore delle trasmissioni religiose in grado di apparire sui media per interpretare i più recenti sviluppi religiosi in patria e all'estero, ma ancor più per introdurre un punto di vista religioso su una vasta gamma di questioni come gli affari esteri e i dilemmi medici dove questa prospettiva è tanto spesso assente, e in modo così sconcertante”, ha dichiarato Bolton.

Copyright © CNA
http://www.catholicnewsagency.com/

Unautorized translation by
Giovanni Romano

(1) Il titolo originale è volutamente ambiguo: “Benedict - The Trials of a Pope”. In inglese, “Trial” può significare tanto “processo” quanto “prova, tribolazione”. Non c'è dubbio però a quale dei due significati faccia riferimento la BBC. [N.d.T.]

domenica 5 settembre 2010

Presentazione del libro "Un Anno alla finestra" di Gianfranco Amato


Sabato 4 settembre ho presentato alla libreria "La Maria del Porto" di Trani il libto dell'avv. Gianfranco Amato "Un anno alla finestra". Ecco la foto della serata, arricchirò quanto prima il post coi miei commenti. Questo è il mio discorso di presentazione:




Buonasera a tutti. E' per me un grande onore, e anche – lo confesso – un'emozione non da poco prendere la parola in questa sala che ha ospitato autori, scienziati, docenti universitari, artisti di rilievo nazionale e internazionale. Devo ringraziare particolarmente la disponibilità cordiale e senza riserve della Signora Rosanna Gaeta, che Voi tutti conoscete, e che stasera ci permette di affrontare un dibattito di scottante e controversa attualità. Ma prima d'introdurre brevemente il libro consentitemi d'introdurre l'autore, al quale mi lega un profondo rapporto di amicizia e di stima da molti anni. Se questo andrà a discapito dell'obiettività della presentazione lo lascerò giudicare a voi, anche se penso che questo ambiente pacatamente laico fornirà un pubblico informato per dibattere le tesi che verranno illustrate.

Ho conosciuto l'Avvocato Gianfranco Amato negli anni '90 quando insegnavo Diritto ed Economia in provincia di Grosseto, ed è per me non solo un grande amico ma anche un esempio di dinamismo, determinazione, coerenza cattolica e rigore intellettuale, L'Avvocato Amato è nato a Varese nel 1961 e si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Collabora con “Avvenire”, “IlSussidiario.net”, “L'Occidentale” e altre testate giornalistiche. E' presidente dell'associazione “Scienza & Vita” di Grosseto, di cui è stato socio fondatore. E' membro e consulente legale dell'organizzazione britannica CORE (Comment on Reproductive Ethics) con sede a Londra, per conto della quale collabora in diverse azioni legali su tematiche bioetiche. E' rappresentante per l'Italia dell'organizzazione Advocates International.

Di fronte a una persona così impegnata, il titolo del libro può suonare paradossale. Chi s'impegna in tante attività e si espone a tante controversie fa tutto tranne che stare alla finestra! Ma questa espressione non ha nulla a che vedere col disimpegno, come chiarisce lo stesso Autore nell'introduzione: “L'idea della finestra (...) si ricollega, in realtà, a una felice immagine utilizzata da Mons. Luigi Giussani: 'La libertà non è l'attività che l'uomo svolge prendendo se stesso come misura di tutte le cose, come spazio in cui essere padrone, ma una finestra spalancata su una realtà che non ha mai finito di essere inquisita, in cui l'occhio penetra sempre più'. La finestra è la ragione che, illuminata dall'intelligenza della Fede e libera dalla schiavitù del preconcetto ideologico, riesce a guardare, osservare, valutare, interpretare e giudicare la realtà”.

Questo non è un libro scritto per lasciare alla finestra chi lo legge. E' la raccolta degli editoriali scritti dal Dott. Amato nell'arco di un anno, dal marzo del 2009 al marzo del 2010, su temi quali l'aborto, l'eutanasia, le manipolazioni genetiche, l'avanzata dell'omosessualismo, la sempre crescente discriminazione dei cristiani in Europa e la parallela preponderanza dell'islam, la “creatività” di certe sentenze che aggirano le leggi a difesa della vita umana o impongono una cultura laicista, più che laica. Senza dimenticare l'Italia, cui sono dedicati alcuni drammatici articoli sul caso Englaro o sull'uso politico della giustizia, il punto di osservazione privilegiato è l'Inghilterra, che in questo momento si può definire, secondo l'espressione di Papa Giovanni Paolo II, “l'epicentro geopolitico della cultura della morte”. Attraverso l'analisi puntuale e documentata di quello che avviene laggiù, l'Avvocato Amato mostra impietosamente i limiti e le aberrazioni di una cultura dove è ammesso qualsiasi punto di vista tranne quello cristiano, dove la common law e la sovranità dello stato vengono progressivamente erose dal diffondersi dei tribunali islamici, dove ci si sbarazza dei feti come rifiuti ospedalieri ma si minaccia di morte chi ha fatto del male a una gatta, dove si organizzano grandi campagne mediatiche per salvare le balene ma si fa aperta propaganda per imporre l'aborto di massa ai paesi del Terzo Mondo perché i bambini “aggravano l'effetto serra”. Può succedere anche qui, anzi si vuole deliberatamente che succeda anche qui.

A me, devo dire la verità, questo libro ha richiamato alla mente, su scala ovviamente molto diversa, le Lettere persiane di Montesquieu. Come il filosofo illuminista francese aveva messo a nudo le assurdità, le iniquità e le contraddizioni dell'ancien régime attraverso gli occhi di un estraneo, che si presumeva libero da pregiudizi, così il Dott. Amato ci mostra la realtà con uno sguardo che probabilmente siamo ormai disabituati a usare, lo sguardo di un credente, cioè di chi ormai viene considerato un estraneo da una certa mentalità laicista. Non per niente già il poeta T. S. Eliot aveva parlato della Chiesa come della “Straniera” e non per niente già dagli anni '40 George Orwell aveva dato per scontato che molte persone, sentendo la parola “Dio”, provavano “un senso di raggelato disgusto”. A tal punto la fede è stata scissa dalla ragione

Lo sguardo dell'Autore ci costringe a prendere atto di ciò che forse non vorremmo vedere, come ad esempio i disagi e le difficoltà impreviste – e molto spesso taciute – che comporta la società “multiculturale”; ci rivela i costi umani di tanti nuovi “diritti umani”, come ad esempio il disagio dei bambini che si trovano a essere adottati da coppie omosessuali o che vivono il trauma del divorzio dei propri genitori; il cinismo, la solitudine e i gravi pericoli che si nascondono dietro l'espressione “morte dignitosa”; ci rivela l'impoverirsi progressivo dei rapporti umani dove per legge si cominciano a cancellare le parole “padre” e “madre”, perché con la fecondazione artificiale e il matrimonio omosessuale non hanno più significato; ci rivela lo svuotamento del tempo dov'è cancellato il Natale. Se qualcuno di voi pensa che io stia esagerando, in primo luogo ascolti l'Autore, e poi prenda nota di due fatti. Primo, dai nostri telegiornali sono silenziosamente scomparse le parole “marito” e “moglie” sostituite sistematicamente da “compagno” e “compagna”, quasi che un impegno di vita come il matrimonio non avesse più rilievo. Secondo, questa sera alle 22,30 a Bisceglie Magdi Cristiano Allam presenterà il suo libro “Grazie Gesù” nel quadro dell'iniziativa “Libri nel borgo antico”. Il GR Puglia di ieri alle 12,00 ha dato notizia della presentazione di tutti gli altri libri ma di questo ha taciuto. Sono episodi che dovrebbero farci riflettere e sui quali vi prego di riflettere.

Vi ho dato un elenco molto sommario degli argomenti e degli spunti che il libro contiene, l'Autore li svilupperà a fondo. Ma non posso esimermi dal porgli io stesso alcune domande. Cosa è successo alla nostra coscienza? Il cristianesimo, specialmente se ha incidenza a livello pubblico, è diventato semplicemente un'imposizione o un'anticaglia di cui sbarazzarsi? E' solo un ostacolo sul percorso di una società relativista e “multiculturale”? Quali dimensioni della persona va a toccare l'appartenenza cristiana, tanto da mettere profondamente a disagio chi non l'accetta? Se andrà perso il cristianesimo, cosa succederà all'uomo? E se si ammette invece la dignità culturale di una posizione religiosa, a quale livello si può dialogare con i laici?

Buon ascolto.
Giovanni Romano

lunedì 30 agosto 2010

Una gatta nel cassonetto, gli embrioni nel WC e altri orrori

Non sono mai molto preciso nelle mie citazioni, ma senz'altro ricorderete che due o tre giorni fa il TG2, ormai specializzato nell'animalismo politically correct, ha riportato una storia tanto stupida quanto sconcertante avvenuta – manco a dirsi – in Inghilterra.

Una donna ha buttato la gatta dei vicini nel cassonetto dell'immondizia. Ripresa dalle telecamere di sorveglianza, il video ha fatto il giro del mondo su Youtube e contro di lei si è sollevato un vero uragano di rabbia e di odio. Alla donna sono arrivate numerosissime proteste e gravi minacce di morte, tanto che gli stessi proprietari della gatta hanno dovuto lanciare un pubblico appello alla calma.

Questa vicenda lascia esterrefatti, e per molte ragioni. La prima, ovviamente, è l'assoluta sventatezza della colpevole, che ha dichiarato di aver agito "solo per scherzo". Già questa stupidità è il sintomo inquietante di una diseducazione al rispetto e alle conseguenze delle proprie azioni. Ma ancora più inquietanti sono gli altri particolari che la vicenda ha messo in luce.

Il primo sono le telecamere di sorveglianza. L'avvertimento di Orwell è caduto completamente nel vuoto, e proprio nel suo paese natale. L'Inghilterra oggi è di gran lunga il paese più spiato al mondo, il che non ha impedito gli attentati di Londra. Cosa ci facevano delle telecamere puntate persino sulla spazzatura? Forse c'era accanto qualche banca o qualche ufficio di pubblico interesse, ma può darsi che il loro compito fosse proprio quello di sorvegliare chi buttava i rifiuti, magari per multare chi non si atteneva ai sacri canoni della raccolta differenziata. E già questa intrusione è abbastanza antipatica.

Ma molto più grave è stata la reazione violentissima, ben oltre i limiti dell'isteria, contro la donna. Un paese come l'Inghilterra ha completamente stravolto le categorie dell'umano. Qualche anno fa, nessuno reagì quando un medico dichiarò di essersi sbarazzato di alcuni embrioni umani buttandoli nel WC, mentre migliaia hanno reagito come un sol uomo – anzi come una sola bestia – quando è stata la vita di un animale a trovarsi in pericolo. Leggi severissime tolgono la libertà di sollevare anche la miminma critica al comportamento omosessuale, ma gli obesi sono diventati i nuovi paria, trattati con metodi che definire discriminatori e terroristici è poco. Si spendono somme enormi per salvare le balene e si incoraggiano attivamente gli aborti nei paesi del Terzo Mondo. Non parliamo poi delle discriminazioni contro i cristiani di cui ho dato e darò ampio conto in questo blog.

Cosa ci fa capire tutto questo? Prima di tutto, che il sentimentalismo è l'altra faccia della crudeltà. Io amo molto i gatti e la stupidità di quella donna indigna anche me, ma le avrei rifilato un bel calcio nel sedere e non se ne sarebbe parlato più. Arrivare alle minacce di morte per una gatta "puzza" di scarico di coscienza nei confronti di ingiustizie e di delitti ben più gravi contro i quali non si ha il coraggio di protestare.

In secondo luogo, anche nella società apparentemente più "tollerante" e "illuminata" circola una quantità di rabbia, di odio, di voglia di discriminare, che aspetta solo l'occasione opportuna per manifestarsi, e cerca solo un soggetto che sembra indifeso e debole. Mai come nel caso dell'Inghilterra si è visto che l'odio e la discriminazione non scompaiono, ma cambiano solo bersaglio. Non è stata una lezione di civiltà quella che è emersa dall'episodio della gatta, se mai il contrario. La donna ha buttato nel cassonetto la dignità dell'uomo, e quelli che l'hanno minacciata hanno gettato via la loro intelligenza.

Giovanni Romano

venerdì 27 agosto 2010

La fabbrica dei furbi

La rubrica “Costume & Società” di RAI 2 ha mostrato i risultati di una ricerca canadese in base alla quale i bambini che dicono le bugie sarebbero più intelligenti di quelli abitualmente più sinceri. Questo perché inventare bugie costringe la mente a uno sforzo maggiore e a lavorare di più rispetto che attenersi “banalmente” alla verità.

La premessa ovvia è ammettere che sì, effettivamente i bambini sono dei gran bugiardi, e non solo loro. Tutti siamo stati bambini, tutti abbiamo imparato a mentire a mamma e papà per difenderci dalle punizioni, per vergogna o semplicemente per capriccio. E questa abitudine alla bugia, a quanto pare innata secondo quella stessa ricerca (che non si rende conto di aver dato in questo modo una grossa conferma al peccato originale), ce la porteremo fino alla tomba, fino all'estrema vecchiaia di chi ci arriverà. Da questo punto di vista, è inutile scandalizzarsi più di tanto. La ricerca non è contestabile a questo livello, ma nelle conclusioni che ha preteso di trarre.

La prima obiezione è relativa al milieu. “Dimmi dove fai ricerca e ti dirò chi sei”. Lo studio proviene da un ambiente assolutamente a-morale quale quello dell'empirismo anglosassone, per il quale le categorie di bene e di male, di vero e di falso non hanno né consistenza, né significato né legittimità. L'unica categoria ammessa, seguendo Popper, è quella della falsificabilità. Ma dietro questo criterio si nasconde il dogma ben più granitico del'efficacia. I bambini bugiardi “funzionano” meglio di quelli sinceri perché, evidentemente, raggiungono più facilmente i loro scopi rispetto agli altri.

C'è proprio da crederci, perché il più delle volte, per non dire tutte le volte, chi mente ha già uno scopo rispetto a chi si limita a constatare la realtà così com'è. La bugia non è tanto uno sforzo creativo quanto manipolativo dell'altro. E anche il concetto di “creatività” sbandierato con tanta soddisfazione sia dai ricercatori canadesi che dagli ingenui genitori intervistati merita di essere sottoposto a una severa critica. Cosa c'è, infatti, dietro questa “creatività”? Tramite la bugia o s'inventa qualcosa che non esiste, oppure si nega qualcosa che esiste. In entrambi i casi non si crea nulla di veramente nuovo. La bugia non arricchisce il mondo perché alla fine dei conti non ha aggiunto nulla al mondo, se mai ha nascosto qualcosa che si poteva o si doveva scoprire. Nella migliore delle ipotesi, ha fatto solo perdere tempo. Valeva la pena d'impiegare tanta intelligenza per approdare al niente?

Anche il concetto di “intelligenza” come lo intendono i ricercatori merita di essere discusso. Che cos'è un'intelligenza che non arretra di fronte al falso? Qui ovviamente non faccio una predica ai bambini ma a chi vuole dissuadere dal correggerli. Nel racconto di E. A. Poe La lettera rubata c'è un commento illuminante a questo proposito. Commentando l'acutissima intelligenza del ministro D., che ha tenuto in scacco per mesi tutta la polizia di Parigi con uno stratagemma tanto semplice quanto geniale, l'investigatore Dupin nota che “Egli è il vero monstrum horrendum, l'uomo di genio senza principi”. Un'intelligenza del genere può diventare un'arma pericolosissima contro gli altri, o semplicemente uno strumento sofisticato per giustificare il proprio cinismo o la propria vigliaccheria. Stiamo attenti a lodare chi è soltanto intelligente.

Giovanni Romano

mercoledì 28 luglio 2010

Quando la "scienza" è solo cieca sufficienza...

Qualche giorno fa ascoltavo su Radio 3 un'intervista con la dott.ssa Elena Cattaneo, che senza contraddittorio alcuno parlava della "libertà di ricerca", dove con questo termine s'intendeva, ovviamente, la sperimentazione occisiva sugli embrioni. Concludeva poi con un appello ai giovani ricercatori "perché abbiano il coraggio di dissentire e di pensare con la propria testa". Quando penso con che livore e con che disprezzo si era scagliata contro i giovani ricercatori che avevano dissentito DA LEI perché le avevano semplicemente chiesto se l'embrione fosse vita umana o no, ho capito che si trattava solo di vuota retorica al servizio di un'ambizione autoreferenziale.
Giovanni Romano

giovedì 22 luglio 2010

Corato: Pista ciclabile o riserva indiana?


Come tutto il Sud, la Puglia è sempre stata in ritardo per quanto riguarda la cultura della bicicletta. Basti pensare a che fine ha fatto il velodromo di Monteroni (LE), una vera e propria cattedrale nel deserto, ormai in totale abbandono perché sul territorio mancava una rete di società sportive che volessero o potessero utilizzarlo. Si parlò addirittura di costruirne un altro a Corato, la mia città. Sarebbe stato un inutile doppione che avrebbe fatto la stessa fine di Monteroni, e uno spreco scandaloso di denaro pubblico, solo perché a quell'epoca Corato aveva un consigliere nazionale nella Federazione Ciclismo del CONI Il solo fatto di discuterne fece perdere tempo prezioso per realizzare impianti sportivi più realisti e più adeguati alle nostre necessità.

Corato, in realtà, si presta bene alla bicicletta. Pur essendo pianeggiante e quindi adatto a un uso della bici come mezzo di trasporto e non solo da passeggio, da noi questa mentalità ancora non esiste. Si prende l'auto anche per fare poche centinaia di metri (e poi ci lamentiamo per la crescente obesità!. Parecchi anni fa si videro molti giovani e ragazze in bicicletta durante l'estate, ma non fu altro che una moda.

Un'apparente inversione di tendenza potrebbe essere la pista ciclabile realizzata ai primi di luglio dall'amministrazione comunale lungo tutto il doppio anello dell'Estramurale e del Corso, nonché su alcune vie principali che li collegano. Eccone un esempio nella fotografia in alto.

A Corato si è scelta una pista ciclabile “soft”, non come a Trani dove è stata pesantemente “blindata” con massicci muretti in cemento, e anche gli itinerari sono più razionali, perché non sono finalizzati esclusivamente alle passeggiate, al fitness o al panorama, bensì mettono in grado i ciclisti di raggiungere effettivamente gran parte della città.

Tuttavia le proteste non sono mancate, soprattutto da parte dei negozianti che si affacciano dal lato pista, e che da un giorno all'altro si sono visti diminuire la clientela perché le macchine non possono più parcheggiare di fronte a loro. Già a qualche giorno dopo l'inaugurazione della pista le invasioni da parte di macchine in sosta sono state numerosissime, specialmente nelle vicinanze dei supermercati. La scelta di realizzare la pista ciclabile, poi, non sarà stata dettata da reale interesse per le due ruote, ma più probabilmente dalla necessità di non perdere i finanziamenti per la realizzazione dell'opera.

Il problema vero è: opere del genere promuovono realmente l'uso della bicicletta come mezzo di trasporto quotidiano? Forse sì, perché nei trasporti è l'offerta del servizio che spesso crea la domanda: più treni pendolari ci sono, ad esempio, e più gente prenderà il treno e lascerà a casa l'auto (per questo i tagli alle FS sono assurdi). Analogamente, si sono cominciate a vedere più biciclette che si avventurano lungo la pista ciclabile non appena è stata creata. Tuttavia il progetto ha dei difetti, e forse un errore d'impostazione fondamentale.

Il primo difetto è la mancanza di protezione che mette in pericolo i ciclisti. Il secondo è che la pista ciclabile è a doppio senso di circolazione su strade a senso unico, così che spesso i ciclisti si trovano a pedalare in controsenso rispetto al traffico, e non è facile per loro passare da una parte all'altra della carreggiata, soprattutto sull'Estramurale, La questione di fondo, però, è chiedersi se sia opportuno relegare il traffico ciclistico entro una “riserva indiana” di piste piuttosto strette e non molto sicure. Probabilmente questo è necessario come obiettivo di breve periodo, data la totale ineducazione degli automobilisti, ma l'obiettivo di lungo periodo dovrebbe essere quello d'incoraggiare la gente a usare di meno l'automobile e a spostarsi di più in bici lungo le strade normali, che con meno veicoli diventerebbero comode come le autostrade, senza bisogno di alcuna modifica. E' un'utopia, lo so. Probabilmente auto e bici non possono convivere e dovremo accontentarci delle “riserve indiane”. Ma io continuo a sperare che questa pista ciclabile, con tutti i suoi difetti, almeno cominci a diffondere la mentalità di un uso normale e quotidiano della bici. E se questo succederà, una volta tanto non saranno stati soldi sprecati.

Giovanni Romano

lunedì 31 maggio 2010

Manovra - Le occasioni perdute

La manovra economica ha destato, comprensibilmente, le proteste dell'opposione e dei ceti interessati. Particolarmente penosa la figura del ministro Bondi, che dopo scontri particolarmente aspri con l'"intellighentsia" nostrana, tutta allineata e coperta a sinistra, si è ritrovato "esautorato" all'interno dello stesso governo. In questo modo ha fatto la figura della marionetta nel Pdl senza guadagnarsi la stima dell'opposione, se mai il contrario.

Da qualche parte bisognava pur tagliare, ma ancora una volta il governo ha ripetuto l'errore storico della Democrazia Cristiana: aver totalmente sottovalutato la cultura e averne lasciato il monopolio a un'opposizione sempre più conformista e prevedibile. Eppure c'erano talenti da valorizzare, studi da pubblicizzare, ricerche da compiere per strappare il nostro paese dalla cappa di piombo del politically correct. Figure coraggiose come quella del regista Martinelli ("Il mercante di pietre") sono lasciate completamente sole. Il film "Katyn" di un regista della statura di Wayda è stato proiettato solo in otto, dicesi otto sale in tutta Italia! E dalla mattina alla sera sentiamo la sinistra che strilla alla censura! Se non si è disposti a combattere a viso aperto queste mistificazioni investendo in un pensiero alternativo, è inutile stracciarsi le vesti per "Draquila"!

Dall'altra parte una brutta figura l'hanno fatta i magistrati. E' chiaro che la proposta governativa di un taglio agli stipendi è un provvedimento apertamente punitivo, anche se questo andrebbe a colpire le indennità dei parlamentari che sono legate appunto alle retribuzioni dei magistrati. Tuttavia mi è dispiaciuto vedere le toghe difendere tanto accanitamente i propri stipendi e non chiedere, come tante volte hanno fatto, che vengano assegnati più fondi e strutture agli uffici giudiziari, anche a costo d'investirvi i risparmi nelle proprie retribuzioni. Capisco che è un sacrificio duro, ma se l'avessero almeno chiesto sarebbero stati un grande esempio per il resto del paese.

Giovanni Romano

domenica 30 maggio 2010

La vita artificiale e la SS. Trinità

Oggi è la festa della SS. Trinità, e stranamente pensavo a cosa c'entra questa festa con la scoperta della cellula artificiale. Se l'uomo avesse davvero in pugno la creazione della vita (anche se si tratterebbe solo di "montare" elementi già esistenti, non di creare dal nulla, e questa non è una differenza di poco conto, come vedremo tra breve) allora Dio sarebbe superfluo perché avrebbe perso l'unica qualifica che Lo definisce realmente come tale: il creatore, la causa di tutto. Il sogno avvelenato di Prometeo sarebbe finalmente realizzato: scacciare gli dei e sedersi al loro posto.

Tuttavia c'è un altro aspetto che i positivisti a oltranza credo non prendano nemmeno in considerazione. L'uomo può programmare le creature che gli servono, ma può anche amarle? Si può amare un essere che non potrà dare nulla più di quanto gli è stato inserito, e dunque già noto? Se poi quella creatura serve per uno scopo e non è creata perché semplicemente esista, l'uomo-demiurgo non finirà per ritrovarsi prigioniero di un mondo dove non può accadere assolutamente più nulla?


E forse ho capito il valore straordinario della Trinità. Un Dio che fosse rigorosamente Uno, assolutamente solo, non potrebbe essere altro che un Dio di potere, e non amerebbe le sue creature. Al Dio cristiano invece non è bastato esistere per se stesso. In modo incommensurabilmente profondo ha voluto essere Più di Uno, ha voluto che lo scambio d'amore cominciasse da Sé. E solo così ha potuto creare liberamente delle creature che potessero amarLo.

Giovanni Romano

domenica 25 aprile 2010

Dopo lo scontro Fini-Berlusconi

Il motto di Berlusconi dovrebbe essere "meglio soli che male accompagnati". Meglio soli che con chi continuamente ti pugnala alle spalle, e a differenza di Mussolini ordisce e non ardisce (a dire il vero, ordiva un bel po' anche il Duce).

Il problema non è l'identità della corrente di Fini, che si è piegato nella maniera più vergognosa al "politically correct" e ai poteri forti (le intese con le banche e Montezemolo). Il problema è l'identità della grande maggioranza del PdL che in Fini non si riconosce.

Che cosa vuole essere un partito come il PdL? Vuole difendere la vita e la famiglia, a differenza di Fini e del suo cinico voltafaccia contro la legge 40, e delle sue "aperture" ad altre pseudofamiglie? Vuole essere un partito non ostile alla Chiesa, a differenza di Fini che l'accusò del tutto strumentalmente di silenzio sulla Shoah (proprio lui, figlio di un partito che la promosse!). Vuole essere un partito con gli occhi aperti su un'immigrazione-invasione che nemmeno si preoccupa di condividere il nostro modo di vivere e i nostri valori?

Ecco perché è perfettamente inutile che Fini e i suoi strillino all'"autocrazia" nel PdL quando la divergenza di opinioni è così profonda e radicale. Non si può convivere se si hanno idee che portano a conclusioni tanto diametralmente opposte.

Giovanni Romano

mercoledì 31 marzo 2010

La sommessa bellezza della democrazia reale

Sono andato a votare domenica pomeriggio, subito dopo pranzo. In quel momento era tutto incantevolmente tranquillo, sembrava già primavera inoltrata, con il sole dorato e le ombre nette, con gli uccellini che cinguettavano nel giardino della scuola dopo un duro inverno, e niente "amici" in agguato fuori dal seggio, che si ricordano di te solo quando si vota.

Nell'ingresso, due poliziotti e un vigile urbano seduti al tavolo, di fronte a un televisore che guardavano "Domenica In" mentre cantava la belloccia di turno, e chiacchieravano dei fatti loro. Nella mia sezione, il presidente e gli scrutatori tutti cortesi e disponibili. Votare, salutare tutti e uscire è stata una faccenda di cinque minuti. E poi di nuovo a casa.

Proprio niente di speciale, ma ho visto come dovrebbe essere veramente la democrazia, e come vorrei che fosse. Una faccenda semplice, quotidiana, senza retorica. Ci sarà democrazia in Italia non perché tanti ne parlano dai comizi o dai talk shows, ma fino a quando i poliziotti all'ingresso resteranno a guardare "Domenica In" e a chiacchierare dei fatti loro perché non c'è pericolo che succeda niente. Lo diceva in modo insuperabile Ernest Bevin : "La libertà è sapere che quando suonano alla porta di casa è il lattaio".

Giovanni Romano

lunedì 22 marzo 2010

Obama e la malafede della RAI

"Si può costruire un palazzo di cristallo sul cadavere di un bambino?"
FJODOR DOSTOJEVSKIJ

Alla fine Obama ce l'ha fatta. E' riuscito a ottenere la sua riforma sanitaria anche contro un'opinione pubblica non precisamente schierata a suo favore. Non voglio discutere qui se si tratti di una riforma giusta o meno, opportuna o meno. Quello che m'interessa è far notare la grossolana manipolazione operata dai TG RAI quando hanno riportato la notizia.

Al momento dell'ultimo voto, quando il progetto di legge è stato approvato, l'aula della Camera dei Rappresentanti si è spaccata in due. I democratici hanno applaudito, mentre dai repubblicani sono venute grida di "Baby killers! Baby killers!". I TG RAI hanno tradotto semplicemente con "Assassini!", ma quel che hanno gridato esattamente i repubblicani è: "Assassini di bambini!", in riferimento al finanziamento federale dell'aborto che questa legge introduce.

La RAI e i giornali "laici" non sono certo nuovi a questo tipo di censura. Ad esempio, quando si parla di una riuscita terapia a base di cellule staminali, si omette scrupolosamente di aggiungere che si tratta di cellule staminali adulte. Quelle embrionali non sono mai state trovate utili per nessuna cura, ma tant'è: tutto fa brodo pur di diffondere consapevolmente una mistificazione.

E poi mi vengono a dire che è Berlusconi a censurare le notizie.

Giovanni Romano

domenica 21 marzo 2010

"Ci fidiamo di Cota, non ci fidiamo dell'UDC". Piemonte: il nuovo manifesto di Alleanza Cattolica

Non sono piemontese e nemmeno leghista, ma qui è in gioco un conflitto di culture e di elementare coerenza cattolica, di cui l'UCD si è fatta beffe in modo spregevole. Particolarmente significativo il richiamo a non farsi incantare dalla sterile, legalistica "onestà" delle "brave persone" che finiscono per sostenere politiche aberranti e inumane.


Ci fidiamo di Cota, non ci fidiamo dell’UDC

Rafforzati da un contatto quotidiano con i candidati e con i piemontesi che hanno seguito con passione la campagna “Alleanza per Cota” di Alleanza Cattolica, ribadiamo con ancora maggiore convinzione l’invito ai cattolici a votare Roberto Cota:

– perché sui valori non negoziabili della vita, della famiglia, della scuola il suo programma è in sintonia con quanto ci sta a cuore come cattolici, mentre la Bresso è per la banalizzazione dell'aborto, per il matrimonio omosessuale, per tagliare i sostegni alle scuole non statali;

– perché il programma di Cota sull'immigrazione è moderato e ragionevole, mentre il Piano Bresso sugli immigrati non protegge dai clandestini, non tutela i piemontesi e prende dalle tasche dei contribuenti quattro milioni di euro all’anno per ambigui carrozzoni regionali;

– perché Cota ha costantemente dimostrato il suo sostegno ai valori non negoziabili in Regione, in Parlamento e in campagna elettorale, mentre la Bresso ancora nelle ultime settimane ha firmato per la vendita in farmacia della pillola del giorno dopo senza ricetta e si è dichiarata “assolutamente d’accordo” con il matrimonio fra due lesbiche “celebrato” a Torino dal sindaco Chiamparino.

Alcuni ci chiedono che cosa pensiamo della posizione dell’UDC. Per quanto nell'UDC ci siano certamente brave persone, pensiamo come cattolici di non potere in alcun modo sostenere l’UDC:

– perché chi fa la croce sull’UDC vota automaticamente il listino della Bresso, che comprende personaggi come Vincenzo Chieppa, segretario dei Comunisti Italiani che inneggia a Cuba e alla Corea del Nord, offre assistenza a chi stacca i crocefissi dalle aule scolastiche e sul suo sito offende il Papa e la Chiesa;

– perché chi fa la croce sull’UDC vota automaticamente la Bresso, le cui posizioni in materia di aborto, eutanasia, unioni omosessuali sono inaccettabili e sono al centro del suo programma;

– perché chi fa la croce sull’UDC sostiene una dirigenza dell’UDC che in Piemonte diffama il cattolico Cota accusandolo in modo assurdo di essere un adepto di “riti celtici del dio Po” e presentando in modo distorto le posizioni di Cota sull’immigrazione, che sono invece rispettose sia dei veri diritti degli immigrati regolari sia dell’identità cristiana delle nostre terre. Questa dirigenza afferma che la Bresso ha sottoscritto con l’UDC un impegno a difendere “la vita e la salute”, ma non spiega che per la Bresso quella dell’embrione o dei disabili come Eluana Englaro non è vita, e che la salute per lei comprende l’aborto. Racconta pure che grazie all’UDC la Bresso ha escluso dalla sua coalizione Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani, che invece gli elettori troveranno regolarmente sulla scheda tra le liste coalizzate con la Bresso con tanto di falce e martello, in strana compagnia con lo scudo crociato dell’UDC, e del resto insieme anche alla lista Bonino-Pannella.

L’invito dunque non cambia: resistendo alle sirene dell’astensione, del voto alle “brave persone” che ignora i principi e i programmi, e ai falsi “patti” con la Bresso che hanno il solo scopo di creare confusione, per la vita, per la famiglia, per la libertà di educazione, per una politica realistica dell’immigrazione votiamo Roberto Cota.

Torino, 18 marzo 2009 Alleanza Cattolica Seguici su www.alleanzapercota.org

mercoledì 10 marzo 2010

Il Popolo Felice della Grande Brutopia

"C'è un paese dove avviare un'attività imprenditoriale è più complicato che nello Yemen, dove il rilascio di un permesso per costruire la sede di un esercizio commerciale è più oneroso che in Kazakistan, dove registrare una proprietà porta via più tempo che in India, dove pagare le tasse è più incasinato che in Burkina Faso, dove ottenere un credito è più difficile che nello Zambia, dove per far rispettare un contratto la giustizia ci mette più tempo che in Pakistan". (Fonte: Doing Business 2010, Banca Mondiale, citata da www.tempi.it).

E' la legalità, bellezza!

Giovanni Romano

lunedì 8 marzo 2010

YouTube, o la teledipendenza di ritorno

Premetto che quanto sto per scrivere vale solo per me. Ho saltato un mese intero di blog per ragioni di salute ma soprattutto perché ho scoperto YouTube, e ne sono rimasto completamente irretito. Praticamente è una TV con un miliardo di canali (ho scoperto l'acqua calda!), c'è veramente di tutto, e vi ho trovato alcuni generi di video che mi piacciono molto: le ferrovie (reali o modellistiche), i trasporti, i filmati storici (specialmente quelli della seconda guerra mondiale), i combattimenti arei reali o virtuali...

Più che un elenco dei miei interessi, però, credo sia interessante parlare dell'effetto che tutto questo ha avuto su di me. Passare molto tempo al computer, anche prima di Facebook e Youtube, mi ha in gran parte distolto dalla lettura, ed è un vero peccato perché il libro non ha virus (tranne a volte le idee che contiene), non ha bisogno di corrente tranne la luce di una lampada la sera, non fa rumore e non emette radiazioni, non ci costringe a pigiare tasti per andare avanti, si lascia assimilare con il nostro ritmo, entra a far parte di noi in modo molto più "dolce" e al tempo stesso più profondo rispetto all'immediatezza violenta dei suoni e delle immagini.

E allora perché abbandonare la lettura? Perché il computer è apparentemente più gratificante, ci dà una sensazione di potenza (sbagliato, perché siamo noi le sue periferiche), d'interattività reale o illusoria, ma in ogni caso immediata, con persone di tutto il mondo. Non dico che questo sia negativo in sé, ma rischia di diventare una vera e propria droga (anche qui scopro l'acqua calda). Col computer c'è sempre "qualcosa da fare", e questo, a ben pensarci, è il contrario della concentrazione.

Prima di conoscere Youtube, tuttavia, ritenevo che la perdita della lettura fosse compensata dalla maggiore "attività" di fronte allo schermo: scrivere articoli e lettere, curare il blog, tenere la contabilità, informarmi via Internet, giocare ecc. Guardavo dall'alto in basso i "teledipendenti" puramente passivi ancora attaccati a quell'aggeggio arcaico che è il televisore, che infatti non guardo quasi più da molto tempo.

Tutto questo, però, è cambiato con YouTube, e devo ammettere di essere tornato a una teledipendenza forse peggiore di quella televisiva. Guardare i filmati mi ha riportato alla passività. Basta fare qualche click, e tutto il resto si svolge davanti ai nostri occhi senza bisogno di nessun altro intervento. Si resta semplicemente a guardare, e anche l'interattività con altri utenti è molto ridotta, certamente minore rispetto a Facebook o e ai siti di social network. E anche se ho postato più di un video, non si può certo definire "interattività" il piacere narcisistico di controllare quante persone e quando, e da dove, hanno guardato i miei filmati.

La brevità dei filmati, inoltre, rende frammentaria l'esperienza visiva: non si raccontano più storie, si raccolgono solo impressioni. Questo non significa che alcuni filmati anche brevi siano molto belli, ma certamente la tendenza generale è questa. Una volta poi che si diventa più navigati, è peggio ancora, perché si salta da un video all'altro dopo nemmeno pochi secondi, tale e quale come lo zapping.

In terzo luogo, YouTube è un oceano di rimandi senza fine. Ogni filmato ne richiama come minimo altri dieci. E' facile dire che qui si guarda solo ciò che si vuole guardare, ma appunto questo è il problema, perché chiudersi nel cerchio dei propri interessi ne esclude tutti gli altri. E' come trovarsi nel Paese dei Balocchi: l'abbondanza è tale che alla fine viene a nausea, o meglio questo labirinto sterminato lascia addirittura un senso di sgomento e d'indefinibile tristezza. Ho trovato quello che cercavo, l'ho trovato molto più di quanto pensassi... ma questo accumulo di immagini su immagini, filmati su filmati, impressioni su impressioni era veramente quello che cercavo? Cliccare all'infinito. Ma per trovare cosa? Ne vale la pena? E il mio io, nel frattempo, dov'è andato a finire?

Ecco perché ritornare al blog, cioè a una fatica creativa, pur non togliendomi la pesantezza dello stare davanti al computer mi sembra un prodigio di creatività rispetto alla fruizione puramente passiva di YouTube.

Giovanni Romano

domenica 7 marzo 2010

L'inquietante saga delle corazzate classe "Queen Victoria"




"Ho visto riferire dai giornali di grandi battaglie dove non era avvenuto nulla,
e completo silenzio dove centinaia di uomini erano caduti"
GEORGE ORWELL, Homage to Catalonia

Secondo il sito http://tinyurl.com/y8me9nm Le corazzate inglesi della classe "Queen Victoria" erano le più potenti del mondo al momento dell'entrata in servizio nel 1915. Con un dislocamento a pieno carico di 35.502 t, 10 cannoni da 381 e 14 da 152, una velocità di 25 nodi, erano un formidabile avversario per qualunque marina, in primo luogo per quella tedesca. Delle quattro unità costruite (Queen Victoria, Nile, Trafalgar e Devastation), la Devastation andò perduta il 31 maggio del 1916 durante la Battaglia dello Jutland per esplosione nei depositi munizioni quando venne colpita dal tiro germanico.

Nel periodo delle due guerre, le tre navi superstiti furono sottoposte a grandi lavori di ammodernamento, e parteciparono alla seconda guerra mondiale proteggendo i convogli in navigazione verso la Russia nel Nord Atlantico. Fu in questa attività che la Nile venne affondata il 17 giugno del 1943 nel corso di un furioso combattimento contro la flotta tedesca uscita in massa dai porti norvegesi. Bersagliata dalle moderne navi da battaglia tedesche Odin e Moltke, subì danni così gravi che dovette ritirarsi ed essere affondata dal proprio equipaggio. L'intervento delle supernavi da battaglia britanniche Lion, Howe e Temeraire, comunque, risolse la situazione a favore degli inglesi e si concluse con un massacro della flotta tedesca. Tutte le navi da battaglia germaniche furono affondate: la Bismarck, la Odin, la Tirpitz, la Moltke e l'incrociatore da battaglia Scharnhorst.

La Queen Victoria e la Devastation, ormai obsolete, furono impiegate nell'appoggio allo sbarco in Normandia dove si rivelarono preziose con i loro 10 cannoni da 381. Dopo la guerra, furono messe in disarmo e radiate nel 1948.

A questo punto, gli esperti di storia militare avranno già sbarrato gli occhi e penseranno che io sia diventato pazzo o ubriaco. E avrebbero ragione, perché

NESSUNA CORAZZATA CLASSE "QUEEN VICTORIA" E' MAI ESISTITA

La Royal Navy non ha mai avuto nessuna nave che si chiamasse "Queen Victoria". I nomi delle altre sono stati effettivamente portati da altre unità, ma da nessuna corazzata britannica nella Seconda Guerra Mondiale. La battaglia dello Jutland è vera, così come sono veramente esistite le due corazzate tedesche Bismarck e Tirpitz e l'incrociatore da battaglia Scharnhorst, ma non la Odin né la Moltke. Inoltre, la Bismarck non combattè mai assieme alla gemella Tirpitz perché era stata affondata nel maggio del 1941. La Marina britannica aveva in progetto le supercorazzate classe Lion ma non vennero mai realizzate.

Il sito cui ho fatto riferimento è uno dei tanti specializzati in "Alternate History", vale a dire la ricostruzione di ipotetici scontri con navi più o meno di fantasia, oppure la partecipazione di navi di fantasia a battaglie realmente accadute. Fino a quando si ammette apertamente che si tratta di fantasie, non c'è niente di male. Il sito, del resto, è ricco di interessanti disegni su progetti effettivamente studiati dalle varie marine ma mai realizzati.

Il problema nasce quando si spaccia per verità storica quello che non è mai accaduto. Nella pagina che ho citato, non c'è una sola parola di avvertimento che si tratta di "alternate history". La foto della "Queen Victoria", ad esempio, è un falso, un'elaborazione grafica di un progetto mai realizzato, e così le foto delle altre unità, prima e dopo il loro "ammodernamento". Le vicende di queste navi-fantasma sono un mix di realtà e di pura fantasia, e non è possibile distinguere dove finisce la prima e dove comincia la seconda.

Questo m'inquieta particolarmente. Fino a oggi, e speriamo per molto tempo ancora, i ricercatori di professione, o semplicemente chi ha tempo e pazienza per verificare le fonti, possono ancora ricostruire gli avvenimenti relativamente recenti delle due guerre mondiali così come sono accaduti. Ma Internet favorisce molto la pigrizia mentale, e le tecniche di manipolazione grafica sono diventate così perfezionate che ormai è diventato impossibile distinguere il falso. E se per caso la documentazione originale andasse perduta, anche per semplice trascuratezza (un rischio tutt'altro che remoto) siti come quello diventaranno delle fonti storiche a tutti gli effetti.

Pensateci, quando vi vien da dire: "L'ho trovato su Internet"...

Giovanni Romano