mercoledì 30 aprile 2008

Berlusconi e la cambiale con gli italiani


Non sappiamo ancora cosa farà il nuovo esecutivo, al di là di tutte le promesse fatte in campagna elettorale. Da parte mia, mi auguro un governo che abbia il coraggio di togliere molte norme (quelle introdotte a tradimento da Livia Turco in primo luogo, o quelle inutilmente vessatorie sugli assegni circolari) anziché aggiungere gride a gride.

Ma l'impegno più preciso che il governo ha preso con noi italiani, prima ancora che sulle tasse, è sulla sicurezza. Non so quali e quanti saranno i vincoli all'azione del nuovo governo, ma posso dire fin d'ora che almeno a parole si annuncia un esecutivo più duro, con meno remore rispetto al Berlusconi 2 per via dell'azzeramento di Casini. Ora però il governo deve dimostrare di mantenere le sue promesse, e tante, troppe leggi ne impacciano l'azione e vanificano il desiderio di giustizia dei cittadini.

Come fare a garantire una sicurezza reale senza essere velleitari o peggio ancora inutilmente forcaioli? Come fare a dar voce al vero senso di giustizia degli italiani senza cadere in cacce alle streghe? Come fare, d'altra parte, a impedire sentenze troppo "disinvolte" da parte di una magistratura tutta politicizzata contro il Pdl? Hic Rhodus, hic salta!

Caro Berlusconi, mi consenta: Lei ha detto di aver firmato un contratto con gli italiani. Ma forse, più che di un contratto, sarebbe giusto parlare di una cambiale, e non da poco. A Lei ora l'obbligo di onorarla, e a stretto giro di emissione.

Giovanni Romano

Trani brucia?


Questo rottame carbonizzato è ciò che resta di una delle due automobili bruciate ieri sera in una "tranquilla" via di un "tranquillo" quartiere residenziale di Trani. Da notare che il fatto è avvenuto in un'ora non particolarmente tarda: le 11 di sera.

Perché? Vandalismo? Intimidazione? Vendetta? E chi lo sa? Certo è che meno di due settimane fa un giovane con precedenti penali per droga è stato gambizzato nella ex zona 167. Certo è che proprio ieri sera, quasi in contemporanea con questo rogo, un ragazzino di 14 anni è stato accoltellato da un 19enne arrivato fresco fresco dalla Sicilia. Certo è che il suddetto galantuomo (il quale ha riservato un'accoglienza un po' vivace, diciamo così, agli agenti che lo hanno arrestato) stamattina era di nuovo a piede libero, mentre il 14enne ferito avrà la pena di una dozzina di giorni d'ospedale, e senza uscita anticipata.

Il commento lo rimando al post successivo.



Giovanni Romano

Livia Turco, il giorno dello sciacallo


Con un colpo a sorpresa, con la slealtà tipica dei laici DOC, la ministra Livia Turco ha promulgato le nuove linee guida sulla fecondazione artificiale, annullando completamente i risultati del referendum sulla legge 40. Bel rispetto della volontà popolare! E' dubbio se la ministra di un governo dimissionarivio avesse o meno la facoltà di emanare un decreto che probabilmente esorbita dai suoi poteri. In ogni caso, benvenuti al Supermarket dei Bambini Sani.

Giovanni Romano

domenica 20 aprile 2008

Casini l'asino di Buridano


Le elezioni appena trascorse non sono state avare di sorprese. Se la vittoria berlusconiana era tutto sommato prevedibile, molto meno lo era la scomparsa totale dell’estrema sinistra e dei Verdi, nonché (fortunatamente) la disfatta completa del laicismo becero, fazioso e ignorante di Boselli. Con una saggezza forse superiore a quella dei suoi governanti, il popolo italiano ha drasticamente semplificato il quadro politico. Come ha rilevato anche la stampa estera, per la prima volta da molti anni in Italia ci sono un vero governo e una vera opposizione.

Dallo tsunami si sono salvati in pochi. Il risultato più sorprendente, in fondo, è stato proprio quello dell’UDC. Dopo una campagna elettorale particolarmente rancorosa contro gli ex alleati, e altrettanto aspra, almeno a parole, contro la sinistra, ora il partito si trova in mezzo al guado, e non può illudersi in nessun modo di fare da “ago della bilancia”. L’errore di Casini è stato cercare di promuovere i “valori” cristiani ignorando completamente il Popolo della Libertà, che in questi valori bene o male si riconosce molto più della sinistra. Ora non può tornare indietro, perché la frattura con Berlusconi è stata troppo pesante, ma non può nemmeno sbilanciarsi più di tanto verso una sinistra in cui il laicismo, sia pure in versione più “morbida”, è tutt’altro che sopito. Certo che tra le ambiguità buoniste di Veltroni e l’indifferenza etica di Berlusconi e Fini c’è poco da scegliere…

Giovanni Romano

domenica 24 febbraio 2008

LA "RECONQUISTA" DI CUBA


Forse è un caso che il viaggio a Cuba del Card. Bertone si svolga in piena coincidenza con l'abbandono del potere da parte di Fidel Castro. A me sembra tuttavia che, quanto meno nei toni e nel rilievo quasi papale che ha assunto, la visita faccia parte di un piano consapevole di "reconquista cattolica" di Cuba.

Prima di tutto, il fatto stesso che il viaggio è stato possibile dimostra un netto cambiamento del clima nelle relazioni. Alla lunga freddezza seguita dopo la visita di Giovanni Paolo II, ora che il regime si sta indebolendo (nessuno può pensare seriamente che Raul Castro rappresenti una soluzione valida o di lunga durata), la Chiesa cerca di riguadagnare l'egemonia più importante, quella culturale.

In un certo senso, la strategia del Vaticano è quella di ricreare un bastione cattolico alle porte degli USA. E' un gioco terribilmente serio, perché gli Stati Uniti non hanno mai tollerato uno stato cattolico nella loro sfera d’influenza. Basti pensare a come sono nati gli stati sudamericani, o a come sono stati trattati i cattolici messicani, oppure al nervosismo statunitense di fronte alla prospettiva di un Québec indipendente, sia pure composto da cattolici ormai completamente "normalizzati" secondo il modello liberal. Basti pensare anche alla pesante penetrazione delle sette e delle denominazioni protestanti in Sudamerica, abbondantemente foraggiate dalle loro organizazioni nordamericane.

Per questo non stupisce che a Cuba il Card. Bertone non abbia parlato esplicitamente di libertà ma di famiglia e di vita, quasi a costruire in anticipo un bastione contro il secolarismo prossimo venturo. La libertà probabilmente arriverà comunque a Cuba, speriamo tra non molto. Quel che veramente interessa alla Chiesa in questo momento è l'uso responsabile di questa libertà. Nei discorsi di Bertone pro vita e pro famiglia, non c’è soltanto una polemica indiretta con gli USA, ma anche un attacco esplicito e diretto al regime cubano, che ha fatto per molto tempo dell’aborto libero uno dei suoi capisaldi.

La Chiesa ha intuito che la vera libertà di Cuba passa attraverso la ricostruzione di un tessuto umano che viene prima della politica. I discorsi del Cardinale Bertone, non che essere astratti, sono quanto di più concreto in questo momento si possa offrire ai cubani e alle loro speranze di libertà.

Giovanni Romano

sabato 26 gennaio 2008

Le mie scuse al Papa e alla Chiesa

Lo ammetto, mi sono sbagliato di grosso e di brutto. Avevo del tutto sottovalutato - proprio come i 67 sapientoni - cosa significa sfidare una forza spirituale come la Chiesa. Ho ragionato esattamente come i suoi nemici, misurando tutto in termini di successo, d'insuccesso e d'immagine. In questo modo ho peccato di disfattismo, anche se dovrò chiarire quel che intendo dire esattamente con questo termine.

Ma il Cardinale Ruini, con il suo appello semplice e diretto ai fedeli, ha fatto saltare in aria tutti gli schemi e tutti i calcoli. Ha mostrato che esiste un popolo cattolico che, per quanto piuttosto interte, confuso e addormentato da decenni di postconcilio, si sta finalmente svegliando alla consapevolezza di quello che sta avvenendo. Mi dispiace davvero di non averlo notato. Non ho avuto fede.

Questo non significa assolutamente che ai cattolici o ai cristiani sarà garantito il successo. Il disfattismo del cristiano non sta nell'aspettarsi la sconfitta. Sta nel disperare della verità, rinunciare a battersi per essa, comunque vada a finire. Perché la difesa della verità, fosse fatta anche da dieci persone soltanto, non è mai uguale a zero, e a volte porta a risultati insperati.

E da questo punto di vista ci sono due specie di disfattismo: il mio, che misura tutto sull'esito e subisce la soggezione intellettuale degli antireligiosi, e quello ancora più sottile di un Mons. Plotti, arcivescovo di Pisa, che rimprovera non i contestatori del Papa, ma chi lo difende, di alzare striscioni e "di non saper stare tra la gente come gli altri" (cioè grigi come gli altri, addormentati come gli altri, con la testa nella sabbia come gli altri). Insomma, tacere per non attirare rappresaglie. Un rivoltante appello all'anonimato e al conformismo, condito col solito appello ambiguo e melenso a "non alzare steccati", e tanto più grave perché viene da un vescovo di primo piano, che dovrebbe guidare i fedeli che gli sono affidati e non sviarli.

Giovanni Romano

mercoledì 16 gennaio 2008

La Débâcle della Chiesa


E' difficile giudicare la ritirata di Papa Benedetto XVI. Dico subito che non mi colloco tra coloro che lo hanno lodato, né tantomeno tra quelli che sostengono come la sua rinuncia sia stata una "vittoria" contro il fanatismo e l'intolleranza che gli hanno impedito di parlare. Le condanne -tutte tardive- non modificano di una linea il fatto crudo che in una università statale, quindi pagata anche coi soldi dei cattolici, i fanatici antireligiosi hanno riportato una vittoria completa. Non solo dal punto di vista dell'ordine pubblico bensì, molto più a fondo, anche da quello culturale e dell'immagine.

Ma la mia, lo ammetto, può essere un'accusa più che temeraria. Cercherò allora di spiegarmi il più a fondo e il più obiettivamente possibile.

Direi che la virulenza della contestazione di un gruppo anche numericamente insignificante ma molto agguerrito, sia di docenti che di studenti, ha spiazzato tutti. E soprattutto ha dimostrato quanto sia radicato e paralizzante il complesso d'inferiorità dei cattolici nei confronti della pseudo-cultura laicista.

Che gli anticristiani e gli atei abbiano cercato d'impedire al Papa di parlare non fa meraviglia. E' il loro sporco mestiere. Quello che fa meraviglia però è la passività assoluta, la mancanza totale di reazione tempestiva ed efficace da parte dei tanti gruppi cattolici pur presenti in Università.

E' vero però che, mentre gli autonomi, i collettivi, i disobbedienti e compagnia bella sono militarmente organizzati in proporzione inversa alla diffusione e alla popolarità delle loro idee, i cattolici, almeno sinora, si sono sempre sentiti maggioranza, e non hanno mai sentito il bisogno di darsi un'organizzazione quasi paramilitare. Per questo, anche la forza cattolica più attivamente presente in Università -Comunione e Liberazione- è stata probabilmente colta di sorpresa e non è riuscita a organizzare una contro-mobilitazione che però avrebbe portato certamente allo scontro fisico (cosa che il Papa avrà voluto evitare).

Questo però non toglie nulla alla gravità del sopruso che hanno subito tanto il Papa quanto tutti i cattolici. Al momento della sua elezione. Papa Benedetto XVI, con grande umiltà, aveva invitato i fedeli a pregare perché non si lasciasse prendere dalla paura e non fuggisse davanti ai lupi. Purtroppo è successo precisamente questo. Il pastore è fuggito.

Possiamo fargliene una colpa? No e si. No, perché Cristo stesso più di una volta fuggì di fronte ai suoi nemici, quando però non era ancora giunta la sua ora, e nessuno, credo, pretenderebbe da un vecchio ultraottantenne il coraggio spaccone da Braccio di Ferro. O di San Pietro, per restare in argomento.

Sì, invece, se si guardano le conseguenze più ampie del suo ritiro. A ragione o torto, il Papa ha dato l'idea non solo di essere fisicamente vulnerabile, ma soprattutto di non saper opporre la sua testimonianza e i suoi argomenti di fronte all'odio e all'intolleranza cieca. Di fatto, è come aver nuovamente accettato la separazione tra fede e ragione contro la quale il Papa si è tanto tenacemente battuto. E se qualcuno pensa che alla politica o ai media verrà un soprassalto di dignità e comprensione, si sbagliano di grosso. Al contrario: interpreteranno la rinuncia all'invito come un segno di debolezza non solo del Papa in quanto individuo, ma dello stesso pensiero cattolico, che corre a rinchiudersi in Piazza San Pietro e in sacrestia perché ha paura del confronto con il mondo esterno. Al mondo piace chi vince, purtroppo, anche se Cristo stesso non ebbe paura di fare la figura del perdente.

Ma quei quattro scalzacani che si gloriano di aver fermato il Papa si limiteranno forse a questo? No, gli attacchi alla Chiesa e al cristianesimo diventeranno sempre più pesanti, dato che la Chiesa manca del coraggio di reagire. Già in queste ore il Parlamento porta avanti caparbiamente l'ideologia del "gender". E se il Papa non ha il coraggio di sostenere pubblicamente la propria posizione, con quale autorità la Chiesa potrà dire no a questa manipolazione idologica, come pure ai matrimoni gay, all'eugenetica, all'aborto? E come potrà il Papa chiedere rinunce e sacrifici dai cristiani in un mondo tanto ostile, se lui per primo si è eclissato?

I commentatori dicano quello che vogliono e cerchino di girare la frittata quanto gli pare. All'Università di Roma ha vinto una cultura che ormai scopertamente vuole sbarazzarsi di Dio e di Cristo. Ha vinto la cultura dell'uomo autosufficiente, che esclude dal suo orizzonte Dio e chiunque fa riferimento a Dio. A questa cultura andava data una risposta fermissima e personale, una testimonianza pubblica che purtroppo non c'è stata. Ora i credenti si sentiranno più soli, anche moralmente più in balia del politicamente corretto e di un sentimento sempre più paralizzante d'inferiorità verso chi li sta relegando con disprezzo nelle sacrestie.

Giovanni Romano

martedì 15 gennaio 2008

Università l'Insipienza


Dopo la rinunzia del Papa, mi aspetto come prossima mossa il rogo dei libri di autori cattolici sulle scalinate dell'Università l'Insipienza.

Riporto integralmente, qui sotto, il comunicato stampa di Comunione e Liberazione, ma mi chiedo: nei giorni scorsi loro dov'erano? E' vero o no che hanno avuto la maggioranza nei consigli di facoltà? E allora perché non si sono fatti sentire? Perché non si sono fatti sentire le altre migliaia di docenti della Sapienza? O è stata l'informazione di regime ad aver dato spazio esclusivamente ai contestatori?

Comunque una cosa è certa: dalle ore 17 di oggi, in quanto cattolico, sono diventato ufficialmente un cittadino di serie B.
Giovanni Romano

Comunicato stampa

Comunione e Liberazione: Sapienza, un’altra vergogna per l’Italia


I Papi hanno potuto parlare ovunque nel mondo (Cuba, Nicaragua, Turchia, etc.). L’unico posto dove il Papa non può parlare è La Sapienza, un’università fondata, tra l’altro, proprio da un pontefice.

Questo mette in evidenza due fatti gravissimi:

1) l’incapacità del governo italiano a garantire la possibilità di espressione sul territorio italiano di un Capo di Stato estero, nonché Vescovo di Roma e guida spirituale di un miliardo di persone. Piccoli gruppi trovano, di fatto, protezioni anche autorevoli nell’impedire ciò che la stragrande maggioranza della gente attende e desidera;

2) la fatiscenza culturale dell’università italiana, per cui un ateneo come La Sapienza rischia di trasformarsi in una “discarica” ideologica.

Come cittadini e come cattolici siamo indignati per quanto avvenuto e siamo addolorati per Benedetto XVI, a cui ci sentiamo ancora più legati, riconoscendo in lui il difensore – in forza della sua fede – della ragione e della libertà.

Milano, 15 gennaio 2008.




Il "Pecora Day" dell'Università La Sapienza



Gli accademici, quanto più sono paludati, tanto più sembrano portati a comportamenti gregari, irriflessi e aberranti. E' il caso del famoso "manifesto dei 67" contro la visita del Papa all'Università "La Sapienza" (che dopo questa scomposta gazzarra rischia di essere ribattezzata "Università l'Insipienza"). E' il caso del manifesto firmato contro Magdi Allam qualche mese fa. Fu il caso dell'infame manifesto (una vera condanna a morte) firmato da oltre 800 intelletuali à la page, qualcuno lautamente stipendiato ancor oggi (vedi Eco e Moravia), contro il Commissario Calabresi.

In entrambe le eventualità, una parte almeno della nostra cultura accademica (non quella realmente di primo piano, per fortuna) ha dato la prova di un provincialismo, di una grettezza e di un dogmatismo penosi e sconcertanti. Quelli che si sono da sempre impancati a maestri di "tolleranza" si sono rivelati i più intolleranti, settari e ignoranti.

Vorrei
però sapere dove sono i cattolici in questo momento. I semplici cattolici dell'Università, intendo, non i loro rappresentanti ufficiali. Può darsi che la stampa e i media di regime li abbiano censurati, ma se così non fosse stanno dimostrando una passività, un'apatia e una remissività non meno grave del conformismo dei loro avversari. Non capiscono che se imbavagliano il Papa, più nessun cattolico potrà parlare? Il manifesto dei 67 è oggi l'equivalente morale del "Manifesto della Razza" del 1938. Stessa faziosità, stessa pseudo-cultura, stessa ignoranza paludata di paroloni. E soprattutto stesso razzismo intellettuale.

Qual è però il destino di tanti "manifesti"? Certamente fanno danno, e molto anche, ma nella storia ben pochi, o nessuno, ha lasciato un segno. Oltre ai manifesti citati sopra, ricordo il caso di un manifesto firmato da cento professori universitari di fisica tedeschi sotto Hitler, che denunciavano la teoria della relatività come "un'impostura ebraica" (!). La storia ha provveduto a consegnare quelle cento persone e le loro idee all'oblio e al disprezzo che meritavano.

Così auguriamo ai pecoroni firmatari di questo manifesto, e a chi li sostiene.

Giovanni Romano

lunedì 14 gennaio 2008

TG2: smancerie ai delfini, eutanasia ai bambini.


Da molti mesi, ormai, il TG2 delle 13 (non so quello della sera) dedica uno spazio fisso a storie di animali. Vanno forte le balene, gli orsi, i caprioli, i cani, i gatti e ovviamente i delfini. C’è un chiaro intento ideologico in tutta questa insistenza sulle storie di animali: “dimostrare” che sono uguali a noi, e che devono avere “diritti” uguali ai nostri.
Idea più che mai mistificatoria, in realtà. Da quello che ho visto in più di una occasione, direi che in troppi casi ”l’amore per gli animali” è un’ottima scusa per disprezzare gli esseri umani, o quanto meno per non prendersi cura di loro. Penso a quell’allevatore di gazze che le aveva così bene ammaestrate da aver divorziato dalla moglie e rotto coi figli. Penso a quel gorillino appena nato in Germania, ricoverato d’urgenza nel reparto terapia intensiva dei bambini, amorosamente coccolato e assistito con ogni cura, mentre il giornalista commentava tutto tronfio “sembra proprio un bambino”. Ma se per curare un animale i medici avessero tolto il posto-letto a un bambino che ne aveva bisogno, cosa sarebbe stato se non un OMICIDIO?
Infine l’ultimo caso, non ricordo nemmeno quando. In Olanda, un delfino ferito viene sollecitamente raccolto da alcuni volontari, trasportato “con un mezzo speciale” fino a un “apposito centro per la cura dei delfini feriti” (proprio così!) dove gli viene messa a disposizione “un’apposita casetta dentro una vasca tutta per lui”. Commovente davvero! Peccato che l’Olanda sia anche il primo paese al mondo ad avere autorizzato l’eutanasia sui bambini. Per i quali, presumibilmente, scarseggiano i volontari, i mezzi appositi e le casette fabbricate a bella posta.
“L’amore per gli animali” dà il grande vantaggio di scaricarsi la coscienza con il sentimentalismo. Ma “amarli” in quel modo finisce per togliere cure e rispetto all’uomo. Per questo trovo ambigue e tristi vicende come queste, e meritevoli non di lode, ma di biasimo e disprezzo.
Giovanni Romano

venerdì 11 gennaio 2008

Eva Braun: quando il candore non è innocenza


Complice un'influenza, sono rimasto chiuso in casa per qualche giorno, e ho avuto modo di guardarmi dei DVD arretrati. Tra questi c'era un cofanetto doppio, con i filmini girati da Eva Braun nei suoi momenti privati e familiari, sia con Hitler che con altre personalità del Terzo Reich.

Confesso di essere rimasto assolutamente sconcertato. Questi filmati stanno al Terzo Reich come l'aneddotica alla storia. Non rivelano assolutamente niente, non spiegano niente, non dicono niente. Chi volesse capire qualcosa del nazismo farebbe meglio a guardare persino i cinegiornali del regime.

Quello che sconcerta in questi filmati è appunto la loro banalità. Nonostante Eva Braun avesse ambizioni di attrice e regista, ha un occhio curioso ma non profondo. Leni Reifenstahl seppe fare molto meglio. Se non fosse che nelle sue riprese al Berghof compaiono Hitler e un sacco di personaggi che hanno lasciato un (cattivo) segno nella storia, i suoi filmini sarebbero quelli, tutto sommato banali e ripetitivi, di qualsiasi famiglia della media borghesia: festicciole, bambini, scampagnate, crociere e gite in montagna. Le inquadrature veramente pacchiane sono per fortuna molto rare, ma lo sono anche quelle che si potrebbero definire "poetiche". Nella maggior parte dei casi, domina la convenzione, la scontatezza, della scena si coglie il particolare più appariscente e non quello più significativo, oppure compaiono dei dettagli irrilevanti che sciupano l'insieme.

Mi ha colpito in particolare la mancanza di due cose: non si vede mai nessuno con un libro in mano, e nei suoi viaggi Eva non riprese mai nessuna chiesa. Tutta borghesia benestante e appagata, completamente laica: le gite, i cani e i conigli, le piccole buffonerie tra amici davanti alla macchina da presa. Il culto della fisicità e del salutismo, anche. L'obiettivo di Eva indugia un po' troppo sui bambini nudi (è significativo che in Italia a quell'epoca non se ne vedevano), sulle gambe nude e sui corpi seminudi delle amiche, e lei stessa non sottrae all'obiettivo il suo notevole fisico. Non è propaganda nazista, in un certo senso è peggio: è la dimostrazione di quanto il nazismo fosse ormai diventato mentalità corrente.

La storia in pantofole, si dirà. Ma quella, appunto, non è storia. Anzi rischia di essere una forma nemmeno mascherata di apologia. "Hitler in pantofole" diventa un comodo paravento per attutire l'orrore dei suoi delitti. A questo proposito, un mio amico mi ha fatto osservare molto acutamente che un tiranno veramente diabolico deve avere necessariamente qualche lato simpatico e umano, altrimenti nessuno lo seguirebbe. E' un'osservazione profondamente giusta. Se è vero che "piccoli difetti fanno dimenticare grandi virtù", è purtroppo vero anche l'inverso: grandi difetti, o addirittura tendenze criminali come in questo caso, vengono messi in ombra da piccole insulse virtù.

Un altro aspetto degno di considerazione è l'effetto che la vicinanza col potere fece su tutta la famiglia Braun. La madre, fervente cattolica (e dispiace dirlo) fin dall'inizio fu conquistata e aderì senza riserve al nazismo. Il padre, maestro elementare, aveva avuto addirittura dei trascorsi di antinazista, ma la sua conversione fu addirittura più impressionante di quella della moglie. Si trovò ben presto a suo agio nei privilegi e nell'agiatezza economica che gli dava una simile vicinanza all'uomo più potente d'Europa. Non dimentichiamo che nella Germania degli anni '20-'30 i viaggi, specialmente quelli in aereo, le crociere, le boutiques di alta moda, erano appannaggio esclusivo di una cerchia molto ristretta dell'alta borghesia. I Braun se ne servirono largamente e senza alcun imbarazzo, e per tutta la durata della guerra, tanto che alla fine si resta nauseati, oltreché annoiati, dalle continue immagini di festicciole e gite mentre intorno la Germania finiva in cenere sotto i bombardamenti. Una parabola esemplare sulla corruzione che il potere è capace di produrre.

E poi il paradosso dei bambini. I nazisti avevano un vero culto delle nascite, del numero (previo screening eugenetico, ovviamente). Ma nessuna cultura, nessuna civiltà è buona solo perché è prolifica. Fa male vedere quelle creature in mezzo ai gerarchi; sconcertano i padri in feldgrau che scherzano coi loro piccoli -tutti biondi, per carità!- vestiti di bianco. Mi è venuto in mente il Vangelo, che a questo proposito è il massimo del realismo: anche gli uomini cattivi sanno dare cose buone ai loro figli. Gesù cercava di prendere gli uomini sulle cose che loro stessi potevano capire.

Fa male pensare ai bambini atrocemente sacrificati della famiglia Goebbels, o al peso di coscienza che più d'un figlio di gerarchi ha dovuto portare dopo la guerra.

Sconcerta ancora di più che in fondo la stessa Eva fosse una bambina, quanto accettasse l'ambiente senza domande e senza discussioni. La sua però era, mi si passi il paradosso, un'ingenuità non innocente. Il DVD non riporta le opinioni di Eva a proposito degli ebrei o della politica hitleriana: probabilmente accettava con la massima naturalezza quello che diceva la propaganda. Traudl Junge, segretaria privata di Hitler, più fortunata e forse più assennata della Braun, racconta che per molto tempo dopo la guerra si giustificò pensando che a quell'epoca era giovane, che era rimasta abbagliata dal potere e dal prestigio di Hitler... Finché un giorno non passò davanti a un monumento in memoria di Sophie Scholl e scoprì che avevano la stessa età. "Da allora in poi non ho avuto più scuse", scrisse. "Lei era giovane come me, ma aveva visto. Io non avevo voluto vedere".

Così anche Eva Braun. Era talmente candida da non essere innocente. I suoi filmati non solo non danno alcun contributo a spiegare il mistero Hitler, ma lo rendono, se mai, ancora più fitto.


Giovanni Romano

mercoledì 26 dicembre 2007

Ooops! Mi ero dimenticato gli auguri di Buon Natale!

I fatti atroci di cronaca nera accaduti in questi giorni, e anche un po' i pensieri per il futuro, mi hanno tenuto lontano dal blog. Ma non potevo certo rinunciare agli auguri di Buon Natale, anche se con tutte le eccezioni dell'anno scorso.

Quello che però mi ha particolarmente colpito è il rifiuto del Natale, è un mondo che stupidamente si crede autosufficiente, e non attende più. Nulla può essere peggio di questo. Il Natale è la festa della gioia per Qualcuno che è venuto. E' la festa dell'Avvenimento, della nuova vita, la festa più socievole e bella che esista. Se cessassimo di festeggiarlo, e di festeggiarlo nel suo significato autentico, al di là delle brutture e degli stravolgimenti "multiculturali", ci scopriremo molto più poveri, più ardi, più disperati. Non a caso il Natale è rifiutato nei paesi dove imperversa la nevrosi della "sovrappopolazione" e dove si combatte la famiglia.

A proposito: ho fotografato questo presepe in un bar. Il proprietario l'ha amorosamente preparato sul bancone, infischiandosene del "politicamente corretto". A lui va tutta la mia riconoscenza. Sono contento di vivere in una regione dove la cristofobia non ha ancora preso piede.

Buon Natale a chi se lo merita

Giovanni Romano

domenica 16 dicembre 2007

AIUTOOO!!! L'effetto serra ci soffoca!


Siori e Siore, inesistenti frequentatori di questo sito,

ECCO A VOI GLI SPAVENTEVOLI RISULTATI DELL'EFFETTO SERRA

così come li ho visti ieri dalla finestra di casa mia.

Venite ad aiutarci, presto! E soprattutto,

VENITE A RAFFREDDARCI A OGNI COSTO!

PRESTO, PRIMA CHE CI BECCHIAMO UN'INSOLAZIONE!!!
OGNI MINUTO E' PREZIOSO!!!!

Col più profondo disprezzo per i ciarlatani di Bali,

Giovanni Romano

venerdì 14 dicembre 2007

Per le Maldive islamiche le donne non contano. E il TG1 tiene bordone.



Oggi il TG1 ha riportato sia nell'edizione delle 13,30 che in quella delle 20,00 la notizia dello stupro subito da una turista italiana alle Maldive. Il lato sconcertante della vicenda è che quando si è rivolta alle autorità di polizia locali, la donna si è sentita rispondere che nelle Isole Maldive lo stupro non è considerato reato, a meno che il colpevole non venga colto in flagrante con la testimonianza di almeno due uomini, o quattro donne.

Chi conosce anche superficialmente il diritto islamico sa che questa è una delle prescrizioni della
sharia, in cui la donna conta esattamente la metà dell'uomo. Ancora più sconcertante è il silenzio completo su questo dettaglio rivelatore. Né il giornalista intervistatore e nemmeno la donna (adeguatamente catechizzata, presumo) hanno accennato che le Maldive, al di là della vetrina turistica, sono uno stato dove il fondamentalismo islamico sta prendendo sempre più piede, nelle sue forme più rigide e inumane.


Io non credo che in tutti i paesi a maggioranza islamica viga questo stesso principio, ma se si vuole davvero porre rimedio a questa situazione la peggior cosa che si può fare è mantenere un pavido silenzio sulle sue vere cause.

Giovanni Romano

giovedì 6 dicembre 2007

Cinici, stupidi e bugiardi. Questi sono i laici.

Qualche settimana fa leggevo l'inserto "E' Famiglia" di Avvenire, e vi ho trovato la confutazione di un'obiezione tanto maliziosa quanto speciosa al matrimonio:

Se bastano i PACS o i CUS per mandare in crisi la famiglia, alla fin dei conti si tratta di un'istituzione fragile".

Sarebbe come dire che se qualcuno si è beccato una coltellata al fegato e viene ricoverato all'ospedale, alla fin dei conti era malaticcio e di salute cagionevole...

Non vale la pena discutere con gente di livello morale e culturale tanto basso.

Giovanni Romano

sabato 1 dicembre 2007

Una preziosa opportunità sprecata

Dal sito di Rai Televideo prendo questa notizia molto sconfortante:

11.38
Extracomunitario? No a borsa di studio
Il Consiglio comunale di Romano d'Ezze-
lino (Vicenza) esclude gli extracomuni-
tari dalle borse di studio per i più
meritevoli e scoppia la polemica.

"Abbiamo modificato il regolamento dopo
la sollecitazione di molti cittadini",
dice il sindaco Rossella Olivo (FI) al
"Gazzettino". I bonus istruzione del
Comune saranno assegnati agli studenti
con il massimo dei voti, purché resi-
denti da almeno 3 anni e con la citta-
dinanza italiana o di un Paese comuni-
tario. "Il merito non ha colore", pro-
testa l'opposizione.


Se si trattano in maniera così ottusa i giovani che vogliono integrarsi, nessuno si stupisca se prolifereranno le scuole coraniche.

Giovanni Romano

martedì 27 novembre 2007

Il Celentano che non fa paura

Che Adriano Celentano avesse la tendenza a pontificare lo sapevamo fin dai tempi remoti di Joan Lui. Quello che oggi deprime non è la sua attitudine predicatoria ma la scontatezza degli argomenti e dei bersagli.

Attacchi Berlusconi? E chi degli "intellos" non ti applaudirebbe? Ti lanci coraggisamente in una tirata animalista, antinucleare e/ o ambientalista? La claque a scena aperta è assicurata. Lecchi Prodi? E quale di giornali di regime come La Repubblica o Il Corriere non corre a incensarti?

Dov'è finito, però, il Celentano che difendeva il matrimonio, a cominciare dal suo? Dov'è il Celentano che proclamava ad alta voce la sua contrarietà all'aborto? Un Celentano così in RAI oggi non l'avrebbero fatto più entrare. E allora l'Adriano nazionale ha fiutato il vento, e si è adeguato. Una tigre senza denti, un conformista politicamente corretto che va bene a chi comanda. Più comodo di così...

Meno male che lui, da uomo di spettacolo veramente di razza qual è, ha avuto il buon senso di far durare poco il suo strapagato spettacolo. Se è pesato sulle tasche dei contribuenti, almeno non li ha annoiati più di tanto.

Giovanni Romano

mercoledì 21 novembre 2007

Necrosi morale

Ci sono dei momenti, nella vita apparentemente monotona di un insegnante, che invece sono straordinariamente rivelatori della mentalità che ci circonda. Uno di questi momenti l'ho vissuto stamattina.

Non ricordo come, il discorso era caduto sulla pedofilia via Internet, e a questo punto i ragazzi hanno cominciato a tirar fuori delle cose che mi hanno lasciato allibito, sgomento. Uno di loro, candidamente, mi ha detto di aver visto uno di quei video (e dove? E come?). Altri si sono messi a vantarsi apertamente dei siti porno che visitavano (senza curarsi delle due ragazze presenti in aula). Altri hanno cominciato a descrivere addirittura filmini d'incesto. Ed erano ragazzi di appena 14 anni!

In tutti c'è una concezione del sesso paurosamente banalizzata, meccanica, che non sa e non vuole sapere nulla di affettività. E non mi venite a dire che si tratta solo di vanterie ed esagerazioni. Per descrivere certe cose bisogna proprio averle viste.

Inutile parlare loro di "valori", ormai non sanno più nemmeno cosa siano. E anche se gliene avessero parlato li disprezzano. C'è solo il soddisfacimento immediato degli istinti. E questi istinti, anzi, non sono più nemmeno naturali, ma stuzzicati e suscitati a bella posta.

Sono uscito da quella classe profondamente amareggiato, senza sapere cosa dire perché ogni discorso mi sembrava un moralismo fuori posto. Però è accaduto qualcosa d'imprevisto. Con una mia collega per la prima volta abbiamo "inaugurato" la Scuola di Comunità nel mio istituto (quelli di CL sanno di cosa sto parlando). E allora mi è venuto in mente quel che dovevo dire. Bisognava partire dai desideri stessi dei ragazzi che questa "cultura" sta uccidendo. Sono piombato lì nel mezzo di un'altra lezione e gli ho detto: "Ragazzi, voi potete fare tutto il sesso che volete, ma scommetto che fra voi non c'è nemmeno uno che non voglia sentirsi amato".

Li ho piantati lì, e chi vuole capire capisca.

Giovanni Romano

martedì 20 novembre 2007

Telethon: i cattolici non comprano più a scatola chiusa!

Riporto il breve dialogo illuminante che ho avuto stamattina con una collega, in corridoio:

LEI (speranzosa): Vuoi comprare una sciarpa Telethon?

IO (freddo) Mi puoi garantire che quei soldi non saranno usati in esperimenti contro gli embrioni umani? Altrimenti non dò un centesimo!

LEI (si allontana seccata, borbottando).

Fine della conversazione. E magari lei è una di quelle che ti piantano una grana di prim'ordine sui cetrioli geneticamente modificati...

Sono stato contento di averle risposto così. E' ora che qualcuno si accorga che i cattolici non comprano più a scatola chiusa. E basta buonismo.

Giovanni Romano

lunedì 8 ottobre 2007

Bimbo ucciso a Bormio: perché non una taglia anche qui?

Come riporto qui sotto dal sito internet di Televideo Rai, proseguono a pieno ritmo le ricerche del pirata della strada che ieri ha investito e ucciso un bambino di tre anni a Bormio. Mi meraviglio però che nessuno si faccia avanti per mettere una taglia sul pirata della strada, come nel caso degli orsi bruni marsicani (vedi post precedente).

Mi vado sempre più convincendo che certe forme di "amore per gli animali" non sono altro che un modo di scaricarsi la coscienza ed esentarsi dalla fatica di amare gli uomini. Non a caso il
TG2 ha ormai uno spazio fisso riservato alle notizie sugli animali. E credo di aver capito perché. Vogliono farci diventare come gli inglesi, abbrutiti d'indifferenza verso la vita umana tanto quanto sono sdolcinatamente sentimentali con gli animali.

Certo che, se fossi ricco, non esiterei a offrire almeno 20.000 € di ricompensa a chi fosse in grado di fornire elementi utili per arrestare l'assassino.



BORMIO, IN CORSO RICERCHE MOTO PIRATA Proseguono senza sosta, a Bormio e in tutta la zona, le ricerche del motociclista che sabato sera ha travolto e ucciso un bimbo di tre anni su una pista ciclabile. Dopo l'incidente la moto si è dileguata nel nulla. I carabinieri di Bormio e di Sondrio sono al lavoro per raccogliere ogni elemento utile alla identificazione del motociclista,che pare indossasse abiti scuri e un casco nero decorato da una fiamma rossa e arancio.Secondo la mamma della vittima la moto sarebbe un fuoristrada e non un ciclomotore.
Giovanni Romano

venerdì 5 ottobre 2007

BEAR KILLER WANTED!


Sull'avvelenamento degli orsi bruni in Abruzzo, mi ha colpito che nessuno abbia avuto nulla da eccepire sulla taglia che il WWF ha messo sulla testa degli avvelenatori.

A scanso di equivoci, dichiaro anch'io di essere favorevole alla taglia, perché fa il vuoto intorno al criminale e mina la solidarietà dei complici. E sono favorevole anche in questo caso.

Quello che non capisco, e che qualcuno mi dovrebbe spiegare, è come mai fior di giuristi s'inalberano quando la taglia viene proposta contro i criminali che uccidono altri esseri umani. La considerano "altamente diseducativa" perché "incoraggia la delazione", "rischia di creare capri espiatori", "non serve a niente". Come mai quel che è diseducativo e non serve nei confronti degli esseri umani dovrebbe andar bene per gli orsi?

Comunque sia, stavolta da quei giuristi è arrivato solo un assordante silenzio.

Sarà forse perché ormai la vita degli animali è considerata più importante di quella umana.

Giovanni Romano

venerdì 28 settembre 2007

Il Comandante Grull... ehm, Grillo



Lo so, lo so, è una bestemmia accostare il nome di Grillo a quello di Gabriele D'Annunzio. Ne convengo: è un peccato capitale contro l'arte e anche contro il semplice decoro. Tra i due non c'è partita. Eppure ci sono tratti soggettivi e oggettivi che li accomunano, e la rassomiglianza, a pensarci bene, è inquietante.

Il primo è la teatralità, la voglia di apparire a tutti i costi. Entrambi sono stati capaci di compiere dei veri e propri tours de force mediatici. Direi anzi che il più bravo è stato Grillo, perché sfruttando le potenzialità della Rete è riuscito a riemergere dall'oblio mediatico cui lo aveva condannato la RAI (anche perché aveva lasciato un segno troppo forte, con la sua famosa, sferzante battuta contro Craxi).

Il seondo è l'innegabile carisma. Nonostante le divise e le decorazioni con cui si paludava, Gabriele D'Annunzio non era un uomo fisicamente imponente, né aveva una voce metallica (molti anni fa ebbi la fortuna di parlare con uno degli ultimi che lo conobbero di persona, un vecchietto ormai ultranovantenne). Eppure riuscì a trascinarsi dietro centinaia di "legionari", occupare una città intera, tenere gli occhi di tutta l'Europa puntati su di sé. E Grillo? Vi sembra un uomo fisicamente prestante? La sua voce vi arriva al cuore per l'armonia dei suoi toni? Eppure anche lui sta riempiendo ancora più piazze di D'Annunzio, grazie alla telematica.

Il terzo elemento che hanno in comune sono le circostanze critiche che li hanno fatti emergere. Sia l'uno che l'altro sono diventati temporanei leaders in momenti di particolare tensione , in cui la classe politica si trova a essere totalmente delegittimata e il Paese è in condizioni di particolare debolezza. Entrambi si presentano con ricette facili e pronte all'uso.

Il populismo e il disprezzo per la democrazia parlamentare è la quarta, più sinistra caratteristica che li accomuna. Da questo punto di vista Grillo si è spinto ben più oltre di Bossi. Devo dire che, pur non essendo certo di sinistra, preferisco il peggior parlamento alla migliore dittatura. E non conosco tirannia peggiore di quella delle buone intenzioni.

Nessuno dei due ha la stoffa di essere davvero un leader. Ma come D'Annunzio spianò la strada a Mussolini, così temo che possa fare quel Grull... ehm, Grillo, nei confronti dell'opportunista di turno.



Giovanni Romano

mercoledì 26 settembre 2007

Un'imprevista, meravigliosa lezione di vita


Lunedì 24 settembre sono andato a Bari per rinnovare la mia patente d'invalido. Nel gruppo c’era una giovane donna sui trenta-trentacinque anni. Carina, ben curata, spigliata e vivace nei movimenti. Mentre aspettavamo, canticchiava tra sé e sé accompagnandosi col piede. Mi chiedevo che handicap avesse, perché sembrava perfettamente “normale”. Dal momento che l’attesa si prolungava, abbiamo fatto un po’ di conversazione, e le ho chiesto del suo handicap. “Sono focomelica”, mi ha risposto con semplicità, senza imbarazzo.

Solo allora, con un sussulto, ho notato la protesi rigida che aveva al posto del braccio sinistro. Col suo buonumore era riuscita a farlo completamente dimenticare. Da invalido, posso dire che buonumore e allegria non “vengono facili” a chi porta in permanenza una limitazione o una mutilazione nel suo corpo. Ci vogliono volontà, grinta, fiducia, e probabilmente tante lacrime piante di nascosto. Ma so anche che non basta voler essere fiduciosi e grintosi. Per essere così sereni, così positivi, bisogna essere stati accettati e amati da una famiglia che non ha avuto paura del “figlio imperfetto”.

Mi sono chiesto cosa sarebbe di questa donna se dovesse nascere ora. Quasi certamente verrebbe scartata, con l’aiuto di medici e di magistrati “pietosi” ai quali auguro vergogna eterna per le vite che aiutano a distruggere, e di cui non sanno nulla.

Giovanni Romano

sabato 22 settembre 2007

Modesta proposta contro il sovraffollamento carcerario



Ispirato dalle polemiche che imperversano in questi giorni sull'indulto e sul sovraffollamento delle carceri, mi è venuta un'idea.

Dal momento che il numero dei delinquenti aumenta in continuazione, e la costruzione di nuove carceri non potrà mai tenere il passo con la loro crescita esponenziale, suggerirei di mettere in libertà tutti i detenuti e di trasferire in carcere gli incensurati e le loro famiglie.

In questo modo cesserebbero sia le polemiche sull'indulto che quelle sul sovraffollamento. Ogni carcere, poi, si trasformerebbe automaticamente, e a costo zero, in una fortezza mirabilmente adatta a proteggere la vita e i beni dei pochi onesti ancora in circolazione.

Giovanni Romano

venerdì 21 settembre 2007

Rutelli e il DNA: sorvegliare e (non) punire


Da qualche giorno si parla della nuova legge sul prelievo obbligatorio del DNA ai pregiudicati, con la prospettiva futura di estenderlo a tutti. Come molti altri, anche Marina Corradi, su "Avvenire" del 13 settembre scorso, aveva espresso forti preoccupazioni per un controllo sempre più invadente, capillare e carico di potenziali minacce, per il potere che mette nelle mani dello stato e dei pochi privilegiati che potranno accedere a quel che di più intimo ci appartiene.

Dall'altra parte ci sono le parole rassicuranti di Rutelli, che la Corradi definisce ironicamente "voce assolutamente moderata e democratica", il quale assicura che con questo screening sarà molto più facile identificare e arrestare i criminali, citando a esempio il caso dell'Inghilterra, in cui, a quanto pare, "l'arresto dei colpevoli è quasi raddoppiato".

Tuttavia, a me sembra che l'esempio di Rutelli non stia in piedi per due ragioni. Nemmeno in Inghilterra una sorveglianza sempre più ossessiva riesce a venire a capo della vera propria necrosi sociale che si manifesta nello sfascio delle famiglie, nella solitudine alcoolica e nella violenza gratuita delle bande giovanili (per non parlare delle minacce terroristiche).

In secondo luogo, non serve a niente moltiplicare all'infinito gli screening, le telecamere, lo spionaggio, se poi il massimo della pena che si applica ai colpevoli, pur esattamente individuati, è solo qualche mese o al massimo qualche anno di carcere, con il solito abbondante contorno di indulti, sconti di pena, uscite anticipate, licenze premio e buona condotta.

Se le premesse restano queste, l'unico effetto pratico del provvedimento sarà analago a quello delle famose "gride" di manzoniana menoria: aumentare ingiustificatamente l'oppressione nei confronti dei cittadini "pacifici e senza difesa", senza disturbare la criminalità
più di tanto.

Secondo me il gioco non vale affatto la candela.

Giovanni Romano

mercoledì 19 settembre 2007

Latino si, latino no, latino forse...

Il motu proprio di Papa Benedetto XVI sulla liberalizzazione della Messa tridentina ha suscitato reazioni anche troppo vivaci all’interno del mondo cattolico. I “progressisti” hanno gridato allo scandalo, al leso Concilio, a un indebito cedimento ai lefevriani, al ritorno all’oscurantismo e alle chiusure controriformiste, spesso con accenti stizziti e scomposti. Dalla parte dei “tradizionalisti”, ovviamente si è esultato, anche qui altrettanto spesso e altrettanto scompostamente, con accenti di vera e propria rivalsa, quasi fosse una resa dei conti attesa da tanto tempo.

I media laici, da parte loro, hanno seguito con un certo interesse la vicenda, e alcuni hanno intorbidato le acque a bella posta, facendo credere che il motu proprio reintroducesse, nella Messa tridentina, anche la formula sui “perfidi giudei”, eliminata invece da Giovanni XXIII. In quest’opera di disonesta diffamazione anticattolica si è particolarmente distinta, come al solito, la stampa britannica.

Ma quali effetti, in concreto, produrrà il motu proprio? Posso dire che tutto sommato saranno contenuti. Nonostante il battage che circola su Internet, in molte chiese e diocesi penso che cambierà ben poco. E non per qualche tenebrosa cospirazione dei “cattoprogressisti”. Semplicemente perché alla grande maggioranza dei fedeli il rito postconciliare va bene così com’è. Nella mia parrocchia non è successo proprio niente, e probabilmente non accadrà niente anche in futuro. Questo non perché sia una parrocchia di “progressisti”, e nemmeno perché il parroco sia pregiudizialmente ostile alla Messa in latino. Semplicemente non ci sono richieste.

Vediamo di spiegare perché. Pur facendo parte di un movimento cattolico definito “tradizionalista” e “integralista”, non ho mai sentito come prioritaria la questione della messa in latino. Né tale questione si è posta all'interno del Movimento. Non è e non sarà il latino a riempire ipso facto le chiese finora deserte, quali che siano le illusioni dei tradizionalisti e i timori ventilati dai “progressisti” di una “messa identitaria” (come se avere un’identità cristiana fosse peccato!). Piccoli gruppi di fedeli potranno riempire una chiesa o due, ma delle altre che sarà?

Si dice che il latino, oltre a essere lingua “sacra” (su questo argomento ritornerò alla fine) è anche un potente veicolo di unione tra fedeli, che in qualunque parte del mondo sentono celebrare la stessa Messa nella stessa lingua. Può darsi, ma a me è capitato più di una volta di partecipare a messe in lingua straniera, e non mi sono mai, dico mai sentito spaesato o estraneo.

La prima volta fu a Oxford nel 1980. Ricordo ancora bene come i fedeli, vedendo una faccia nuova (in Inghilterra i cattolici sono minoranza, quindi più o meno si conoscono tutti) si mostrarono sinceramente premurosi e accoglienti. Il mio vicino di banco mi passò anche il messale perché potessi seguire la celebrazione.

A Lourdes, in pellegrinaggio, la Messa era in francese, ma nessuno del mio gruppo si sentì a disagio, come pure qualche giorno prima, a Madrid, avevamo assistito a una messa in spagnolo. Anche qui, ben poco imbarazzo, anzi molta contentezza.

A Roma poi mi trovai a partecipare a una messa in francese con un folto gruppo di pellegrini haitiani. Bellissima! Canti e danze, ma non le insulsaggini giustamente criticate da Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro nel loro recente libro Io speriamo che resto cattolico. Era proprio una danza di gioia, di contentezza. E non contentezza di sé: contentezza che c’era Dio. Infine, in via Monserrato mi capitò di essere l’unico partecipante alla messa di un sacerdote spagnolo, che celebrava nella sua lingua. La seguii rispondendo in italiano, con tutta la partecipazione che potevo. Poco ci mancò che la servissi.

Quindi, secondo me il problema non è tanto la lingua, ma la serietà e il coinvolgimento con cui si celebra il rito.

Questa, però, è solo la prima parte del problema, c’è in gioco ben altro. E da questo punto di vista i sostenitori del latino potrebbero anche aver più di una ragione.

Sgombriamo preventivamente il campo da un equivoco. Gli avversari della Messa in latino sostengono l’argomento banale che in realtà questa Messa ce l’abbiamo già: il latino è la lingua ufficiale della Chiesa, così basterebbe celebrare in latino anche la Messa postconciliare. Ma loro per primi sanno che di ben altro si tratta.

Tanto per cominciare, quel che si “rimprovera” alla Messa postconciliare è aver dato eccessiva enfasi alla dimensione orizzontale della “comunità” (quasi fosse una congregazione bastante a se stessa), più che a quella trascendente del rapporto con Dio. Per avere termini di riferimento più precisi, da questo punto in poi vorrei prendere in esame l’instant book scritto da un noto liturgista, Don Manlio Sodi: Il messale di Pio V: perché la messa in latino nel III millennio?

A dire il vero, mi aspettavo un libro che aiutasse a spiegasse la scelta del Papa. Invece il tono è decisamente sfavorevole, se non ostile. Non siamo all’acredine di altri testi cui ho dato solo una scorsa, ma l’insofferenza si legge tra le righe. C’è poco da meravigliarsi, Don Sodi ha avuto una parte non di secondo piano nell’elaborazione dei messali e del rito che ha soppiantato la Messa di San Pio V. Tra le righe si può dunque leggere il disappunto dell’”addetto ai lavori” che si vede mettere in discussione il frutto di fatiche che pensava fosse ormai definitivamente messo agli atti.

E' interessante notare il suo argomento d’attacco: la vera “tradizione” non è quella tridentina, ma quella del Vaticano II, che ha ripreso molti antichi testi che il Concilio di Trento aveva "censurato". Inoltre il Vaticano II ha messo a disposizione dei fedeli una lettura molto più completa dei testi biblici. Non so cosa pensare della nota teoria delle "due mense" da lui citata, la Parola e l'Eucarestia. Non mi pare però che don Sodi dia eccessiva importanza o risalto a quest'ultima. Ma Cristo non è venuto a portare solo una Parola, ci ha dato Se stesso e il Suo Corpo (come già faceva notare Sant'Agostino contro i donatisti). Inoltre, in tutto il libro si parla molto della Messa come Eucaristia (il che è corretto) ma quasi per nulla della Messa come sacrificio, come se prevalesse una concezione "ottimistica" e assembleare della Messa, che mette in ombra la Croce.

Avrei anche una domanda maliziosa –e ingiusta, alla luce delle considerazioni che ho fatto poco fa- che girerei a Don Sodi: come mai dopo il Vaticano II la liturgia e i libri si sono riempiti, ma le Chiese si sono vuotate? A che vale compilare i libri più perfetti del mondo, se poi sono venuti a mancare i fedeli? Con questo non voglio dire che l'antico rito latino fosse un toccasana. Ma forse comunicava un senso del sacro che l'attuale rito esclude.

C'è un'altra questione a cui don Sodi non fa minimamente cenno, che invece è stata approfondita -e da tempo- da Lorenzo Bianchi (non confonderlo col più gettonato Enzo Bianchi) nel suo libro Liturgia: memoria o istruzioni per l'uso?. Il progressivo allontanamento di tante formule liturgiche dallo spirito cristiano. Dalla domanda a Dio alla presunzione del proprio fare. Questa è una critica che tocca direttamente le traduzioni della stessa Messa postconciliare. Il linguaggio esplicito e vigoroso del latino è stato tradotto in formule sempre più generiche, sfumate, vaghe, buone per tutti gli usi, che hanno relegato sempre più in secondo piano la Grazia, il peccato, la richiesta di perdono, per sostituirle con un volontarismo soddisfatto di sé.

Più fondata mi sembra la critica di Don Sodi secondo cui con i due lezionari si perde l'unitarietà del cammino spirituale della Chiesa. Secondo me, però, qui si equivoca gravemente. Il Papa si è limitato a permettere il rito tridentino -mai abrogato, del resto- ma non l'ha imposto e non vuole imporlo a nessuno.

Un appunto più fondato che si potrebbe fare alla reintroduzione del rito tridentino è il costo del Messale. Quello dei fedeli costa 35 € (!) e quello per la celebrazione ben 200. Niente male per una messa "di popolo" quale si vorrebbe che fosse! Anche per queste ragioni il libro di Sodi mi sembra in alcuni punti una tempesta in un bicchier d'acqua. Con queste premesse, un movimento di massa per il ritorno al latino proprio non lo vedo.

La materia del contendere, come afferma giustamente don Sodi, è il Concilio stesso. Si può intendere il Concilio come rottura totale con quello che è venuto prima, come se tanta storia della Chiesa, tante preghiere, tante sofferenze, tanti eroismi fossero soltanto spazzatura? Il Concilio è stata rottura, come fa comodo pensare a qualcuno, o va visto in continuità con quel che è accaduto prima? La battaglia di Ratzinger non è per recuperare i tradizionalisti, come insinua Sodi, ma per sottrarre la Chiesa a quelli che il Card. Biffi definiva “i cronolatri”, quelli che si piegano allo “spirito dei tempi” senza giudicarli alla luce del Vangelo, senza chiedersi se la “modernità” sia buona di per sé oppure se non vada ciecamente e presuntuosamente incontro alla propria distruzione.

Piuttosto, non sono d’accordo su chi eleva il latino allo status di una lingua “sacra”, quasi fosse il contraltare dell’arabo per il Corano. Se il latino si è storicamente affermato anche nella Chiesa, è stato per ragioni contingenti molto concrete, non per particolari misticismi. E’ vero che il latino si presta a esprimere concetti “forti” con efficace brevità, ma Gesù non parlò in quella lingua. Se mai parlava l’aramaico, lingua meno “nobile” del greco e del latino, lingua di soldati e di scambi commerciali, lingua di popolo. Ma quel che Lui disse lo espresse con tale densità, con tale sovrana potenza da poter essere tradotto in qualsiasi altra lingua senza perdere di efficacia, tanto da mutare definitivamente il mondo e la storia. Furono le parole a rendere sacra la lingua, non la lingua a rendere sacre le parole.

Qui siamo al punto. Quando pronunciò le Beatitudini, Gesù non volse le spalle alla gente. Anzi li guardò in faccia, uno per uno. Come guardava i ciechi, gli zoppi, i dubbiosi, gli infelici. Pur incarnando vertiginosamente un Mistero che a volte lasciava sgomenti (pensiamo alla tempesta sedata, a Pietro spaventato dalla pesca miracolosa, alla risurrezione di Lazzaro, alle apparizioni ai discepoli) era un uomo che si poteva incontrare, anzi l’Uomo-Dio, il più grande incontro che si potesse fare nella vita! Se pure è giusto tenere presente il senso del sacro, sarebbe meglio non imbalsamarlo in una eccessiva ieraticità.

In un certo senso, la Messa postconciliare è quella più "difficile" per il sacerdote e per i fedeli. C’è effettivamente il pericolo dell’autoreferenzialità, molto più che nella messa tridentina. Sta al sacerdote guardare i suoi parrocchiani cercando d’imitare lo sguardo di Cristo, e ai parrocchiani guardare a lui con la stessa umile disponibilità con cui i discepoli guardavano a Cristo. Un divino che passa attraverso l'umano. E’ proprio questo il primo avvenimento da chiedere ogni volta che si celebra una Messa.

Giovanni Romano

Ora legale: un sacrificio non necessario?

Da avversario convinto dell'ora legale (vedi il mio primo post) ho letto con vero piacere questa lettera che riporto di seguito, e che condivido in pieno.

Giovanni Romano

"Una riflessione sul risparmio energetico: l'ora legale è nata per guadagnare un'ora di luce e risparmiare energia elettrica. Ora però paradossalmente allunga il tempo della calura e del consumo dell'energia con i condizionatori. Non sarebbe meglio eliminarla? Vorrei conoscere il parere di lettori ed esperti".

Luciana Russo, "OGGI" 15 Agosto 2007

Avanti Cristo o Associazione Calcistica?



Nella scuola è tempo di test d'ingresso. Come da routine, ne ho somministrato uno ai ragazzi di una prima professionale sulle abilità linguistiche. Una batteria di domande consisteva nell'identificare il significato di alcune sigle: "UE", "TV", "ONU", e tra le altre anche "a.C.".

Questa volta, però, i risultati mi hanno colpito, perché negli anni precedenti mai si era verificata un'ignoranza tanto diffusa sul significato della sigla "a.C.". Come si vede dal grafico, solo il 40% degli alunni ha individuato esattamente il termine. Un altro 40% non ha dato alcuna risposta, e un non trascurabile 20% ha pensato che si trattasse... di un'associazione calcistica! Ben il 60% degli alunni, quindi, ignora qualunque riferimento cristiano al metodo di datazione.

Ne ho parlato con la mia collega di Religione, e lei mi ha fatto giustamente osservare che il problema è a monte. E' alle elementari e alle medie, dove ormai gl insegnanti non fanno più alcun riferimento a Cristo. E questo -aggiungo io- in una regione come la Puglia, dove ancora non siamo arrivati agli esempi drammatici di cristofobia di alcune regioni del Nord (crocifissi tolti dalle pareti e buttati nel cestino, divieto del presepe, proibizione del segno della Croce...).

Non c'è che dire, la secolarizzazione sta funzionando a meraviglia. In parte è un processo consapevolmente fomentato, ma in parte va avanti per inerzia. Ed è quest'inerzia la nemica più pericolosa, più di un'opposizione attiva che se non altro richiama l'attenzione sulla posta in gioco.

Nessuna meraviglia che già negli USA un gruppo di "studiosi" propone di eliminare la datazione avanti e dopo Cristo, perché "discriminerebbe" le altre religioni. Se siamo noi i primi a dimenticare chi è Cristo, perché la storia dovrebbe far riferimento a Lui?

Giovanni Romano

domenica 16 settembre 2007

Come banalizzare una parabola



Non mi è piaciuta l'omelia che ho ascoltato oggi sulla parabola del Figliol Prodigo. Troppi sacerdoti, e da molto tempo ormai, vedono nel pentimento del figlio un puro calcolo. Il figlio, in altre parole, non torna a casa perché pentito del male fatto, ma semplicemente perché ha la pancia vuota. Questo, però, secondo me impoverisce gravemente la parabola e l'insegnamento di Gesù.

Non è stato per solo interesse che il figliol prodigo è tornato. Il Vangelo dice esplicitamente che "rientrò in se stesso" (Lc 15,17). Rientrare in se stessi è più profondo che fare semplicemente i conti con la propria fame. Tornare dal Padre e riconoscere che si è peccato contro il Cielo e contro di lui non rientra in una semplice, meschina strategia di sopravvivenza materiale. Del resto, il figlio cosa poteva fare? Rivendicare sic et simpliciter il suo posto, come se niente fosse successo? Avendo chiesto la sua parte di eredità, era come se avesse considerato già morto il padre, si era radicalmente separato da lui. Ritornare figlio non era in suo potere. Alla sicurezza arrogante della partenza fa riscontro l'avvilimento del ritorno a mani vuote, ma anche l'umiltà del riconoscimento di aver sbagliato.

Che poi la parabola ruoti anche (ma non esclusivamente, come va di moda dire ora) sulla misericordia del padre, questo è fuori dubbio. Il sacerdote ha giustamente sottolineato che la risposta del Padre è sovrabbondante, uno "spreco" di amore per un figlio che non si aspettava altro che di essere punito col trattamento degradante dei servi. Noi siamo calcolatori -è stato questo il ragionamento- e lo siamo anche quando pensiamo di pentirci. Ma è il Padre a soprenderci con la Sua misericordia, ed è allora che incomincia il nostro vero pentimento, è allora che ci si spezza veramente il cuore.

Una spiegazione psicologicamente interessante, lo ammetto. Il guaio è, appunto, che rischia di essere soltanto psicologica. E' verissimo che la misericordia di Dio ci scruta e ci conosce come noi mai potremo fare, ma è altrettanto vero che essa non può operare se il pentimento non parte da noi. Il Padre attendeva il figlio e gli corse incontro, ma non lo seguì sulla strada che questi aveva deciso di prendere. Fu il figlio a riconoscere di essere venuto meno a un ordine oggettivo, non semplicemente di aver finito i soldi.

E poi, insistendo tanto sul "calcolo" del figlio, si perde un importante spunto di riflessione. I piaceri di questo mondo comportano solo spese, fatiche e preoccupazioni, e la loro ricompensa è il niente. Un tema di predicazione che prima s'incontrava molto spesso e che oggi invece è stato totalmente dimenticato. Allo stesso modo, insistere tanto sulla dimensione più utilitarista della parabola ha fatto passare in secondo piano l'importanza del pentimento e del riconoscimento vero delle proprie colpe.

Giovanni Romano

domenica 2 settembre 2007

Il mio augurio ai giovani di Loreto


Carissimi,

in questi due giorni siete veramente tanti, almeno 500.000. Per una volta, un avvenimento cristiano ha “bucato” il video della TV di stato, sempre più impermeabile ai cristiani in generale e ai cattolici in particolare. Avrete certamente ascoltato le potenti esortazioni del Papa, in una comprensibile atmosfera di esaltazione e di entusiasmo.

Sarebbe sciocco e banale se cercassi di “mettervi in guardia contro un entusiasmo passeggero”. No, momenti come questi sono più che necessari! Il grande C.S. Lewis diceva che gli faceva paura la mancanza di “fertile e generosa emozione” nell’istruzione dei giovani inglesi. Eravamo ancora negli anni ’50 (Cfr. L’abolizione dell’uomo). Quindi, vivete pure quest’entusiasmo fino in fondo, perché momenti come questi formano il carattere molto più di quel che si crede. Ad esempio, i giovani –e non soltanto loro- che parteciparono alla veglia nell’agonia di Papa Giovanni Paolo II non dimenticheranno mai quest’esperienza, qualunque cosa gli potrà succedere.

Vi auguro però il coraggio più difficile, il coraggio della tenacia e della fermezza quando tra qualche anno sarete soli, coi vostri limiti, con il tempo che passa, con l'ambiente intorno a voi. Vi auguro il coraggio di stare da cristiani, non da bonaccioni accomodanti, sul posto di lavoro, in mezzo all’incredulità sprezzante di tanti colleghi (e quanto più il vostro lavoro sarà importante e prestigioso, tanto più ve ne accorgerete).

Quando sarete tornati ognuno a casa vostra, vi auguro il coraggio di sbugiardare il bombardamento mediatico a base di Codice da Vinci e di “casi pietosi” che portano all’eutanasia. Sbugiardate le accuse di evasione fiscale e di pedofilia alla Chiesa. Vi auguro di non tacere davanti alla distruzione della famiglia, alle forme deviate di sessualità che si vuole spacciare per “normali”. Quanti di voi, se avessero un negozio, avranno il coraggio di abbassare le saracinesche o chiudere le imposte quando passa il gay pride? Quanti di voi, quando insegneranno nella scuola, troverebbero il coraggio di prendere apertamente posizione contro la “Settimana del Preservativo”? Quanti di voi spegneranno la TV davanti alla famiglia quando vedranno la propaganda che il TG1 ha fatto alle convivenze, come più generose e meno sessiste rispetto al matrimonio? Quanti di voi si rifiuteranno di lasciarsi irretire dalle utopie "libertarie" dei politici, anche quelli che si definiscono "cattolici adulti"?

Questo non potrà avvenire se Cristo sarà stato soltanto un happening, un bel momento da vivere tutti insieme. La può esaltare, ma la forza cristiana viene da un rapporto personale, da una fede sempre approfondita, da un’appartenenza sempre più concreta.

Non vorrei avervi dato l’impressione di aver suggerito solo dei gesti polemici, “contro” qualcosa. Ricordiamoci che noi cristiani siamo per il mondo. Ma non per accodarci ai suoi criteri, bensì perché la realtà diventi abitabile, umana, ricca di speranza anche nel dolore, non quel deserto di desolazione, di abbandono e di capriccio individualistico che ora è diventata, grazie al laicismo e alla secolarizzazione.

Però, ragazzi, siete stati grandi! Per una volta, avete reso presente l’esistenza di un popolo cristiano normalmente ignorato o disprezzato da intellettuali e giornalisti à la page. Vi auguro di diventare fermento cristiano nel quotidiano, di cambiare la mentalità dal basso, come una vegetazione che s’infiltra nelle crepe del cemento e alla fine lo spacca, fa nascere nuova vita dove prima sembrava che ci fosse soltanto sterilità e polvere.

Giovanni Romano