giovedì 22 febbraio 2007

"Non c'è niente che questi porci si neghino, niente!"

Il titolo è una frase tratta dal romanzo "Nineteen Eighty-four" ("1984") di George Orwell, e si riferisce ai membri del Partito Interno che si riservavano lussi e privilegi che i travets del Partito Esterno, e a maggior ragione la gente comune, non potevano nemmeno sognare. Questa frase mi è tornata prepotentemente in mente quando ho letto la notizia dell'ANSA riportata qui sotto. E Papa Pippo I ha avuto pure il coraggio di fare la morale alla Chiesa!

Se la TV non ci ha ancora rimbecilliti del tutto,

BOICOTTIAMO IL FESTIVAL DI SANREMO!

(ANSA) - ROMA, 22 FEB - Il ministro Luigi Nicolais, ha firmato oggi la circolare che elimina il tetto ai compensi per le star della Rai. Niente piu' limite di 272 mila euro, quindi, per i presentatori Pippo Baudo e Michelle Hunzinker. 'L'eventuale applicazione del tetto previsto dalla finanziaria altererebbe, secondo Nicolais, il normale esplicarsi del confronto aziendale ponendo la societa' in una situazione di svantaggio'.

lunedì 19 febbraio 2007

Le pie illusioni della chiesa "aperta al mondo"


Credo che il trafiletto di “Avvenire” che ho riportato qui a fianco, datato 18 febbraio, sia un buon esempio dei fraintendimenti di tanto “mondo cattolico” di fronte al fenomeno del risorgente terrorismo.

Il primo di questi fraintendimenti è pensare che le BR non saranno seguite “perché danno di sé un’immagine vecchia e superata”. In questa analisi, particolarmente superficiale, non si tiene conto di due fattori. Primo: l’ultima leva dei terroristi è troppo giovane per aver vissuto gli anni di piombo, quindi non ha sviluppato gli anticorpi della delusione, se mai le tossine dell’utopia. Secondo: la storia non si cura che un’idea appaia superata o meno, ma solo che sia capace di mobilitare i cuori e le menti oggi. Al-Quaeda si batte per la restaurazione del califfato; in Nepal i guerriglieri di sinistra che stanno prendendo il potere sono dei fossili viventi maoisti, sopravvissuti di molto anche a Pol Pot. Due anacronismi paurosi, secondo i nostri schemi. Ma stanno muovendo la storia. Poco importa che la spingano all’indietro.

Il secondo fraintendimento è più sottile. Non è certo nelle mie possibilità tentare un’analisi dei motivi per cui proprio Padova sia un letto d’incubazione del terrorismo. Avrebbe potuto provarci Don Contarini, e invece ci ha ammannito la solita minestra riscaldata a base di “valori”, “tolleranza”, “dialogo”, “no-alla-violenza”, “impegnarsi-per-gli-altri-e-non-per-noi-stessi”.

A ben vedere, ognuna di queste parole è diventata ormai una cortina fumogena che nasconde il vuoto, o nella migliore delle ipotesi una triste parodia di quello che era il suo significato originario.

I valori: forse che le BR non li hanno? Li hanno, e così forti che per essi sono disposti anche a uccidere!

La tolleranza? A che vale, se nessuno, tantomeno la Chiesa, ha il coraggio di chiamare apertamente il bene e il male col proprio nome?

Il dialogo? Che destino può avere una chiesa che pone il dialogare prima del credere, come osservava acutamente Mons. Maggiolini?

Il no a ogni violenza? Anche quando significa giustificare l’ignavia e la codardia di fronte ai prepotenti e agli aggressori?

L’impegno in politica per gli altri e non per sé? Va bene, purché non significhi far sparire la persona nei meccanismi impersonali di uno stato onnipotente che dovrebbe risolvere automaticamente ogni problema. A che vale fare politica solo “per gli altri” se le famiglie non possono difendersi da una fiscalità sempre più invadente e oppressiva, senza più la legittima speranza di migliorare la propria condizione, o almeno quella dei propri figli?

E’ facile vedere come, date queste premesse, i richiami di Don Contarini rischino di apparire solo degli appelli moralistici e astratti, senza incidenza sulla realtà e perciò pronti a rovesciarsi nei loro contrari: un cinismo inacidito e una ribellione distruttrice.

Il buon sacerdote dovrebbe chiedersi piuttosto: e la Chiesa di Padova quali antidoti ha fornito al terrorismo, oltre a questi generici predicozzi? Ha avuto il coraggio di testimoniare il suo Signore, o si è rinchiusa nella sacrestia, compresa quelle delle buone intenzioni? Ha avuto il coraggio di proclamare la verità, o si è nascosta dietro l’alibi della “tolleranza”? Ha saputo guardare in faccia lo scandalo del peccato e Croce, o si è limitata ad assecondare il buonismo dei tempi? Più che lamentare la mancanza dei valori, ha compreso che essi, staccati da Cristo, diventano solo gusci vuoti, pretesti per l’ideologia e il potere?

E’ proprio l’aver proposto il cristianesimo in forma tanto debole e annacquata, nell’illusione di andare incontro al “mondo”, quel che ha costituito la più grave debolezza della chiesa padovana. E dal momento che i giovani non amano le mezze misure, è logico che si siano sentiti attratti da una proposta “forte” come quella delle BR anziché da un cristianesimo così scipito da non avere più il coraggio di nominare il suo Signore.

Giovanni Romano

Tieni le luci accese contro i nuovi oscurantisti!


E' notizia di questi giorni l'iniziativa "M'illumino di meno" promossa con l'intento di sensibilizzare i cittadini e le istituzioni sull'emergenza del risparmio energetico. Il sito di RAI2, uno dei più importanti sponsor dell'iniziativa, riportava entusiasta la notizia che tra le 18,00 e le 18,05 era stato rilevato "un minor assorbimento di potenza sulla rete nazionale per circa 300 Megawatt, equivalente al consumo di 5 milioni di lampadine".

Cifre di tutto rispetto, non c'è che dire. Tuttavia credo che impallidiscano, e di molto, di fronte a un'altra emergenza ben più grave, di cui nessuno parla perché "politicamente scorretta". Cito un articolo di Andrea Miglioranzi sulla catastrofe della famiglia in Gran Bretagna, e i costi non solo sociali, ma anche economici che il fenomeno sta comportando. Se poi le cose andranno come vogliono Prodi, Bindi & C, questa diventerà a breve termine anche una nostra emergenza:

Oggi in Inghilterra il 15% dei bambini nascono e crescono senza avere accanto uno dei due genitori, solitamente il padre. Il loro numero è in costante aumento.

I livelli di comportamento antisociale e di delinquenza sono più alti nei figli di famiglie separate che in quelli di famiglie non separate.Il 70 per cento dei giovani identificati come responsabili di atti di violenza provengono da famiglie con un solo genitore.Tra i diciassettenni che vivono senza un genitore è più altro il rischio di bere alcolici con cadenza almeno settimanale (di 1,3 volte) e di drogarsi (1,5 volte).

Su un campione di 2.447 adulti, quelli cresciuti con un solo genitore hanno avuto più fallimenti scolastici, più problemi di tossicodipendenza e di alcolismo, seri problemi di indebitamento e/o di disoccupazione e di dipendenza dall'assistenza pubblica.

I contribuenti britannici pagano ogni anno oltre 20 miliardi di sterline, pari a 30 miliardi di euro, per coprire i costi economici causati dalla disgregazione familiare. [E questo solo in Inghilterra!, N.d.R.]

Le politiche fiscali sono corresponsabili della situazione: genitori appartenenti a categorie a basso reddito rischiano di essere fortemente penalizzati se risultano uniti da un legame ufficiale. In altre parole: volendo agevolare le famiglie composte da un solo genitore, il fisco ha finito per rendere economicamente sconveniente il matrimonio, incoraggiando così la creazione di legami alternativi. Ma il crollo dei matrimoni, come visto, nel medio periodo ha causato alti costi, sociali ed economici.

Mi sorge un dubbio: piuttosto che spegnere le luci, non si risparmierebbe di più se si tenessero accese le coscienze?

Giovanni Romano

venerdì 16 febbraio 2007

Alla faccia dell'effetto serra!


L'immagine, publicata ieri su "Il Giornale", si commenta da sé. La dedico a tutti coloro che, non in buona fede, ci stanno terrorizzando con false notizie di catastrofi ambientali e stanno imponendo il Protocollo di Kyoto nemmeno fosse un dogma dello Spirito Santo.

Giovanni Romano

domenica 11 febbraio 2007

PACS? Ehi, DI.CO!

Lasciamo perdere le ineguagliabili acrobazie verbali con cui il governo ha fatto passare il principio dei PACS (conta poco la scontentezza di Verdi e Rifondazione: sanno benissimo di aver segnato un punto decisivo a loro favore perché la breccia si è ormai aperta). Quello che mi colpisce, se mai, è il grave errore di valutazione in cui rischiano di cadere gli avversari dei PACSisti, sia cattolici che "teocon", quando parlano di "matrimoni di serie B".

E' esattamente il contrario. L'obiettivo a lungo termine è che dovrà essere il matrimonio civile o religioso come lo conosciamo ora a diventare di serie B rispetto alla legalizzazione delle convivenze. Non regge, infatti, l'argomento secondo il quale i PACS sono pensati per una percentuale molto ridotta di coppie. E' vero oggi, ma non sarà vero domani: lo dimostrano ad abundantiam gli esempi della Francia e della Spagna, dove le convivenze sono aumentate a valanga da quando è stata introdotta una legislazione del genere.

Quante coppie infatti sceglierebbero il regime più oneroso, formale, preciso e complesso del matrimonio rispetto a una semplice dichiarazione che si può fare comodamente anche da casa propria, con una raccomandata A.R.? Quante coppie accetterebbero i balzelli di cui è gravato il matrimonio rispetto alle agevolazioni per le convivenze? E soprattutto, quante coppie accetterebbero un impegno definitivo per principio rispetto a una strada che per legge è garantita provvisoria, temporanea, revocabile? Gli stessi gay, che strepitano tanto per il matrimonio omosessuale, si ritrarrebbero spaventati di fronte a un vero matrimonio che non ammettesse il divorzio.

A onta di tutti gli sforzi fatti per demolirlo, tuttavia, il matrimonio -quello vero- resiste. In Francia il calo di nuzialità è stato molto più basso di quanto si temeva, forse perché l'uomo e la donna non vivono di sole pratiche burocratiche ma hanno bisogno di dare un senso alla propria vita, un significato che deve passare attraverso alcune scelte solenni e precise. Ma non facciamoci illusioni. I PACS, come il divorzio, l'aborto, l'eutanasia, nascono da una cultura del rancore (riprendo questo concetto da Hannah Arendt). Una cultura che rivendica continuamente "diritti" perché nulla di quel che esiste la rende contenta. Diceva C.S. Lewis nelle Lettere di Berlicche:

Noi [i diavoli, N.d.R.] vogliamo una generazione che non sia mai contenta né felice ora, ma che anzi sacrifichi sull'altare di un ipotetico bene futuro ogni vero dono che le viene offerto nel presente".

Questa cultura, se cultura si può chiamare, ha continuamente bisogno di nemici, ha continuamente bisogno di sentirsi "oppressa" anche quando dispone dell'appoggio ossessionante e incondizionato dei mass media perché solo così può illudersi di avere ragione. Tutto quel che la mette in discussione è "un'offesa" o una "discriminazione". C'è da credere che prima o poi proibiranno i matrimoni perché, con la loro stessa esistenza, dimostrano che un impegno serio e un affetto definitivo sono possibili, tanto da "offendere" la "sensibilità" di chi non è capace di assumersi la minima responsabilità.

Giovanni Romano

Claudio Chieffo aveva ragione


Proprio stamane, leggendo gli ultimi, bellissimi editoriali di Culturacattolica, mi è tornata in mente una canzone di Claudio Chieffo di tanti anni fa, "Martino e l'imperatore". Tutta la canzone andrebbe ascoltata, ma il ritornello in particolare è veramente profetico:

Tu non credere mai / all'imperatore, / anche se il suo nome è popolo, / anche se si chiama onore, / anche se il suo nome è società / anche se si chiama amore".

"Popolo", "Società", "Amore" ("Onore" oggi va un po' meno di moda)... la dittatura delle belle parole. Chi pensa con la sua testa è contro il Popolo, chi rifuta di farsi omologare dalla sinistra (anche quella cattolica) è contro la Società, e chi ha qualcosa da ridire contro i PACS e i matrimoni gay è il più imperdonabile di tutti, è contro l'Amore. Questa dittatura è tanto più pericolosa perché cerca di ricattarci sulle dimensioni che ci appartengono più profondamente, quella della socialità e quella dell'affettività. E' particolarmente difficile dire "no" a proposito di quello su cui "non possiamo non essere tutti d'accordo". Ma è qui, non altrove, che è possibile smascherare l'impostura. A costo dell'emarginazione sociale.

Un cantautore straordinario come Chieffo ha pagato di persona il rifiuto dell'omologazione con l'esclusione dal mondo della musica e il misconoscimento anche di tanti cattolici "progressisti". Ma i suoi amici veri - e sono tantissimi -, trovano in lui una voce coraggiosa che smaschera i luoghi comuni del nostro tempo che cercano d'intossicarci l'anima.

Giovanni Romano

P.S: Chi volesse conoscere meglio questo cantautore può leggere il libro di Paola Scaglione "La mia voce e le tue parole" con tutti i testi delle canzoni finora pubblicate.

martedì 6 febbraio 2007

Mussolini - D'Alema 4-6

Non succedeva dalla seconda guerra mondiale. Mussolini si era inimicato quattro nazioni (Francia, Inghilterra, USA e URSS), oggi D'Alema ha battuto il record. Siamo riusciti a metterci contro sei paesi contemporaneamente.

Giovanni Romano

lunedì 5 febbraio 2007

Le scomuniche di Papa Pippo I

I timori che avevo espresso nel post di ieri a proposito di colpe date assurdamente alla Chiesa per i fatti di Catania si sono più che avverati. Dall'alto del suo podio mediatico, Pippo Baudo non ha esitato a improvvisarsi telepredicatore peggio di Jimmy Swaggart, impartendo al Papa e alla Chiesa una solenne lezione di moralità. Al Papa, perché non aveva parlato del poliziotto ucciso; alla Chiesa, perché ha deciso di mantenere, sia pure in forma ridotta, la processione di Sant'Agata.

Fa specie lo squallido opportunismo di questo showman strapagato, non nuovo a simili sparate. Come tanti altri, ha fiutato che aria tira. Attaccare la Chiesa e i cattolici, a quanto pare, sta diventando il nuovo sport nazionale, anzi rispetto al calcio presenta indubbi vantaggi. E' più economico, di gran lunga meno pericoloso, gode del consenso illimitato dei mass media, non richiede intelligenza né particolare coraggio morale. In alcuni casi -vedi Crozza, Fiorello, Banfi, lo stesso Baudo- può essere persino redditizio. Cosa volete di più?

Vediamo però di ribattere alle deliranti accuse di Baudo, che nemmeno il suo risentimento di catanese può giustificare. Se solo si fosse degnato di ascoltare, il giorno prima il Papa aveva parlato della tutela della vita umana in ogni momento, e aveva indicato con chiarezza le cause che portano alla degradazione dell'individuo e della società. Quanti centinaia di nomi dovrebbe fare il Papa, di automobilisti uccisi per una mancata precedenza, di madri, figli e nonne sgozzare in casa propria, di sconosciuti martiri della fede cattolica nei paesi islamici? Il Papa li tiene tutti presenti, per tutti prega. E addita a tutti l'unica prospettiva che attraversa la morte e la supera. Se il suo ruolo dovesse limitarsi a elencare laicamente i morti, commemorandoli senza speranza, tanto varrebbe fargli fare il becchino. O l'annunciatore del TG, che è lo stesso.

Baudo inoltre non si è peritato di accusare la Chiesa di essere "fuori dalla realtà", e l'ha duramente rampognata per aver mantenuto la processione di Sant'Agata. Certo che la Chiesa è fuori da questa realtà di odio, di violenza, di rancore, di omicidi pianificati a freddo! La Chiesa soffre per il mondo, ma non può e non deve lasciarsi condizionare dalla disperazione del mondo. Per che altro ha dato la vita Sant'Agata se non per un mondo dove la violenza e la sopraffazione non fossero cose scontate, normali, quotidiane? E per quale motivo l'hanno uccisa, se non per odio a questo mondo?

La sua processione è il segno che dovrebbe ricordarcelo, ma è proprio questo segno che si vuole censurare e imbavagliare. E' significativo che Baudo abbia fustigato senza ritegno il Papa e al tempo stesso ha taciuto per le dichiarazioni ben più gravi di un Caruso.

A questo punto mi viene da pensare che le osservazioni del giornalista di cui parlavo ieri e le esternazioni di Baudo fanno parte di un disegno preordinato per aggredire e screditare la Chiesa. Per quanto me ne importa, Baudo da ora in poi, come Banfi, Crozza, Fiorello & C. sarà nella lista degli showmen da boicottare. Ed esorto tutti i lettori (!) di questo blog a farlo. Colpirli nell'audience è il solo modo di far tornare loro alla realtà.

Giovanni Romano

domenica 4 febbraio 2007

Catania: quel che pensano veramente i giovani

Andando oggi a comprare "Avvenire" ho sentito dei giovani discutere dei fatti di Catania. Uno dceva: "Se fosse morto un ultrà non gliene sarebbe importato niente". Mi ha colpito questa distanza dalle forze dell'ordine e questa identificazione con i violenti. Del resto, vicino a casa mia, di recente un vigile urbano è stato investito e ferito da un teppista.

Non uno di questi giovani ha pensato che l'ultrà se le va a cercare, il poliziotto no!

Mi ha colpito negativamente anche il servizio odierno del TG2 ore 13 sulla processione di Sant'Agata a Catania. Il cronista non ha esitato a dire che "le stesse mani che impugnavano le spranghe forse oggi impugnano i ceri". Sta' a vedere che, tanto per cambiare, la colpa è della Chiesa?

Giovanni Romano

venerdì 2 febbraio 2007

Berlusconi il re delle gaffes

Per essere il padrone di tanti giornali e TV, è strano che Berlusconi sia tanto sprovveduto nell'uso dei mezzi di comunicazione, specialmente quando si tratta della sua vita personale. Sembra non tenere mimimamente conto di quanto buona parte della stampa, e specialmente quella di chi si crede colto (vedi "Repubblica") gli sia pregiudizialmente ostile, pronta a distorcere in malafede ogni suo gesto e parola.

Prendiamo l'ultima sua gaffe con la moglie. Erano frasi e giudizi che avrebbe potuto benissimo risparmiarsi. La cosa che fa rabbia è che gli sono saltati addosso, facendogli santimoniosamente la predica, giornalisti e politici che in altri momenti non esitano a difendere la droga di stato, la pornografia, i matrimoni gay. Per questa gente, e per il loro "politically correct", non so se provare più disprezzo o più schifo.

Nel giorno stesso in cui il governo Prodi si è coperto di ridicolo, nel giorno in cui Berlusconi avrebbe potuto trarre il massimo guadagno politico da quanto è avvenuto al Senato, i giornali e le TV di tutto il mondo non si occupano d'altro che della fuffa tra lui e Veronica.

Chi è causa del suo mal pianga se stesso.


Giovanni Romano

martedì 30 gennaio 2007

"Mi vuole insegnare?..."

E' la risposta del presuntuoso castellano spagnolo nei "Promessi Sposi". Ma è banale ridurre questa risposta alla spocchia di un provinciale. Quanti di noi avranno sentito un moto di ribellione quando si sono sentiti riprendere su qualcosa d'importante che non sapevano, e che invece avrebbero dovuto sapere? E ancora più, dalla mia esperienza d'insegnante: i ragazzi oggi sono disposti ad apprendere qualcosa?

Bisogna distinguere nettamente due tipi d'insegnamento, quello scolastico e quello universitario. Con buona pace di tante pedagogie centrate sul ragazzo, nella scuola si dà l'istruzione a chi non sa, nell'università invece si perfezionano le conoscenze di chi è disposto a imparare e già possiede delle nozioni per assimilare autonomamente quanto va apprendendo. Il caratere facoltativo e liberale dell'università esenta il docente da un problema che ogni inseganante sente invece tormentosamente: la riottosità dei propri alunni. Nella scuola non potrà mai passare un discorso autenticamente "culturale", perché i discenti (tranne forse quelli delle ultime classi, e in ogni caso i più dotati) non hanno ancora gli strumenti per comprenderlo.

Paradossalmente, in certi casi questo è un bene. Un Toni Negri insegnante sarebbe stato un frustrato tra tanti, perché le sue pretese intellettuali avrebbero dovuto arrendersi di fronte all'istintività cieca di ragazzi che quando aprono bocca lo fanno solo per ascoltare se stessi o imporsi da bulli agli altri. I ragazzi sono immuni dalle sofisticherie intellettuali perché sono al di sotto della cultura. Da questo punto di vista gli studenti universitari sono più vulnerabili. Solo il docente universitario, a pensarci bene, ha il privilegio di essere tradito dai propri allievi.

Questo non significa, però, che gli studenti di scuola superiore siano immuni dalle ideologie. Se è vero che, nonostante gli sforzi di insegnanti ben intenzionati, le copie destinate alla scuola della Repubblica e del Corriere della Sera giacciono in enormi pile non lette, il trucco sta nel presentare idee aberranti in un linguaggio comprensibile all'istintività: i suoni, le immagini, i video, la pubblicità, i film. Mi ha fatto veramnte paura quando i miei alunni di quarta mi hanno chiesto se volevo vedere il video dell'impiccagione di Saddam Hussein che avevano scaricato sui loro cellulari. Gli ho risposto che stiamo diventando barbari quanto i romani che andavano a veder morire la gente nei circhi (secondo me, quando una civiltà arriva a questo raggiunge il punto di non ritorno). Non so se mi hanno dato retta, sinceramente non credo. Nel mio rifiuto avranno letto la paura, ma probabilmente non avranno intuito che ho paura dell'imbarbarimento, non della violenza in sé.

E' probabile che abbiano pensato semplicemente che provassi la paura di chi non ha "stomaco" per guardare certe immagini (eppure una volta, da giudice popolare, mi è toccato vedere le immagini di una bambina assassinata e poi la sua autopsia). In ogni caso mi avranno visto come una voce esterna, che non s'imponeva alla loro coscienza.

"Mi vuole insegnare", appunto?... Ma, scrivendo questo, non dimostro forse di essere lontano io anni luce dai miei alunni?

Giovanni Romano

Abbiamo perso il senso della nascita

Ci scandalizziamo per le beffe al Presepe e per la sua scomparsa. Queste cose, in realtà, derivano dalla perdita di qualcosa di più profondo: il senso della nascita. E' il primo Natale senza Bambino. Ma questo se non altro ci dinostra che il Natale non si basa sui buoni sentimenti. Cristo è venuto tra gente rozza e per gente rozza. E' una festa dell'Avvenimento, cui nessuna Festa del Libro può nemmeno lontanamente avvicinarsi.

Giovanni Romano

Cattolici a somma zero

Il mondo cattolico sembra colpito da uno strano, paralizzante dualismo. Non di rado i cattolici “pro life” si vedono rinfacciare da quelli “progressisti” il loro disinteresse per i poveri; i “progressisti” a loro volta si vedono rinfacciare la loro indifferenza verso i temi legati alla famiglia, alla procreazione, alle manipolazioni genetiche e all’aborto.

Sembra che ci si possa occupare di una sola causa per volta, e sembra che ognuna di queste “cause” debba per forza escludere le altre. E’ un gioco a somma zero, tanto lacerante quanto sterile, di cui i mass media e i partiti atei approfittano largamente.

Il punto è che i cattolici non hanno “cause”. I cattolici hanno Cristo e basta, che si tratti di servirLo nel non nato o che si tratti di servirLo nel povero. In nessun caso si tratta di “impegni” alternativi, ma della sola e medesima carità.

Tuttavia le due posizioni non sono sullo stesso piano, e quella “progressista”, secondo me, ha il difetto di essere più ristretta e “perbenista” dell’altra, e di dipendere troppo dalle categorie di giudizio di una cultura non cristiana.

Più di una volta mi è capitato di leggere, nelle prese di posizione “cattoprogressiste” che “l’importante non è tanto far nascere i bambini a ogni costo, quanto metterli in grado di vivere bene”. E che altro fanno i centri di aiuto alla vita? Che altro fa chi, come il Forum delle Associazioni Familiari, ha chiesto inutilmente ai vari governi di introdurre il quoziente familiare per alleggerire l’esorbitante carico fiscale di chi deve mantenere i propri figli? Che altro fa chi cerca metodi di cura con le staminali adulte?

Se non si prende in considerazione e non si tutela la vita quando davvero è più indifesa, i poveri e gli “ultimi” possono addirittura diventare un alibi per non affrontare alla radice la crisi culturale che vive la nostra società (se ancora si può chiamare tale, piuttosto che mucchio amorfo di individui come è ora).

Una volta vidi la foto di alcuni volontari che a Zurigo offrivano piatti di minestra calda a una fila di tossicodipendenti “legali”, che avevano il permesso di bucarsi in un parco cittadino riservato a questo scopo. Credo che l’esperimento sia fallito, ma il punto è un altro. Quei giovani drogati facevano paura a vedersi: spettri emaciati, gli occhi nel vuoto, i vestiti quasi a brandelli. In questo caso, può bastare scaricarsi la coscienza offrendo un piatto di minestra? O non è necessario, piuttosto, cercare di essere fino i fondo fratello di quei ragazzi, combattendo alla radice la mentalità che li ha portati fino a quel punto? Non è quella, forse, la vera opera di misericordia, piuttosto che fare docilmente i barellieri della storia? Cosa viene prima, la minestra o la persona?

L’ideologia comincia quando si tratta la realtà come un insieme di “cause” per cui battersi, e tra le quali saremmo liberi di scegliere, non come un insieme di segni cui dobbiamo obbedire, perché mandati da un Altro. Fuor di metafora: c’erano famiglie con dieci figli che ne sapevano accogliere altri non loro per carità cristiana, e persino pensare ai più poveri di loro, senza aspettare che fossero pronte tutte le condizioni per una gestione ottimale della prole. Senza dibattiti, convegni, articoli, manuali d’istruzioni. Armati solo della fiducia nella Provvidenza. E’ la coscienza della presenza di Cristo in tutto quello che viviamo che ci permette di non essere “cattolici a somma zero”, e quindi ci salva da diventare uno zero di fronte al mondo.

Un esempio di cattolico non diviso fu Mons. Tonino Bello, il vescovo di Molfetta. Alcune sue prese di posizione politiche furono discutibili, non tutto del suo insegnamento e del suo linguaggio iperbolico è condivisibile, ma una cosa emerge evidente dalla sua sofferta avventura umana: in nessun momento la cura per gli “ultimi” andò a scapito dalla cura e dalla protezione per la vita nascente. Coloro che, a sinistra, cercano d’impadronirsi della sua immagine mistificano e censurano deliberatamente quest’aspetto fondamentale della sua azione pastorale.

In un certo senso Mons. Bello si “salvò” perché, specialmente nei suoi ultimi anni, visse una unità sempre più profonda e cordiale con il Papa. Mai si atteggiò a “cattolico adulto” o a prelato-barman. Mai disse al mondo solo quel che il mondo si aspettava di sentirsi dire. Con semplicità e coraggio, dimostrò quanto sia falso il dilemma tra la difesa della vita e la solidarietà con i poveri. Una strada che noi “cattolici a somma zero” faremmo bene a seguire.


Giovanni Romano

lunedì 29 gennaio 2007

Olocausto a rischio banalizzazione


Quest'anno la mia preside mi ha incaricato di tenere la commemorazione della Shoah. E' stato un onore, ma anche una grande responsabilità, perché ogni anniversario porta in sé il rischio della retorica.

Per fortuna due cose mi hanno aiutato: l'amicizia con una signora ebrea, i cui genitori sono sopravvissuti alla strage, che mi ha fatto toccare con mano, dal vivo, l'orrore di quanto è accaduto (è molto peggio pensare a 60.000 persone uccise in un remoto circondario della Polonia piuttosto che a 6 milioni: 60.000 è un numero che si vede, 6 milioni non si riescono ad afferrare con la mente), e l'idea di citare qualche passo dello straordinario commento di Vasilij Grossman al quadro di Raffaello La Madonna sistina.

Vasilij Grossman (vedi foto) era uno scrittore ebreo sovietico degli anni '50-'60, da non confondere con il più noto David Grossman. Ufficiale dell'Armata Rossa, combatté a Stalingrado e giunse al liberare il campo di sterminio di Treblinka. Uomo profondamente amante della libertà, intuì il parallelo tra il totalitarismo nazista e quello comunista. Nel suo romanzo principale, Vita e Destino (pubblicato dalla Jaca Book) è espresso tutto il dramma del popolo russo a Stalingrado, che dovette battersi contro il nazismo mentre era prigioniero di un'ideologia altrettanto disumana come il comunismo. Fu anche l'autore, assieme a Ilija Ehremburg, di un documentatissimo studio sullo sterminio degli ebrei in URSS e nei paesi dell'Europa orientale a opera dei nazisti. Sia il romanzo che lo studio furono proibiti dale autorità comuniste per le complicità che denunciavano. Grossman morì di crepacuore per le censure e le minacce nei suoi confronti.

Che cosa ha di particolare la riflessione di Grossman, e perché l'ho scelta? Perché, a differenza di molti altri autori, Grossman non ridusse la sua denuncia ai soli lager nazisti, ma attraverso la storia del quadro di Raffaello mostra che i lager comunisti avevano ben poco da invidiare a quelli nazisti. In secondo luogo, proprio attraverso le sofferenze degli ebrei Grossman arriva a comprendere la sofferenza dell'uomo come tale, quando è oppresso da regimi violenti che usano la menzogna come prima arma per anestetizzare la coscienza.

Non mi facevo molte illusioni, a dire il vero, che questo discorso sarebbe passato con ragazzi di 15-16 anni, e purtroppo avevo ragione. Le classi sono state introdotte nella sala di proiezione quasi come in una catena di montaggio, una classe dopo l'altra e via. I ragazzi e le ragazze ridacchiavano quasi fosse uno spettacolo, un benvenuto diversivo dopo la noia delle lezioni.

Ancora peggio è stato quando si è proiettato un cortometraggio realizzato dagli stessi alunni sull'Olocausto. L'idea era ottima in sé, molto buona la ricerca di filmati d'archivio e il collegamento con alcune scene di Schindler's List, grande è stato l'impegno dei ragazzi che hanno recitato. Ma la conseguenza imprevista e non voluta è stata che gli spettatori, più che fare attenzione al contenuto, si additavano l'un l'altro questo o quel ragazzo/a che conoscevano, e giù commenti, sghignazzate, grida. Quando poi si è visto un ragazzo che tutto curvo cercava d'interpretare una vecchia ebrea sono scoppiate risate sgangherate e inopportune. Che impressione potevano fare quelle scene artigianali a chi ha scaricato sul suo cellulare l'impiccagione di Saddam Hussein o il taglio della gola di un ostaggio a Baghdad?

Meno male che uno dei ragazzi protagonisti (veramente bravo nell'interpretare un povero ritardato mentale, l'ultima sequenza era insopportabile per il dolore infinito che esprimeva il suo volto) è saltato su e ha rimproverato gli altri dicendo che da quando aveva interpretato quella parte aveva capito cos'era il bullismo, aveva capito cosa significava prendersela con uno solo perché era più debole, solo, "diverso", e se ne vergognava. Su una sola cosa non ero d'accordo con lui: ha accusato i ricchi, i potenti, chi sta in alto di aver fomentato la violenza e il razzismo. Questo è certamente vero. Ma non possiamo dimenticare che il nazismo, o qualsiasi forma di tirannia, è fatto anche di persone "normali", che è troppo "politicamente corretto" scaricare le colpe sempre sugli altri. Ce lo hanno ricordato Hannah Arendt con La banalità del male, Daniel Goldhagen con I volenterosi carnefici di Hitler, e per l'Italia Mimmo Franzinelli con il suo scomodo, bruciante Delatori.

Qual'è stata poi la reazione quando sono tornati in classe? Simile a quella di George Orwell nel racconto A Hanging: una voglia di gridare, scherzare, parlare ad alta voce, darsi a una scomposta allegria per reazione all'uomo impiccato a meno di cento metri di distanza. Così ho trovato i miei ragazzi.

Forse qualcuno avrà riflettuto, ma ho veramente paura che di questa ricorrenza sia passato ben poco, e che con l'andare del tempo si rischierà la retorica e la banalizzazione. Ho fatto, e farò, quanto è in mio potere per impedire che questo avvenga, per rispetto ai morti e soprattutto per rispetto alla mia amica ebrea. Ma Eduardo De Filippo purtroppo si sbagliava, in Napoli milionaria!: non ci sono guerre che rendono gli uomini più buoni, e dalla storia non impariamo niente.

Giovanni Romano

Il cardinale-barman


Nel 1985, Adriano Celentano produsse e girò in proprio un film ormai dimenticato, il kolossal "Joan Lui". Fu un flop completo, anche perché il film era un'opera magmatica, con grosse ingenuità ma con potenti intuizioni, e soprattutto perché era dichiaratamente cristiano, antiabortista, persino irriverente verso tanto mondo cattolico che era sceso a compromessi col mondo.

Una scena mi è rimasta particolarmente impressa: un ricevimento mondano tenuto nella chiesa (sconsacrata, nel film) di Sant'Agnese in Agone, in Piazza Navona (una sequenza apocalittica, quando passo per Piazza Navona me ne ricordo sempre).

Gente di spettacolo, giornalisti, intellettuali, scienziati, attori e attrici, insomma la créme del pensiero laico... tutti a cicalare vanitosamente tra loro, zelantemente serviti da un impeccabile barman in giacca, guanti bianchi e mitra in testa.

Lì per lì pensai che fosse blasfemo, un'offesa gratuita alla religione, ma poi capii (anche dal seguito) che Celentano non ce l'aveva con la Chiesa in quanto tale, ma con quella parte di chiesa che si prostituisce all'opinione pubblica, che segue le mode anziché giudicarle, che si converte al mondo censurando silenziosamente Cristo, e che per giunta si autonomina "profetica".

Ecco, il Card. Martini mi sembra il perfetto barman del pensiero laicista, pronto a servire cocktails di tranquillanti a base di "dialogo", "ascolto dell'altro", (ma l'Altro per eccellenza non viene ascoltato mai...), "tolleranza", dicendo infallibilmente quello che al mondo piace sentirsi dire, e benedicendo servizievolmente le aberrazioni e l'apostasia silenziosa di quelli che si proclamano "cattolici adulti".

Giovanni Romano

venerdì 19 gennaio 2007

Chi semina raccoglie...

E' proprio vero che nella vita si raccoglie quello che si semina. I coniugi Romano hanno seminato tanto di quell'odio contro i loro vicini da essere ora le due persone più odiate d'Italia.

Giovanni Romano

domenica 14 gennaio 2007

Ma possiamo vivere senza perdono?

Non rinnego e non ritiro quel che ho scritto nel post precedente, ma per amore di verità, e per dare spazio a uno sguardo più profondo del mio, riporto l'indirizzo di un articolo pubblicato sul sito www.culturacattolica.it

http://www.culturacattolica.it/frontend/exec.php?id_content_element=5194

Vigliaccamente, spero di non dover affrontare mai simili situazioni, perché altrimenti reagirei con il 99,99% di probabilità come Azouz, non come il Sig. Castagna. Ma forse sono i miti che erediteranno la terra... se non altro perché i malvagi provvedono a eliminarsi da sé.

Non senza aver fatto un bel numero di vittime tra i miti, però. E sinceramente mi sembra un prezzo un po' troppo salato da pagare.

Giovanni Romano

venerdì 12 gennaio 2007

Erba: un perdono concesso troppo presto?

Come tutti, sono sconvolto dall'efferata crudeltà di quanto è accaduto a Erba. I due assassini ora in carcere hanno, penso, il triste privilegio di essere i detenuti più odiati d'Italia. Verso di loro, poi, ho una ragione personale di antipatia, perché mi hanno fatto vergognare del cognome che porto.

Ma non è dei dettagli di cronaca che voglio scrivere, roba da far impallidire "Apocalypto". I giornali hanno già rimestato a sufficienza. Non voglio nemmeno addentrarmi in scontate analisi psico-sociologiche. Quello su cui vorrei riflettere è la prontezza quasi eccessiva con cui il padre di Raffaella Castagna ha concesso il perdono.

Di fronte a una strage così efferata, così premeditata, di fronte a un male così caparbiamente voluto, il perdono stona. Quali che possano essere le intenzioni e la nobiltà d'animo del Signor Castagna, un annuncio del genere, in questo momento, manda probabilmente il segnale sbagliato: rassegnazione al male, paura, quasi indifferenza verso la vita delle vittime dilaniate in un modo così atroce.

Perdonare senza nemmeno una parola né un pensiero di pentimento da parte degli assassini è una cosa che ha fatto solo Gesù Cristo. Penso che la statura morale del Sig. Castagna sia infinitamente superiore a quella di chi invoca e promette vendetta, ma io, perdonate anche me, non so che farmene della "superiorità morale" se questo significa sacrificare l'autorità della giustizia umana. Altrimenti la punizione passa per arbitrio, e il colpevole, che mai come in questo caso ha voluto il male, passa per vittima.

Capisco -direi quasi condivido- più la rabbia e la voglia di vendetta di Azouz che non l'atteggiamento troppo "angelico" del Sig. Castagna. Forse sarebbe stato meglio mantenere il silenzio, un lungo silenzio fino a quando il tempo avesse decantato l'orrore e il rancore.

Giovanni Romano

P.S: Strano che a Erba "Avvenire" abbia intervistato tutti, anche i sacerdoti, meno che Padre Livio, il fondatore di Radio Maria. Sinceramente la cosa mi è dispiaciuta. Poco male, però. Padre Livio non ha bisogno della pubblità di "Avvenire". Se mai il contrario.

Il summit di Caserta

Quando era al governo Berlusconi, trovavo assai discutibile che trattasse questioni molto importanti per la vita del Paese nelle sue residenze private, Palazzo Grazioli a Roma, o a Milano, oppure in Sardegna. Mi sembrava -e tuttora mi sembra- una scorrettezza, se non formale certo di sostanza, la prova di una scarsa sensibilità verso le istituzioni, il ritorno ai triumvirati di cesariana memoria e un implicito disprezzo delle procedure formali sì, ma necessarie, della vita democratica.

Quello che han fatto Prodi e i suoi, però, sorpassa di molto il limite della più becera indecenza. Almeno Berlusconi i vertici li teneva in casa propria, e anche se non erano gratuiti per le tasche dei cittadini (bisogna pensare alle spese per le scorte, le auto blu, ecc.) non penso che gravassero sull'erario come l'elefantiaca trasferta di Caserta.

Oltre a questo, una cosa non mi è chiara. Si è trattato di un vertice di partiti, come farebbe pensare la presenza di Marco Pannella, un non-eletto (e allora perché tanto sperpero di denaro pubblico?) oppure di un vero e proprio consiglio dei ministri? E in questo caso, perché accollare ai cittadini un caravanserraglio di impiegati, stenografi, militari, poliziotti, portaborse dei portaborse, con tutti i rischi di smarrimento o copia di documenti riservati? Vogliamo forse scimmiottare la "grandeur" dei nostri cugini d'oltralpe? Oppure (ed è l'ipotesi più caritatevole che riesco a trovare) si è voluta valorizzare la ricchezza artistica e storica del Sud?


Io però un suggerimento per Prodi & C. ce l'avrei: viste le "riforme" che avete in mente, a base di Pacs e compagnia bella, perché il summit non siete andati a farlo ad Aversa? E' a qualche chilometro soltanto, e costa molto meno. Garantito.

Giovanni Romano

giovedì 11 gennaio 2007

Scialacquatori

Tra le pene infernali alle quali immagino di essere destinato, non pensavo che potesse esserci niente di più serio della palude stigia, o al massimo del girone degli assassini. Invece proprio negli ultimi tempi mi è venuto in mente che potrei finire sbranato per l'eternità dalle cagne infernali nel cerchio dei suicidi e degli scialacquatori, a causa di scatti d'ira violentissimi che mi portano a distruggere, spaccare, calpestare tutti quegli oggetti che per un motivo o per l'altro si "rifiutano" di funzionare, o che non funzionano "come dico io". Il che, ovviamente, porta a farsi alcune domande sulla natura di un peccato così particolare, e forse così sottovalutato.

Prima di tutto, cos'ha di diverso lo scialacquatore dall'iracondo? E perché chi distrugge i propri beni è collocato peggio dell'assassino, sullo stesso piano del suicida? Non è in fondo un non-peccato, o almeno un eccesso tollerabile, fare dei propri averi quello che si vuole, senza recare alcun danno al prossimo, come fanno invece l'iracondo e l'assassino? Anche il suicida, secondo questo criterio, non dovrebbe essere punibile, dal momento che il suo gesto riguarda solo lui e su lui solo ricade e si ferma, senza coinvolgere altri.

Sarebbe scontato, e anche troppo facile, chiamare in causa la mentalità comunitaria e solidaristica del Medioevo cristiano all'epoca di Dante. Ma noi non siamo medievali, e dobbiamo rispondere con le categorie del nostro tempo alla domanda se la condanna dello scialacquatore e del suicida abbia un senso o no anche oggi.

Consideriamo prima di tutto la differenza tra l'iracondo e lo scialacquatore. Ricordiamo che per Dante questi peccati ricadono sotto due categorie diverse di gravità. L'iracondo pecca di "incontinenza", lo scialacquatore di "matta bestialità". L'incontinenza è definita come l'uso distorto di un impulso o di un istinto in sé non cattivo. L'istinto sessuale è vitale per la generazione, ed è di grande importanza per la felicità e l'intimità tra il marito e la moglie: il suo abuso è la lussuria. Per affrontare la vita una certa quantità di grinta è necessaria, così come un'aggressività ben diretta e un sano risentimento contro il male e l'ingiustizia, ma un'abitudine continua alla rissa, alla prepotenza, alla voce grossa e alle botte costituisce il peccato d'ira.

Diverso il caso della "matta bestialità": la sodomia, l'omicidio, l'usura, il suicidio e la dissipazione dei propri beni. Teniamo presente che ogni peccato grave contiene elementi dei peccati meno gravi. Così la "matta bestialità" contiene senz'altro elementi d'incontinenza, ma aggravati da un elemento di maggiore consapevolezza. Il sodomita vede l'amore dell'uomo e della donna, ma fa diversamente. L'assassino non si limita alla prepotenza ma distrugge fino in fondo l'oggetto della sua ira. L'usuraio non è solo un avaro, ma un distruttore consapevole del lavoro e della ricchezza altrui. Il suicida e lo scialacquatore distruggono entrambi le cose che conoscono di più, alle quali dovrebbero essere più attaccati e di cui sono responsabili: il proprio corpo e i propri beni.

Distruggere sé o i propri beni è il grado estremo di straniamento dalla realtà come Dio l'ha voluta. Ed è riflettendo su questo che ho capito quanto fosse grave il mio peccato. Da dove nasce, infatti, la mia rabbia così grande contro un oggetto che non funziona, o che semplicemente cade? Una volta ho rotto a pugni e scaraventato per terra una stampante che si era "piantata" in maniera apparentemente inspiegabile. Un'altra volta ho gettato nell'immondizia dei libri nuovi che erano caduti tanto rovinosamente da ammaccare o deformare la copertina. E l'ultima volta, la settimana scorsa, ho calpestato e gettato per terra, più e più volte, una batteria di palmare che mi era scivolata inavvertitamente per terra, e non mi sono fermato fino a che non l'ho vista andare in pezzi.

In tutti questi casi, ovviamente, la colpa era mia. Incompetenza, o disattenzione, non qualche "virtù" malvagia delle cose. Ma proprio questo è il pensiero che mi viene quando una cosa mi fallisce. Un senso di vergogna lancinante per l'ennesima conferma della mia incapacità e della mia inadeguatezza, e al tempo stesso un rancore altrettanto bruciante contro la forza senza volto che mi colpisce attraverso l'ottusità inanimata delle cose. Da qui un folle desiderio di vendicarmi di quella forza, distruggendo l'oggetto attraverso il quale essa agisce.

Allora questa non è semplice ira, né semplice prodigalità: è rabbia e odio per quello che è, risentimento contro la realtà così come avviene. Per questo risentimento una caduta può diventare un trauma cosmico, una contesa autodistruttiva tra me e la realtà.

Ed è questa scontentezza di fondo, questo rancore verso ciò che esiste, a rendere lo scialacquatore degno di una pena molto più grave dell'iracondo e persino dell'omicida. Questi può avere qualche ragione contro la sua vittima, lo scialacquatore e il suicida entrano in contesa contro Dio stesso. Il loro comportamento, poi, non è affatto una questione puramente individuale. E' statisticamente certo che i suicidi vanno a ondate: il disamore per la vita di alcuni (come Welby ai giorni nostri) fa perdere di coraggio molti altri. Anche per lo scialacquatore è così. Chi tratta le proprie cose con tanto selvaggio egoismo, se non rispondono alle proprie aspettative, potrà trattare le persone diversamente che da semplici oggetti?

Giovanni Romano

venerdì 5 gennaio 2007

Sognano la perfezione, si ritrovano gli incubi

"Essi cercano continuamente di evadere
dal buio esterno e interiore
sognando sistemi sociali talmente perfetti
che rendano inutile all'uomo essere buono
(T.S. Eliot, cori da
"La Rocca")

Ieri, a Prato, è stato trovato un bambino cinese di circa un anno dentro un cestino della spazzatura. Uno di quei cestini che l'amministrazione comunale fa premurosamente collocare nei giardini pubblici di una città modello come Prato (ci sono stato). Il bambino per fortuna sta bene, era ben coperto, e con ogni evidenza era stato collocato in un punto di passaggio proprio perché qualcuno lo trovasse. Chissà quale storia traumatica c'è dietro questo abbandono, ma probabilmente non lo sapremo mai, e forse non è nemmeno questo il punto. Il punto sono alcuni elementi di riflessione che mi ha fornito il servizio del TG1 delle ore 13,30 di oggi.

Prima di tutto, come specificato dallo stesso giornalista, il ritrovamento è avvenuto in una zona ormai abitata quasi esclusivamente da cinesi, chi l'ha ritrovato era un cinese, il bimbo è stato ricoverato in una stanza dell'ospedale di Prato, in compagnia di un altro neonato cinese (sarà perché piangono nella stessa lingua?). Viene da chiedersi che fine abbiano fatto gli italiani! Andatelo a chiedere a una regione spopolata e vecchia senza rimedio come la Toscana, dove la Regione istituisce alacremente i "registri delle unioni civili" ma, guarda caso, tra gli italiani non nasce quasi più nessuno perché nessuno è incoraggiato a formare una famiglia vera!

Dov'erano gli italiani? C'erano, state tranquilli, e sono stati intervistati. Era il solerte medico che ha soccorso il banbino e fortunatamente l'ha trovato in buona salute. Era l'altrettanto solerte assessore ai servizi sociali, che come il medico non riusciva a capacitarsi come potessero avvenire queste cose in una città "dove esiste ormai una rete perfettamente attrezzata di servizi sociali".

Proprio questo stupore, che nasce da una fiducia cieca nelle strutture, mi ha colpito. E mi ha fatto capire che l'umano arretra tanto più quanto più si delega tutto ai servizi. Mi è tornato in mente con particolare chiarezza un brano dell'enciclica di Papa Benedetto XVI "Deus Caritas Est":

L'amore — caritas — sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c'è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell'amore. Chi vuole sbarazzarsi dell'amore si dispone a sbarazzarsi dell'uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo. Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un'istanza burocratica che non può assicurare l'essenziale di cui l'uomo sofferente — ogni uomo — ha bisogno: l'amorevole dedizione personale. Non uno Stato che regoli e domini tutto è ciò che ci occorre, ma invece uno Stato che generosamente riconosca e sostenga, nella linea del principio di sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto.


Nulla di quanto il Papa ha scritto, ovviamente, avrebbe evitato di per sé l'abbandono del piccolo. Ma quantomeno avrebbe aperto gli occhi a quelli che, come il medico e l'assessore, si illudono che "le strutture" possano risparmiarci il mistero della libertà e della responsabilità umana, che vengono probabilmente disincentivate, non rafforzate, proprio da servizi sociali tanto "perfetti".

Giovanni Romano

lunedì 1 gennaio 2007

Piccole amnesie di inizio d'anno...


E' solo un caso che quest'anno, alla RAI almeno, nessun annunciatore ha menzionato "la notte di S. Silvestro", ma solo "Capodanno" o "L'ultimo dell'anno"?

Ccerto non può essere per caso che la moglie di Aroldo Tieri sia stata caparbiamente definita la sua "compagna". (Evidentemente si vuol far passare a tutti i costi l'idea che il matrimonio sia l'eccezione, non la regola).

Tutto fuorché casuale, infine, mi sembra la rimozione della targa commemorativa di Giuseppe Saragat dopo i lavori di ristrutturazione a Palazzo Barberini (vedi articolo di "Avvenire" qui a lato).

E' in atto un processo di manipolazione della memoria storia, religiosa e sociale italiana tanto silenzioso quanto subdolo. E la sinistra ha anche l'impudenza di definire "revisionisti" solo quelli che non la pensano come lei...
Giovanni Romano

domenica 31 dicembre 2006

L'è 'l dì de mort, alegher!

Che bell'anno questo, proprio da ricordare. Un suicida alla vigilia di Natale e un impiccato a Capodanno.

Allegria, gente.

Giovanni Romano

Il Capodanno degl zombi

Non abbiamo ancora finito di seppellire Welby e già un altro piagnisteo mediatico si affaccia all'orizzonte. Chi vuole, vada a vedere il sito dell'ANSA.

"Il papa' di Eluana: mia figlia in un limbo legale"

Con la rapidità del lampo, si passa da chi vuole disporre a ogni costo della propria vita a chi comincia a disporre della vita altrui. Anche noi abbiamo bisogno della nostra Terry Schiavo, che diamine! siamo forse da meno degli americani?


Quest'anno, perdonatemi, gli auguri non mi sento di darli a nessuno. Auguro soltanto, alle persone che mi sono care, di scampare alla barbarie che avanza.


Giovanni Romano

Il Natale svuotato

Per me personalmente questo è stato un anno mediocre, a voler essere caritatevoli. Ma ben più grave mi sembra la situazione intorno a me. Credo che questo sia il primo Natale dove nessuno, o molto pochi, si sia sentito "più buono".

Abbiamo tolto di mezzo un'ipocrisia sentimentale, si dirà. Secondo me è solo un trionfo e una consacrazione del cinismo, perché ci è venuto a mancare persino l'ultimo richiamo, l'ultimo freno esterno al nostro egoismo. Come si fa a sentirsi "buoni" quando uno come Welby reclama tanto insistentemente la morte, e così facendo svilisce la vita? Come si fa a sentirsi "buoni" quando i conviventi reclamano inesistenti "diritti" (non parliamo delle coppie gay), e così facendo sviliscono non solo l'uomo e la donna, ma anche l'impegno del matrimonio? Come si fa a sentirsi "buoni" quando si emargina e si schernisce Gesù Bembino, che è la fonte e la causa di questa bontà?

E' stato un Natale in cui, forse davvero per la prima volta nella storia, nessuno ha atteso più niente, nessuno ha sollevato lo sguardo.

Forse ci sentiremo "buoni" solo perché il governo, bontà sua, prima o poi ci raddoppierà la razione di cannabis. Così almeno potremo dimenticare la Finanziaria e i nostri dispiaceri, l'inquietudine del cuore che nessun consumismo e nessuna rivendicazione di "diritti" potranno mai imbavagliare.
Giovanni Romano


giovedì 28 dicembre 2006

Dedicato a chi sbeffeggia i santi e crede ai fanti...

I laicisti si scandalizzano perché la Chiesa venera i santi. Che dire dei massoni, i cui alti capi si fanno chiamare "venerabili"? Scherniscono Dio per inchinarsi davanti a degli uomini, ancora vivi per giunta...

Giovanni Romano

Luci accese e cervelli spenti

Togliere le luci di Natale "per rispetto ai musulmani" è tanto ingiustificato quanto stupido. Proprio oggi (24/ dicembre) ho visto in piazza un magrebino che vendeva dei set completi... di lampade natalizie!

Giovanni Romano

domenica 24 dicembre 2006

Buon Natale, ma non a tutti

Così, Natale finalmente è arrivato... e passerà. Per tante ragioni personali, questo è un Natale dove non aspetto nulla, credo anzi che l'anno prossimo mi darà di meno di quel che ho avuto negli anni precedenti, e forse mi toglierà delle persone care. Ma non sono solo i miei problemi personali che mi hanno depresso. Penso alle minacce che gravano sul mondo, alla stoltezza degli elettori cattolici che hanno votato un governo quale quello che abbiamo adesso, alle minacce alla vita, alla famiglia, alla morte naturale.

Per questo, stavolta, non sono buonista, e non auguro Buon Natale a tutti. In particolare non auguro Buon Natale:

  • Ai radicali e a chi la pensa come Welby;
  • Ai protestanti che si sono servizievolmente prestati per il funerale di un suicida;
  • Al ministro Mussi che ha tolto il veto italiano alla manipolazione e all'uccisione degli embrioni;
  • A Corrado Augias, Margerita Hack, Veronesi, i Verdi, tutti i laicisti in generale
  • Ai pacifisti che non hanno mai niente da dire quando vengono perseguitati i cristiani;
  • Ai "profeti" del "dialogo" a tutti i costi, anche a spese della verità;
  • A chi, anche tra il clero, ritiene che sia sufficiente pensare di essere cristiani senza dirlo;
  • Ai guitti strapagati come Fiorello, Crozza e De Sica che con intrepido coraggio prendono in giro la Chiesa che non può difendersi e se la fanno sotto quando c'è da criticare l'islam;
  • A chi riduce il Natale a predica moralistica contro il consumismo, e non si accorge che nel frattempo hanno tolto di mezzo il Bambino Gesù.
E' solo una piccola parte della mia lista di esclusioni, credo che riempirei due pagine. Ma anche a me stesso non auguro un Natale particolarmente buono. L'ho vissuto troppo da lontano, l'angoscia per quello che sta accadendo mi ha tolto il gusto e la gioia dell'attesa, e lo stupore dell'avvenimento.

E allora auguro Buon Natale

  • A chi è semplice di cuore tanto da essere grato che nasce un Bambino;
  • A chi sa affrontare e sopportare dignitosamente la propria sofferenza, e riesce a dare speranza agli altri;
  • A chi, anche per una volta all'anno, guarda alla vita in modo diverso, senza rancore, e spera nell'Altro che viene, e che lo può salvare.
Giovanni Romano

Una testimonianza silenziosa contro Welby

Nel palazzo in cui abito c'è lo studio di un avvocato. Conoscevo di vista la sua segretaria, una ragazza svelta, solare, sempre sorridente e gentile. La domenica non mancava mai alla Messa. Da un po' di tempo non la vedevo più ma non davo importanza alla cosa, pensavo fosse perché gli orari non coincidevano, o che lei avesse finito il praticantato.

Invece ho saputo che da settembre le era stato diagnosticato un cancro che ormai l'ha invasa tutta. Non c’è più speranza. Ma quello che colpisce è che, pur soffrendo atrocemente, lei non recrimina, non bestemmia, non sta a rimpiangere una vita finita troppo presto. Avrebbe detto anzi: "Forse Gesù mi vuole accanto a lui perché io faccia del bene da lassù, e preghi per chi resta".

Non si è esibita in piagnistei mediatici, non ha scritto libri per invocare il “diritto” di morire, non ha convocato radio, TV e agenzie di stampa (anche se l'avesse fatto, per una credente non sarebbero venuti). Ha semplicemente offerto la sua sofferenza. La tragedia è che ormai il mondo non solo ignora questi sacrifici silenziosi, ma nemmeno più li stima. Già Gaetano Salvemini riteneva ogni conversione di fronte alla morte come puro esito di paura o rimbecillimento (e francamente non vedo perché Mons. Bello lo ammirasse tanto).

Si può soltanto immaginare lo scandalo e il disprezzo che le parole della ragazza desterebbero tra i sostenitori dell'eutanasia, quelli che promettono di continuare la "battaglia" di Welby. La definirebbero senz’altro una fanatica, un'esaltata, un'ignorante, una pazza, una bigotta. Il che dimostra, se non altro, che la decisione di darsi la morte non è una faccenda esclusivamente personale (come dicono loro), ma dalla sua accettazione o dal suo rifiuto dipende il futuro, o la distruzione, di tutta la società.

La signorina se ne andrà in silenzio, solo Dio e chi l'ha conosciuta si accorgeranno della sua testimonianza. Io spero, quando verrà il mio turno, di ricordarmi di lei per avere il coraggio di affrontare la mia fine. E gli altri ciancino pure di "morte dignitosa".

Giovanni Romano

P.S.: Vergogna ai protestanti che si sono servizievolmente prestati per i funerali "religiosi" a Welby. Del cristianesimo hanno tradito tutto quel che era possibile tradire. E noi a "dialogare" con loro! Una pura perdita di tempo.

sabato 23 dicembre 2006

L'abbaglio di Michele Brambilla

Non capisco proprio come Michele Brambilla possa parlare di "sconfitta delle ideologie" a proposito del caso Welby su "Il Giornale" di oggi. E' esattamente il contrario: l'ideologia si è impadronita anche degli aspetti più intimi e privati dell'esistenza. Aggiungo che non ho paura del chiasso mediatico su Welby. Ho paura della tranquilla accettazione dell'eutanasia che queste chiassate ci porteranno.

Giovanni Romano

giovedì 21 dicembre 2006

L'idolo della modernità

Con il compatimento che si riserva di solito ai ritardati mentali irrcuperabili, Massimo Cacciari scriveva oggi sul "Corriere" che la "trincea" della Chiesa è inutile, la modernità è inarrestabile.

Ma alla Chiesa non interessa costruire trincee. Alla Chiesa interessa solo che il cuore dell'uomo non s'indurisca definitivamente nel male, e non cada nell'abisso che egli stesso si fabbrica, come nel caso dell'eutanasia.

La "modernità" come la intende Cacciari è forse un idolo che esige sacrifici umani?

Giovanni Romano

lunedì 18 dicembre 2006

Eutanasia del Presepe 2

E' di queste ore la notizia che il consiglio regionale della Liguria ha respinto, con un risicatissimo margine, la proposta dell'opposiozione di centrodestra di incoraggiare i pubblici uffici a esporre il presepe.

Non c'è affatto da stupirsi del laicismo della regione Liguria. In Canada o negli USA, poi, dove esporre il Presepe o l'albero di Natale è praticamente un reato, una proposta del genere non sarebbe stata nemmeno presa in considerazione. Ma è triste pensare che si pensi a imporre per legge il Presepe. Fino a qualche anno fa non ci sarebbe stato bisogno di circolari e di decreti: ci sarebbe voluta una circolare per farlo sparire.

Come abbiamo potuto rinunciare alla gioia che il Presepe ci dava, in nome di un "rispetto" che novantanove volte su cento è soltanto paura o vergogna di noi stessi? Chi ce ce le ha potute instillare così facilmente? La nostra apostasia è tanto più pericolosa perché è tacita, non ha ragioni, è pura sottomissione alla mentalità laicista.

E' inutile lamentarsi e accusare gli altri, dobbiamo fare prima di tutto un esame di coscienza noi. Cosa ci è successo, e da quanto tempo questo stava succedendo? Perché non abbiamo voluto vedere? Fino a qualche tempo fa, ci commuoveva Gesù Bambino. Ora Gesù è diventato quasi una parola sconveniente, figuriamoci se bambino.

Nostro Signore aveva già previsto che ci si sarebbe scandalizzati di Lui (Mt 11,5), ma aveva anche definito "beati" quelli che non si sarebbero fatti irretire o ricattare da questa mentalità. Mai come ora la fede è riportata impreriosamente alla sua autenticità, non avrà niente di sentimentale anche perché il mondo intorno si è fatto cento volte più arido, cinico e bugiardo.

Non si tratta di sbandierare i simboli, loro non potranno più rassicurarci. Il Presepe si reggeva fintantoché si è retta la dignità e il significato della famiglia, cioè di un rapporto che regge alle avversità, oltre al signficato e al valore dei figli. Ma che ne può sapere del Presepe una "cultura" che permette i PACS? Che ne sa del Presepe una subcultura che permette l'eutanasia dei bambini, o nella migliore delle ipotesi considera il bambino una disgrazia, un impedimento, un peso, un fastidio che impedisce lo shopping e le vacanze?

Il Presepe dà fastidio per il suo significato umano prima ancora che religioso. E lasciando da parte le idiozie ireniste sul "dialogo", guardiamo in faccia una buona volta l'odio del mondo a Cristo e alla vita.

Giovanni Romano

domenica 17 dicembre 2006

Eutanasia del Presepe

Molto opportunamente, un editoriale di "Avvenire" qualche giorno fa notava che l'ostilità dei musulmani al Presepe spesso è una scusa da parte di insegnanti laicisti per sfogare la lro ostilità contro la Chiesa. Posso confermarlo con un'esperienza diretta: l'anno scorso, due mie alunne musulmane collaborarono senza problemi, e senza alcuna pressione da parte nostra, alla preparazione di bellissimi presepi.

Ma resta ugualmente il problema di quanto siano numerosi, e mediaticamente agguerriti, gli insegnanti italiani che prendono a pretesto l'arrivo di alunni musulmani per togliere di mezzo il Presepe. Reduci frustrati del '68, e i cascami loro allievi? Cristiani idiotamente "buonisti"? Semplici fifoni che tacciono per amor di quieto vivere? Probabilmente tutte e tre le cose. Ma il Presepe è diventato un'astrazione soprattutto per noi "cattolici" italiani.

Quest'anno ad esempio nella mia scuola il Presepe non si farà. E non per una accresciuta presenza islamica (è addirittura diminuita), semplicemente per disinteresse, perché nessuno si è prestato per montarlo, e le offerte dell'anno scorso si sono rivelate troppo scarse per rifarlo grande e bello com'era.

Non incolpiamo dunque i musulmani, ma la nostra ignavia e il nostro disincanto, magari mascherato di attivismo equosolidale.

Giovanni Romano

L'inconsistenza "oceanica" dei cattolici

Il caso Welby tiene ormai banco da settimane, fino a essersi trasformato in un tormentone. Sono fin troppo chiari gli scopi che si propone di raggiungere questo ennesimo piagnisteo mediatico (avevano provato con Coscioni, ma gli era andata male): porre il principio che la vita non è intangibile, e annientare il risultato morale del referendum sulla legge 40, mai digerito dalla stampa laicista (ricordo che Radio 24, con particolare slealtà, non dette nemmeno la notizia del fallimento del quorum nella sua edizione delle 15, a seggi ormai chiusi). Ciò che sta avvenendo in questi giorni è sia la vendetta per quel fallimento, sia il rilancio per una biopolitica ancora più inumana e arbitraria.

Ma qual è stata la reazione del mondo cattolico, a parte la voce coraggiosa del Papa e di alcuni vescovi? Niente, silenzio assoluto, o al massimo assensi di routine. Di fronte alle "veglie" organizzate dai radicali in 50 città (credo che il numero però sia gonfiato, varrebbe proprio la pena di verificare) dove sono i milioni di persone che hanno fatto la fila per andare a vedere il feretro del Papa Santo, Giovanni Paolo II? Dov'è il milione di giovani della GMG? Dove sono i 30.000 o 50.000 presenti bisettimanalmente all'Angelus di Papa Benedetto XVI? Fedeli, o soltanto turisti del sacro? Perché i sacerdoti non hanno il coraggio di invitare a veglie di preghiera per la vita, non in 50, ma in 50.000 parrocchie? Che ne è di queste folle tanto sorridenti quanto smemorate? Aveva forse ragione Giovanni Testori a parlare di "idiota allegria cattolica"?

E' facile vivere momenti di grande commozione e intensità, più facile ancora quando si è in tanti, ben chiusi nel nido caldo della parrocchia, del movimento, del gruppo scout o quel che volete voi. Ma molto più difficile testimoniare Cristo da soli, nel proprio ambiente, nel proprio condominio, di fronte ai propri colleghi sprezzanti e ostili verso la religione (quella cattolica, non certo quella islamica, hanno troppa fifa! E poi l'islam, religione senza misteri e senza sacerdozio, è molto più compatibile col potere laicista che non il cristianesimo).

Noi cattolici stiamo dando il triste spettacolo di un enorme corpo senza braccia per agire, e soprattutto senza la testa per pensare e rispondere ai sofismi e al bombardamento mediatico dei radicali e dei mass-media. Un gigante, non dico coi piedi d'argilla, ma inconsapevole della propria forza, e troppo riluttante a usarla, anche perché abbiamo interiorizzato e trasformato in paralizzanti complessi di colpa tutte le accuse, anche quelle più infondate e ingiuste, contro la nostra fede.

Abbiamo teso la mano al "mondo", ma il "mondo" è rimasto quello di cui parla il Vangelo di Giovanni: il luogo dell'ostilità e dell'odio a Cristo. Troppo ingenuamente abbiamo pensato che bastasse essere "cristiani coerenti", cioè buoni a volte fino alla stupidità (dimenticando Mt 10,16), docili pagatori di tasse, volenterosi sgobboni sul lavoro, piamente tolleranti verso tutte le opinioni, disposti anche a criticare e ingiuriare la Chiesa, per farci amare e accettare dagli altri. Non potevamo sbagliarci più di così, e le conseguenze sono state duplici. Una gran parte dei fedeli se n'è andata, banalizzando la fede in un superficiale buonismo irenista. E quelli che sono rimasti, coloro che veramente hanno voluto percorrere la strada della coerenza evangelica, si sono resi conto che l'odio del mondo non è diminuito nei loro confronti, anzi è aumentato. Basti pensare a Frére Roger, Annalena Tonelli, Suor Leonella Sgorbati, Don Andrea Santoro.

Con questo non voglio dire che i cristiani debbano farsi volgarmente "furbi", adeguarsi al cinismo di questo mondo e tornare a usare la forza e la sopraffazione. Dico soltanto che gli attuali avvenimenti devono renderci consapevoli di quale sia il prezzo reale dell'aderire a Cristo, che comporta il coraggio della testimonianza esplicita e non solo della vita coerente (con buona pace del pelagianesimo alla Tettamanzi), l'emarginazione sul lavoro, l'imbavagliamento mediatico, persino le aggressioni verbali e fisiche.

Non ci sono sconti. E non è il numero che ci renderà forti di fronte al mondo, ma la consapevolezza di una inesorabile diversità tra noi e il mondo, la consapevolezza di una ricchezza e di una libertà che il mondo non possiede, per quanto grandi possano sembrare le sue conquiste.

Invece di auto-colpevolizzarci, dovremmo recuperare un sano orgoglio, anzi una sana gratitudine per la grazia che Dio ci ha fatto venendo nella carne, abbracciando e salvando la nostra vita e la nostra morte. al di là di ogni falsa sicurezza nei nostri meriti, nella nostra bontà, nella nostra volontà di "dialogo", sarà lo stupore dell'avvenimento cristiano, e della sua radicale diversità rispetto al cinismo del mondo, a renderci capaci di contrattacco contro un pensiero tanto inumano come quello laicista che imperversa e imperverserà sempre più.

Giovanni Romano

Poveri rapinatori giocherelloni!

Avete notato che, ogniqualvolta un rapinatore viene ucciso da un poliziotto, specie in Campania, immancabilmente si scopre che il malcapitato "aveva un'arma giocattolo"? Si direbbe che siano i poliziotti, brutti cattivoni, a far fuori i poveri rapinatori giocherelloni che volevano solo spaventare un po' la gente con armi innocue.

Ma andate a chiederlo ai tabaccai uccisi con armi vere, o andate a chiederlo a un tabaccaio che ho conosciuto io, cui i banditi hanno spaccato la testa a colpi di calcio di fucile fino a mandarlo in coma. Andate a chiederlo alle guardie giurate dei furgoni portavalori, se erano armi giocattolo i fucili d'assalto che sono stati usati contro di loro!

Io sospetto che sia la stampa a truccare la realtà a favore dei delinquenti, quando è il loro turno di essere presi a bersaglio da quelli che credevano facili prede.


Giovanni Romano

sabato 16 dicembre 2006

Ma per Welby non provo compassione

Ho letto su "Avvenire" delle lettere che esprimevano, nobilmente, comprensione e solidarietà con i sentimenti di Welby, anche se non per la sua disperata scelta di morire. In molti hanno scritto che in realtà il suo cercare caparbiamente la morte conteneva una “richiesta di aiuto”.

Probabilmente sarò degno dell’inferno, e farò una fine peggiore della sua, ma ho guardato nei suoi occhi, e non vi ho letto richieste di aiuto a vivere, bensì rabbia, rancore, aggressività impotente, più o meno come un suicida che prende a pugni chi vuole impedirgli di buttarsi giù.

Non provo quindi nessuna “comprensione” per questa grottesca corsa contro la morte, quasi una gara a chi arriva primo. Perché tanta fretta di farsi ammazzare, se le condizioni stanno comunque peggiorando? Per affermare il principio che a lui, e solo a lui, spetta il momento di decidere quando vivere e quando morire. E’ la rottura alla radice di qualsiasi rapporto umano, perché gli altri diventano solo passivi esecutori della volontà di morire, anziché presenze che possono aiutare e condividere anche un momento doloroso come quello della morte.

Devo anzi confessare di provare io rancore verso Welby, che strepita le sue rivendicazioni di morte proprio nei giorni in cui Cristo nasce e viene a dare speranza agli uomini con la Sua vita (il che include anche il Suo sacrificio, che da quel momento in poi non ha reso inutile il dolore). Il suo atteggiamento, che ne sia consapevole o meno, è quello di un anticristo. Grazie a lui passerò uno dei Natali più tristi e inquieti della mia vita, per paura di quel che avverrà dopo che gli daranno inevitabilmente ragione (prova a opporti all'ondata mediatica!): sarà aperta la strada all’eutanasia, fino a renderla obbligatoria per quelle che saranno giudicate (da chi?) “vite a perdere”.

Già pochi giorni dopo lo scoppio del caso Welby, dalla Campania un’anziana madre tutta in lacrime chiedeva la “dolce morte” per i suoi due figli gravemente ritardati che lasciava dietro di sé. Che si pensi tanto facilmente a togliere di mezzo la vita (e per giunta disporre di quella altrui) anziché averne cura lo dovremo a Welby e suo al corteo di becchini. Possa Dio confonderli e dannarli!

E di fronte alle “veglie” blasfeme che chiedono la morte, la Chiesa dovrebbe avere il coraggio di mobilitarsi per organizzare veglie di preghiera e scongiurare il dilagare della menzogna e del delirio di morte che ci ha preso. In pochi giorni è stato disfatto –con lucida determinazione- tutto il risultato del referendum sulla legge 40.

Ci sono due ulteriori considerazioni da fare. Primo, a nesuno è venuto in mente che la "sedazione terminale" invocata da Welby somiglia molto all'iniezione letale praticata sui condannati a morte negli USA. E nei giorni scorsi uno di loro ci ha messo trenta minuti di agonia atroce, per morire, tanto che è stato necessario ripetere la dose mortale. Niente garantisce che la morte di Welby, né di alcun altro nelle sue condizioni, sia "dolce" e "indolore".

Non lo fu nemmeno per Ramon Sampedro, l'idealizzato protagonista del film "il mare dentro". Le rivelazioni della donna che lo aiutò a morire, che si è decisa a parlare solo dopo che il suo reato è caduto in prescrizione, ci hanno fatto sapere che Sampedro non morì fulminato dal cianuro, ma agonizzò per circa un quarto d'ora, con rantoli tanto spaventosi che lei si chiuse terrorizzata nel bagno. Ci scandalizziamo per la morte atroce di un criminale, accettiamo tranquillamente che Welby rischi di fare la stessa fine. Ma sappiamo ragionare o no?

Secondo: a mio parere, la Chiesa ha sbagliato quando ha concesso ai suicidi la sepoltura in terra consacrata. Non che questo importi qualcosa a Welby & C., ma era un segno forte, non buonista, che ammoniva l’uomo sulla gravità del suo gesto e sull’eternità del suo destino.

Grazie, Welby, per aver rubato un po' di voglia di vivere a chi sta lottando in condizioni difficili come le tue. Grazie per averci oscurato e reso triste il Natale, grazie infine per aver allontanato un po' di più gli esseri umani gli uni dagli altri.

Con profonda avversione,

Giovanni Romano

lunedì 11 dicembre 2006

E hanno pure il coraggio di lamentarsi!

Un Prodi terreo in viso è passato attraverso una contestazione ben più massiccia e sentita dei trenta-quaranta scalmanati di cui ha parlato la TV di regime. Sono poi arrivate, puntuali, condanne e scomuniche, si è parlato di "clima incivile".

Lungi da me difendere qualsiasi tipo d'intolleranza. Ma dov'erano questi signori quando si gridava impunemente "buffone" a Berlusconi (con la benedizione della magistratura), o quando uno scalmanato vero gli ha tirato addosso il cavalletto di una macchina fotografica? Dov'era la loro solidarietà, il loro senso civico? Dov'era questa gente, quando Genova fu messa a ferro e fuoco, anche qui del tutto impunemente?

Solo adesso che sono loro il bersaglio della contestazione, dopo averci spietatamente taglieggiati con la finanziaria, si accorgono di avere allevato una generazione d'intolleranti e di violenti?

La loro cretinaggine fa il paio solo con la loro ipocrisia.

Giovanni Romano

lunedì 4 dicembre 2006

Good riddance, Casini!

Ormai è certo. Casini lascia la Casa della Libertà. In un certo senso è un bene. Meglio una situazione chiara, pur se negativa, a qualunque ambiguità. E Casini era stato fin troppo ambiguo da quando, eletto presidente della Camera, quasi mai aveva trovato il coraggio di sfidare il "politically correct", sperando forse di farsi accettare nei salotti buoni.

Ricordo che solo in occasione del referendum sulla legge 40 ebbe il coraggio di dichiararsi pubblicamente per l'astensione, ma non subito. Nei primi giorni fu ambiguo come al solito, dichiarando che non avrebbe fatto sapere fino all'ultimo momento se avrebbe votato o no. Fu qualche buona tirata d'orecchi, più che una improbabile crisi di coscienza, a fargli cambiare parere.

Se il Polo non fosse tanto povero nei principi (basti pensare a un meschino intrigante come Fini) e inarticolato quanto al modo di esprimerli, la dipartita di Casini sarebbe un evento da salutare con sollievo, non certo con rimpianto.

Good riddance, Casini!

Giovanni Romano

Appello e commento contro Rule of Rose

Il videogame dal titolo "Rule of Rose", prodotto e distribuito in Giappone a marchio Sony e in arrivo a breve in Italia sotto altro marchio, che ha come oggetto sevizie ad una bambina di 10 anni e come obiettivo di gioco la sua sepoltura da viva, ha scosso le coscienze di molti italiani.

I media si sono occupati con sconcerto di questo caso, che supera la soglia di cio' che puo' essere considerato lecito, legittimo e ragionevole e peraltro rappresenta l'ennesimo episodio di un'escalation di violenza nei contenuti dell'entertainment video. La correlazione tra la violenza dei videogames (immagini ripetute e scene "vissute" in modo attivo, con un alto livello di concentrazione) e l'innalzamento del tasso di aggressivita' nei giovani e giovanissimi, e' stata oggetto di molte ricerche e confermata anche da uno studio comparativo di uno dei maggiori esperti in materia, il Prof. Craig Anderson.

Mentre la Presidente della Commissione Parlamentare per l'Infanzia, On. Anna Serafini, sostiene che "la violenza dei videogiochi fa perdere il confine fra bene e male", la Prof.sa Anna Oliverio Ferraris, docente di psicologia dello sviluppo all'Universita' La Sapienza di Roma, dichiara a Panorama che "la cosa preoccupante e' la filosofia che pervade questi giochi. Si vince se si e' piu' violenti. Viene premiata la violenza e la criminalita' e il ragazzo puo' abituarsi, in una sorta di inquietante adattamento cognitivo".

E' sotto gli occhi di tutti l'aumento dei casi di violenza perpetrata da giovani su altri giovani, su persone disabili o diverse, sui propri genitori, sugli anziani, ed e' difficile pensare che questo fenomeno non sia legato all'aumento della violenza e dell'aggressivita' nelle immagini e nei messaggi ai quali i ragazzi, attraverso videogames, cinema e televisione, sono continuamente sottoposti.

In questo contesto, la produzione e l'immissione sul mercato di prodotti di entertainment con contenuti devianti, cinici e con finalita' di gioco esplicitamente contrarie al rispetto della vita e della legge, non puo' che essere considerato da parte di un'impresa un GRAVISSIMO ATTO DI IRRESPONSABILITA' SOCIALE.

Gli intellettuali, i professionisti, gli uomini e le donne firmatari di questo appello sono legati dalla convinzione che le ragioni del business e del profitto non possono giustificare scelte d'impresa che possono produrre effetti dannosi per i singoli individui, per le famiglie e per l'intera societa'.

Su questa base CHIEDONO alle singole imprese dell'entertainment video e alle loro rappresentanze di settore di RINUNCIARE ad iniziative di produzione e commerciali basate su prodotti dal contenuto così palesemente violento e antieducativo per i giovani, al fine di NON ALIMENTARE il fenomeno dilagante del bullismo, della violenza e della criminalita' giovanile e contribuire, invece, alla crescita di una generazione sana, retta e cosciente dei valori e del rispetto dell'essere umano e della legalita'.


Ovviamente non c'è alcuna speranza che queste proteste vengano ascoltate. C'è da aspettarsi, piuttosto, che vengano tacciate di "oscurantismo" e "bigottismo clericale". Tuttavia io non solo pubblico un tale appello, che condivido in pieno, ma aggiungo di mio la seguente riflessione che mi è venuta in mente non appena ho letto il testo del messaggio:

A dire il vero, avevo letto una recensione del gioco, definito "perverso e inquietante" (ma quasi fosse un complimento) dalla rivista sulla quale era pubblicata. Credo che lo scopo del gioco non sia il seppellimento della bambina ma impedire che venga seppellita da un'orda di bambini sadici e pazzi. Il che, ovviamente, non toglie nulla alla crudeltà del gioco né alla sua perversione morale. Per questo gli va detto assolutamente NO.

Il punto è che questo è il gioco più perfetto che si possa immaginare per una società orfana come la nostra. Orfana è la vittima predestinata, la più indifesa per definizione. Orfani sono anche i suoi carnefici. Senza adulti, Senza nessuno che gli voglia bene e gl'insegni il senso del bene e del male, i bambini possono scatenare i propri istinti più demoniaci. E se questi sono i bambini, figuriamoci gli adulti!

La mentalità che vuole il bambino "perfetto", altrimenti lo scarta e lo abortisce (e questo vale anche per l'eutanasia), in realtà teme e demonizza i propri discendenti. Li vede ormai come pericoli potenziali, alieni, mostri, non certo figli, perché nessuno ormai si prende la responsabilità di essere genitore, né gli è permesso di farlo. La mania di istituzionalizzare e medicalizzare ogni problema, sterilizzando o uccidendo la famiglia, ci ha portati a costruire il Grande Orfanotrofio dove si può ammazzare per puro capriccio.

Meditate, gente, meditate (se ne siamo ormai capaci).

Giovanni Romano