lunedì 16 luglio 2007

Il mistero di Yamamoto

Il 18 aprile 1943, sulle isole Salomone, un agguato di caccia americani abbatteva l’aereo dove viaggiava l’Ammiraglio Isoroku Yamamoto, comandante in capo della flotta giapponese. I potenti bimotori P-38 Lightning, decollati da Guadalcanal, compirono un’impresa ai limiti dell’impossibile: un volo di quasi 2.000 km tra andata e ritorno, grazie all’installazione di serbatoi supplementari inviati appena la sera precedente, e un’intercettazione estremamente precisa, nel posto e nel momento esatto. L’attacco fu fulmineo e spietato. Vennero abbattuti sia l’aereo di Yamamoto che quello del suo capo di stato maggiore, l’ammiraglio Ugaki (che però sopravvisse, pur gravemente ferito), oltre a tutti e sei i caccia Zero della scorta. Dal canto loro gli americani persero un solo pilota sui diciotto inviati. Altri sei aerei più o meno gravemente danneggiati riuscirono comunque a tornare alla base. Il conto con l’uomo di Pearl Harbor era stato saldato.

Su questo abbattimento e sulle sue conseguenze si è detto e scritto di tutto (la mia fonte è il libro un po’ datato di Bernard Millot, “La guerra nel Pacifico”, 1968). Si sa perfettamente, ormai, che l’intercettazione poté avvenire perché gli americani avevano decifrato il codice segreto della marina giapponese (il che, tra l’altro, li aveva condotti alla vittoria nella decisiva battaglia di Midway nel giugno dell’anno precedente). Quel che resta però un mistero è una domanda ovvia: com’è possibile che i giapponesi, dopo una simile débacle, non si fossero resi conto che il loro codice era stato violato, e che l’abbiano mantenuto inalterato fino alla fine della guerra, con conseguenze calamitose per loro? Eppure un’intercettazione tanto precisa, a così grande distanza dalle basi, con forze più che sufficienti ad annientare la scorta dei caccia, non poteva essere semplicemente un colpo di fortuna, e avrebbe ben dovuto mettere in allarme!

Osserviamo, di passaggio, che gli Alleati vinsero a mani basse la guerra dell’intelligence, sia a livello di spie che a livello di cifrari. Gli inglesi, con il computer ULTRA, violarono la crittatrice tedesca ENIGMA (adoperata anche dalle forze armate italiane, purtroppo per noi). Gli americani riuscirono a decifrare i codici della marina giapponese (non quelli dell’esercito, però, il che li espose a più di una amara sorpresa). Gli stati maggiori dell’Asse, dal canto loro, sospettarono la presenza di traditori nelle loro file, ma non giunsero mai a immaginare che il nemico fosse arrivato a leggere in chiaro tutti i loro dispacci (sull’argomento si veda l’opera ormai classica del professor Alberto Santoni “Il vero traditore”).

Può darsi che nel caso dell’Ammiraglio Yamamoto giocasse un fattore al quale fa cenno Millot, pur se a proposito di altre battaglie: la tradizionale rigidezza giapponese, la riluttanza ad allontanarsi dagli schemi prestabiliti elaborati con tanta cura. Credo però che questa non sia soltanto una caratteristica nipponica bensì di tutti i regimi autoritari, dove non esiste circolazione di idee e di esperienze. Se non è permesso osservare liberamente la realtà, né trarre le conclusioni appropriate senza timori reverenziali, fatalmente si finisce per bloccarsi in una rete di schemi prestabiliti. L’Ammiraglio Yamamoto, una persona ammirevole quanto a preparazione, serietà e perspicacia, era però vincolato anch’egli ai limiti propri della sua cultura: assai rigido nei suoi piani e quasi incapace di cambiarli se la situazione evolveva come lui non aveva previsto (lo si vide a Midway). Come ogni “primo della classe” pensava di dare il buon esempio ai subordinati esigendo il massimo da se stesso, specialmente in fatto di puntualità. Ma fu proprio la sua leggendaria puntualità a costargli la vita. Gli americani poterono giocare d'azzardo all'estremo perché erano sicuri che Yamamoto avrebbe rispettato al minuto i tempi previsti. Per un capo in tempo di guerra, paradossalmente, questo è più un pericolo che una virtù (Hitler, ad esempio, volutamente non rispettava mai i suoi orari, il che lo salvò da più di un attentato). Lo stesso rifiuto di allontanarsi dagli schemi prestabiliti, probabilmente, operò anche dopo la morte dell’Ammiraglio. Non si volle nemmeno prendere in considerazione che il nemico avesse il completo dominio dell’intelligence.

Del tutto opposta la situazione nel campo americano (che, non dimentichiamolo, era una democrazia). Il messaggio relativo al viaggio di Yamamoto fu intercettato alle 6,36 del 17 aprile da una postazione nelle isole Aleutine (!), ritrasmesso con precedenza assoluta a Washington e immediatamente decifrato. Il segretario di stato Frank Knox ne venne a conoscenza alle 11 del mattino, e dopo una breve riunione con gli esperti dell’aviazione la decisione venne presa alle 15,35. Un messaggio urgente e segretissimo scavalcò tutta la trafila dei comandi e pervenne direttamente al 339° gruppo caccia di Guadalcanal, che avrebbe dovuto abbattere l’ammiraglio. Un altro messaggio inviato in Australia richiese l’invio immediato dei serbatoi supplementari alla base dei caccia. Entro le 17,10 i piloti americani erano a conoscenza della loro missione e del piano giapponese completo in tutti i dettagli. Alle 18,45 tutte le decisioni operative erano già state definite. Alle 21 arrivarono dall’Australia 4 grossi quadrimotori Liberator carichi dei serbatoi supplementari. I meccanici lavorarono fino alle 5 del mattino per installarli. Il decollo avvenne alle 6,20, e alle 9,35, con precisione cronometrica, i giapponesi si presentarono al tragico appuntamento sopra l’isola di Bougainville (cfr. Millot, op.cit., pp.479-481).

Riassumendo, dall’intercettazione del messaggio fino all’abbattimento di Yamamoto passarono appena ventisette ore. In un lasso di tempo tanto breve era stato possibile decifrare il messaggio, riunire gli esperti, prendere decisioni al massimo livello, individuare e mobilitare le forze sul campo a mezzo mondo di distanza, elaborare un piano operativo senza precedenti e mettere in grado di eseguirlo uomini e mezzi che mai prima avevano fatto niente del genere. Un tour de force di coordinazione informale, comunicazioni rapide ed efficaci, superiorità tecnica e logistica che probabilmente resterà unico nella storia delle guerre. Una vittoria non solo dell’intelligence, ma dell’intelligenza di chi, per fortuna, poteva prendere decisioni con la massima libertà e rapidità, senza i condizionamenti di un sistema militarista e autoritario.

Vista da questa prospettiva, Bougainville fu anche una tra le fin troppo rare vittorie della libertà.

Giovanni Romano

venerdì 13 luglio 2007

Uomini e ratti (neri)

Ieri sera ascoltavo distrattamente l'intramontabile "Superquark" con l'altrettanto intramontabile Piero Angela. Nel suo genere, è un esempio perfetto di divulgazione scientifica. Il mio, però, non è del tutto un complimento. Divulgare la scienza è certamente meritorio, specie in un paese a elevato analfabetismo matematico-scientifico come il nostro; tuttavia c'è il rischio -e Piero Angela condivide in pieno questa impostazione- di fare della scienza una panacea che, mentre dà l'impressione di poter rispondere a tutte le domande, in realtà ne mette a tacere altre, molto più fondamentali. Senza contare che la scienza si costruisce a partire da quel che si sa per andare verso quel che non si sa. In altre parole, la divulgazione è necessaria e utile, ma troppo spesso trasforma la scienza in una vetrina scintillante, mettendo in ombra invece il suo carattere fondamentale che è quello non dare niente per scontato e interrogarsi continuamente (interrogarsi, notiamo tra parentesi, è altro rispetto al "dubitare" che va di moda oggi).

Un buon esempio di questa indifferenza alle domande l'ho visto in questa trasmissione. tra i brevi servizi nella seconda parte ce n'erano alcuni veramente interessanti, come il rivoluzionario sistema di trasporti pubblici "TransMillennio" di Bogotà, il relitto di una Fortezza Volante sommerso poco distante il porto di Calvi n Corsica, una pudica pubblicità ai preservativi (e meno male che non hanno preso in giro chi sceglie la strada dell'astinenza, anche se l'hanno considerata una possibilità remota quanto un viaggio su Plutone), un servizio sulla bioinformatica (che sia la strada per rendere pensanti i computers?) e infine un'indagine sulle cause e le conseguenze delle grandi pestilenze che hanno imperversato in Europa fino alle soglie del secolo XVIII.

Proprio di queste vorrei parlare. Era invitato in studio un giovane docente universitario, elegante, garbato, sicuro di sé (come è giusto che sia), ma quasi con un'aria di divertito distacco. L'argomento invece era drammatico: le epidemie di peste, specialmente la Peste Nera, che praticamente dimezzarono la popolazione europea, ed ebbero conseguenze che andarono persino oltre quelle medico-sociali. Fu la Peste Nera, infatti (cosa che il docente non ha ricordato) a scuotere la fede in Dio dell'uomo medievale. Lo spettacolo continuo e spietato di una morte atroce, di fronte alla quale i superstiti erano assolutamente impotenti; la casualità con cui la malattia colpiva e risparmiava, non solo favorirono i movimenti millenaristi, ma ancora più a fondo fecero venir meno la convinzione che esistesse un Dio buono e provvidente.

Di queste cose però non si è parlato. Si è parlato piuttosto delle probabilità di una nuova pandemia (il professore ha ammesso allegramente che potrebbe fare più vittime della Spagnola), si è fatto osservare -e questo era veramente interessante- che le epidemie di peste sono scoppiate nel Mediterraneo quanto erano più intensi gli scambi commerciali pacifici con le civiltà orientali e specialmente con l'islam, mentre in tempo di guerra la peste non passava perché le frontiere erano chiuse. Infine si è parlato delle conseguenze, non necessariamente tutte negative, delle grandi epidemie: la manodopera disponibile diminuisce di molto, così che i lavoratori superstiti si fanno pagare di più, e il tenore di vita aumenta.

A parte la confutazione dell'idea "politicamente corretta" secondo cui l'apertura delle frontiere e la "contaminazione" sarebbero un bene in sé; a parte la constatazione che nel Medioevo è stato il mondo islamico a regalarci malattie nate dalla totale trascuratezza dell'igiene (ma non erano gli Arabi ad avere inventato i bagni pubblici e gli ospedali, come dice la vulgata scientista? Ma può darsi che fosse il rozzo Occidente a essere più vulnerabile alle epidemie, più o meno come gli indios nei confronti del morbillo), una cosa mi ha particolarmente colpito: a un certo punto il professore è uscito in una frase che in un attimo mi ha svelato tutta una mentalità: "Sembra proprio che nella storia ci sia una costante: non appena la popolazione diventa eccessiva, interviene un'epidemia a riequilibrare la situazione". Al che Piero Angela ha assentito entusiasta.

E' l'ideologia dell'"uomo-cancro-del-pianeta". La stessa ideologia che ha fatto dire al Principe Filippo di Edimburgo, presidente mondiale del WWF, nonché noto massone e occultista, che se dovesse rinascere (da bravo occultista, è logico che creda nella reincarnazione) vorrebbe essere un virus mortale "per contribuire a risolvere il problema della sovrappopolazione". E non era, purtroppo, una delle sue solite gaffes. Faceva specie la freddezza assoluta con cui il professore e il giornalista consideravano che fosse "naturale" che un'epidemia sterminasse metà della popolazione del pianeta, quasi un mezzo naturale di regolazione, certo più efficace del controllo delle tanto odiate nascite.

Poniamo però il caso che l'epidemia scoppi per davvero e colpisca anche loro, non direttamente però, ma nelle loro famiglie. Cosa penserebbe Piero Angela se –ai cani dicendo- gli morisse prematuramente il figlio Alberto? Cosa penserebbe il giovane professore se vedesse agonizzare sotto i suoi occhi un suo bambino o una sua bimba piccola? Penserebbero anche in questo caso che si tratta solo di "popolazione superflua" che è giusto far scomparire? O l'eventualità di cui si parla tanto alla leggera in questo talk-show scientista diventerebbe una realtà da strappare le viscere, e li metterebbe di fronte a dimensioni della loro personalità e a domande alle quali, grazie alla Scienza, non pensano nemmeno?

Giovanni Romano

giovedì 12 luglio 2007

Rushdie: dove sono i "trasgressivi" di casa nostra?

Il 21 giugno scorso la radio tedesca (Deutsche Welle) riportava una notizia che da noi non ha avuto la minima eco, almeno che io sappia. Gli scrittori e gli editori tedeschi hanno espresso pubblicamente la loro solidarietà a Salman Rushdie, dopo le nuove minacce che sono arrivate a lui e all'Inghilterra non solo da parte di isolati fanatici, ma dai governi di Iran, Iraq e Pakistan.

Personalmente, a suo tempo lessi "I versetti satanici", e a parte alcuni squarci lirici di grande bellezza lo trovai un polpettone illeggibile, tanto che questo libro è uno dei tre soli che ho buttato via in quarant'anni di lettura.

Tuttavia, ho trovato -e trovo- spaventosa, irrazionale e intollerabile la reazione dei musulmani. E condivido in pieno quel che hanno scritto gli autori e gli editori tedeschi: una minaccia a Rushdie è una minaccia a tutti noi.

In questo periodo, specialmente da quando è andata al potere la coalizione democristiana di Angela Merkel, la Germania sta dando lezioni di libertà e di coraggio a un mondo che si guarda bene dal raccoglierle. Ad esempio, il governo ha fatto ufficialmente sapere che la Germania vieterà sul proprio territorio la vendita prodotti cinesi fabbricati col lavoro forzato dei detenuti, sfidando le ire del colosso cinese.

Di fronte a queste prese di posizione chiare e forti, cosa dicono i nostri "trasgressivi" e "anticonformisti" di professione? Cosa dice Travaglio? Cosa dicono Luttazzi? Cosa dice Fo? Cosa dicono i no-global? Zitti e mosca, silenzio completo. Un silenzio che corrisponde al vuoto che regna nei loro cervelli. Al massimo si scaricano la coscienza protestando contro la caccia alle balene o contro gli OGM. Anzi, fanno tanto più chiasso quanto meno c'è da rischiare.

Sarebbero degni di compassione se non fossero degni soltanto di disprezzo.

Giovanni Romano

giovedì 28 giugno 2007

La censura silenziosa di cui Travaglio non parla mai

Ho perso ormai le speranze di leggere il libro dell'On. Luca Volontè "La congiura di Torquemada - l'eclissi di luna che colpì Buttiglione", Rubbettino Editore. Un'inchiesta sul modo ignobile in cui Rocco Buttiglione venne escluso dalla nomina a commissario europeo solo perché aveva osato dichiarare che, da cristiano, l'omosessualità qualche piccolo dubbio almeno glielo faceva venire.

Ho ordinato il libro alla mia libreria di fiducia da quasi due mesi (speranze di trovarlo direttamente sugli scaffali: zero). Mai arrivato. Come se la Rubbettino non esistesse nemmeno. In questa interminabile attesa, però, una cosa importante l'ho scoperta ugualmente: chi comanda in libreria, chi fa il bello e il cattivo tempo non è Berlusconi, come fa comodo pensare ai signori Fo, Travaglio & C., ma i distributori. Sono loro a decidere quando e se inviare un libro agli scaffali. Altrimenti l'unica alternativa, a quanto pare, è ricorrere al samizdat.

A questo punto avrei due domande da fare:

  1. Come mai non è possibile trovare sugli scaffali dei libri che vanno davvero controcorrente?
  2. Come mai la sinistra, che pure si riempie la bocca di "pluralismo", non si è mai interessata a questa censura di fatto?
Ecco perché l'ipocrisia della sinistra mi dà veramente il voltastomaco. Fanno i martiri quando nessuno li perseguita, denunciano la censura mentre i loro libri inondano letteralmente gli scaffali. Ma sulla censura vera sono muti come pesci. Forse siamo davvero all'emergenza democratica, ma non per colpa di Berlusconi. Per colpa del "politicamente corretto".

Giovanni Romano

venerdì 22 giugno 2007

Ma chi l'ha detto che i gay non si riproducono?

"Avvenire" di domenica 17 giugno scorso riferisce di 120.000 presenze al gay pride. Gli organizzatori parlano di oltre un milione. Chi ha ragione? Credo nessuno dei due, ma se il numero delle presenze è stato gonfiato senza pudore, allora abbiamo scoperto come i gay riescono a moltiplicarsi...

Giovanni Romano

Scacchi e bridge

Se è vero che gli scacchi sono il gioco dei re, allora senz'altro il bridge è il gioco degli aristocratici.


Giovanni Romano

sabato 16 giugno 2007

Gay, ma cosa avete da essere orgogliosi?

Leggo con amarezza su "Avvenire" di oggi (16 giugno) che il sito dell'orgoglio pedofilo, oscurato in Italia, dopo poche ore ha potuto tranquillamente riaprire in Germania perché ospitato da un sito gay.

Quanti di quelli che
oggi sfilano a Roma lo sanno? E se lo sanno, cosa dicono? Io credo che non tutti i gay l'approveranno. Ma se qualcuno di loro è d'accordo, mi vuole spiegare di cosa si sente orgoglioso?


Giovanni Romano

venerdì 15 giugno 2007

Quando si dice la coincidenza...


Me ne sono accorto solo oggi: il centro di preghiera islamico della mia città si trova in Via Lepanto.


Solo un caso, naturalmente...



Giovanni Romano

giovedì 14 giugno 2007

Aforismi d'inizio estate

  • Un amore che non raggiunge la sua meta diventa una macchietta.

  • La lucidità non è una virtù. E' una pena accessoria.
Giovanni Romano

sabato 2 giugno 2007

La sconfitta della leonessa e la vittoria della pecora


Ricordo che, in occasione delle prime elezioni irachene, "Il Giornale" o "Libero" pubblicarono la foto di una ragazza irachena, che a me sembrò bella quanto la Statua della Libertà. Era la vittoria della gente comune contro i terroristi, contro le intimidazioni della guerriglia (che qualcuno qui in Italia si ostina a chiamare "resistenza"), contro il disfattismo e l'ignavia dei nostri intellettuali. Una foto splendida, il sorriso di chi si è visto negare per tantissimo tempo i diritti politici dalla dittatura di Saddam Hussein. E al tempo stesso anche una vittoria politica per il governo Berlusconi, che aveva voluto l'intervento in Iraq, sfidando l'impopolarità.

Dopo nemmeno tre giorni, ecco la mazzata: il rapimento di Giuliana Sgrena, con tutte le ansietà annesse e connesse, con tutto il battage mediatico contro il governo, con la fine tragica che ognuno sa. Il tempismo del rapimento, la scelta accurata dell'obbiettivo, la parte politica cui apparteneva, fanno pensare che la mente del sequestro non fosse in Iraq ma in Italia, e doveva essere una mente perfettamente informata della nostra situazione politica, in grado di colpire il governo proprio là dov'era più debole, sul fronte dell'immagine.

Dal momento che la guerra che oggi si combatte è anche simbolica e mediatica, per il governo Belusconi si poté parlare di sconfitta completa. I filmati della Sgrena in ostaggio riuscirono a cancellare completamente la foto della ragazza irachena vittoriosa.

Eppure la voglio pubblicare lo stesso, per ricordare che, in fondo, forse ne valeva la pena. Chissà che fine avrà fatto quella ragazza, se non sarà stata uccisa in qualche vendetta settaria o sventrata in qualche attentato, o avvelenata da una bomba al cloro. Le auguro buona fortuna, il suo sorriso e il suo coraggio (così come il coraggio di tutto il popolo iracheno, un coraggio forse tradito) meritano di essere ricordati.

Giovanni Romano

lunedì 28 maggio 2007

Francia: il ritorno delle corvées

Oggi ascoltavo il giornale di Radio France Internationale che avevo scaricato da Internet. Tra le altre notizie, sembra che diventerà legge l'obbligo per tutti i lavoratori dipendenti di devolvere una giornata di paga per la solidarietà con gli anziani, che altrimenti rischiano di morire come mosche a causa dell'ondata di caldo che si annunzia, come nel 2003.

Non nascondo il mio sgomento e il mio disgusto. Lo scopo, ovviamente, è nobile (ma quando mai un'ingiustizia non è stata giustificata con nobili scopi?). Però la solidarietà non s'impone per decreto: a casa mia questo si chiama balzello. E non è nemmeno equo, perché, di fatto, ne sono esenti i lavoratori indipendenti, a meno di non instaurare un regime fiscale ancor più asfissiante e oppressivo. In questo modo, il governo scarica sulle spalle dei contribuenti il costo dei propri fallimenti (anche se mi chiedo: è umanamente possibile impedire a tutti gli anziani di morire per un'ondata di caldo?), e instaura un precedente molto grave. Andando a frugare nella loro busta paga, li trasforma sempre più in sudditi. Un po' come Amato che in una notte ha scippato i conti correnti di noi italiani. Una tassa che Berlusconi, guarda caso, si è ben guardato dall'abolire. Lo stato, infatti, è una macchina che prima di tutto cerca di perpetuare se stessa, è una tendenza che opera indipendentemente da chi sta al potere.

Comunque sia io, povero stupido, pensavo che i francesi avessero fatto la Rivoluzione per liberarsi dalle corvées...


Giovanni Romano

domenica 20 maggio 2007

Non basta più essere brave persone...

Bisogna essere anche consapevoli. Qualche giorno fa ho ricevuto, da una mailing list diocesana, una comunicazione che sprizzava giubilo da tutti i pori: i cristiani manifestavano "insieme per l'Europa". Sant'Egidio, i Focolarini, cattolici assortiti e poi protestanti, ebrei, musulmani. Tutti insieme europeisticamente.

La manifestazione non è sbagliata in sé. Effettivamente, "E' più che mai necessario superare i pregiudizi, i nazionalismi, le ferite storiche che l'Europa si trascina dalle guerre di religione in poi", come era scritto nella presentazione. Il guaio è che per raggiungere questo nobile scopo tanti cristiani -troppi- sono disposti a chiudere gli occhi davanti alla politica apertamente cristofoba dell'UE. Abbiamo già dimenticato come fu trattato Buttiglione? Abbiamo dimenticato che pochi giorni fa l'Europarlamento ha autorizzato la fabbricazione di medicinali prodotti con la distruzione sperimentale di embrioni umani (per evitare sofferenze agli animali!). Abbiamo dimenticato il colpo di mano che l'Europarlamento stava per tentare contro Mons. Bagnasco?

Europa sì, ma delle radici cristiane, non dell'agnosticismo e dell'apostasia. Europa sì, ma dei popoli, non dei regolamenti sulla curvatura delle banane. Europa sì, ma della storia, non dell'utopia. Europa, non solo UE. Ben venga la "Giornata per l'Europa" se servirà a ridestare la coscienza e l'identità dei cristiani (ma sinceramente ne dubito). Altrimenti si sarà trattato di una manifestazione non solo inutile ma addirittura controproducente, buona a farci fare per l'ennesima volta la figura degli utili idioti.

Giovanni Romano

giovedì 12 aprile 2007

Dolore per i fratelli algerini e marocchini

Non so perché, ma gli attentati di Algeri e Casablanca mi hanno colpito come un pugno nello stomaco come quelli di New York, Madrid e Londra, quelle piazze insanguinate le ho sentite come se fossero le nostre piazze. E a ragione, perché l'Algeria (almeno a un osservatore superficiale come me) sembrava essersi finalmente lasciata alle spalle la guerra atroce conto il GIA; il Marocco era avviato a consolidare un governo tollerante, aperto, persino pionieristico nel riconoscimento di alcuni diritti.

Le bombe hanno messo in crisi tutto questo. Al Quaeda non è un gruppo di scontenti, ma di assassini che vogliono rovesciare a freddo proprio quei regimi "moderati" che dal loro punto di vista sono peggiori persino delle "corrotte" democrazie occidentali.

Non c'era bisogno dell'avvertimento dei servizi segreti che il prossimo obiettivo potremmo essere noi. Basta guardare la carta geografica. Il Magreb lo abbiamo di fronte, e se si insediassero dei regimi fondamentalisti la nostra situazione sarebbe atroce come all'epoca delle scorrerie di Kareddhin il Barbarossa. Senza contare che gli eserciti di quei paesi hanno già missili a media gittata che possono colpire tutto il sud dell'Europa, fino all'Austria meridionale. Non oso nemmeno pensare a cosa potrebbe succedere se cadessero nelle mani sbagliate.

Quesgli scoppi sono già sinistramente rimbombati nelle nostre piazze.

Giovanni Romano

martedì 27 marzo 2007

Marines GB: una confessione sospetta

A leggere bene la notizia della cattura di 15 marines britannici da parte dell'Iran, si resta colpiti da un particolare. L'Iran ha dichiarato che i 15 "hanno confessato" di essere entrati nelle acque territoriali iraniane.

E' fin troppo chiaro che la polizia di certi stati (forse di tutti, all'occorrenza) ha i mezzi per far "confessare" qualunque cosa, anche di avere una spiritromba al posto del naso e due dischi volanti al posto dei piedi. Fuor di metafora, è chiaro che l'Iran avrebbe benissimo potuto fornire la prova dello sconfinamento britannico, ad esempio con la divulgazione dei tracciati radar che hanno condotto alla cattura dei marines. Se non l'hanno fatto, e si sono affidati alla "confessione" dei prigionieri, è chiaro che avranno usato mezzi violenti per estorcerla. Una triste farsa di cui i marines sono semplici, disgraziate pedine.

Giovanni Romano

La patetica illusione delle dodici stelle


Quando è stata approvata la bandiera dell'UE, molti cattolici, anche tra i più conservatori, s'illusero di una implicita citazione delle radici cristiane attraverso il simbolo delle dodici stelle.

Ora, a parte l'osservazione di Ryszard Kapuscinski secondo cui "Tutto ciò che esiste 'non esplicitamente' è come se non esistesse", il resto è pura illusione! L'Europa è più determinata che mai a escludere il cristianesimo dalla propria storia. Basti vedere la risposta villana data a Prodi, che pure sull'argomento non si era scaldato più di tanto (citato su Avvenire, 25 marzo "«Avevo proposto degli emendamenti ma mi sono sentito dire: «Mettiteli in tasca, non li possiamo discutere perché c'è una storia divisa»").

E' infantile aggrapparsi alla consolazione dei simboli quando dietro di essi è venuto meno il loro significato originario. Nella peggiore delle ipotesi, servono solo come specchietto per le allodole.

Giovanni Romano

I dolci veleni della beneficenza

E' di nuovo tempo di beneficenza. A Natale i panettoni, a Pasqua le uova. Tutto contro le malattie. Ma perché mai, spiegatemi, per curare la distrofia dovremmo beccarci il diabete?

Giovanni Romano

sabato 24 marzo 2007

Mentre gli eurocrati si autoincensano...

... Papa Benedetto XVI richiama l'Europa alla realtà con il suo discorso ai rappresentanti della COMECE per i 50 anni del Trattato di Roma:

“Sotto il profilo demografico, si deve purtroppo constatare che l’Europa sembra incamminata su una via che potrebbe portarla al congedo dalla storia. Ciò, oltre a mettere a rischio la crescita economica, può anche causare enormi difficoltà alla coesione sociale e, soprattutto, favorire un pericoloso individualismo, disattento alle conseguenze per il futuro”.

Non ho mai letto un giudizio più lucido, più preciso, più vero rispetto a quello che sta accadendo. Da notare che il sito della BBC World Service non ha degnato di una sillaba l'intervento del Papa (quando ne parla, è solo per diffamarlo, come nel caso del discorso di Regensburg). Questo non mi stupisce, ma è invece estremamente preoccupante che il sito del COMECE, cui era indirizzato il discorso, fino a questo momento non ha riportato il discorso del Papa, limitandosi a una generica esortazione sui "valori" dell'unità europea.

Se è già brutta la burocrazia di Bruxelles, molto peggio certa burocrazia clericale...

Giovanni Romano

Cattolici, non barellieri della storia

Pubblico qui l'estratto di una lettera inviata a un mio amico a proposito della scuola di formazione all'impegno politico che lui mi proponeva. Un progetto bello sulla carta ma con qualche vistosa ambiguità. E questa, tra parentesi, può essere una risposta a Luigi Bobba e al suo libro "Il posto dei cattolici".

Giovanni Romano

Per quanto riguarda la scuola diocesana d'impegno politico, vorrei esprimerti una mia perplessità. Si accusano i cittadini di apatia, qualunquismo, menefreghismo, opportunismo, e in gran parte tali accuse sono vere. Ma anche la classe politica non è esente da colpe. Prendi l'esempio di tanti referendum sistematicamente stravolti e ignorati (compresa la minaccia tutt'altro che vana di cambiare surrettiziamente la legge 40 e di abolire il Concordato).

Partecipare significa avere la disponibilità di esercitare un potere di cambiare le cose a vantaggio proprio o per il bene comune. Se invece il cittadino è chiamato a "partecipare" a decisioni già prese altrove, o a riti che per lui non hanno alcun significato, e non migliorano in nulla la sua situazione reale, è chiaro che alla fine nasce disgusto e avversione per la politica. E di ciò i politici possono ringraziare soltanto se stessi.

Questa apatia, ovviamente, non scoraggia per nulla i furbi e i prepotenti, anzi è per loro garanzia d'impunità. Sarebbe bene che una scuola di formazione politica mettesse a tema soprattutto questo: più che parlare astrattamente di "legalità", si dovrebbe partire dalla situazione attuale di totale *impotenza* dei cittadini verso istituzioni e organi d'informazione autoreferenziali, e studiare come è possibile ricostruire un tessuto sociale dal basso, partecipando non da cittadini anonimi ma da cristiani con una precisa identità e precise, non negoziabili appartenenze.

lunedì 19 marzo 2007

Il vero crimine è il politicamente corretto


La cronaca tranese, nelle prime settimane di marzo, ha registrato due avvenimenti apparentemente remotissimi tra loro, in realtà con dei punti di contatto abbastanza inquietanti. Il primo è il brutale assassinio di Aldomiro Gomez, un “viado” brasiliano di 57 anni, ritrovato nella sua auto con la testa fracassata; il secondo è la presentazione del libro “Boccamurata” della scrittrice anglo-sicula Simonetta Agnello Hornby (vedi foto a lato) presso la rinomata libreria “La Maria del porto”.

Cosa possono avere in comune due eventi tanto distanti? Prima di tutto, il sesso estremo, nelle sue forme più deviate (vedremo tra breve quale sia l’argomento di “Boccamurata”); in secondo luogo l’atteggiamento ormai apertamente apologetico della stampa e dei media quando si affrontano tali argomenti.

Cominciamo dall’omicidio del povero Aldomiro Gomez, nome d’arte “Tatiana”. Il giornale (“Bombonotizie”) ha avanzato due ipotesi. La prima, più ovvia, punta a un delitto maturato nell’ambiente degli omosessuali (su questa espressione ritorneremo subito). La seconda chiama in causa un branco di teppisti, denunciati dal Gomez pochi giorni prima di morire perché lo tormentavano e lo molestavano a causa della sua “diversità” (riporto le virgolette “politically correct” che nell’articolo compaiono immancabilmente). In quest’ultimo caso si sarebbe trattato di una vendetta del branco contro il Gomez, reo di essersi ribellato alle sue prepotenze.

A questo proposito, il titolo dell’articolo relativo al delitto coglie, forse involontariamente, un nesso che era già stato intuito dal sindaco di New York Rudolph Giuliani quando aveva cominciato a sbattere in galera i vandali e i “graffitari”. La conseguenza inattesa, ma non illogica, era stata la vistosa diminuzione degli omicidi e dei crimini violenti in città.

Il titolo recita infatti: NON PIU’ ATTI VANDALICI – ADESSO SI TORNA A UCCIDERE. Il riferimento è a precedenti, gravi episodi di teppismo avvenuti nei mesi scorsi (i leoni di pietra della Cattedrale semidistrutti a colpi di spranga, le giostrine devastate, le aiuole calpestate). Tutti segni premonitori di un’abitudine alla violenza e alla prevaricazione che, rimasta impunita, non ha difficoltà a esplodere poi nel delitto. In Italia, anziché fronteggiare il male a viso aperto, si è scelta la strada della resa e della rassegnazione, magari mascherandola da “dialogo”. L’indulto insegna, i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Ma torniamo al caso Gomez. Parlare di delitto “maturato nell’ambiente degli omosessuali” sembra voler spiegare tutto, come se in tale ambiente l’omicidio e la violenza fossero più scontati che altrove, dunque implicitamente più scusabili. A questo punto dovrebbero venirci in aiuto le statistiche, che purtroppo non ho e non so come procurarmi. Devo quindi procedere per congetture. Il primo dato da considerare dovrebbe essere, logicamente, l’incidenza dei delitti e delle violenze in ambito omo o transessuale in rapporto alle persone che vivono questa condizione. Dato di per sé quasi impossibile da determinare, perché solo una piccola minoranza di queste preferiscono venire alla luce, checché se ne dica a proposito dell’”outing”. Bisognerebbe poi confrontare questa percentuale in rapporto ai delitti e alle violenze in ambito eterosessuale, comprese le mura domestiche (dati questi ultimi molto più facili da determinare). Se risultasse che l’incidenza percentuale fosse più alta nella popolazione omo o trans, allora si avrebbe ragione a parlare di uno specifico, pericoloso “ambiente”, altrimenti no.

C’è un mezzo semplicissimo, tuttavia, per porre fine alla ridda delle ipotesi almeno nel caso Gomez. La polizia ha senz’altro i mezzi per accertare se l’aggressione sia stata compiuta da uno o più persone. E mentre scrivo è più che probabile che la scientifica sia giunta a conclusioni definitive. Lo stesso articolista, a dire il vero, concede poco credito all’ipotesi di una vendetta di teppisti, e propende per il delitto omosessuale. Ma implicitamente ne accusa la “società”, rea di aver colpevolizzato il Gomez per la sua “diversità” (sempre tra virgolette!).

Ma è giusto? Possiamo accettare di farci colpevolizzare? Siamo proprio sicuri che quella diversità (senza virgolette, stavolta) debba essere accettata a occhi chiusi? Che io sappia (non sono un esperto, ovviamente…) i trans hanno un numero estremamente alto di partners casuali, di gran lunga superiore a qualsiasi individuo “etero”, uomo o donna. In tanta promiscuità, il rischio d’incontrare il “mostro” o lo psicopatico può essere proporzionalmente più alto che per le stesse prostitute. Proprio questa precarietà, che finisce sistematicamente nell’uso e nell’abbandono reciproco, rende intrinsecamente violenti i rapporti di questo tipo. Dove non c’è garanzia, né fiducia, né voglia di stabilità, è chiaro che i risentimenti e le frustrazioni possono esplodere con la massima violenza, anche per i più futili motivi.

Detto questo, possiamo sbrigativamente liquidare quest’omicidio come se appartenesse a un “milieu” che possiamo guardare con distacco, dall’alto della nostra certezza di non esserne mai contaminati? Al contrario. Confesso di aver provato una grande pietà per la morte squallida e atroce di questo trans, ormai alle soglie della vecchiaia. Ho detto per lui un “Eterno riposo” perché tra non molto tutti l’avranno dimenticato, in primis quelli che l’avranno usato, o che saranno stati usati da lui, per una sera o per poche ore soltanto.

La mia pietà però non va alla sua diversità, che l’ha portato, se mai, a una vita probabilmente depressa e triste, sempre spasmodicamente protesa a una felicità che in uno stato di vita come il suo era impossibile raggiungere. La mia pietà va all’uomo (sì, all’uomo, non al travestito, non alla marionetta!) nel momento in cui ha sofferto ed è morto. Non lo compatisco per quello che aveva di diverso ma per la sofferenza e il dolore che me lo hanno reso vicino. Mi chiedo se in quegli attimi di orrore si sarà reso conto di aver gettato la sua vita nel cestino. Una vita che forse poteva essere ben “diversa”, e stavolta diversa nel senso più giusto.

Ne dubito, però. Sia perché in momenti come quelli non c’è nemmeno il tempo di pentirsi, sia perché l’ambiente, la società, i media benpensanti fanno ormai in modo che non sia nemmeno più pensabile mettere in discussione certe “scelte di vita”, a nessuno deve essere consentito domandare se certe scelte siano giuste o no, distruttive o no. E’ l’utopia del “sane, safe and consensual”, come dicono gli americani. I costi di un piacere cercato soltanto per se stessi devono essere a carico di tutta la società.

Veniamo adesso al secondo episodio, avvenuto più o meno contemporaneamente. Il contesto non potrebbe essere più diverso. Là una stradina solitaria, un appuntamento furtivo e frettoloso, un poveraccio di mezz’età che si trascina dietro le proprie chimere; qui l’ambiente distinto e colto di una libreria, un pubblico gentile e attento, una donna intelligente, di successo, che ha viaggiato molto, sicura di sé e delle sue competenze, che si gode sorridendo le luci della ribalta.

Eppure l’argomento, il “subject-matter” del libro, è, se possibile, ancora più ributtante del delitto Gomez: l’incesto, e peggio ancora la sua giustificazione. Leggiamo infatti dalla presentazione, sempre a cura di “Bombonotizie”: “Scopo dichiarato dell’autrice… è quello di sfatare i tabù che di volta in volta segnano un’epoca o una storia”. Il bersaglio, ovviamente, è sempre lo stesso, attaccato con monotona regolarità da tutti quelli che si credono innovatori: “Sotto accusa è la famiglia, in questo caso una famiglia della Sicilia moderna, colta e ricca, che, sotto l’apparente normalità, si rivela covo di sentimenti innominabili, segreti inconfessabili, passioni impetuose e amori proibiti, il cui fil rouge è rappresentato dal possesso della roba”.

A stendere quest’atto di accusa è un’avvocatessa, nonché giudice minorile, “specializzata e affermata nelle cause su abusi dei diritti di donne e minori”. Non so quale sia la sua posizione su questi casi, ma non mi stupirei se fosse uno di quegli avvocati-avvoltoio, specializzati nello sfascio delle famiglie e soprattutto nella distruzione della figura maschile e paterna, una razza descritta con impressionante nitidezza da Claudio Risé nel suo libro “Il padre – l’assente inaccettabile”.

La trama, ridotta all’osso, è questa: Tito, un ricco industriale siciliano, capo della classica famiglia patriarcale, scopre di essere nato dal rapporto incestuoso tra suo padre e la sorella di lui, la vecchia Zia Rachele. Come se non bastasse, Tito viene a scoprire il segreto della sua nascita da Dante, l’amante omosessuale di suo figlio Santi. Tutto questo fa saltare in aria qualsiasi idea di famiglia "normale". Qual è l’effetto della scoperta su Tito? In altre epoche sarebbe stato sgomento, orrore, vergogna. Qui lo shock è certamente forte, ma non annienta Tito, bensì, al contrario, “suscita la sua rinascita”.

Ma di quale “rinascita” si può trattare? Direi che ha due aspetti, uno soggettivo e uno oggettivo. Il primo è il rifiuto del marchio d’infamia e della vergogna che di solito si accompagnano a scoperte del genere. Dal momento che nessuno può scegliersi lo stato di vita in cui nascere, questo rifiuto di accollarsi la colpa può sembrare a prima vista giustificato. Ma c’è una seconda implicazione, più sottile e per così dire “oggettiva”, che mira esplicitamente a giustificare l’incesto in quanto tale, fin quasi a dargli pubblica dignità, nel momento stesso in cui si accusa e si svilisce la famiglia. Che importa se a far nascere Tito sia stato un rapporto tra fratello e sorella? L’importante è che abbia avuto le cure e l’affetto di cui aveva bisogno. Zia Rachele ha saputo non solo fargli da madre, ma essergli madre; allora il tabù non sarebbe altro che una convenzione bigotta, messa in giro dai preti per tenere in soggezione le donne e gli immancabili “diversi”.

Di fronte a tanta apertura culturale, noi italiani che ancora ci dibattiamo alle prese coi DI.CO. facciamo la figura dei provinciali senza speranza. L’Inghilterra è silenziosamente entrata, e da tempo, in una combinazione tra i peggiori incubi totalitari di George Orwell e quelli eugenetici di Aldous Huxley. Una Sodoma che trova “normale” la segregazione alla rovescia a favore degli omosessuali (gli “etero” non vengono ormai ammessi in alcuni alberghi abitualmente frequentati dai gay), in cui si sta per dare il via libera alla creazione di ibridi uomo-animale, dove i matrimoni sono scesi al minimo storico da centoundici anni, dove si legalizzano le adozioni gay e dove siamo ai primi posti mondiali per delinquenza e alcoolismo giovanile, che scrupolo volete che si faccia di fronte a un rapporto incestuoso?

Ma se gli inglesi chiudono tranquillamente gli occhi davanti a tutto questo (in nome della solita “tolleranza” che vieta di fare domande) noi poveri provincialotti qualche domanda ce la poniamo lo stesso, se non altro grazie alla nostra rozzezza.

Chiediamoci prima di tutto: chi l’ha detto che l’incesto sia solo “uno dei tanti” tabù che “di volta in volta” hanno segnato un’epoca o una storia, quasi che fosse possibile cambiarli e superarli a piacimento? Se c’è una proibizione più costante, più tenace, più universalmente sentita da tutti i popoli, da tutte le culture e in tutti i tempi è proprio quella dell’incesto.

Non tanto, e non solo, per la paura dei danni che possono derivare dall’”inbreeding”, ma per un orrore ancora più profondo che nessun sofisma può demolire: la vita è movimento, apertura all’altro, fluire di generazioni che passano le consegne a quelle successive. Nell’incesto si commette violenza contro la vita sia "incartandola" nel rapporto endogamico tra fratelli, sia addirittura tornando indietro come nel rapporto genitori/figli. Perché Edipo si acceca e Giocasta si uccide, pur essendo assolutamente inconsapevoli di essere madre e figlio, nel momento in cui si univano in matrimonio?

Nell’Edipo Re, in verità, si tocca uno dei vertici della tragedia umana: perché l’uomo sia colpevole di un destino che non avrebbe potuto evitare in nessun modo, e debba ugualmente espiarlo. Quel che faceva inorridire i Greci non era infatti la colpa soggettiva ma la violazione di un ordine oggettivo (Edipo non è un malvagio ma uno sventurato). Alla base della tragedia vi è l’uccisione del Padre e la profanazione del suo talamo. Sono andati distrutti sia il rispetto verso il Padre che la distanza, anch’essa piena di rispetto, nei confronti della Madre.

La vita, anziché scorrere verso le nuove generazioni, è tornata indietro, si è ripiegata su se stessa. La pestilenza che cade su Tebe non è solo il castigo esterno degli dei, ma il segno di questa vita corrotta e bloccata. Quello che Edipo e Giocasta hanno generato è solo vita apparente, destinata a distruggersi (Eteocle e Polinice) o a perire di morte violenta (Antigone), perché una volta ucciso il Padre nessuno è più in grado di essere veramente padre.

Tutto ciò, ne sono certo, non turba né interessa minimamente la Aniello Hornby. Quello che conta, per lei e per la cultura cui appartiene, sono solo i sentimenti soggettivi: se uno “accetta” la propria condizione e ci si trova bene, perché no? Se non c’è un ordine dato fuori di noi da rispettare, certo che il tabù dell’incesto è solo un sopruso e un inutile senso di colpa! Anzi il sopruso più grande è il matrimonio, perché fissa i ruoli, vincola le volontà, non permette di andare oltre un limite certo nei rapporti tra consanguinei.

Nell’ideologia della Hornby non è “l’ipocrisia” della famiglia a essere messa sotto accusa, ma la famiglia in quanto tale. Confesso che avrei un po’ di perplessità, anche a livello personale, verso chi “si trova perfettamente a suo agio nel raccontare le vicende familiari più torbide”. Nemmeno l’ombra di un dubbio, il sussulto di un minimo disagio? A nessuna domanda è permesso di venire a importunare la coscienza?

Probabilmente cercheremo invano tutto questo. C’è soltanto la figura “impassibile e distante” della Zia Rachele, la madre incestuosa di Tito. La recensione di “Bombonotizie” non dice nulla sui motivi che l’hanno portata all’incesto con il fratello Gaspare. Ma è facile escludere che il distacco e l’impassibilità di Rachele siano dovuti a rimorso per quello che è avvenuto (e che lei, a differenza di Tito, avrà voluto consapevolmente). Sarà probabilmente un senso di superiorità intellettuale (lei, nonostante l’età, è ancora “lucida e vivace”), una commiserazione sprezzante per chi ancora è rimasto ancorato a certi “tabù”. Forse la Zia Rachele è un autoritratto spirituale dell’autrice, donna colta e ormai definitivamente emancipata, al di sopra della massa ignorante.

Il libro si chiude su una nota di speranza, dice la recensione. Speranza in chi, in cosa? Soltanto in se stessi, presumibilmente. E’ vero che i figli non devono pagare per le colpe dei padri, ma è altrettanto vero che ogni generazione è responsabile dei figli che metterà al mondo, e che l’incesto distrugge l’idea stessa di paternità. Ma per una mentalità come quella cui appartiene la Hornby il vero tabù è interrogarsi sul significato e le conseguenze delle proprie azioni. Non basta portare alla luce e pubblicizzare un atto intrinsecamente cattivo perché diventi socialmente accettabile.

Dispiace dover dedicare tanto tempo ed energie a temi prima confinati nella sfera dell’intimo, più ancora che del privato. Il fatto è che il concetto stesso di persona è diventato pubblico, negoziabile. Quanto più si rivendica la privatizzazione selvaggia delle scelte familiari e sessuali tanto più si cerca d’imporle per legge, distruggendo gli istituti giuridici esistenti e creandone altri. Più si cerca di appartenere soltanto a se stessi, più si chiama in soccorso la mano pubblica. Si creano così esseri soli, atomizzati, dipendenti in tutto e per tutto dai meccanismi impersonali della burocrazia (basti vedere quanto è burocratica la proceduta per mettere in piedi un DI.CO.).

Il profondo fil rouge che lega l’assassinio di Aldomiro Gomez e il libro di Simonetta Agnello Hornby non sta soltanto nell’arbitrario stravolgimento della sessualità umana, ma soprattutto nell’atteggiamento chiaramente apologetico della stampa nei loro confronti. E se questa è la stampa locale, figuriamoci quella nazionale! I comportamenti e le “scelte” (anzi, si preferisce la parola neutra “orientamenti”) diventano insindacabili, dei dogmi assoluti, e guai a chi li mette in discussione.

Inutile dilungarsi sulle conseguenze, anche se va osservato che tutte puntano alla soppressione e all’impoverimento della vita umana. L’unica differenza, se mai, è che Aldomiro Gomez ha pagato di persona, mentre la Agnello Hornby probabilmente continuerà ancora per molti anni a incassare lauti profitti per quello che scrive, e per le famiglie che, come avvocato, contribuisce con tanto zelo a sfasciare.

Giovanni Romano

martedì 6 marzo 2007

Spammers

Giornali e notiziari Web segnalano con preoccupazione l'aumento esponenziale dello spam. E' certamente vero, ma posso dire che in questo momento sono inspiegabilmente fortunato.

Fino a qualche settimana fa ricevevo dagli 80 ai 110 messaggi spazzatura al giorno, ora si sono ridotti a 10-12. Forse avranno pescato e mandato in galera qualche spammer, oppure i filtri saranno stati migliorati.

In ogni caso, è una notizia che fa molto piacere.

Giovanni Romano

domenica 4 marzo 2007

Parlamento e vuoto mentale

Il TG1 delle 20, stasera, dava pomposo risalto all'iniziativa di Bertinotti per creare un apposito "luogo di meditazione" all'interno di Montecitorio, un ambiente asettico e rigorosamente aconfessionale (bandito qualsiasi simbolo religioso, va da sé che il Crocifisso è il primo nella lista degli esclusi) dove sarebbe possibile, per gli onorevoli, ritirarsi nel silenzio a meditare tra una seduta e l'altra.

Mi sono trovato una volta a visitare uno di questi spazi "multireligiosi" ed "ecumenici" all'aeroporto Charles De Gaulle di Parigi, e l'ho trovato molto deprimente. A differenza del progetto italiano, era una sala di preghiera affollata di troppi simboli: ruote di preghiera buddiste, menorah ebraiche, il mihrab islamico e una croce (ma non il Crocifisso né tantomeno il Santissimo, ci mancherebbe!). L'unico che sembrava trovarsi a suo agio era un musulmano che stava pregando sul tappeto. Ma è comprensibile, per il seguace dell'Islam non è importante il luogo in cui si prega, bensì semplicemente essere rivolti verso la Mecca e dire la preghiera alle ore prescritte.

Mi fece l'effetto di un ripostiglio dove le religioni, più che venire unite, erano state accantonate come un mucchio di cianfrusaglie, una specie di vespasiano dello spirito destinato a gente non ancora "illuminata" che aveva bisogno di sfogare i propri "bisogni" interiori. Era uno spazio così "neutro" che non significava niente, dove non sarebbe stato mai possibile sentire vicina una presenza trascendente. La voce di Dio si può percepire solo in uno spazio reso sacro da chi ha fede, non nel bugigattolo residuale progettato da un architetto al quale la religione è del tutto indifferente. Trovai che era meglio raccogliersi e pregare silenziosamente l'Ora Media in sala d'aspetto, su una poltroncina qualunque.

Ora si vuol ripetere lo stesso giochetto in Parlamento, nobilitandolo con la balla della "meditazione". Ma nella meditazione l'uomo guarda soltanto se stesso, è molto difficile che l'Altro gli parli. Inoltre, vorrei sapere se lo spazio che si ha in mente di creare (e la cui realizzazione è stata affidata, non certo a buon mercato, all'architetto Paolo Portoghesi) dovrebbe essere realizzato chiudendo la cappella cattolica già esistente, impedendo così ai deputati cattolici di assistere alla Messa. Se così fosse (e non ne dubito, vista la strombazzata "laicità") vedremmo ancora una volta la mistificazione di una mentalità atea che, con la scusa del multiculturalismo toglie di mezzo la cultura cristiana.

Spero ovviamente che nessun deputato autenticamente cattolico metta mai piede in quel vuoto né mai lo riconosca come luogo di preghiera. Ci vada se mai la Bindi, a "meditare" sulle sciocchezze che ha fatto.

Giovanni Romano

Pietà per i cavalli, morte per gli uomini

Da bambino, non capivo assolutamente perché un cavallo che si azzoppasse dovesse essere abbattuto, e per questo piangevo. Ora che ho quasi cinquant'annin penso ancora che ci si dovrebbe sforzare per risparmiare un cavallo azzoppato (specialmente quando la disgrazia è accaduta per colpa dell'uomo), ma mi colpisce che oggi si tenta l'impossibile con interventi costosissimi pur di salvargli a vita, mentre tanti anziani, "amorevolmente" invitati alla decisione "altruista" di scegliere l'eutanasia, sono considerati nient'altro che un peso e un costo per la collettività.

Giovanni Romano

W la Quaresima, abbasso “Chocolat”!

Avevo deciso di scrivere questo brano senza nemmeno sapere che il cosiddetto servizio “pubblico” RAI avrebbe mandato in onda proprio il film menzionato nel titolo. Un atto di cosciente disprezzo per i cattolici, tra parentesi, perché il film mette alla berlina proprio la Quaresima che stiamo attraversando. Avessero provato a burlarsi del Ramadan, credo che gli sarebbe andata meno bene.

Ma non di questo voglio parlare, bensì dell’esperienza inaspettatamente bella che sto vivendo in questi giorni. Una volta tanto, ho deciso di prendere la Quaresima sul serio. Dunque più preghiera, meno computer, e soprattutto più digiuno. Niente di particolarmente punitivo, intendiamoci: semplicemente, abolire il cornetto quotidiano che avevo preso il vizio di prendere con l’espressino (faccio eccezione la domenica), e venerdì niente del tutto, nessun fuori pasto.

Tutto qui? Tutto qui, ma proprio questo mi ha colpito. Fino a quel momento non mi ero reso conto, o non mi ero voluto rendere conto, di quanto fossi ingrassato, appesantito, impigrito. Di quanto insomma mi fossi buttato giù. Per il peso del corpo cominciavano a soffrire persino i piedi nelle scarpe. E tutto questo per un cornetto apparentemente così piccolo…

E’ bastato questo digiuno per modo di dire per restituirmi almeno un po’ di agilità fisica, prontezza mentale, gusto alla realtà. Ora cammino più sciolto per la strada, salgo le scale più facilmente, soprattutto non mi assalgono più le tormentose micro-amnesie che mi facevano cercare ansiosamente, dappertutto, mille inezie che andavo dimenticando.

Quando me ne sono accorto ho cominciato a paragonare questa situazione di benessere con il messaggio del film (e del libro di Johanne Harris da cui è tratto, ancor più meschino e rabbiosamente anticattolico). Qual è il soggetto di entrambi? Una donna (con figlia al seguito, ma ovviamente non sposata) apre una cioccolateria artigianale in un paesino di montagna, durante la Quaresima e proprio in faccia alla chiesa, sfida i fulmini del parroco e pian piano distoglie i paesani dal timore dei castighi divini e dalle “inutili” mortificazioni quaresimali. Grazie alla cioccolata, nel paese si diffonde un’atmosfera di festa, di pace, di tolleranza… insomma tutto il blablabla politicamente corretto che va ora di moda. Cristo è bell’è dimenticato, comincia il culto della Dea Gola.

Il libro e il film, presumibilmente, si fermano compiaciuti al momento della sconfitta del parroco, nella visione idillica del “vissero-tutti-felici-e-contenti”. Ma dopo qualche mese o qualche anno, che ne sarebbe stato realmente dei paesani? E’ facile immaginarlo: alle prese coi denti rovinati, con le nevrosi da ciccia e le diete ipocaloriche, la bulimia l'anoressia, o peggio ancora l'obesità infantile… e vi risparmio le malattie annesse e connesse. Oltre alla cioccolataia, in quel poetico borgo alpino avrebbero trovato l'Eldorado anche una schiera di dentisti, dietologi, psicologi, diabetologi e chi più ne ha più ne metta. Se gli abitanti avessero dato retta al prete forse gli sarebbe costato meno.

Al di là di tutte le chiacchiere sulla "pace, la tolleranza, l'accoglienza delle diversità", e sciocchezze del genere, libri e film come questi vogliono creare l'uomo a misura del vero potere: un consumatore ben nutrito che non si fa mai domande, e che anzi reagisce con fastidio quando qualcuno gli ricorda che esiste qualcosa al di fuori di lui (non a caso, nel Giulio Cesare, il dittatore ha paura di Cassio perché non pensa soltanto a mangiare).

Per questo io mi tengo la Quaresima. Gli altri, se non vogliono ascoltare, si tengano i loro appetiti e le loro nevrosi. E li scambino pure per "libertà".

Giovanni Romano

martedì 27 febbraio 2007

L'ipocrisia sui "diversamente abili"

La definizione "diversamente abili", spesso peggiorata con l'orribile neologismo "diversabili", è stata più volte schernita come una inutile e ipocrita foglia di fico che non migliora in nulla la condizione reale degli zoppi, dei ciechi, dei sordi, dei paralitici. In parte è davvero così: evitare il dolore e censurarlo non ci rende tanto pietosi quanto schifiltosi (cfr. Brave New World di Aldous Huxley).

Tuttavia sarebbe rozzo liquidare tanto sbrigativamente la questione. E' innegabile che chi ha una abilità in meno cerca di sviluppare abilità compensatorie. Io sono zoppo, quindi ho cercato di sviluppare al massimo il senso della mira, per difendermi, e anche l'attività mentale, non potendo muovermi con la scioltezza degli altri. Per non parlare di abilità speciali, più che genericamente "diverse", sviluppate da persone in condizioni di gran lunga peggiori delle mie.

Un esempio bellissimo l'ho trovato nel libro di don Guigi Giussani "Perché la Chiesa". Parlando della concezione cattolica, secondo la quale l'essere umano ha un valore infinito agli occhi di Dio qualunque sia la propria condizione, indipendentemente se "funzioni" o no, Giussani cita la figura straordinaria di Sant'Ermanno lo Storpio, un vero campione di "diverse abilità"

... nato a Reichenau e vissuto nel secolo XI. 'Venne al mondo orribilmente deforme. Fu soprannominato Il Rattrappito tanto era storto e contratto: non poteva star dritto, tanto meno camminare, stentava persino a star seduto sulla sedia che era stata fatta appositamente per lui: le sue dita stesse erano troppo deboli e rattratte per scrivere; le labbra e il palato erano deformati al punto che le sue parole uscivano stentate e difficili a intendersi [...]- Aggiungerò che i competenti di novecento anni fa lo dichiararono anche deficiente (...)

I genitori lo mandarono a vivere in un monastero, dove a trent'anni diventerà monaco e dove a poco a poco quella mente, che era stata considerata anchilosata come il corpo, dimostroò di essere straordinariamente capace di aprirsi. Il suo biografo e discepolo Bertoldo inizia la sua Vita asserendo che tanto era contratto nel corpo quanto era dilatata la sua mente. Continua Martindale:

Neppure per un solo istante, durante tutta la sua vita, può essersi sentito "comodo" o, per lo meno, liberato da ogni dolore; quali sono tuttavia gl aggettivi che vediamo affollarsi intorno a lui nelle pagine degli antichi cronisti? [..] "Piacevole, amichevole, conversevole; semrpe ridente; tollerante, gaio" [...] Con il risultato che tutti gli volevano bene. E frattanto quel coraggioso giovinetto [...] imparò la matematica, il greco, il latino, l'arabo, l'astronomia e la musica.

Conclude Giussani:

Morì a poco più di quarant'anni, Ermanno, circondato dall'affetto dei monaci, dopo aver scritto [o piuttosto dettato, N.d.R.], tra l'altro, un trattato sugli astrolabi, un Chronicon di storia del mondo, aver costruito orologi e strumenti musicali e, secondo la tradizione, averci lasciato il mirabile testo della Salve Regina e dell'Alma Redemptoris. [...] Un'esistenza nel dolore come può diventare così ricca e amabile? Quell'energia di adesione alla realtà ultima delle cose permette di utilizzare anche ciò che tutto il mondo intorno riterrebbe non utilizzabile: il male, il dolore, la fatica di vivere, l'handicap fisico e morale, la noia e persino la resistenza a Dio. [...] Consegnare a Dio qualunque miseria è il contrario dell'abdicazione, di una meccanica accettazione, di una passiva rassegnazione; è il consapevole ed energicamente affermato nesso dal proprio particolare con l'universale.


Che fine farebbe un bambino come Ermanno, oggi? Quali speranze avrebbe di sopravvivere, in un mondo che ritiene un atto di "pietà" sbarazzarsi di persone come lui? L'ipocrisia sui "diversamente abili" non sta dunque nel termine in sé, e nemmeno nel concetto che ad esso è sotteso. E' nella mentalità di chi, con l'ingegneria genetica e la selezione degli embrioni (è scomparso ormai il termine "figlio") vuole programmare la discendenza del genere umano. Senza difetti, senza nemmeno l'ombra di un raffreddore, altrimenti si ricorre subito all'aborto.

Ma avrà ancora senso parlare di "diverse abilità" quando i loro portatori saranno tutti gettati nella pattumiera, e le uniche abilità ammesse saranno quelle standardizzate una volta per tutte?

Giovanni Romano

DI.CO.: c'è chi li vuole vedere a tutti i costi...

Oggi ho inviato una lettera a "Chi l'ha visto?", in relazione alla trasmissione di ieri sera, in cui il caso di Hina, la giovane pakistana uccisa a Brescia perché non voleva sottomettersi alla sharia, è stato strumentalizzato per uno spot a favore della legalizzazione delle convivenze. Ecco il testo:

Spett.le Redazione,

mi dispiace rubarvi del tempo prezioso con una lettera che non c’entra coi casi gravi che trattate, ma ieri non mi è proprio andata giù la pubblicità gratuita che avete fatto ai DICO approfittando della presenza in studio del fidanzato (o convivente) di Hina.

La tesi è che il giovane, non vivendo un’unione riconosciuta dalla legge, non può avere il diritto di disporre che la salma della ragazza resti in Italia. Comprendo le sue motivazioni e le condivido anche. Ma quando mai un assassino e la sua famiglia, se questa è complice, hanno avuto il diritto di disporre del corpo della propria vittima? Le preoccupazioni del giovane, dunque, mi sembrano alquanto esagerate. E pretestuoso mi sembra dunque l'appello a una legge che dovrebbe regolarizzare casi tanto eccezionali da essere statisticamente irrilevanti.

Con l'aggravante che avete approfittato di un programma di larghissima audience senza il minimo contraddittorio.

Con vivo disappunto,

Giovanni Romano

giovedì 22 febbraio 2007

"La sinistra non ha i numeri"...

Sarà perché li ha dati per sette mesi di fila...


Giovanni Romano

"Non c'è niente che questi porci si neghino, niente!"

Il titolo è una frase tratta dal romanzo "Nineteen Eighty-four" ("1984") di George Orwell, e si riferisce ai membri del Partito Interno che si riservavano lussi e privilegi che i travets del Partito Esterno, e a maggior ragione la gente comune, non potevano nemmeno sognare. Questa frase mi è tornata prepotentemente in mente quando ho letto la notizia dell'ANSA riportata qui sotto. E Papa Pippo I ha avuto pure il coraggio di fare la morale alla Chiesa!

Se la TV non ci ha ancora rimbecilliti del tutto,

BOICOTTIAMO IL FESTIVAL DI SANREMO!

(ANSA) - ROMA, 22 FEB - Il ministro Luigi Nicolais, ha firmato oggi la circolare che elimina il tetto ai compensi per le star della Rai. Niente piu' limite di 272 mila euro, quindi, per i presentatori Pippo Baudo e Michelle Hunzinker. 'L'eventuale applicazione del tetto previsto dalla finanziaria altererebbe, secondo Nicolais, il normale esplicarsi del confronto aziendale ponendo la societa' in una situazione di svantaggio'.

lunedì 19 febbraio 2007

Le pie illusioni della chiesa "aperta al mondo"


Credo che il trafiletto di “Avvenire” che ho riportato qui a fianco, datato 18 febbraio, sia un buon esempio dei fraintendimenti di tanto “mondo cattolico” di fronte al fenomeno del risorgente terrorismo.

Il primo di questi fraintendimenti è pensare che le BR non saranno seguite “perché danno di sé un’immagine vecchia e superata”. In questa analisi, particolarmente superficiale, non si tiene conto di due fattori. Primo: l’ultima leva dei terroristi è troppo giovane per aver vissuto gli anni di piombo, quindi non ha sviluppato gli anticorpi della delusione, se mai le tossine dell’utopia. Secondo: la storia non si cura che un’idea appaia superata o meno, ma solo che sia capace di mobilitare i cuori e le menti oggi. Al-Quaeda si batte per la restaurazione del califfato; in Nepal i guerriglieri di sinistra che stanno prendendo il potere sono dei fossili viventi maoisti, sopravvissuti di molto anche a Pol Pot. Due anacronismi paurosi, secondo i nostri schemi. Ma stanno muovendo la storia. Poco importa che la spingano all’indietro.

Il secondo fraintendimento è più sottile. Non è certo nelle mie possibilità tentare un’analisi dei motivi per cui proprio Padova sia un letto d’incubazione del terrorismo. Avrebbe potuto provarci Don Contarini, e invece ci ha ammannito la solita minestra riscaldata a base di “valori”, “tolleranza”, “dialogo”, “no-alla-violenza”, “impegnarsi-per-gli-altri-e-non-per-noi-stessi”.

A ben vedere, ognuna di queste parole è diventata ormai una cortina fumogena che nasconde il vuoto, o nella migliore delle ipotesi una triste parodia di quello che era il suo significato originario.

I valori: forse che le BR non li hanno? Li hanno, e così forti che per essi sono disposti anche a uccidere!

La tolleranza? A che vale, se nessuno, tantomeno la Chiesa, ha il coraggio di chiamare apertamente il bene e il male col proprio nome?

Il dialogo? Che destino può avere una chiesa che pone il dialogare prima del credere, come osservava acutamente Mons. Maggiolini?

Il no a ogni violenza? Anche quando significa giustificare l’ignavia e la codardia di fronte ai prepotenti e agli aggressori?

L’impegno in politica per gli altri e non per sé? Va bene, purché non significhi far sparire la persona nei meccanismi impersonali di uno stato onnipotente che dovrebbe risolvere automaticamente ogni problema. A che vale fare politica solo “per gli altri” se le famiglie non possono difendersi da una fiscalità sempre più invadente e oppressiva, senza più la legittima speranza di migliorare la propria condizione, o almeno quella dei propri figli?

E’ facile vedere come, date queste premesse, i richiami di Don Contarini rischino di apparire solo degli appelli moralistici e astratti, senza incidenza sulla realtà e perciò pronti a rovesciarsi nei loro contrari: un cinismo inacidito e una ribellione distruttrice.

Il buon sacerdote dovrebbe chiedersi piuttosto: e la Chiesa di Padova quali antidoti ha fornito al terrorismo, oltre a questi generici predicozzi? Ha avuto il coraggio di testimoniare il suo Signore, o si è rinchiusa nella sacrestia, compresa quelle delle buone intenzioni? Ha avuto il coraggio di proclamare la verità, o si è nascosta dietro l’alibi della “tolleranza”? Ha saputo guardare in faccia lo scandalo del peccato e Croce, o si è limitata ad assecondare il buonismo dei tempi? Più che lamentare la mancanza dei valori, ha compreso che essi, staccati da Cristo, diventano solo gusci vuoti, pretesti per l’ideologia e il potere?

E’ proprio l’aver proposto il cristianesimo in forma tanto debole e annacquata, nell’illusione di andare incontro al “mondo”, quel che ha costituito la più grave debolezza della chiesa padovana. E dal momento che i giovani non amano le mezze misure, è logico che si siano sentiti attratti da una proposta “forte” come quella delle BR anziché da un cristianesimo così scipito da non avere più il coraggio di nominare il suo Signore.

Giovanni Romano

Tieni le luci accese contro i nuovi oscurantisti!


E' notizia di questi giorni l'iniziativa "M'illumino di meno" promossa con l'intento di sensibilizzare i cittadini e le istituzioni sull'emergenza del risparmio energetico. Il sito di RAI2, uno dei più importanti sponsor dell'iniziativa, riportava entusiasta la notizia che tra le 18,00 e le 18,05 era stato rilevato "un minor assorbimento di potenza sulla rete nazionale per circa 300 Megawatt, equivalente al consumo di 5 milioni di lampadine".

Cifre di tutto rispetto, non c'è che dire. Tuttavia credo che impallidiscano, e di molto, di fronte a un'altra emergenza ben più grave, di cui nessuno parla perché "politicamente scorretta". Cito un articolo di Andrea Miglioranzi sulla catastrofe della famiglia in Gran Bretagna, e i costi non solo sociali, ma anche economici che il fenomeno sta comportando. Se poi le cose andranno come vogliono Prodi, Bindi & C, questa diventerà a breve termine anche una nostra emergenza:

Oggi in Inghilterra il 15% dei bambini nascono e crescono senza avere accanto uno dei due genitori, solitamente il padre. Il loro numero è in costante aumento.

I livelli di comportamento antisociale e di delinquenza sono più alti nei figli di famiglie separate che in quelli di famiglie non separate.Il 70 per cento dei giovani identificati come responsabili di atti di violenza provengono da famiglie con un solo genitore.Tra i diciassettenni che vivono senza un genitore è più altro il rischio di bere alcolici con cadenza almeno settimanale (di 1,3 volte) e di drogarsi (1,5 volte).

Su un campione di 2.447 adulti, quelli cresciuti con un solo genitore hanno avuto più fallimenti scolastici, più problemi di tossicodipendenza e di alcolismo, seri problemi di indebitamento e/o di disoccupazione e di dipendenza dall'assistenza pubblica.

I contribuenti britannici pagano ogni anno oltre 20 miliardi di sterline, pari a 30 miliardi di euro, per coprire i costi economici causati dalla disgregazione familiare. [E questo solo in Inghilterra!, N.d.R.]

Le politiche fiscali sono corresponsabili della situazione: genitori appartenenti a categorie a basso reddito rischiano di essere fortemente penalizzati se risultano uniti da un legame ufficiale. In altre parole: volendo agevolare le famiglie composte da un solo genitore, il fisco ha finito per rendere economicamente sconveniente il matrimonio, incoraggiando così la creazione di legami alternativi. Ma il crollo dei matrimoni, come visto, nel medio periodo ha causato alti costi, sociali ed economici.

Mi sorge un dubbio: piuttosto che spegnere le luci, non si risparmierebbe di più se si tenessero accese le coscienze?

Giovanni Romano

venerdì 16 febbraio 2007

Alla faccia dell'effetto serra!


L'immagine, publicata ieri su "Il Giornale", si commenta da sé. La dedico a tutti coloro che, non in buona fede, ci stanno terrorizzando con false notizie di catastrofi ambientali e stanno imponendo il Protocollo di Kyoto nemmeno fosse un dogma dello Spirito Santo.

Giovanni Romano

domenica 11 febbraio 2007

PACS? Ehi, DI.CO!

Lasciamo perdere le ineguagliabili acrobazie verbali con cui il governo ha fatto passare il principio dei PACS (conta poco la scontentezza di Verdi e Rifondazione: sanno benissimo di aver segnato un punto decisivo a loro favore perché la breccia si è ormai aperta). Quello che mi colpisce, se mai, è il grave errore di valutazione in cui rischiano di cadere gli avversari dei PACSisti, sia cattolici che "teocon", quando parlano di "matrimoni di serie B".

E' esattamente il contrario. L'obiettivo a lungo termine è che dovrà essere il matrimonio civile o religioso come lo conosciamo ora a diventare di serie B rispetto alla legalizzazione delle convivenze. Non regge, infatti, l'argomento secondo il quale i PACS sono pensati per una percentuale molto ridotta di coppie. E' vero oggi, ma non sarà vero domani: lo dimostrano ad abundantiam gli esempi della Francia e della Spagna, dove le convivenze sono aumentate a valanga da quando è stata introdotta una legislazione del genere.

Quante coppie infatti sceglierebbero il regime più oneroso, formale, preciso e complesso del matrimonio rispetto a una semplice dichiarazione che si può fare comodamente anche da casa propria, con una raccomandata A.R.? Quante coppie accetterebbero i balzelli di cui è gravato il matrimonio rispetto alle agevolazioni per le convivenze? E soprattutto, quante coppie accetterebbero un impegno definitivo per principio rispetto a una strada che per legge è garantita provvisoria, temporanea, revocabile? Gli stessi gay, che strepitano tanto per il matrimonio omosessuale, si ritrarrebbero spaventati di fronte a un vero matrimonio che non ammettesse il divorzio.

A onta di tutti gli sforzi fatti per demolirlo, tuttavia, il matrimonio -quello vero- resiste. In Francia il calo di nuzialità è stato molto più basso di quanto si temeva, forse perché l'uomo e la donna non vivono di sole pratiche burocratiche ma hanno bisogno di dare un senso alla propria vita, un significato che deve passare attraverso alcune scelte solenni e precise. Ma non facciamoci illusioni. I PACS, come il divorzio, l'aborto, l'eutanasia, nascono da una cultura del rancore (riprendo questo concetto da Hannah Arendt). Una cultura che rivendica continuamente "diritti" perché nulla di quel che esiste la rende contenta. Diceva C.S. Lewis nelle Lettere di Berlicche:

Noi [i diavoli, N.d.R.] vogliamo una generazione che non sia mai contenta né felice ora, ma che anzi sacrifichi sull'altare di un ipotetico bene futuro ogni vero dono che le viene offerto nel presente".

Questa cultura, se cultura si può chiamare, ha continuamente bisogno di nemici, ha continuamente bisogno di sentirsi "oppressa" anche quando dispone dell'appoggio ossessionante e incondizionato dei mass media perché solo così può illudersi di avere ragione. Tutto quel che la mette in discussione è "un'offesa" o una "discriminazione". C'è da credere che prima o poi proibiranno i matrimoni perché, con la loro stessa esistenza, dimostrano che un impegno serio e un affetto definitivo sono possibili, tanto da "offendere" la "sensibilità" di chi non è capace di assumersi la minima responsabilità.

Giovanni Romano

Claudio Chieffo aveva ragione


Proprio stamane, leggendo gli ultimi, bellissimi editoriali di Culturacattolica, mi è tornata in mente una canzone di Claudio Chieffo di tanti anni fa, "Martino e l'imperatore". Tutta la canzone andrebbe ascoltata, ma il ritornello in particolare è veramente profetico:

Tu non credere mai / all'imperatore, / anche se il suo nome è popolo, / anche se si chiama onore, / anche se il suo nome è società / anche se si chiama amore".

"Popolo", "Società", "Amore" ("Onore" oggi va un po' meno di moda)... la dittatura delle belle parole. Chi pensa con la sua testa è contro il Popolo, chi rifuta di farsi omologare dalla sinistra (anche quella cattolica) è contro la Società, e chi ha qualcosa da ridire contro i PACS e i matrimoni gay è il più imperdonabile di tutti, è contro l'Amore. Questa dittatura è tanto più pericolosa perché cerca di ricattarci sulle dimensioni che ci appartengono più profondamente, quella della socialità e quella dell'affettività. E' particolarmente difficile dire "no" a proposito di quello su cui "non possiamo non essere tutti d'accordo". Ma è qui, non altrove, che è possibile smascherare l'impostura. A costo dell'emarginazione sociale.

Un cantautore straordinario come Chieffo ha pagato di persona il rifiuto dell'omologazione con l'esclusione dal mondo della musica e il misconoscimento anche di tanti cattolici "progressisti". Ma i suoi amici veri - e sono tantissimi -, trovano in lui una voce coraggiosa che smaschera i luoghi comuni del nostro tempo che cercano d'intossicarci l'anima.

Giovanni Romano

P.S: Chi volesse conoscere meglio questo cantautore può leggere il libro di Paola Scaglione "La mia voce e le tue parole" con tutti i testi delle canzoni finora pubblicate.

martedì 6 febbraio 2007

Mussolini - D'Alema 4-6

Non succedeva dalla seconda guerra mondiale. Mussolini si era inimicato quattro nazioni (Francia, Inghilterra, USA e URSS), oggi D'Alema ha battuto il record. Siamo riusciti a metterci contro sei paesi contemporaneamente.

Giovanni Romano