
Per fortuna due cose mi hanno aiutato: l'amicizia con una signora ebrea, i cui genitori sono sopravvissuti alla strage, che mi ha fatto toccare con mano, dal vivo, l'orrore di quanto è accaduto (è molto peggio pensare a 60.000 persone uccise in un remoto circondario della Polonia piuttosto che a 6 milioni: 60.000 è un numero che si vede, 6 milioni non si riescono ad afferrare con la mente), e l'idea di citare qualche passo dello straordinario commento di Vasilij Grossman al quadro di Raffaello La Madonna sistina.
Vasilij Grossman (vedi foto) era uno scrittore ebreo sovietico degli anni '50-'60, da non confondere con il più noto David Grossman. Ufficiale dell'Armata Rossa, combatté a Stalingrado e giunse al liberare il campo di sterminio di Treblinka. Uomo profondamente amante della libertà, intuì il parallelo tra il totalitarismo nazista e quello comunista. Nel suo romanzo principale, Vita e Destino (pubblicato dalla Jaca Book) è espresso tutto il dramma del popolo russo a Stalingrado, che dovette battersi contro il nazismo mentre era prigioniero di un'ideologia altrettanto disumana come il comunismo. Fu anche l'autore, assieme a Ilija Ehremburg, di un documentatissimo studio sullo sterminio degli ebrei in URSS e nei paesi dell'Europa orientale a opera dei nazisti. Sia il romanzo che lo studio furono proibiti dale autorità comuniste per le complicità che denunciavano. Grossman morì di crepacuore per le censure e le minacce nei suoi confronti.
Che cosa ha di particolare la riflessione di Grossman, e perché l'ho scelta? Perché, a differenza di molti altri autori, Grossman non ridusse la sua denuncia ai soli lager nazisti, ma attraverso la storia del quadro di Raffaello mostra che i lager comunisti avevano ben poco da invidiare a quelli nazisti. In secondo luogo, proprio attraverso le sofferenze degli ebrei Grossman arriva a comprendere la sofferenza dell'uomo come tale, quando è oppresso da regimi violenti che usano la menzogna come prima arma per anestetizzare la coscienza.
Non mi facevo molte illusioni, a dire il vero, che questo discorso sarebbe passato con ragazzi di 15-16 anni, e purtroppo avevo ragione. Le classi sono state introdotte nella sala di proiezione quasi come in una catena di montaggio, una classe dopo l'altra e via. I ragazzi e le ragazze ridacchiavano quasi fosse uno spettacolo, un benvenuto diversivo dopo la noia delle lezioni.
Ancora peggio è stato quando si è proiettato un cortometraggio realizzato dagli stessi alunni sull'Olocausto. L'idea era ottima in sé, molto buona la ricerca di filmati d'archivio e il collegamento con alcune scene di Schindler's List, grande è stato l'impegno dei ragazzi che hanno recitato. Ma la conseguenza imprevista e non voluta è stata che gli spettatori, più che fare attenzione al contenuto, si additavano l'un l'altro questo o quel ragazzo/a che conoscevano, e giù commenti, sghignazzate, grida. Quando poi si è visto un ragazzo che tutto curvo cercava d'interpretare una vecchia ebrea sono scoppiate risate sgangherate e inopportune. Che impressione potevano fare quelle scene artigianali a chi ha scaricato sul suo cellulare l'impiccagione di Saddam Hussein o il taglio della gola di un ostaggio a Baghdad?
Meno male che uno dei ragazzi protagonisti (veramente bravo nell'interpretare un povero ritardato mentale, l'ultima sequenza era insopportabile per il dolore infinito che esprimeva il suo volto) è saltato su e ha rimproverato gli altri dicendo che da quando aveva interpretato quella parte aveva capito cos'era il bullismo, aveva capito cosa significava prendersela con uno solo perché era più debole, solo, "diverso", e se ne vergognava. Su una sola cosa non ero d'accordo con lui: ha accusato i ricchi, i potenti, chi sta in alto di aver fomentato la violenza e il razzismo. Questo è certamente vero. Ma non possiamo dimenticare che il nazismo, o qualsiasi forma di tirannia, è fatto anche di persone "normali", che è troppo "politicamente corretto" scaricare le colpe sempre sugli altri. Ce lo hanno ricordato Hannah Arendt con La banalità del male, Daniel Goldhagen con I volenterosi carnefici di Hitler, e per l'Italia Mimmo Franzinelli con il suo scomodo, bruciante Delatori.
Qual'è stata poi la reazione quando sono tornati in classe? Simile a quella di George Orwell nel racconto A Hanging: una voglia di gridare, scherzare, parlare ad alta voce, darsi a una scomposta allegria per reazione all'uomo impiccato a meno di cento metri di distanza. Così ho trovato i miei ragazzi.
Forse qualcuno avrà riflettuto, ma ho veramente paura che di questa ricorrenza sia passato ben poco, e che con l'andare del tempo si rischierà la retorica e la banalizzazione. Ho fatto, e farò, quanto è in mio potere per impedire che questo avvenga, per rispetto ai morti e soprattutto per rispetto alla mia amica ebrea. Ma Eduardo De Filippo purtroppo si sbagliava, in Napoli milionaria!: non ci sono guerre che rendono gli uomini più buoni, e dalla storia non impariamo niente.







